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Werner Herzog e Popol Vuh parte 2 – Il sodalizio continua

Eccoci alla seconda parte del piccolo omaggio che ho avuto il piacere di rendere a due tra i miei artisti preferiti, il cineasta bavarese Werner Herzog e il leader della band Popol Vuh, Florian Fricke.

 

Prima di continuare a leggere vi consiglio caldamente di dare un’occhiata alla prima parte, in cui ho raccontato della loro prima esperienza collaborativa per Aguirre, Furore di Dio.

 

Come ho scritto in conclusione del precedente articolo, la collaborazione tra i due è per me una delle più riuscite di sempre, e il motivo principale, a mio avviso, sta nella loro unicità artistica.

 

 



Werner Herzog è, prima che un regista, un uomo molto particolare.

 

A proposito, per cominciare ad approfondire sul vecchio Werner vi consiglio di leggere questo splendido articolo dalla rubrica Goodnight & Goodluck.

 

Dal punto di vista della produzione artistica, oltre a meritare una medaglia al valore per essere stato in grado di gestire le bizze di Kinski per ben cinque film, ha saputo dare vita a uno stile personalissimo, soprattutto nella creazione dei suoi documentari (qui i suoi migliori 8) sempre in bilico tra la schietta realtà e il racconto.

 

Florian Fricke invece ha fatto parte di un movimento che tra fine anni ’60 e fine anni ’70 ha cambiato per sempre la musica occidentale: il Krautrock.

 

Senza dilungarmi troppo, il Krautrock è stato un grande calderone in cui venivano gettate, a mo’ di verdure nel minestrone, tutte le band tedesche di musica sperimentale.

Tra queste troviamo pionieri dell’elettronica come i Kraftwerk, dell’ambient come i Tangerine Dream, fino ad arrivare alle sonorità prog dei Can e dei Faust e ai sentori di new-wave (con dieci anni di anticipo) dei Neu!.

 

Nel caso non siate musicofili e non vogliate approfondire, ciò che vale la pena sapere è che praticamente tutta la musica che ascoltate oggi in radio deve qualcosa a quell’ondata di pazzi musicisti teutonici.

 

 

[Vitamin C dei Can]

 

 

Poi ci sono i Popol Vuh, un mix letale di musica classica, dal barocco al romanticismo, vibrazioni etniche e sonorità cosmiche prodromo rispettivamente della world music e della musica new age.

 

Il primo disco di successo, In Den Gärten Pharaos (il secondo in ordine cronologico), è diviso in due suite: nella prima incrociano l’elettronica coi tamburi indiani, nella seconda ci aggiungono l’organo a canne della cattedrale di Bamberg.

 

Il disco successivo, Hosianna Mantra, è un vero gioiellino in cui il trio fonde sapientemente musica orientale e occidentale, con strumentazione acustica, conferendo un’ aura mistica alla composizione.

 

Come questo tipo di influenze si manifesti nelle colonne sonore realizzate da Fricke per Werner Herzog è tanto evidente quanto meravigliosamente unico.

 

[Quel capolavoro di Hosianna Mantra]

 

 

Cuore di Vetro & Nosferatu, il principe della notte

 

Dopo la collaborazione per Aguirre, Furore di Dio e il cameo in L’Enigma di Kaspar Hauser, Florian torna a lavorare con Werner firmando le colonne sonore di Cuore di Vetro e Nosferatu, il principe della notte (remake del celebre film di Friedrich Wilhelm Murnau), due film angosciosi e inquietanti, un vero parco giochi per uno sperimentatore come Fricke.

 

Contrariamente a quanto uno possa pensare, la poliedricità di Fricke e la sua formazione musicale al conservatorio (prima di Friburgo e poi di Monaco), lo portano a rispolverare la musica tradizionale europea.

Lo si nota subito dalla prima scena di Cuore di Vetro che con i suoi canti ci riporta alle atmosfere alpine del cuore dell’Europa.

 

 

 

In Cuore di Vetro, Werner Herzog ci mostra il disfacimento del tessuto sociale e la perdita dei valori di un’intera comunità.

 

Alla morte del mastro vetraio nessuno è più in grado di produrre il vetro rosso, rendendo improficua la fabbrica, cuore pulsante del paese.

Da lì in avanti, guidati dalle visioni di Hias, assistiamo a una lenta discesa verso la fine.

 

In questo viaggio, a circa un’ora dall’inizio, Werner Herzog e Fricke ci regalano due momenti grotteschi di altissimo valore.

 

 

La scena dei nobili proprietari della fabbrica di vetro, accompagnata da un allegro valzer suonato all’arpa e resa ancora più straniante dallo stato di ipnosi indotto sugli attori.

Subito dopo, la scena nella taverna durante la quale i popolani ridono e scherzano nel vedere l’ubriacone del villaggio ballare con un cadavere, accompagnati dal menestrello che con la sua ghironda intona un’ allegra danza tradizionale.

 

Tutto questo mentre Hias racconta al vuoto le sue profezie.

 

 



Se la scelta stilistica dei Popol Vuh è perfetta per l’opera, devo ammettere di essere rimasto sorpreso dall’utilizzo della musica.

 

In alcune scene di Cuore di Vetro, come quelle sopra descritte, le note riescono perfettamente ad accompagnare il racconto.

In altri momenti Werner Herzog realizza quasi degli interludi musicali, sicuramente d’effetto presi a se stanti, ma che ho trovato un po’ slegati dal contesto generale della narrazione.

 

Anche in virtù di ciò, Cuore di Vetro risulta un film davvero particolare.

 

Vi lascio il link al film perché possiate toccare con mano.

 

 

 

Così come per il precedente, anche in Nosferatu la musica tradizionale europea la fa da padrone.

 

Fricke però non si fa scappare l’occasione di utilizzare tutto il suo lavoro di sperimentazione con l’elettronica per dare vita ad atmosfere musicali horror.

Ad esempio, l’incipit girato al museo delle mummie di Guanajuato ci immerge nel clima orrorifico del film, anche grazie al pezzo Brüder des Schattens, tetra messa in cui il basso ci riporta all’idea di un coro ecclesiastico e la scarna melodia raggiunge il suo culmine con l’esecuzione del tritono (intervallo dissonante chiamato in passato Diabolus in Musica).

 

 

 

Durante il resto della pellicola ritornano accenni a temi delle danze e dei canti popolari del vecchio continente.

 

La musica in stile medievale negli istanti di pace prima della partenza di Jonathan, il bambino col violino al castello e la scena della festa in piazza, in questo caso perfettamente inseriti e funzionali al racconto.

Come assolutamente azzeccata è la scena dell’arrivo di Jonathan al castello del Conte Dracula.

I paesaggi magnifici e oscuri al calare delle tenebre, le ineluttabili forze della natura esaltate dalla grandiosità del preludio al primo atto de L’Oro del Reno di Richard Wagner.

 

Un crescendo clamoroso che ci accompagna insieme al protagonista davanti al portone del maniero, fino a mostrarci, dal basso verso l’alto, la figura in ombra del Conte.

 

 

 

Fitzcarraldo

 

Fitzcarraldo è un altro dei film improbabili di Werner Herzog, scritto e diretto per rispondere alla domanda

“A quale regista sano di mente verrebbe in mente di scalare una collina, nel bel mezzo della foresta amazzonica, con una nave?”.

 

 

Tra i sani di mente a nessuno, tra gli altri solo a lui.

 

Tralasciando questo piccolo dettaglio, la pellicola trasuda l’amore per la musica, in particolare per l’opera, condiviso da regista e compositore.

 

Fitzcarraldo, interpretato da Klaus Kinski, è un imprenditore di origine irlandese residente a Iquitos, in Perù.

Il suo sogno è quello di costruire un teatro dell’opera nella remota giungla peruviana e di ospitare il celebre cantante lirico Caruso per l’inaugurazione.

 

Nella sua ricerca di fondi viene però osteggiato dalla borghesia locale, tacciato di essere un sognatore e costruttore delle cose inutili, a causa di passati investimenti non andati a buon fine.

Fitz si rende conto di avere bisogno dei soldi derivanti dal commercio del caucciù. Gli unici terreni liberi sono però irraggiungibili via fiume.

 

Irraggiungibili per un uomo normale ma non per un visionario.

 

["A Verdi! A Rossini! A Caruso! Ma soprattutto al cuoco del suo cane!"]

 

 

La colonna sonora di Fricke è una miscela di arie operistiche (Verdi, Bellini, Puccini), tamburi e canti indios, e la classica musica cosmica dei Popol Vuh.

 

Anche qui, come negli altri precedenti lavori, i due amici riescono a sublimare le proprie idee artistiche in alcune scene strepitose.

Il finale, di cui non vi parlerò per non rovinarvi la sorpresa, e la scena dell’arrivo nella giungla della nave di Fitzcarraldo, la Molly Aida.

 

Qui l’equipaggio riceve un avvertimento dagli indigeni nella forma di un ombrello appartenuto ai missionari uccisi in passato dalla tribù.

Fitzcarraldo risponde all’intimidazione portando il grammofono sul ponte e suonando un disco di Enrico Caruso.

 

Come dice il principe Miskin dell’Idiota di Dostoevskij, “La bellezza salverà il mondo”, il tipo di bellezza capace di risvegliare, tramite il suono della melodiosa voce di Caruso, ciò che di divinamente buono alberga nel cuore di chi ascolta.

 

Come se fosse il negativo (in senso fotografico) di Aguirre, Fitzcarraldo utilizza la bellezza e l’armonia della musica come antidoto al caos della foresta.

 

 

 

Cobra Verde

 

Cobra Verde, adattamento del romanzo Il viceré di Ouidah di Bruce Chatwin, autore di In Patagonia e amico di Werner Herzog, tratta il tema della schiavitù dal punto di vista dei coloni e degli africani.

 

Ma è anche un racconto su un uomo solo che cerca disperatamente di sfuggire alla mancanza di significato che permea la sua esistenza accettando una missione suicida dall’altra parte dell’Atlantico.

 

 



La colonna sonora melanconica della prima parte di film ci introduce il bandito Cobra Verde, un personaggio solitario e temuto, triste e truce, il fuorilegge che ama una donna diversa in ogni luogo ma nessuna con il cuore.

 

Nella seconda parte però la musica cambia.

I tamburi ossessivi esaltano la nuova forza vitale ritrovata da un Cobra Verde che, per salvare se stesso e il suo commercio da schiavista, si scopre generale e si ritrova a combattere al fianco dei locali.

 

Nel finale il canto tribale di un inverosimile coro di monache sembra risvegliare l’uomo nascosto sotto il bandito.

 

 

 

 

Un uomo che realizzerà di avere contribuito a perpetrare una delle atrocità più gravi della storia.

 

“No, non è stato solo un inganno. È stato un crimine.

La schiavitù è un elemento del cuore umano”

 

Questa frase pronunciata dal bandito, durante l’ultima conversazione col capitano Pedro Vincente prima di brindare alla loro rovina, ci conduce alla toccante ultima scena in cui Fricke ritorna alla malinconia di inizio film e Werner Herzog ci delizia con uno dei finali allegorici più commoventi della Storia del Cinema.

 

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3 commenti

Morena Falcone

6 mesi fa

Innanzitutto complimenti per il bell'articolo ricchissimo di spunti.
Sento poi il dovere di ringraziarti per avermi fatto scoprire questi Popol Vuh, sono decisamente in sintonia con ciò che mi accompagna da sempre: ci ho sentito sonorità dei Genesis, dei Pink Floyd, c'è qualcosa dei Soft Machine e dei Caravan...
Approfondirò senz'altro! :)

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Morena Falcone
Grazie a te! Mi fa molto piacere, i Popol Vuh hanno tirato fuori dei grandi album, e lo stesso cofanetto con le colonne sonore per i film di Herzog per me è sempre un ascolto di livello. Comunque se apprezzi anche sonorità più prog, sempre dal krautrock, ti consiglio i Can che, a parte qualche pezzo di difficile digestione, sono anche loro top level.

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Morena Falcone

6 mesi fa

Yorgos Papanicolaou
Ho ascoltato Vitamin C nell’articolo e mi ha intrigato parecchio...approfondirò senz’altro anche loro!

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