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Gli 8 migliori documentari di Werner Herzog

Devo ammettere che - personalmente - non ho mai compreso l'arcano motivo per il quale, quando si parla di cinema documentario, otto interlocutori su dieci sbuffano, alzano gli occhi al cielo o, semplicemente, affermano 

"Nah, lasciamo stare, non mi piace".

Che la ragione sia legata a traumi infantili?

Troppe serate passate con mamma e papà a vedere su Discovery Channel Le donne del Reich senza avere la possibilità di cambiare canale?


Oppure la parola 'documentario' è indissolubilmente connessa alla noia provocata da piatte e monotone voci narranti che, sussurrando, ci svelano i dettagli sulla copula dell'ornitorinco pigrone durante la stagione degli amori?

Mistero della fede.

Ma veniamo a noi. 

A chi non avesse mai approcciato il cinema documentario di Werner Herzog (o chi lo ha solo sfiorato) chiedo di prestarmi un po' di fiducia quando dico: quelli del maestro tedesco non sono documentari tradizionali.
Avventuriero disilluso, cinico irremovibile, osservatore per indole e narratore sarcastico, il padre del "Nuovo Cinema Tedesco", in ogni suo lavoro non può - e non vuole - esimersi da prendere parte alle vicende che racconta, entrando in campo (sia fisicamente che ideologicamente) esprimendo il proprio pensiero su ciò che la macchina da presa sta riprendendo. 

Altro elemento caratteristico del cinema di Herzog è quello di contaminare i suoi documentari con fatti inventati - facendo quindi entrare in gioco una piccola parte di lavoro di sceneggiatura - e viceversa, girando film "a soggetto" basati su avvenimenti reali con modalità al limite del cronachistico (è il caso di L'alba della libertà con Christian Bale, pellicola ispirata alle vicissitudini dell'aviere Dieter Dengler, raccontate successivamente nel documentario Little Dieter needs to fly diretto dallo stesso Herzog).

In poche parole, in molte componenti dei suoi lavori il regista tedesco fa l'esatto opposto di quanto un documentario tradizionale, votato alla semplice cronaca degli eventi ripresi, dovrebbe fare.

 

 



Come se ciò non bastasse, gli oggetti dell'interesse di Herzog sono da sempre legati a contesti, avvenimenti e personaggi a dir poco interessanti e inconsueti. 
Dittatori africani cannibali, carcerati nel braccio della morte, vulcani pronti a esplodere, sopravvissuti a campi di prigionia vietcong, solo per fare qualche esempio.

Prima di passare alla classifica, ci tengo a precisare che selezionare solo 8 titoli è stata un'ardua impresa.

Ritengo infatti che la quasi totalità dei documentari del vecchio Werner sia di altissimo livello (ci sono solo un paio di lavori bollabili come "più deboli") e meritevole di essere vista.

Una tipologia di cinema, dunque, raccomandabile non al solo cinefilo, ma a qualsiasi essere umano dotato di empatia, vista la potenza, la poesia e la carica evocativa immani che vivono nelle pellicole di questo inesauribile e splendido regista.

 



Posizione 8


Happy People: A Year in the Taiga (2010)

La Taiga russa non è decisamente un posto facile in cui vivere.

Inferno di ghiaccio in inverno e incubo popolato da feroci zanzare in estate, con i suoi spazi infiniti la foresta boreale è la patria dei cacciatori di ermellini (detti 'Trappers' per la loro usanza di cacciare con trappole ideate dai loro avi). 

Herzog, nel film co-diretto con Dmitry Vasyukov, ci mostra le dinamiche della durissima vita degli abitanti della Taiga: uomini che trascorrono tutto l'anno in preparazione dell'inverno quando, con la tenacia e lo spirito guerriero dei loro nonni, si avventurano in solitaria nelle immense distese gelate, con l'ausilio di pochissimi utensili moderni utili per la caccia all'ermellino.

Musiche e paesaggi mozzafiato (come di consueto), il rapporto dei Trappers con i loro fidati cani e le dinamiche di vita nella Taiga sono gli elementi principali di questo eccellente documentario. 


Posizione 7

 

How Much Wood Would a Woodchuck Chuck (1976)

Girato in una comunità Amish della Pennsylvania dove si parla quasi esclusivamente una forma arcaica di dialetto tedesco (e già questa prima parte si meriterebbe un bel "WTF?!"), il film racconta l'evolversi di una gara di banditori d'aste.
O più precisamente: "Il campionato mondiale di banditori d'asta di bestiame" del 1976 (doppio "WTF?!").

Ecco.

So cosa potreste pensare a questo punto: "Non lo guarderò mai".


Resistete a questo impulso e verrete premiati da una visione inconsueta su un tema quantomeno straniante. I banditori, professionisti allenatissimi nel cosidetto 'auction chant' (canto d'asta), si cimentano in conduzioni d'asta fino all'ultima razzo-parola.


Il "canto d'asta", infatti, è una sorta di scioglilingua/cantilena ritmatissima, in cui i prezzi delle offerte e le descrizioni dei capi di bestiame sono ripetuti in continuazione da 'filler': frasi di riempimento enunciate a velocità elevatissima - senza un attimo di pausa - atte a mantenere alta l'attenzione dei compratori.

Oltre al tema della contrapposizione fra opposti (frequente nell'opera herzoghiana), in questo caso la comunità Amish che rifiuta il capitalismo e la competizione ma che cede a una gara di vendita, è interessantissimo il ragionamento che il film propone sul linguaggio e la ritmica lessicale.

Herzog affermò infatti di essersi interessato a questo contesto in quanto considerava l'auction chant

"L'ultima forma possibile di poesia, la poesia del capitalismo [...] un linguaggio estremo, bello e spaventoso allo stesso tempo".

La scelta della posizione n.7 è caduta su How Much Wood Would a Woodchuck Chuck seguendo un pensiero semplicissimo:

"Se un regista riesce a coinvolgermi in una gara di 'scioglilinguisti' che vendono manzi, facendomi partecipare e mettendomi nella condizione di scegliere quale sia il mio preferito perchè dotato di una 'cadenza' migliore, beh... allora è un fenomeno!"

 

 

Posizione 6


La grande estasi dell'intagliatore Steiner
(1974)

In un'epoca in cui il volo con gli sci - vista la scarsità dei sistemi di sicurezza e la poca affidabilità delle attrezzature sportive - sembrava essere più un folle passatempo per squilibrati con istinti suicidi piuttosto che uno sport, ci viene presentata la bizzarra figura di Walter Steiner.

Campione mondiale della disciplina nel 1974, 1979 e detentore del record modiale (179 metri di salto!) rimasto imbattuto per ben 5 anni, Steiner era anche un artigiano intagliatore e fabbricante di sci.

L'ammaliante rapporto del giovane campione svizzero con la sua realtà - fortemente legata alla sensazione inebriante del volo, alla dedizione e alla voglia di primeggiare nella disciplina - ci viene raccontata da Herzog per mezzo di ralenti  libidinosi accompagnati dalle (sempre straordinarie) musiche dei Popol Vuh, fra cadute rovinose e corvi addomesticati.

Semplicemente una perla.

"Il più grande saltatore che sia mai esistito"
(Werner Herzog su Walter Steiner)

 

 

Posizione 5

 


Encounters at the end of the world
(2007)

“The National Science Foundation had invited me to Antarctica, even though I left no doubt that I would not come up with another film about penguins”
[La National Science Foundation mi ha invitato in Antartide, nonostante io non abbia lasciato alcun dubbio sul fatto che non me ne uscirò con l'ennesimo film sui pinguini]

Dopo aver percorso palmo a palmo la foresta amazzonica e aver ripreso con le sue lenti i deserti arroventati di mezzo pianeta, Herzog, attirato dalle immagini subacquee registrate sotto il ghiaccio e inviategli da un suo amico ricercatore, sbarca in Antartide.

Come accade spesso nella visione herzoghiana, il Polo Sud viene raccontato dal regista come un luogo dominato da una sorta di "armonia del caos". 
Un territorio caratterizzato da forti contrasti: il silenzio delle distese ghiacciate - dove è possibile sentire il proprio cuore battere nella gabbia toracica - e l'orribile frastuono delle scavatrici della base americana di McMurdo; la sacralità delle profondità marine sotto il ghiaccio (il regista le paragona a delle cattedrali), dove si muovono mostruosi, bellissimi esseri primordiali e la grigia contaminazione delle costruzioni dell'uomo, dove ci sono addirittura "abomini" come sportelli bancomat e palestre.

Ci estingueremo. E andrà bene così.

In questi spazi sospesi nel tempo e nello spazio si muovono e vivono scienziati, filosofi, linguisti, chef, artigiani, tutti accomunati dalla stessa condizione di "sognatori di professione": uomini che hanno rifiutato - per un motivo o per l'altro - le proprie culture e la concezione tradizionale di "società capitalistica moderna", spingendosi sempre oltre nella mappa, confine dopo confine, fino ad arrivare a incontrarsi alla fine del mondo.

Encounters at the end of the world in tre parole? Poesia e veleno.
Imperdibile.

 

 

Posizione 4


Kinski, il mio nemico più caro (1999)

Klaus Kinski è stato "l'attore feticcio" di Herzog in quattro film che hanno consegnato i due all'immortalità cinematografica (Aguirre, furore di Dio; Nosferatu, il principe della notte; Woyzeck e Fitzcarraldo).

Eccentrico, bizzoso, irascibile ma fenomenale (non si può dire lo stesso delle sue qualità morali), Kinski ebbe un rapporto a dir poco burrascoso con il regista bavarese.

Sono famose le sue sfuriate nei confronti di Herzog e delle varie troupe (episodi mostrati anche nel film) e le leggende che aleggiano intorno ai due: una di queste vuole che il buon Werner abbia imbracciato un fucile minacciando di morte Kinski quando quest'ultimo voleva abbandonare le riprese di Fitzcarraldo.

Due artisti estrosi, straordinariamente simili e al contempo dissimili che, attirandosi e respingendosi vicendevolmente, crearono uno dei rapporti cinematografici più strani e interessanti della storia della Settima Arte.
Diversi anni dopo la morte dell'attore, Herzog ripercorre la nascita e lo sviluppo del loro rapporto - professionale e umano - basato sulla più che proverbiale dicotomia Amore/Odio.

Un documentario talmente interessante e ben costruito - negli espedienti narrativi, nei tempi, oltre che negli aneddoti raccontati - da essere più che funzionale e godibile anche per chi non abbia la più pallida idea di chi siano i due soggetti in causa.


Posizione 3


Paese del silenzio e dell'oscurità (1971)

Esiste un mondo - popolato da migliaia di persone - dove forme, luci e suoni non esistono. Provate a immaginare un'esistenza priva di musica o delle voci delle persone a voi care.
Senza la possibilità di vedere colori, alberi, paesaggi, film... nulla.


Un mondo di solitudine. Il paese del silenzio e dell'oscurità.

Se volete vedere come si vive una realtà del genere, scoprire quanto può essere tenace e combattivo l'essere umano e, perché no, farvi toccare il cuore da una narrazione genuinamente herzoghiana questo è il documentario che fa per voi.

Girato in un contesto sociale e assistenzialistico non acora completamente formato come quello della Baviera degli anni '70, il film racconta la difficile quotidianità delle comunità sordo-cieche dell'epoca.

Il primo documentario di un - giovanissimo - Werner Herzog è un diamante grezzo: si percepisce la rudimentalità dei mezzi tecnici ma anche l'enorme talento del regista tedesco.

Poetico, toccante, potentissimo.

 

Posizione 2


Grizzly Man (2005)

Timothy Treadwell, animalista convinto, visse in Alaska per 13 stagioni consecutive (dal 1990 al 2003) in mezzo a una delle bestie più pericolose del globo terracqueo: il grizzly.


Fermamente convinto di essere stato scelto dalla provvidenza come “paladino” di una specie a rischio di estinzione, Tim realizzò circa 100 ore di riprese della sua vita insieme alle mastodontiche creature in una cornice spettacolosamente ostile e selvaggia come quella del parco nazionale di Katmai, diventando nel corso degli anni una celebrità nazionale.

A due anni dalla prematura morte del giovane protettore degli orsi, Herzog montò il materiale girato da Treadwell commentandolo, alternandolo a interviste da lui realizzate agli amici e ai conoscenti del ragazzo, ricostruendo il turbolento percorso di vita di Timothy.

Abbiamo già detto che Herzog è particolarmente bravo a giocare sui contrasti.
Beh, il confronto - evidenziato nel film - fra il pensiero romantico di un folle ambientalista, profondamente convinto della bontà di madre natura con il cinismo feroce di un regista da sempre persuaso dall'idea che la vita sulla Terra sia scandita "non dall'armonia ma da caos, ostilità e omicidio" è assolutamente vincente e appassionante.

Grizzly Man è il film che ciascuno di noi dovrebbe vedere.

Vi farà innamorare.

(Se volete leggere un'analisi più approfondita in proposito, potete leggere qui il mio articolo dedicato al film)

 

 

Posizione 1

 

Apocalisse nel deserto (1992)

Appena terminata la Guerra del Golfo, gli iracheni di Saddam Hussein se ne andarono dal Kuwait facendo letteralmente "terra bruciata": nella ritirata diedero alle fiamme centinaia di pozzi petroliferi per non lasciare l'oro nero nelle mani degli americani.

Le immagini - spaventose e bellissime - che all'epoca fecero il giro del mondo attraverso i telegiornali e le suggestive fotografie di Sebastiao Salgado vengono riprese anche dall'obiettivo di Herzog che si recò nel deserto per catturarle con la sua macchina da presa.

In fase di montaggio il film prese una forma poetica e maestosa: con enorme distacco dai fatti rappresentati (i lavoratori impegnati nel domare le fiamme vengono chiamati le "creature", quasi come se a raccontare gli avvenimenti fosse un essere venuto da un altro mondo) la voce narrante di Herzog ci racconta - ora in prosa, ora in poesia - la fiammeggiante apocalisse a cui stiamo assistendo.

La consueta contaminazione fra realtà e fiction è fortissima anche in Apocalisse nel deserto: basti pensare che l'apertura del film è affidata a una citazione completamente inventata attribuita a Blaise Pascal.
Il film si struttura in tredici capitoli che raccontano lo spirito autodistruttivo dell'essere umano, la sua follia e come esse lo porteranno sulla strada del baratro finale.

L'accompagnamento musicale, come sempre nei lavori di W.H, è più che all'altezza dell'epica delle immagini: Wagner, Grieg, Prokof'ev, Schubert, Verdi e Mahler sono le scelte del regista.

Apocalisse nel deserto (in originale "Lektionen in Finisternis" = "Lezioni di oscurità") è semplicemente un film monumentale.

Nulla più, nulla meno.
Un confronto continuo fra pace e conflitto, musica e immagini, armonia e caos che, alla fine, si traducono in pellicola sublimando fino allo status di capolavoro.




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6 commenti

Sebastiano Miotti

2 giorni fa

Uno dei due "minori" è "Lo and Behold - Internet: il futuro è oggi"?

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Sebastiano Miotti

2 giorni fa

Questo signore vive il mondo e la fascinazione esattamente nel modo in cui lo vivo io ahah! Non potrei desiderare soggetti migliori.
Grazie mille per l'articolo!

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Nuriell

7 giorni fa

Apocalisse nel deserto l'ho visto ma nessuno degli altri, anche se non disdegno i documentari la maggior parte non riesce ad attrarre il mio interesse.

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Adriano Meis

6 giorni fa

Nuriell
Mi sentirei di consigliarti di insistere con W.H.
Magari ti ricredi 😉
Che ne pensi di “Apocalisse nel deserto”?

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Nuriell

5 giorni fa

Adriano Meis
Mi ricordo che mi piacque molto, era un periodo in cui i documentari li seguivo con più passione, se non erro lo vidi sottotitolato.

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Adriano Meis

4 giorni fa

Nuriell
Per tua fortuna! Un documentario di Herzog senza la sua voce narrante non è un documentario di Herzog! Questa è una cosa che non ho scritto nell’articolo...la parte di speakeraggio è parte integrante e fondamentale del “pacchetto” 😁

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