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Arrival: fantascienza intimista e potere del linguaggio

“La nostra analisi della natura segue linee tracciate dalle nostre lingue madri. Le categorie e le tipologie che individuiamo nel mondo dei fenomeni non le troviamo lì come se stessero davanti agli occhi dell'osservatore; al contrario, il mondo si manifesta in un flusso caleidoscopico di impressioni che devono essere organizzate dalle nostre menti, cioè soprattutto dai sistemi linguistici nelle nostre menti. Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo le attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che resta in piedi all'interno della nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua…”.

 

Così scriveva nel suo libro Benjamin Whorf, noto linguista e antropologo americano, che insieme al suo maestro Edward Sapir diede vita a uno dei più famosi assiomi linguistici di sempre, la Sapir-Whorf Hypothesis, secondo cui il nostro modo di esprimerci e comunicare, in tutte le forme e modalità, determina il nostro modo di pensare; è quella che viene comunemente riassunta come ipotesi della relatività linguistica. 

 

 

 

In base a tale principio teorico si può ad esempio dedurre, nella sua forma più estrema, che gli appassionati di cinema dispongano di un ricco vocabolario cinefilo e di buone capacità di analisi filmica, che renderebbe diverso il funzionamento della loro mente rispetto a quella di tutti gli altri. 

 

Il medesimo esempio può essere fatto sostituendo gli esperti di cinema con gli appassionati di pittura, con i nuotatori professionisti o con i musicisti di una rock band. 

 

Non conta tanto la “categoria” di appartenenza quanto il fatto che, in ogni caso, la lingua abbia un potere di influenza e controllo sul cervello umano, nonché la capacità di condizionare la visione del mondo.

 

 



In Arrival questo concetto viene portato alle estreme conseguenze.

 

Conoscere e comprendere per quanto sia possibile la teoria di Sapir-Whorf è requisito fondamentale per poter prendere confidenza con l’opera del talentuoso Denis Villeneuve, al fine di apprezzarla al meglio.

 

Sono gli stessi personaggi della storia, la dottoressa Louise Banks e il dottor Ian Donnelly a parlare dell’assioma linguistico sopracitato nello scambio di battute più importante di tutta la pellicola; un modo come un altro per offrire indizi allo spettatore, ma mai risposte esplicite. 

 

Ci sono film talmente ambiziosi che non possono fornire tutte le spiegazioni necessarie alla loro comprensione, perché se lo facessero risulterebbero come schiacciati sotto il peso della loro stessa grandezza. Per cui pongono quesiti e offrono spunti di riflessione, lasciando al pubblico lo stimolante compito di unire tutti i fili. 

 

Arrival è uno di questi film.

 

La differenza tra Interstellar e Arrival, che a mio avviso pone il secondo in una posizione maggiore rispetto alla comunque meritevole pellicola di Christopher Nolan risiede proprio in questo punto: Interstellar fornisce tutte le soluzioni possibili, Arrival le sussurra appena.

 

Interstellar spiega, Arrival mostra.

 

 

 

L'opera di Villeneuve non è una storia autoconclusiva, con un inizio, uno sviluppo e una fine; no, la storia di Arrival può essere la storia di ognuno di noi, che nasce sul grande schermo, ma che prosegue anche dopo l'uscita dalla sala e che proseguirà nei giorni a seguire.

 

Quando durante i titoli di coda ti rendi conto di avere la bocca semi-spalancata e gli occhi che non accennano a distogliere il loro raggio dalle immagini, allora puoi dire di aver appena assistito all'ennesima magia del cinema.

 

Arrival è Cinema.

Può essere ascrivibile a un genere preciso? Beh sì: è fantascienza.

Ma che tipo di fantascienza? Sicuramente non quella a cui siamo abituati di solito.

 

È lo sci-fi che aspettavamo da tanto tempo, quella fantascienza intimista all'interno della quale solo i registi maggiormente dotati riescono a muoversi con disinvoltura. 

 

C'erano già riusciti Duncan Jones nel 2009 con Moon e Alex Garland nel 2015 con Ex Machina, ma qui Villeneuve si spinge ancora oltre e dà il definitivo colpo di grazia, bruciando materiale per almeno una decina di altri progetti futuri aventi a oggetto lo stesso tema.

 

Cosa dire di questo regista canadese... trovare un suo miglior titolo che si erga sopra tutti gli altri in modo netto inizia a essere un'impresa ardua.

 

 



Non si contano i simbolismi sparsi per tutto il mosaico; a cominciare dal nome palindromo della piccola Hannah, figlia di Louise, secondo un concetto di circolarità che verrà ripreso in diversi segmenti della narrazione - emblematico il finale, con l'inquadratura del lago su cui si affaccia l'abitazione della protagonista, che costituiva già il punto di partenza del racconto - passando poi per la non afferrabilità del tempo, un qualcosa che trascende la nostra comprensione del reale e del tangibile.

 

Che i concetti di inizio e fine si mescolino lungo tutto Arrival fino a confondersi, e che la stessa definizione ordinaria di tempo ne esca stravolta lo si intuisce da diversi frasi pronunciate dalla protagonista; da due in particolare, che sono dotate di un significato letterale inverso rispetto alla loro collocazione nell’intreccio e che compongono dunque uno straordinario ossimoro figurato.

 

La prima frase a cui mi riferisco è nell’incipit:

“E questa è stata la FINE” 

 

La fine nell’incipit, ecco il primo ossimoro.

Così afferma Louise proprio a inizio della pellicola, poco prima che ci venga mostrata la figlia malata, sul punto di morire. Il doppio significato è cristallino; si intende sia la fine della malattia e quindi della vita della bambina, oltre che della sua (che da quel momento cambierà per sempre), sia il vero e proprio termine del film.

 

La seconda, com’è facile immaginare, è nell’epilogo, quando le ultime parole di Louise sono dedicate di nuovo ad Hannah, come successo all’inizio:

“La tua storia è INIZIATA quando sono partiti” 

L’inizio nell’epilogo, il secondo ossimoro.

 

Di nuovo, è il cerchio che si chiude nel modo più armonioso possibile.

 

Il racconto circolare del film, dunque la forma della narrazione costituisce anche lo stesso oggetto della storia, dunque il suo contenuto; è come se l’aspetto diegetico ed extradiegetico della pellicola si incontrassero e si trovassero per coincidere.

Ma su questo punto tornerò più avanti.

 

Si diceva del cerchio.

In geometria piana, la figura del cerchio è costituita da un insieme infinito di punti; stando così le cose, come può esistere davvero un inizio e una fine?

"Ma ora non so più se credo esista un inizio e una fine”, dice Louise. 

 

Attenzione alle parole, viene utilizzato il verbo credere non a caso.

A cosa crede lei? Qual è la sua percezione del tempo?

Questo è un punto fondamentale: quando cresci immaginando il tempo come una linea retta, che collega il mare alla montagna, un punto X a un punto Y, il passato al futuro, come puoi immaginare, da un giorno all'altro, che quella strada rettilinea assuma le sembianze di una ruota? 

 

Solo allora ti accorgerai come non sia il mondo a cambiare, ma solo la tua percezione del reale.

 

 



Ma qual è il fattore scatenante, la scintilla che provoca nel personaggio di Amy Adams e nello spettatore il cambiamento di prospettiva?

 

Si parlava all’inizio del potere della lingua. 

Durante la sua lezione universitaria, Louise afferma che la lingua è espressione dell'arte.

 

Questo è uno dei concetti chiave espressi lungo tutto il racconto: la lingua intesa non solo come mezzo di comunicazione, ma soprattutto come rappresentazione/sostituzione del popolo; è il collante della civiltà, ciò che tiene assieme una nazione nonché la prima arma che si sfodera in un conflitto.

Da qui, l’esigenza del governo americano di far entrare in gioco l’esperta dottoressa per entrare in comunicazione con i visitatori.

 

Louise Banks è la personificazione della comunicazione verbale e gestuale, tanto quanto il dottor Donnelly, fisico teorico, lo è di quella scientifica.

Il contrasto tra i due mondi, quello del linguaggio e quello della scienza presente sottotraccia lungo tutti i centoventi minuti nei dialoghi e nelle azioni dei personaggi, trova qui una sua prima esplicitazione.

 

Tutti si aspettavano che sarebbe stata la matematica il punto di incontro tra le due civiltà (come lo è stato nel film Contact, ad esempio); invece è interessante notare come siano gli stessi alieni ad accogliere l'invito di Louise e a usare dunque una propria forma di linguaggio, suggerendo così la supremazia della lingua sulla scienza come fondamento della nostra società.

 

Il personaggio della Adams dà voce a questa idea: lei per prima, infatti, sosteneva sin dal principio la necessità di cercare un dialogo con la razza aliena, ancora prima di gettare loro in faccia dei calcoli matematici. Come a dire: a cosa ti serve la scienza quando hai già a tua disposizione l’arma più efficace di tutte le altre, da sfoderare in un qualunque confronto?

 

La domanda da parte del colonnello Weber

"Avete trovato una spiegazione scientifica a questo?”, con riferimento all’abbassamento improvviso di ossigeno nella cabina dell’astronave e la conseguente risposta negativa non fanno altro che riaffermare quanto già scritto sopra: la scienza non sarà in grado di fornire alcuna risposta.

 

A questo punto, Arrival comincia a schierarsi un po' di più; la priorità diventa far capire agli esseri alieni il nostro modo di comunicare e a nostra volta apprendere il loro.

La scienza è stata già messa da parte.

 

Ed è assolutamente necessario che questo accada; perché in Arrival tutto si spinge all’estremo, là dove la scienza da sola non basta più - non può bastare - a sciogliere i nodi narrativi.

Di cosa parliamo quando parliamo di fantascienza, dopotutto? 

 

 

 

 

Il regista però non si ferma qui; come già accennato, il suo è uno sci-fi squisitamente atipico. 

 

Quando Louise, una volta entrata nell’abitacolo spaziale e trovatasi faccia a faccia con gli eptapodi (battezzati così per il numero di arti di cui sono provvisti: sette) si toglie la tuta dicendo

"Devono vedermi”, ecco: è in quel preciso momento che si sostanzia il lato umano della fantascienza di Villeneuve.

La persona che ha maggior rilievo della scienza, la parola che vince sul numero. 

 

È così che deve avvenire la presentazione "ufficiale", mettendo in comunicazione i propri corpi; il sovrapporsi della mano della donna sul tentacolo alieno rappresenta quindi il primo, vero e proprio contatto fisico tra i due esseri senzienti.

 

Dopotutto, la stretta di mano è da sempre la forma primordiale di saluto e conoscenza in ogni interazione umana.

Quell'approccio sarà l’inizio del legame che si instaurerà tra i due comunicatori e che consentirà a Louise di recepire il potere di salvare il mondo.

È quello che la razza aliena vuole offrire ai terrestri: un’arma, intesa come possibilità di evitare l’estinzione.

 

Quante volte diciamo "Ah, se potessi tornare indietro nel tempo e fare la scelta giusta".

 

Almeno sulla Terra, con la cognizione del tempo che possediamo, sappiamo con certezza che questa cosa non è e non sarà mai possibile. 

Gli alieni aggirano allora il problema: mostrare agli uomini il futuro oggi, piuttosto che portarli indietro nel tempo domani, quando sarà troppo tardi.

 

L’arma offerta dagli alieni è la propria facoltà comunicativa, apprendendo la quale si riesce a concepire il loro concetto di tempo e, di conseguenza, a concretizzarlo in una possibilità, in un dono. Il dono di aprire, figurativamente parlando, un varco nel cerchio dello spazio-continuum, per permettere alla mente umana l’ingresso e uno sguardo nuovo, proiettato in avanti.

Scoprire il futuro significa guardare i propri errori, per comprenderli ed evitare quindi di (ri)commetterli.

 

Si ritorna allora prepotentemente all’ipotesi di Sapir-Whorf con cui ho aperto l’articolo: se è vero che la lingua che parli determina il tuo modo di pensare, allora è altrettanto vero che, studiandone una nuova, è come se il tuo cervello subisse una decodificazione.

 

Se ti immergi in una lingua straniera, di fatto puoi riprogrammare la tua mente e il tuo modo di vedere le cose.

Il linguaggio che incide sulla visione delle cose. 

 

Questo è il motivo per cui Louise assimila il potere di guardare nel futuro: iniziando a dialogare, utilizzando lo stesso strumento degli alieni (le parole come cerchi) e a comprendere il loro linguaggio, la donna riesce a concepire il tempo come dimensione circolare, una linea chiusa senza un inizio e una fine ben precisa; caratteristica unica, che renderà possibile il ponte tra l’oggi e il domani (non solo tra l’oggi e ieri), con il conseguente ampliamento del raggio visivo. 

 

 



Ma come avviene nella pratica un processo del genere?

 

La scrittura degli eptapodi è semiagiografica: consistendo e sviluppandosi per immagini essa non rappresenta suoni, bensì concetti, e a differenza del linguaggio umano appare quindi svincolata dal tempo. 

 

Esattamente come l’astronave e i corpi fisici, anche la loro lingua scritta non implica una direzione in avanti o indietro, ma ha senso solo se la si immagina in maniera circolare; la cosiddetta ortografia non lineare.

 

Questo solleva il quesito cardine della storia:

"È così che pensano?".

 

La scrittura degli alieni è evoluta, perché in grado di trasmettere in un paio di secondi un messaggio articolato, che per la nostra scrittura richiederebbe più tempo.

Se ci facciamo caso, nel linguaggio umano la scrittura di una frase richiede in effetti tre fasi: il pensiero, la formulazione e la sua corretta trasposizione su carta; e ogni loro singolo segmento contiene decine e decine di parole del nostro vocabolario.

 

Per quello gli eptapodi sono esseri avanzati: riescono a trasmettere con un simbolo quello che noi esprimeremmo con un periodo complesso. 

Recepire l’elevato grado evolutivo del loro modus comunicandi significa allora porsi al loro stesso livello, assimilare le medesime esperienze e pensare nello stesso modo, cosa che in concreto comporterà per Louise, l’essere ricevente, la capacità di prevedere gli eventi futuri.

 

Le visioni che appaiono alla donna avvengono sotto forma di sogno e per questo, almeno all’inizio, lo spettatore fa fatica a credere alla loro attendibilità; anzi, è ancora convinto che riguardino momenti del passato, come fossero normali flashback.

 

Qui si inserisce un ulteriore fattore di riflessione.

 

Se ci pensate bene, quando si studia una lingua straniera, che si tratti di inglese, tedesco o arabo, dicono che il momento in cui uno inizia davvero possederla e riesca a entrarci in confidenza è quando inizia a sognare con essa. 

 

Lo stesso Ian, a un certo punto della storia, chiede a Louise

"Stai sognando nella loro lingua?”.

 

È così che avviene la mutazione del suo cervello: Louise sogna, e sognando pone il suo sguardo avanti nel tempo.

È la prova definitiva di come abbia raggiunto il massimo grado di confidenza linguistica con la razza aliena.

 

Accettando il viaggio, Louise accoglie necessariamente tutti i momenti che lo compongono, anche quelli più tragici e personali (disperazione, morte).

 

 

 

 

Perchè i visitatori decidono di offrirci questo dono?

Per permetterci di salvarci, rafforzando una sempre più fragile unione di specie.

 

Gli alieni, prima o poi, avranno bisogno del nostro aiuto (per fare cosa, non ha nessuna importanza ai fini dell’analisi) e torneranno sulla Terra per far sì che si realizzi lo scambio di favori; per questo oggi vogliono fornirci tutti i mezzi possibili per poter noi stessi raggiungere un nuovo ed elevato grado di evoluzione, che implica anzitutto un nuovo equilibrio geo-politico.

 

Trovo molto interessante questo aspetto di solidarietà umana, della cooperazione globale tra popoli vista come tramite per la pace mondiale; un topic quanto mai attuale, che suggerisce come il vero avanzamento evolutivo della specie umana possa avvenire solo se l’uomo si mostra ben disposto a dialogare con l’uomo.

 

Ecco che allora la collaborazione scientifica tra le diverse nazioni assume un profondo significato sociale: nelle dinamiche di Arrival non interessa tanto la vita nello spazio, quanto quella sulla Terra.

 

Per questo il protagonista non può essere considerato l’essere alieno, bensì quello umano, in una dimensione più universale possibile; sotto questo punto di vista noto un limpido parallelismo con l’Odissea kubrickiana.

 

È una cosa che risulta evidente anche dallo svolgimento dei fatti all’interno del guscio alieno; come avrete notato, tutto ciò che succede nell’abitacolo spaziale davanti al vetro dipende esclusivamente da Louise e Ian. 

 

Un’idea, questa, che sembra tra l’altro contrastare con la scelta del titolo del film, Arrival, che pone invece l’accento sulle navicelle aliene e il loro atterraggio su suolo terrestre. 

Contrariamente a quanto suggeritoci, l'arrivo delle navicelle non viene nemmeno messo in scena (il film inizia già nel bel mezzo dell'emergenza globale).

 

Perchè una così singolare scelta?

Per aumentare il senso del mistero, quello è scontato, ma essenzialmente le navicelle hanno un'importanza relativa, perché la loro presenza, come già accennato, è funzionale a quella che è l'effettiva trama del nostro racconto (e non viceversa); una trama che non vede infatti come protagonista l'alieno appunto, ma l'uomo nella sua accezione più ampia.

 

 

 

 

L'arrivo sulla terra degli oggetti non viene enfatizzato, così come non lo è la loro "dissoluzione", che avviene infatti abbastanza rapidamente, quasi come se fino a quell'istante non fossero mai esistiti concretamente.

 

Conta quello che succede nel mezzo: la scelta di un ricevitore, nella persona di Louise, la più adatta a fornire un ponte linguistico tra i due mondi e la conseguente trasmissione del dono. 

E la missione è completata.

 

Ritorneranno?

Probabilmente sì, in qualche migliaio di anni, e troveranno una razza umana migliore, unita, più evoluta, che ha imparato dai propri errori; perché li ha visti. 

 

Alla fine di tutto, risulta chiaro come gli alieni fungano dunque da MacGuffin: sono l'espediente narrativo utilizzato per mettere in scena un racconto che è universale.

 

In effetti, il titolo originario di Arrival era Story of Your Life, come il racconto di Ted Chiang da cui è tratto, dove quel "Your" ha la stessa valenza generica che sottolinea Louise, quando tenta di spiegare alla lavagnetta la difficoltà di un dialogo con gli invasori, che non sia suscettibile di incomprensioni.

 

“What is YOUR purpose on earth?" 

 

Quel "Your", così come nel film non poteva che essere rivolto all'intera razza aliena e non solo a Tom e Jerry (i due eptapodi così ribattezzati con cui Louise instaura il rapporto), allo stesso modo, fuori dal film, è un qualcosa che riguarda tutta la specie umana, senza distinzioni di singoli individui.

 

 



"Ci sono giorni che determinano la tua storia al di là della tua vita” 

In questa battuta di Louise si concentra tutta la carica filosofica di cui è permeata l’opera di Villeneuve.

 

Cos’è la storia? Cos’è la vita?

 

La storia che si determina al di là della vita significa che quello che è successo è talmente grande da trascendere la stessa esistenza umana.

Ciò che è successo alla protagonista non è avvenuto nella sua vita, ma mentre lei era occupata a vivere; è qualcosa di esterno a essa, da qui l’uso specifico della locuzione avverbiale “al di là” (di là da un luogo, dall’altra parte).

Il confine è labile, ma esistente.

 

Quello che almeno all'apparenza potrebbe sembrare un anelito pessimistico (la consapevolezza di perdere una figlia nel vicino futuro e l'estinzione di massa del genere umano in quello lontano) è l'ennesimo artificio del regista, volto a sottolineare come il vero messaggio di fondo sia ancora una volta la speranza, l'emozione umana per antonomasia, che nelle dinamiche della storia si traduce con l'accettazione di un avvenire tragico.

 

Perché alla fine, all'ipotetica domanda di Louise

"Cosa faresti se conoscessi già l'evolversi della tua vita?", la risposta non potrebbe essere che una, sempre la stessa, per ognuno di noi:

"Continuerei a vivere". 

 

E solo l'accettare l'idea che un giorno o l'altro possa morire tra le tue braccia una persona cara come può esserlo una figlia, non costituisce già di per sé la più grande dimostrazione della vittoria della vita, su tutto il resto?

 

Arrival pone il dubbio, noi rispondiamo.

 

Chi lo ha scritto

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69 commenti

Arianna

1 anno fa

Film immenso, bell'articolo!

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Giuliana Zaccarini

1 anno fa

Finalmente un articolo con cognizione di causa, ricco di riflessioni e spunti interessanti. Purtroppo resto della mia idea che questo sia un film sopravvalutato, ma con il tuo articolo mi hai fatto notare cose che mi erano sfuggite, facendolo salire di gradimento. Forse mi hai convinta a riguardarlo. Grazie

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Danilo Canepa

1 anno fa

bell'articolo e soprattutto ottimo film

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Francesco Amodeo

1 anno fa

Sempre brillante, sia DV che il nostro Pier

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Ottimo articolo 👏

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Emanuele Antolini

1 anno fa

Bellissimo articolo, per un film che rende un po' di giustizia a noi studenti sempre presi per il culo di scienze della comunicazione.

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Emanuele Antolini
Ma il linguista non è una cosa un pò diversa?

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Emanuele Antolini

1 anno fa

Emanuele Cortellini
Bè è uno degli sbocchi professionali che offre scienze della comunicazione, almeno nella mia sede a Verona, studiamo linguistica e tutte le branche che ne derivano.

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Andrea Mazziotta

1 anno fa

Veramente un bellissimo articolo.Gli spunti di riflessione che effetivamente offre il film sono diversi, tutti molto interessanti e alcuni sono presentati in modo abbastanza originale.
Se a questo ci aggiungiamo delle ottime interpretazioni,un aspetto visivo veramente notevole(dalla regia alla fotografia,passando per l'eccezionale design delle navi aliene e degli alieni stessi) e una colonna sonora molto interessante,la pellicola ha tutte le carte in regola per essere il miglior sci-fi degli ultimi 15 anni.
Non sono sicuro che lo sia perchè ci sono pellicole come Moon e I figli degli uomini che ho apprezzato moltissimo.Però sono d'accordo con te su 'Interstellar'.Il voler spiegare a tutti i costi tutto è veramente un grosso limite del film.

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Pierluca Parise

1 anno fa

Andrea Mazziotta
Grazie!
Moon mi è piaciuto moltissimo, ma lo trovo meno ambizioso del film di Villeneuve.
Hai fatto bene a citare comunque la colonna sonora, è fantastica; dispiace per Johannsson.

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Sebastiano Miotti

1 anno fa

Che lavoro Pier!

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Pierluca Parise

1 anno fa

Sebastiano Miotti
Come ben sai Seba, il mio amore per regista e attrice protagonista mi imponevano il massimo impegno ;)

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Vanessa Ratazzi

1 anno fa

Bellissimo articolo, molto illuminante. Arrival l'ho preferito a La La Land e Moonlight di gran lunga.

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Alessio Bruno

1 anno fa

Gran bell'articolo! A mio avviso il miglior film degli ultimi anni, senza differenze di genere. Villeneuve ha creato un classico istantaneo.

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Drugo

1 anno fa

Un articolo fantastico per un film fantastico

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Pietro Figura

1 anno fa

Da linguista devo dire di aver trovato il film... poco linguistico :D Vengono messi in scena i primi tentativi, quelli più difficili, con gli alieni, ma dopo diventa tutto molto più veloce, troppo, e non ho trovato battute che spiegassero sufficientemente i fenomeni più del linguaggio che linguistici. Ma in realtà va bene così, i dialoghi menzionati nell'articolo sono quelli fondamentali e sono le chiavi di lettura, perché il tema non è una lezione di linguistica, ma tutto quello che hai menzionato e su cui mi trovo d'accordo.

P.S. sognare in una lingua totalmente diversa dalla tua è un'esperienza davvero particolare :)

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Sebastiano Miotti

1 anno fa

Pietro Figura
Ti consiglio di molto di leggere il racconto da cui è tratto. Gli approfondimenti linguistici, pur da profano, li ho trovati interessantissimi

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Pietro Figura

1 anno fa

Sebastiano Miotti
Grazie del consiglio, me lo segno tra le prossime letture :)

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Leonardo Loraschi

1 anno fa

Ottimo articolo. Mi ha convinto a riguardare il film!

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HAL9000

1 anno fa

uno dei film di fantascienza più belli degli ultimi anni.

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Davide Sciacca

1 anno fa

In un film non avrebbe mai funzionato e anche nel racconto (che è molto breve, recuperatelo!) di Ted Chiang viene posto poco accento su questo particolare, pero' mi è molto piaciuto anche il breve lato scientifico della vicenda.
Si coglie brevemente che ci sono stati tentativi di comunicazione con la matematica, ma apparentemente non la concepiscono come noi: si dice spesso che una delle prime cose con cui cercheremmo di comunicare con gli alieni sarebbe la serie dei numeri primi perché universali.

L'altra cosa che per un insider della fisica come me è interessantissima è il loro modo, appunto, di descriverla. Anche noi abbiamo due modi, ma ci viene naturale utilizzarne uno, per come concepiamo linearmente il tempo e i concetti di causa ed effetto: abbiamo un'equazione che ci dice come si muove una massa nel tempo se gli si applica una forza (leggi di Newton), e varie altre equazioni che legano sempre la presenza di un qualcosa (una carica, una massa, eccetera) alla forza da essa generata. Causa, effetto, un prima e un dopo. Si puo' guardare il tutto da fuori, il moto nel suo complesso, ma un prima e un dopo sono facilmente distinguibili e divisibili.

Esiste anche un altro modo di descrivere la fisica: viene detto il principio di minima azione o principio di Hamilton. In parole povere, dice che tra vari cammini possibili la Natura scegliera' sempre il cammino più vantaggioso. In parole più matematiche, si puo' collegare ad ogni sistema questa grandezza, detta appunto azione, che lega principalmente energia e tempo, e cio' che succede (la traiettoria seguita dai corpi) tende naturalmente a seguire la strada che minimizza questa azione. E' un principio strano da interiorizzare, perché spesso e volentieri se si guarda il moto nel suo complesso, con un corpo che si sposta da A a B, si potrebbe pensare che il cammino più vantaggioso sia andare in linea retta. Quasi mai lo è, ma nel dire che si spende un'azione minima per andare da A a B sembra quasi sottointeso che si sapesse già di dover arrivare a B. I raggi di luce invece non hanno certo in mente una direzione quando partono. Sembra più matematica che fisica: sembra di guardare soltanto le cose da un "fuori" non ben definito, come se tutto cio' che accade stia su un pezzo di carta, in cui prendi due punti, fai un po' di calcoli, vedi il cammino meno dispendioso e suggerisci alla Natura di seguirlo perché ci guadagna. E la Natura, incredibilmente, lo segue davvero. Ed è cosi' che in effetti descrivono la fisica i visitatori di Arrival: non tramite forze che generano moti, il che richiede di concepire un prima e un dopo, ma tramite il principio di minima azione, che appare come una vista di insieme, fuori dal tempo.

E', come dicevo, difficile da inserire un film, è solo brevemente citato in un discorso di Connelly che ispira parzialmente Louise, pero' sono rimasto affascinato dal fatto che Chiang abbia creato una specie che ragiona coerentemente a tutto tondo, anche nella propria concezione dell'universo.

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Pierluca Parise

1 anno fa

Davide Sciacca
Spunto molto interessante!

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Teo Youssoufian

1 anno fa

Davide Sciacca
ma che storia, davide mi hai aperto un mondo con il principio di Hamilton! 😮 

 (che poi fa anche sorridere pensando a Lewis Hamilton, ma questa è una cazzata) 😁

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Davide Sciacca

1 anno fa

Teo Youssoufian
Grazie a entrambi! Beh si il principio di Hamilton è uno dei capitoli più interessanti della fisica, ancora mi stupisco che Chiang ne abbia parlato in sole 30-40 pagine :) uno dei fisici più importanti dello scorso secolo, e anche il più cazzone, ovvero Richard Feynman, è riuscito pure a riscrivere tutta la meccanica quantistica 20 anni dopo gli albori attualizzando questo principio alle nuove scoperte. Sembra davvero poter descrivere tutto.

Riguardo a Lewis... beh sono stati entrambi precoci nei loro campi ahahaha. Non sarebbe stato pero', da irlandese, contento di essere associato a un britannico 😂

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Lu

1 anno fa

Davide Sciacca
Fantastico leggere il tuo commento...il passaggio dal concetto "assoluto" di scienza a quello di una visione relativistica credo sia alla base di tutte le teorie più interessanti - compresa questa - e lo trovo eccitante, spiazzante e meraviglioso, una continua vertigine!

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Cristina Viscione

1 anno fa

Davide Sciacca
Che bello leggere questi commenti! Io adoro questo nostro (posso dire nostro?) "social network" (posso dire social network?). Finalmente leggo dei post intelligenti e dei commenti intelligenti! Questa è fantascienza.. fa un baffo ad Arrival😂

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Davide Sciacca

1 anno fa

Lu
Forse mi sono espresso male allora, perche' non ho mai tirato in ballo un concetto relativistico della scienza ahahaha

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Davide Sciacca

1 anno fa

Cristina Viscione
Lavoriamo tutti assieme per un mondo migliore

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Lu

1 anno fa

Davide Sciacca
Sì, scusa, è vero, ma leggo una cosa che mi appassiona e immediatamente me ne fa venire in mente mille altre... la mia mente tende ad "allargare" e fare collegamenti - non sempre in senso positivo - 😅
Quello che mi ha fatto scattare il "volo mentale" è l'idea che il principio di Hamilton è un punto di vista diverso di approcciare una questione di fisica, se non ci fosse l'idea di poter cambiare il punto di vista - che sia il sistema, l'osservatore o altro - le più belle teorie non esisterebbero,
 è il meccanismo, il processo creativo che mi affascina!

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Davide Sciacca

1 anno fa

Lu
Ok non volevo essere bacchettone ahahah, è vero è vero!

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Davide Sciacca
Mi ricorda un pò il rasoio di Occam (sentito in Westworld); sono collegati?

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Teo Youssoufian

1 anno fa

Emanuele Cortellini
mmmh quello è un postulato del tutto differente e non si poggia su "basi scientifiche" 😐

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Teo Youssoufian

1 anno fa

Cristina Viscione
non sai la gioia che mi hai dato con questo commento ❤️

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Davide Sciacca

1 anno fa

Emanuele Cortellini
Come dice Teo, è un concetto diverso: il rasoio di Occam è una metafora per dire che in una teoria si dovrebbe rigettare le ipotesi non necessarie, o che la spiegazione più semplice è di solito quella da preferire, tagliando col rasoio per l'appunto le ipotesi non necessarie e le spiegazioni più (inutilmente) complesse.
Diciamo che ancora oggi nell'unificazione delle teorie fisiche in un'unica grande Teoria del Tutto si cerca ancora, idealmente, di avere teorie che non aggiungano una serie di ipotesi complesse senza motivo; il principio di Hamilton però parla del comportamento stesso della natura, non è il comportamento più semplice, ma è il comportamento più conveniente. Come dicevo, il più semplice sarebbe probabilmente un universo fatto di spostamenti in linea retta.

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Filman

1 anno fa

Tra i più grandi difetti che ha questo film è quello di aver ridotto un'intera collaborazione mondiale a quattro televisori da 16'', e la scelta non è minimalista, è proprio volutamente marginale. Ricade su tutta la parte conclusiva, velocizzata fino a far diventare la crisi di cooperazione internazionale un mero mcguffin per rendere teso il finale.

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Gemi

1 anno fa

Ottimo articolo, anche dal punto di vista linguistico. Film da riguardare più volte!

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Pierluca Parise

1 anno fa

Gemi
Ti ringrazio!

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Gabri.G

1 anno fa

Villeneuve con questo film (ma non solo) entra di diritto tra i migliori registi degli ultimi anni.

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Pierluca Parise

1 anno fa

Gabri.G
Sicuramente!
Io devo dire che già con Incendies, Prisoners, Enemy e Sicario era diventato uno dei miei registi preferiti in circolazione; poi con Arrival e BR2049 ha dato il definitivo colpo di grazia!

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Gabri.G

1 anno fa

Pierluca Parise
assolutamente d'accordo. Anche per Blade Runner aveva una responsabilità enorme e non ha tradito le attese.

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Mattia Landoni

1 anno fa

Gabri.G
Vero Villeneuve è diventato una sicurezza ormai. Vediamo che lavoro farà con Dune

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Benito Sgarlato

1 anno fa

Bell'articolo... messo subito tra i #filmdavedere

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Samuel De Checchi

1 anno fa

Come ultimo tassello alla mia convinzione, c'è stato il fatto che sia stato scelto lui per dirigere il seguito. Villenueve è l'erede dei nostri tempi di Scott, e quando gli dai la fantascienza regalano solo capolavori.

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Elena Raffaele

1 anno fa

Uno dei migliori film di fantascienza che io abbia visto fino ad ora.
Uno dei punti chiave che rende questo film unico è il messaggio filosofico/esistenziale che lo spettatore può decidere di cogliere o meno

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Simone Richini

1 anno fa

In assoluto uno dei miei film preferiti, dopo la prima visione ne sono rimasto veramente incantato.
Villeneuve si riconferma uno dei migliori registi mai esistiti.

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Claudio Serena

1 anno fa

Il film più bello che io abbia visto al Cinema nel 2017!
L'ho amato molto. Villeneuve si diverte con storie contorte e difficili. Ma ha le capacità per riuscire a tirare fuori dal cilindro ottimi film. Tecnicamente il film è uno spettacolo. Sequenze, inquadrature, dialoghi e fotografia da mozzare il fiato. La Adams è bravissima.
Sono d'accordissimo sul fatto che il tema principe del film sia la difficoltà di comunicazione che abbiamo noi esseri umani. Difficoltà comunicative che vanno anche oltre le barriere linguistiche.
POSSIBILE SPOILER
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La sceneggiatura di Arrival si regge tutta su un "trucchetto" narrativo che, nonostante possa essere criticato, è credibile e plausibile.
PS. Ma perché Villeneuve è fissato con figure aracnide? Avrà paura dei ragni e li usa per esorcizzare la sua paura??

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Pierluca Parise

1 anno fa

Claudio Serena
Come miglior film visto al cinema nel 2017, sono indeciso tra questo e La La Land (sui cui ovviamente farò un articolo). Per me è una bella lotta...

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Claudio Serena

1 anno fa

Pierluca Parise
La La Land è al secondo posto della mia classifica :)
Il 2017 è stato un anno straricco di film bellissimi.
Ricordati che è stato anche l'anno di Blade Runner 2049, e so che questo ti metterà ancora più in crisi! 😉

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Pierluca Parise

1 anno fa

Claudio Serena
Ahah è vero. Alla fine comunque credo che sceglierei La La Land tra tutti e tre; ma cambio idea in continuazione.
Che annata!

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Giovanni Amura

1 anno fa

Un film che ho letteralmente adorato e per giorni non ho fatto altro che parlarne con ogni essere umano affinché lo vedesse!! Analisi straordinaria, mi ha aperto ancora più porte e adesso dovrò rivederlo altre tre volte! 😅 Grande Sito, Grandi voi, Grande Cinefacts!

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Pierluca Parise

1 anno fa

Giovanni Amura
Grazie, a nome di tutti:)

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valentina

1 anno fa

Gran bella analisi. Visto al cinema con il mio ragazzo e dopo la proiezione abbiamo passato due ore a discuterne, lui concentrandosi sugli aspetti scientifici, io su quelli allegorici. È più di un film, è una meravigliosa esperienza emotiva e intellettuale.

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SViulenz

1 anno fa

Ottima analisi!

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Samuele Monzani

1 anno fa

Bellissima analisi di quello che è uno dei miei film preferiti in assoluto e sicuramente uno dei migliori film di fantascienza dai tempi almeno di Blade Runner

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Film a mio avviso clamoroso, trama e musiche impeccabili ed un Amy Adams magistrale

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Cristina Viscione

1 anno fa

Bellissimo film! Uno di quelli ai quali penso anche dopo tanto tempo e che consiglio a tutti. Quei film che vanno visti con chi ha la tua stessa testa e la tua stessa voglia a fine film di rifletterci su per un'oretta buona (anche per voi è cosi?)
Ti ringrazio per questo articolo che analizza alla perfezione questo gioiellino di film.

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Pierluca Parise

1 anno fa

Cristina Viscione
Anche per me fu così. Appena uscito dalla sala, avevo sentito subito l'esigenza di parlarne con qualcuno.

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Luca Buratta

1 anno fa

Uno dei pochi film con gli alieni dove gli alieni non sono una caricatura degli umani, ma sono totalmente diversi. Non come aspetto, proprio come concetto.

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Maatz

1 anno fa

Bellissimo film, la cosa che mi ha incantato di più è l'originalità di come viene trattata l'invasione aliena e il tema della circolarità del tempo attraverso i progressivi tentativi di comunicazione. Villneuve e il sonoro hanno fatto il resto

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Nuriell

1 anno fa

L'ho trovato interessante ma non sta gran cosa soprattutto per un motivo particolare, non voglio fare spoiler ma se cercate tra i miei altri commenti lo capirete, credo nel post sul primo trailer di Dark Phoenix.

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Antonio Ciriello

1 anno fa

Arrival è senza dubbio il miglior film di fantascienza (anche se è una definizione un pò restrittiva) degli ultimi anni, non so dire quanti, probabilmente tra i migliori di sempre. La visione al cinema mi lasciò incredulo, non mi aspettavo un film cosi profondo, intimista, riflessivo, cosi vicino come atmosfere e messaggi al Kubrick di 2001 odissea nello spazio. Come ho già scritto commentando l'articolo su Blade Runner 2049, Villneuve si dimostra passo dopo passo sempre più un fuoriclasse della regia, capace di toccare corde che smuovano l'animo umano, che ti lascino lì a riflettere mentre esci dalla sala, ti metti in macchina e guidi verso casa. Ti scopri a scavare dentro te stesso, a pensare a come avresti risposto a quella fatidica domanda, anche se probabilmente la risposta sarebbe stata la stessa. Cosa fare altrimenti, se non continuare a vivere comunque la propria vita? 
A questo punto aspetto con ansia il film di Villneuve su Dune, il quale, visto il materiale sorgente, il ciclo di romanzi di Herbert, non potrà che essere sulla falsariga degli ultimi due: fantascientifico, sì, ma intriso di psicologia, filosofia, umanità. Dune è un romanzo irrinunciabile, e non so come possa essere "convertito" in pellicola, ma se c'è un regista che ad oggi ne ha le potenzialità, quello è sicuramente Villneuve.

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Filman

1 anno fa

Antonio Ciriello
Non c'entra nulla con 2001, oltre ad essere una blasfemia accostarli.
Pariamo di un film filosofico ed espressionista e di un altro che al massimo vuole imitare Nolan o Spielberg.

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Filippo Soccini

1 anno fa

Questo film mi aveva incantato. Da amante della letteratura fantascientifica lo ho davvero amato. Grazie mille per la tua recensione, ha messo in luce molti aspetti del film che non avevo notato.

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Francesca Sica

1 anno fa

Quando vidi questo film, oltre ad uscire dalla sala con tutti i dubbi e con le viscere scombussolate dal sonoro, mi chiedevo chi fosse la mente dietro la grafica della lingua degli eptapodi...

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Eugenio

1 anno fa

Gran film! C'è un ulteriore rimando che riguarda la linguistica e la morte. Esiste un dolore senza nome, un dolore senza parole: quello di un genitore che perde un figlio. Mentre altre condizioni di perdita hanno etichette linguistiche specifiche (orfano e vedovo) non esiste il corrispettivo per questa terribile situazione. Non è un vuoto linguistico solo della lingua italiana ma della stragrande maggioranza delle lingue conosciute. C'è un articolo interessante dell'Accademia della Crusca, se siete interessati all'argomento, che si intitola "Non ci sono parole". Chissà se gli eptapodi hanno un simbolo per descrivere questo dolore...

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Quando dico che amo la fantascienza mi riferisco a questo tipo di fantascienza!
Un'esperienza profonda, Villeneuve ci sa fare e lo ha dimostrato anche con Blade Runner 2049

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Pierluca Parise

1 anno fa

Riccardo Cappelletti
Verissimo, io ho amato entrambi allo stesso modo!
Sono curioso di vedere cosa combinerà con Dune.

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Pierluca Parise
Anche io!
Dune è un progetto molto ambizioso ma lo era anche fare un sequel di Blade Runner. Ho delle buone aspettative!

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