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8 film che rappresentano la carriera di 8 registi

“Io sono un artista e ciò significa che posso essere egocentrico quanto mi pare”

Lou Reed

 

Come affermava il fondatore dei Velvet Underground, gli artisti sono spesso egocentrici e, anche se non mi piace generalizzare, la necessità stessa di doversi mettere a nudo di fronte a un pubblico non può che legarsi a una certa dose di narcisismo o di convinzione di essere in prima persona degli argomenti di interesse.

 

Il Cinema in questo non fa eccezione. 

Tutta l’Arte cinematografica, per la sua stessa natura di forma artistica giovane e composita, non può che trascinarsi dietro alcune delle tendenze delle altre Muse più anziane.

 

Tra le sue storture c'è infatti anche l'essere spesso ego-riferita: basti pensare all’esistenza del meta-cinematografico e all’impressionante quantità di film che parlano del Cinema stesso.

 

[L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei Fratelli Lumière]

 

 

Parliamo di un’arte che, dai suoi primi vagiti, ha giocato e ragionato molto sul rendersi o meno visibile.

 

L’idea di ingannare lo spettatore è sempre stata presente sin dal pre-Cinema, che fosse declinata come ne L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei Fratelli Lumière o come in Viaggio nella Luna di Georges Méliès.

 

In un linguaggio che si fonda sul far credere che qualcosa di statico si stia muovendo e che un elemento di finzione susciti emozioni come se fosse un evento reale, l'ambiguità tra realtà e illusione non può che far parte delle stesse fondamenta della Settima Arte.

 

Talvolta questa ambiguità si è palesata attraverso uno sguardo in macchina, in altri casi invece ha cercato di nascondersi dietro a modalità espressive quanto più invisibili possibile.

 

[“Mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo?” Il celebre momento di Ecce Bombo di Nanni Moretti sembra scritto per il Cinema: mi si nota di più se mi mostro rompendo la finzione o se vi faccio sognare nascondendomi?]

 

 

Poteva mancare in un’arte così egocentrica e a cui piace così tanto specchiarsi sulla sua estetica, sulle sue citazioni, sui suoi riferimenti e sui suoi stili una schiera di artisti altrettanto interessati dalla propria immagine riflessa? 

 

L’artista cinematografico per eccellenza - il regista, la testa dietro alle scelte di decine di altri professionisti e artisti - spesso finisce inevitabilmente a parlare delle proprie paure, esperienze, idee e di tutto ciò che lo riguarda: fa parte del suo ruolo ed è normale che cerchi di raccontare qualcosa di unico e personale attraverso le sue opere. 

 

Il Cinema è fatto di sguardi autoriali: dal biografico al filosofico, dal politico allo storico non può mancare la visione dell'artista all'interno del film perché sia definito arte. 

 

È impossibile quindi pensare che, a un certo punto, questi egocentrici direttori d'orchestra non inizino a parlare anche della loro arte o del loro percorso, diventando essi stessi i soggetti delle proprie opere in maniera più o meno velata. 

 

In certi casi abbiamo quindi una sorta di autoanalisi su un piano meta-cinematografico, una monografia costruita attraverso un unico lungometraggio: stiamo parlando quindi dei film che racchiudono nelle pieghe dei loro piani di lettura la carriera del proprio autore o la sua idea di Cinema.

 

 

[Ad ogni nuovo film si parla di opera testamento o ultimo film di Clint Eastwood: lui invece sorride e torna a cavalcare]

 

  

In un primo momento si potrebbe pensare ai "film testamento”, ma sarebbe impreciso perché non sempre questo tipo di opere si colloca nel crepuscolo della produzione artistica di un determinato regista, ma anzi spesso sono solo frutto di momenti di massima riflessione o di passaggio tra periodi differenti.

 

Il fatto che alcuni abbiano scelto di riassumere parte - o la totalità - della propria opera in un unico “film bignami” non inficia o depotenzia in alcun modo l'eventuale produzione successiva. 

Anzi, la Storia del Cinema è piena di spunti embrionali lasciati in un'opera che diventano colonne portanti dei lavori cinematografici successivi.

 

In questa casistica troviamo due categorie di registi: da un lato abbiamo gli anziani artisti che guardano con nostalgia alla loro produzione pregressa e cercano di ripercorrerne i diversi momenti; si pensi ad autori come Clint EastwoodWoody Allen che ciclicamente sembrano tornare a guardare al loro passato e al tragitto che li ha condotti fino alla vecchiaia.

 

Dall’altro troviamo i giovani autori che, pieni di esuberanza, mettono tutto ciò che caratterizzerà il loro percorso futuro nelle prime opere della loro carriera: film che si stagliano come fari, illuminando il percorso cinematografico degli anni a venire. 

 

Impossibile non vedere in un capolavoro come Quarto Potere gran parte di ciò che avrebbe caratterizzato Orson Welles come regista nei decenni successivi, un manifesto e un primo approccio al linguaggio che resterà scritto nella pietra.

 

 

[Orson Welles sapeva sicuramente già tutto ciò che voleva fare sin dal suo primo film]

 

  

Abbiamo artisti che si trovano tra due periodi della propria carriera e che in un’opera sola fondono i linguaggi di entrambi come succede con Sergio Leone che, nato tra peplum e spaghetti western, trova in C’era una volta il West il ponte di passaggio tra l'esuberanza di quel nuovo Cinema pop che aveva inaugurato e l'assoluta epicità a cui è approdato nella seconda parte della sua carriera.

 

Un film che condensa i due periodi del suo Cinema e che da solo ci racconta tutta la sua carriera.

 

La stessa cosa succede per un regista emblematico come il padre del body horror David Cronenberg: tutta la prima parte della sua carriera è stata dedicata alla mutazione e alla malattia della carne, nel nuovo millennio questo focus si è poi spostato sulla mente, sulla follia, sull'alienazione.

 

Stessa idea di distruzione, morbo e metamorfosi dell'essere umano, ma passando dal piano fisico a quello mentale e sociale.

 

Questo è chiaro in tutta la sua produzione a cavallo degli anni '80 e '90: se infatti si confrontano Scanners (1981) e Spider (2002) il cambiamento è chiarissimo ed è visibile anche in tutte le opere di questo periodo, come Videodrome (1983) - film in cui tra l'altro se ne vedono i primi abbrivi - o Inseparabili (1988).

 

Il modo in cui si espleta perfettamente nel dittico formato da Crash (1996) ed eXistenZ (1999) riassume perfettamente le due tendenze del Cinema cronenberghiano.

 

 

[David Cronenberg che gioca con gli effetti di Videodrome: uno degli apici del suo periodo body horror]

 

   

Anche per Denis Villeneuve e il suo Arrival (2016) vale lo stesso discorso: punto di contatto tra gli inizi più indipendenti e intimi, caratterizzati da film come Un 32 août sur terre (1998) o Polytechnique (2009), e la tendenza già intrapresa dal 2013 con Prisoners di approccio al genere e a un Cinema più vicino al grande pubblico, ma non per questo di minor interesse.

 

Il film con protagonista Amy Adams inoltre anticipa perfettamente la "svolta fantascientifica" che il regista canadese ha intrapreso nell'ultimo lustro e che i nuovi progetti a cui viene accostato ci confermano ancora per molti anni.

 

Esistono poi autori per cui questa pratica non è un caso eccezionale, ma la norma: registi che hanno passato gran parte della propria carriera a raccontare e ri-raccontare se stessi e il proprio percorso artistico, come per esempio Alejandro Jodorowsky ne La danza della realtà e Poesia senza fine, Werner Herzog in moltissimo del suo Cinema, da Grizzly Man a Nomad - In cammino con Bruce Chatwin, passando per Fitzcarraldo o Encounters at the End of the World.

 

 

[Werner Herzog incarna le parole di Lou Reed in apertura di questo articolo: un autore che ha sempre parlato di sé e della propria visione dell'uomo in ogni sua opera]

 

   

Ci sono infine registi che per tutta la loro carriera hanno battuto un'idea d'Arte cinematografica molto simile e che quindi nel momento in cui riescono a portarla alla sua sublimazione, inevitabilmente, mettono in scena un film che da solo racconta tutta la loro poetica e il percorso che hanno intrapreso.

 

Un caso emblematico è quello di Wes Anderson, in cui il perfezionamento della sua idea visiva e narrativa trova un perfetto zenit in Grand Budapest Hotel.

 

Ovviamente quella che state per leggere è una selezione assolutamente a discrezione di chi scrive, ma gli esempi di queste pratiche possono essere moltissimi e ognuno di questi può portare a differenti riflessioni, altrettanto interessanti, su percorsi artistici, poetiche e differenti opere di un certo autore. 

 

Non sono quindi i migliori film dei rispettivi autori, ma il tentativo di raccontarli nella totalità della loro carriera attraverso un'unica loro opera: si tratta dunque più un pretesto per parlare del rapporto tra un film e l’intera produzione di un regista - quando questo è possibile - che di una selezione che ha la pretesa di essere unica e inattaccabile.

  

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Posizione 8

Mario Bava

I tre volti della paura (1963)

 

Mario Bava è uno dei grandi Maestri del Cinema italiano: riconosciuto da Cahiérs du Cinema, amato da gran parte dei registi americani (di genere e non) e copiato dal grande amico Federico Fellini e da tantissimi altri.

 

Nonostante abbia inventato e portato all'apice tantissimi generi cinematografici, non ebbe mai in patria il riconoscimento meritato e tributatogli da gran parte dei suoi colleghi stranieri. 

 

Nato come direttore della fotografia, attivo sin dai primissimi anni '40, ha lavorato con alcuni dei più grandi registi italiani (e non) dell'epoca e in soli vent'anni - da I Vampiri (1957) co-diretto con Riccardo Freda a Schock (1977) - ha portato all'interno della Storia del Cinema nostrano qualcosa di unico.

 

Probabilmente la visione del Cinema di genere più pura, alta e autoriale che la nostra Settima Arte abbia mai prodotto, nonostante la semplicità che lui stesso ha sempre ostentato.

 

L'uso del colore infatti resterà uno dei fil rouge che terrà insieme tutta l'opera di Mario Bava.

 

Un artista che esordisce a 43 anni non può che avere già ben chiara in mente l'idea tematica e linguistica che porterà avanti per tutta la sua carriera: tant'è che già il suo primo film diretto in solitaria potrebbe essere preso come apice della sua carriera e dell'horror gotico.

 

Se però La maschera del demonio è già un esordio così fulgido, I tre volti della paura è un perfetto esempio, non solo della sua grandezza e del suo modo di far Cinema, ma anche della capacità di battere e inventare generi diversi.

 

Scegliere un film a episodi in una selezione di questo tipo è un po' come segnare un goal a porta vuota, ma onestamente questa scelta calzava troppo bene per non compierla.

 

I tre volti della paura è il film in cui Bava racchiude tutta la sua capacità di usare toni gotici, ma in cui riesce anche a mostrare la sua bravura - quasi di stampo hitchcockiano - nel costruire la tensione che poi ritroveremo ne La ragazza che sapeva troppo o ne Il rosso segno della follia.

 

A questa componente unisce sia la capacità di rapportarsi con il soprannaturale e con il fantastico, che lo condurrà ad approdare anche alla fantascienza con Terrore nello spazio, sia quella vena erotico-macabra che per primo ha saputo unire con così grande perizia e che ha caratterizzato tantissimo della sua produzione, tanto che la relazione omosessuale del primo episodio venne censurata negli Stati Uniti perché troppo esplicita per l'epoca: ma cosa aspettarsi dall'autore di un film così vicino alla sessualità e al mondo sadomaso come nei casi de La frusta e il corpo o Quante volte... quella notte?

 

Eros e Thanatos, dunque.

Ma non solo, perché in Bava - e ne I tre volti della paura - c'è anche spazio per la capacità di non prendersi troppo sul serio, come poi dimostreranno gli spaghetti western della sua carriera, i film con Franco e Ciccio o la scelta di girare un cinefumetto come Diabolik.

 

Tante componenti che dimostrano la versatilità di un autore che come pochi ha saputo districarsi in forme diverse, tenendo sempre a mente quell'alchimia impossibile da non riconoscere.

 

I tre volti della paura è quindi un vero e proprio "Bignami" del Maestro sanremese.

 

Disponibile su Prime Video.

 

Posizione 7

Ingmar Bergman

Persona (1966)

 

In qualsiasi selezione dei più grandi film della Storia non può mancare nelle primissime posizioni il Maestro di Uppsala: Ingmar Bergman.

 

Uno di quegli autori che rientra a pieno titolo nella descrizione di Lou Reed con cui abbiamo aperto questo articolo: come tanti altri registi che abbiamo scelto è sempre stato un artista molto innamorato della sua ombra e del personaggio che si è costruito nel corso degli anni.

 

Nonostante una filmografia nutritissima e un'ancor più ampia schiera di produzioni televisive e teatrali attraverso cui diffondere il suo pensiero artistico, Bergman è sempre stato un autore molto coerente e fedele a se stesso.

 

Nell'avvicendarsi di trilogie e tetralogie, l'autore de Il posto delle fragole ha sempre avuto molto ben chiaro in mente lo stile e i nuclei tematici da affrontare lungo tutta la sua carriera.

 

Si è interrogato in particolare su alcuni dei nodi intimi dell'esistenza umana, su cui la stessa Filosofia si è arrovellata per secoli provando a dare una risposta: la fede, il senso dell'esistenza, la profondità dell'animo umano e delle sue ragioni, il rapporto con la vecchiaia e con il tempo e via dicendo.

 

Essendosi sempre posto in maniera estremamente dubbiosa e non assertiva, tutta la sua filmografia suona come un lungo continuo interrogarsi con il suo pubblico.

 

Questa tendenza l'ha portato a tenere costantemente ben strette le fila dei nuclei tematici distintivi della sua produzione, anche quando risultavano secondari rispetto a quella precisa opera.

 

Persona rappresenta perfettamente quest'idea: un film che non dà risposte e che non cerca di portare a termine un argomento, ma che parla allo stesso tempo e su più piani di tutto ciò che il suo autore riteneva importante nell'esistenza dell'essere umano.

 

Un'opera d'arte che potrebbe sembrare un classico film da camera come Bergman ne ha girati molti nella prima parte della sua carriera (fino agli anni '50), ma che all'interno di una struttura a tratti così teatrale riesce a inserire gli aspetti più avanguardistici della sua ricerca sul linguaggio cinematografico che ha portato avanti dagli anni '60 in poi.

 

Persona racchiude già nel suo incipit tutto ciò che è stato il Cinema dell'autore vissuto a Fårö: dal ragno-Dio all'agnello cristiano, dall'animazione alle foreste innevate, dalla sessualità alla commedia, passando per la vecchiaia, il martirio, l'orrore.

 

Tanti simboli che Bergman ci getta in faccia, eviscerandosi come l'agnello che vediamo nei primissimi minuti: auspici di tutto ciò che aveva già fatto e che avrebbe fatto negli anni a venire.

 

Da questo passa ai veri centri dell'indagine del suo Cinema: l'essere umano prima, la parola tra Alma (Bibi Andersson) ed Elisabeth (Liv Ullman) dopo.

 

In questo modo in apertura Bergman ci mostra una carrellata dei simboli che hanno caratterizzato tutto il suo percorso artistico e, in seguito, esemplifica la quintessenza della sua idea di Cinema, fatta di dialoghi, silenzi, ricordi e sogni, condensandola in uno dei film più grandi di sempre.

 

Disponibile su Prime Video.

 

Posizione 6

Richard Linklater

Slacker (1991)

 

Su CineFacts.it abbiamo parlato spesso dell'importanza dell'importanza di Richard Linklater nella Storia del Cinema statunitense e, più in generale, in tutta quella della Settima Arte.

 

Prima di raggiungere il grande pubblico con La vita è un sogno e Before Sunrise (rispettivamente terzo e quarto film della sua carriera), il regista texano aveva già ottenuto un notevole successo con quella che è considerata la sua "opera manifesto": Slacker.

 

Il concetto del film è molto simile a quello della sua opera prima (It's Impossible to Learn to Plow by Reading Books, 1988) ed è una perfetta immagine della filosofia del regista di Houston e del suo Cinema: il vero protagonista è la parola che vediamo passare da un personaggio all'altro senza soluzione di continuità, il tempo in cui ci muoviamo e lo spazio che tiene legati i personaggi.

 

Il film inizia con Linklater - già protagonista del film precedente - che espone la sua idea filosofica a un tassista: tempo, dialogo, parola, sogno e la fondamentale importanza dell'individuo nell'interpretazione del mondo.

 

Già solo in questo primo monologo c'è tantissimo di ciò che il flusso di coscienza dell'autore di Austin porterà nel suo percorso all'interno Storia del Cinema: dal collegamento tra film e tempo da cui nascerà la Before Trilogy e Boyhood all'interpretazione del sogno e del reale che saranno alla base di Waking Life (altro film manifesto del pensiero linklateriano) e A Scanner Darkly.

 

Tutto passando attraverso la semplicità e la dialogicità di un giovane slacker (un fannullone) alla base di tutto il Cinema giovanile di cui La vita è un sogno, School of Rock e Tutti vogliono qualcosa sono perfetti esempi.

 

Se però il monologo iniziale è già da solo così importante e rappresentativo, ciò che succede dopo è davvero la quintessenza del Cinema di Linklater: come se la macchina da presa guardasse i protagonisti giocare a "ce l'hai", seguiamo la parola muoversi nel sottobosco urbano di Austin.

 

Una quarantina di dialoghi in cui l'unico legame e il far parte della stessa comunità e dello stesso momento temporale: passiamo da un giovane che parla con i suoi amici a uno di questi amici che incontra uno sconosciuto e così via in un unico, lunghissimo telefono senza fili.

Il tutto non dimenticando la vena semplice, ironica, pop e fruibile che caratterizzerà tutto la sua produzione successiva.

 

Un film che parla con toni pop e leggeri del suo presente, dei suoi giovani e di un tempo che, pur essendo passato, ci sembrerà universale proprio grazie al tocco del suo autore.

 

Non è un caso che questo film sia citato da registi come Kevin Smithi fratelli Duplass come il motivo per cui hanno iniziato a fare Cinema o che nello stesso nome ufficioso degli autori mumblecore (ovvero gli slackvetes) si usi proprio un riflerimento a Slacker.

 

Un'opera che oltre a racchiudere il nucleo concettuale del pensiero del suo autore parla anche dell'immediatezza della forma che Linklater ha sempre ricercato.

 

È chiaro che dall'agitatissima macchina a mano del finale ci sia stato un raffinamento tecnico, ma la volontà di usare il linguaggio cinematografico come veicolo principe per la semplice immediatezza della parola e dei rapporti umani è rimasta assolutamente intatta fino a oggi.

 

Disponibile in Home video.

 

Posizione 5

Satoshi Kon

Millennium actress (2001)

 

Satoshi Kon ha segnato indelebilmente la Storia del Cinema d'animazione: non solo è stato uno dei più grandi artisti di questa branca della Settima Arte, ma ha saputo innovarne profondamente il linguaggio.

 

Un autore capace di fondere i generi cinematografici con un mondo unico e visionario, generando così film maturi e multiformi, dotati di un grandissimo numero di piani di lettura e di sfumature.

 

Questa capacità di essere allo stesso tempo estremamente caotico, criptico ed empatico, ha reso il suo Cinema uno dei più amati di tutta l'animazione giapponese, rendendo probabilemente le sue opere tra le più citate e omaggiate di questa tecnica cinematografica.

 

Oltre al fascino della poetica onirica e fantasiosa caratteristica di tutta la sua filmografia, il lavoro di Kon è sempre stato caratterizzato da una forte componente autobiografica e di immedesimazione dell'autore nei suoi protagonisti che, oltretutto, spesso erano personaggi femminili.

 

Questo in Millennium Actress ha una duplice valenza: da un lato troviamo Satoshi Kon artista riflesso in Chiyoko (a sua volta ispirata a Setsuko Hara, attrice feticcio di Yasujiro Ozu), dall'altro il tecnico e regista nell'appassionato e cinefilo documentarista Genya.

 

In una filmografia sì breve ma anche molto coesa, è chiaro che l'aspetto stilistico risulti molto omogeneo, ma in Millennium Actress  - pur essendo solo il suo secondo film - ritroviamo già tutto del Cinema dell'autore giapponese.

 

Dalla capacità di mischiare realtà e fantasia in un caos organizzato vista in Paprika Paranoia Agent, aspetto che qui si riflette nelle sequenze di viaggio attraverso la carriera di Chiyoko e in una struttura narrativa che spesso inganna lo spettatore tra racconto e Cinema, alla componente più drammatica e introspettiva che aveva caratterizzato Perfect Blue e Tokyo Godfather e che qui tira le fila sulle vite dei due protagonisti.

 

Proprio questo ultimo aspetto è la vera ragione per cui Millennium Actress, meglio di opere più famose e amate come i già citati Paprika o Perfect Blue, risulta perfetto per questa selezione: il percorso artistico, emotivo e nostalgico che mette in scena riflette totalmente la natura professionale e umana di Kon stesso.

 

Nella vita e nell'arte di Chiyoko ritroviamo tutta la varietà di generi e contesti che hanno caratterizzato la produzione artistica dell'ideatore di Paranoia Agent, così come nella sua fragilità si riflette perfettamente la sofferenza di un uomo per cui la lavorazione delle sue opere è sempre stata travagliata, dolorosa ed estenuante.

 

Nel film si respira poi la malinconia di qualcosa che sta finendo, un epilogo in cui si ritrova sia l'appagamento di una vita vissuta, sia la sofferenza di un mondo ormai cambiato in cui restano pochi rimpianti: pur essendo solo il secondo film di Kon è impossibile che qualsiasi appassionato del regista giapponese non percepisca un po' anche la sua tragica prematura scomparsa.

 

Un'opera che racconta l'uomo, la sua arte e la sua immensa passione, le quali non possono che sintonizzarsi immediatamente con il resto della sua produzione cinematografica.

 

Disponibile in Home video.

 

Posizione 4

Paul Thomas Anderson

Vizio di forma (2016)

 

Paul Thomas Anderson è indubbiamente tra i registi più amati e apprezzati del Cinema statunitense contemporaneo.

 

In una carriera relativamente breve, iniziata con Sydney (1996), annoveriamo già capolavori senza tempo come nei casi de Il petroliere (2007) o The Master (2012), film che senza dubbio sono e resteranno negli annali di Storia del Cinema.

 

C'è però un altro Paul Thomas Anderson accanto a quello de Il filo nascosto o delle due opere appena citate, un autore diverso da quello capace di raccontare l'uomo moderno scomponendolo e analizzandolo minuziosamente, riuscendo a restituire la gravosa profondità dell'essere umano come pochissimi autori hanno saputo fare.

 

"L'autore parallelo" di cui sto parlando è quello profondamente post-moderno, capace di giocare con le linee narrative, con i film corali, le esagerazioni, i periodi storici e il senso del bizzarro: un regista che ha firmato altrettanti capolavori, come Boogie NightsMagnoliaUbriaco d'amore.

 

Quasi due artisti differenti, nei quali si nota il comune interesse per l'analisi dell'animo umano, a un primo sguardo sembrano quasi inconciliabili: come se qualcosa fosse cambiato tra il 2002 di Ubriaco d'amore e il 2007 de Il petroliere.

 

Una carriera inspiegabilmente divisa in due, se non esistesse Vizio di forma: la sintesi delle facce di Paul Thomas Anderson.

 

Da un lato gli intrighi in cui Larry "Doc" Sportello (Joaquin Phoenix) si trova a navigare a vista, l'uso di un periodo storico al limite del tributo citazionista e una rielaborazione narrativa così nebulosa e intricata da ricordare i film corali dei suoi primi anni, oltre alla sua passione per il Cinema di Robert Altman.

 

Dall'altra l'analisi dell'uomo attraverso gli eventi, la capacità di essere profondamente analitico nonostante l'ironia e quel senso di universalità che ha contraddistinto tutta la sua "seconda poetica".

 

Vizio di forma è quindi un ritorno alla spontaneità degli inizi della sua carriera. 

Non è un caso che questo riproposizione di una vena post-moderna arrivi adattando per il Cinema l'opera omonima di Thomas Pynchon: quasi fosse un ritorno alle origini, con una nuova maturità e una volontà di analisi maturata due anni prima con The Master.

 

Questo si riflette perfettamente nelle scelte registiche di un film che ha sì una forte componente frivola e spensierata ma che, nonostante gli schemi narrativi tipicamente post-moderni che ricordano i riferimenti di Boogie Nights o di Magnolia, si assesta su un respiro visivo e su un ritmo molto più vicini a quelli degli ultimi film.

 

La stanchezza e la lentezza del protagonista non sono solo una scelta narrativa, o uno stile dato al film per riflettere il suo stato mentale, ma sono lo spazio in cui si muove l'analisi meticolosa e profonda del Paul Thomas Anderson affascinato dall'animo umano.

 

Un'opera che da sola racconta l'intero arco artistico di uno dei registi più significativi dei primi due decenni del nuovo millennio, ma che riesce a essere anche tributo alle origini dello stesso autore: tra l'opera di Altman, i padri post-moderni e il Cinema a noi contemporaneo.

 

Disponibile a noleggio su TIMVisionAppleTV, Chili.

 

Posizione 3

Nicolas Winding Refn

The Neon Demon (2016)

 

The Neon Demon è chiaramente un film che ha segnato un periodo cinematografico: l'estetica violenta, esasperata, algida e condita dalle luci viola e blu dei neon raccontano tutto un decennio di riscoperta del genere e di una certa forza cromatica.

 

In questo periodo Nicolas Winding Refn è stato un regista fondamentale, capace di sconvolgere i suoi contemporanei in solo vent'anni: da Pusher (1996) a The Neon Demon (2016), ancora più impressionante se si pensa all'incedere della sua carriera negli ultimi otto anni, da Bronson (2008) al film presentato a Cannes che ha lanciato la carriera di Elle Fanning.

 

Come in ogni buona sceneggiatura, un'ascesa così rapida si porta spesso dietro delle ombre altrettanto scure: Refn non fa eccezione e infatti non ha mai negato una certa difficoltà nel rapportarsi con il mercato cinematografico e nel proporre un'idea così marcatamente autoriale nel panorama produttivo di primissima fascia.

 

Basti vedere il bellissimo documentario della moglie Liv Corfixen: My life directed by Nicolas Winding Refn in cui traspaiono tutti i problemi di un autore tormentato ed estremamente fragile, durante la lavorazione e la distribuzione di Solo Dio perdona con l'amico Ryan Gosling.

 

Tutto questo si riversa in quello che - insieme probabilmente a Drive - è il film più rappresentativo del Cinema refniano: The Neon Demon.

 

Qui, rispetto ad altri film della selezione, parliamo di uno dei casi di raffinamento di un certo stile visivo.

Infatti è impossibile non notare una marcatissima coerenza fra tutta l'ultima parte della carriera dell'autore danese e quest'opera che, sostanzialmente, è il punto di arrivo massimo di questa ricerca estetica.

 

Più che l'aspetto linguistico e registico, la nota autobiografica che traspare nelle pieghe del film è ciò che rende estremamente interessante The Neon Demon, proprio per la sua capacità rappresentare la carriera di Refn. 

La giovane e pura modella che arrivata a contatto con "la serie A" della moda si sente minacciata e cannibalizzata - nel senso più letterale possibile - da un mondo troppo grande e smaliziato per la sua anima candida.

 

Non a caso narrativamente si parla di un coming of age, ovvero di uno di quei racconti di formazione che investe non solo la giovane Jesse (Elle Fanning), ma anche Nicolas W. Refn, il quale, dopo il boom in patria e l'approdo al Cinema internazionale con Bronson, si è sentito catapultato in un mondo estraneo e inospitale.

 

L'estetizzazione della violenza, che da sempre ha trovato un terreno fertile nella sua poetica, qui risulta infatti ancor più indigesta allo spettatore proprio per quel punto di vista, che a differenza delle opere precedenti ci fa empatizzare con chi la sta subendo e non con chi la attua.

 

Questa differenza sostanziale ci racconta proprio l'importanza autobiografica e di racconto di sé che Refn stesso ha voluto mettere in The Neon Demon: non è più l'uomo solo contro tutti di Solo Dio perdona, la bestia in gabbia di Bronson o lo sguardo sul futuro di Valhalla Rising.

 

È solo la giovane Jesse che deve ribellarsi a un mondo che sta cercando di divorare la sua arte, scoprendo tutta la sua disillusione.

 

Disponibile su Netflix.

 

Posizione 2

Lars von Trier

La casa di Jack (2018)

 

Lars von Trier è uno dei pilastri del Cinema europeo contemporaneo. Questo è un dato di fatto.

 

Tra eccessi, dichiarazioni fuori dagli schemi e una poetica sempre in grado di rinnovarsi e mettersi in discussione, il co-fondatore del Dogma 95 resterà nell’Olimpo di coloro che si sono abbattuti come un meteorite sulla Storia della Settima Arte, cambiandola per sempre.

 

Non può essere altrimenti per chi nel 1995, a soli 39 anni, ha l'ardire di intraprendere "un'azione di salvataggio" - citazione diretta dal manifesto del Dogma 95 - del Cinema tutto, andando contro grandi Maestri ed emergenti enfants prodiges: chiedendo sostanzialmente "un voto di castità" alla Musa della Settima Arte.

 

Quello che però ci interessa per questa selezione di film è come l'autore danese sia stato quasi antologico nella sua produzione.

Lars von Trier ha passato tutta la sua carriera a distruggere idoli: il suo Cinema così estremo si è rapportato poco alla volta con vari pilastri della cultura occidentale e dell'arte stessa.

 

Dalla psicanalisi e la vita di coppia di Antichrist, al sistema socio-economico americano in Dogville, passando per il processo creativo in Le cinque variazioni, il tabù sessuale in Nymphomaniac o il musical in Dancer in the dark.

 

Questa tensione distruttiva l’ha sempre portato a interessarsi anche della forma del linguaggio cinematografico: basti pensare al lavoro di annullamento della regia de Il grande capo, quello fatto con la scenografia in Dogville e Manderlay o l'utilizzo estremo di immagini statiche e del montaggio in Nymphomaniac.

Questo senza citare l'ovvio tentato colpo di stato al Cinema fatto con il Dogma e le sue regole ferree.

 

È chiaro che arrivato a 62 anni, con problemi di alcolismo, Lars sia arrivato a fare i conti con se stesso e con l'arte tout court

 

La casa di Jack sembra essere proprio questo: un film in cui il regista di Dogville - così come ha distrutto istituzioni come il matrimonio, la psicanalisi e il processo creativo - si rapporta all’arte ed al suo personalissimo percorso creativo.

È quindi impossibile che l’autore danese, nel tentare di decostruire e distruggere qualcosa di così inafferrabile e metafisico, non si faccia guidare da un condensato della propria produzione.

 

Ci troviamo di fronte a un film in cui si transita dal linguaggio del Dogma all’algida staticità di Nymphomaniac, passando per la decostruzione visiva e narrativa, la rottura della sospensione, il simbolismo e tanta autobiograficità.

A questo si aggiungono vere e proprie citazioni della propria produzione, come l'uso del ralenti ripreso da Melancholia.

 

Rivediamo, infatti, non solo tutta l’evoluzione della sua poetica nei differenti linguaggi e capitoli di un film che cambia costantemente, ma anche - talvolta in maniera ironica - un racconto della visione di sé di un uomo così estremo come Lars von Trier: l'amore per l'architetto Albert Speer, il rapporto conflittuale con le figure femminili e familiari, l'alternanza tra una meticolosità ossessiva (quasi compulsiva) e gli scatti creativi.

 

Un film in cui molto di Jack ci racconta di Lars, ma in cui allo stesso tempo anche lo sguardo di Virgilio è diretta espressione dell'autore danese, finendo così con l'essere una carrellata su tutto il suo Cinema mentre il regista parla con la sua stessa coscienza.

 

Disponibile su Prime Video.

 

Posizione 1

Martin Scorsese

The Irishman (2019)

 

Martin Scorsese ha attraversato la Storia del Cinema da protagonista. 

 

Nato in pieno periodo della New Hollywood, il regista italoamericano è stato una colonna portante della Settima Arte per tutto il mezzo secolo in cui l'ha percorsa, abbracciandola, sin dal suo esordio nel 1967.

 

Per anni ha letteralmente fatto ciò che ha voluto di un genere così storicamente radicato nella cultura cinematografica statunitense come il gangster-movie: da Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno a Quei bravi ragazzi, da Casinò a The Departed, passando per tante altre declinazioni più o meno vicine e classiche.

In questo percorso si è vista tutta la sua capacità di innovarsi, pur rimanendo fedelissimo al suo modo di mettere in scena le storie rappresentate nei suoi film: una poetica che continua a sembrare allo stesso tempo innovativa e senza età, un modo di essere elegantemente ed estremamente cinetico, tanto da renderlo un vero marchio di fabbrica.

 

Arrivato nel 2019 a 77 anni - obiettivamente vicino alla fine di una lunghissima carriera - Scorsese ha deciso di guardarsi alle spalle non solo per riapprocciarsi a uno dei generi che lo hanno reso più celebre, ma per rivedere tutta la Storia americana che lui stesso ha attraversato.

 

Chiunque, sapendo che l'autore di Casinò sarebbe ritornato al gangster-movie, era ben conscio che qualcosa di importante stava bollendo in pentola.

 

Il racconto di Jimmy Hoffa (Al Pacino) e Frank Sheeran (Robert De Niro) non è infatti solo l'ennesimo film sulla malavita americana, ma una vera e propria fotografia di un Paese in continuo cambiamento, proprio negli anni in cui l'autore di Toro Scatenato l'ha attraversato: dai '50 fino quasi ai giorni nostri.

In questo viaggio nella Storia degli Stati Uniti, Scorsese si circonda dei grandi interpreti della sua carriera: dal già citato De Niro a Harvey Keitel e Joe Pesci, compagni di una vita di nuovo insieme per un film.

 

Dietro a quella che potrebbe sembrare "un'operazione nostalgia" in realtà si cela un risvolto ben più profondo e necessario nelle scelte dell'autore.

Come se creare un all star movie fosse un modo per raccontare un'intera generazione di registi che hanno rivoluzionato il Cinema e, allo stesso tempo, un sistema per ripercorrere il proprio cammino artistico.

 

Alcuni sono scomparsi, altri caduti in disgrazia, quei pochi che sono rimasti iniziano a non sentirsi più al proprio posto in un mondo che sta cambiando una volta di troppo: un tributo a quella banda di bravi ragazzi che con lui hanno segnato cinquant'anni di Storia della Settima Arte.

 

Nella loro ascesa e discesa si ritrova molto di quel gruppo di autori nati e cresciuti insieme.

Per realizzare questo proposito Scorsese palesa quella che è sempre stata una delle grandi forze linguistiche della sua poetica: saperla adattare ai tempi.

Rapportandosi alla sua filmografia ci si accorge di come, man mano che cambiava il contesto storico/mediale, il regista sia stato sempre perfettamente in grado di riportarlo nei suoi film: dal medium televisivo di Re per una notte all'epica storica di The Aviator, dall'anima punk di Fuori orario alla capacità di essere "opera generazionale" di Taxi Driver.

 

Proprio per questo, l'approdo su piattaforma di un film così classicamente mastodontico e al contempo tanto ardito nell'uso degli effetti visivi è già di per sé estremamente interessante.

 

Ma, soprattutto, è indicativo osservare come il film cambi registro visivo con la sua progressione, riportando alla memoria dello spettatore proprio l'evoluzione stilistica di Martin Scorsese.

 

Disponibile su Netflix.

 



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