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La poesia nel documentario: Encounters at the end of the world

I documentari di Werner Herzog si tengono in equilibrio tra la fiction e la realtà.

Il film diviene il mezzo per esplorare una realtà che trascende il mero fatto, la “verità estatica” che si cela dietro ad una natura pulsante, indifferente, caotica e mortifera, ma tanto affascinante, che custodisce in se l’archè stesso dell’esistenza. 

 

“The National Science Foundation had invited me to Antarctica, even though I left no doubt that I would not come up with another film about penguins”

 

 



 

"My questions about nature, I let them know, were different.

I told them I kept wondering why is it that human beings put on masks or feathers to conceal their identity?

And why do they saddle horses and feel the urge to chase the bad guy? And why is it that certain species of ants keep flocks of plant lice as slaves to milk them for droplets of sugar?

I asked them why is it that a sophisticated animal like a chimp does not utilize inferior creatures?

He could straddle a goat and ride off into the sunset." 

[Werner Herzog]

 

Il documentario del 2007 Encounters at the end of the world non fa eccezione.

Scienziati, filosofi, linguisti in una terra senza lingua ma anche avventurieri nel senso più puro del termine, rischiano tutto per incontrarsi alla fine del mondo: l’Antartide.

Più precisamente nella stazione americana di McMurdo.

 

L’Antartide è un luogo così silenzioso da poter sentire il rimbombo del battito cardiaco nella cassa toracica.

 

L’Antartide è un continente vivo, pare che respiri, che borbotti continuamente, un continente ribelle, non colonizzabile, un continente che ricorda ancora all’uomo che è solo un minuscolo ingranaggio in quella macchina che si chiama natura.

Herzog non fa a meno di ricordarci, al termine del film, che l’essere umano è destinato a perire, fagocitato dallo stesso meccanismo su cui si è eretto vincitore.

 

Emblematici quanto ironici nel documentario sono gli uomini al corso di sopravvivenza, incapaci di gestire una simulazione di una tempesta sotto un sole da cartolina.

 

 

 

 

 

Gli esseri viventi sono vulnerabili rispetto al caos: disorientati come i pinguini che abbandonano il branco per dirigersi verso l’entroterra da cui non faranno mai ritorno o come lo studioso di questi stessi che si è lasciato sopraffare dal silenzio assordante del ghiaccio.

 

Così come lo spazio, il regno dei ghiacci racchiude in sé il segreto dell’evoluzione.

Frequentemente gli scienziati scoprono nuovi organismi monocellulari che popolano l’abisso, protetti da un mondo aggressivo, viscido, tentacolare, in cui non c’è possibilità di rivalsa del più debole sul più forte.

 

Viene esposta un’ironica teoria: se è vero che la vita nasce dal mare l’essere umano, o meglio il suo antenato più antico, è piombato sulla terra perché è stato abbastanza veloce a scappare dal mare, veloce abbastanza per non venire inglobato irrimediabilmente nell’abisso.

 

 

 

 

 

Riprese subacquee meravigliose si susseguono una dietro l’altra in sequenze fortemente liriche: la bellezza passa attraverso la curiosità, l’inquietudine, la paura e, a sua volta, dalla bellezza nasce l’estasi.

Il sublime necessita di domande giuste, che non necessitano sempre di risposte ed ancor meno di risposte immediate.

 

Secondo Herzog i luoghi estremi della terra, come l’Antartide o l’Everest, dovevsno continuare a restare delle domande: scoprire ogni luogo del mondo, sdoganarlo e renderlo teatro circense dei Guinness World Records è come strappare all’umanità il suo intrinseco spirito d’avventura.

 

Gli uomini e le donne che popolano l’opera dirigendosi alla fine del mondo sono sognatori, studiosi, insaziabili curiosi, audaci ed incoscienti, Herzog si adatta perfettamente in quella comitiva variopinta di ricercatori della verità, viaggiatori nel tempo, nello spazio e nelle idee per vocazione ancor più che per scelta.


Vi lascio con le bellissime parole di questo filosofo bulgaro che si trova a McMurdo come autista di mezzi pesanti:


“It's a long story.

I've explored many different lands of the mind and many worlds of ideas, and I started before I even knew how to read and write.

 

My grandmother was reading The Odyssey and The Iliad to me, so I started my journey in my fantasy, before I even knew the means of accomplishing it, but my mind and my psyche was ready for it.

I was already traveling with Odysseus and with the Argonauts and to those strange and amazing lands, and that always stayed with me, that fascination of the world, and that I fell in love with the world.

 

And it's been very powerful and has been with me this whole time”

 

 

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5 commenti

Matteo G

1 anno fa

Il documentario di Herzog è straordinario, consiglio a chiunque di vederlo,e questo articolo che  condivido appieno rafforza il mio consiglio.

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Il documentario inizia e lo spettatore non vede l'ora di ammirare la natura incontaminata dell'Antartide come su National Geographic. Herzog ti fa vedere subito vedere scavatrici, una base che sembra un cantiere e passa quasi metà film a indagare sui personaggi che la abitano.
Werner ❤️ 

Poi c'è anche la natura incontaminata, i ghiacci, gli abissi e i pinguini...

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Lorenza Guerra

1 anno fa

Yorgos Papanicolaou
E l'ironia sottile di Herzog su tutto questo

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Lorenza Guerra
Davvero, quando fa le interviste è un equilibrista

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