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Arrival: fantascienza intimista e potere del linguaggio

“La nostra analisi della natura segue linee tracciate dalle nostre lingue madri. Le categorie e le tipologie che individuiamo nel mondo dei fenomeni non le troviamo lì come se stessero davanti agli occhi dell'osservatore; al contrario, il mondo si manifesta in un flusso caleidoscopico di impressioni che devono essere organizzate dalle nostre menti, cioè soprattutto dai sistemi linguistici nelle nostre menti. Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo le attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che resta in piedi all'interno della nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua…”.

 

Così scriveva nel suo libro Benjamin Whorf, noto linguista e antropologo americano, che insieme al suo maestro Edward Sapir diede vita a uno dei più famosi assiomi linguistici di sempre, la Sapir-Whorf Hypothesis, secondo cui il nostro modo di esprimerci e comunicare, in tutte le forme e modalità, determina il nostro modo di pensare; è quella che viene comunemente riassunta come ipotesi della relatività linguistica. 

 

 

 

In base a tale principio teorico si può ad esempio dedurre, nella sua forma più estrema, che gli appassionati di cinema dispongano di un ricco vocabolario cinefilo e di buone capacità di analisi filmica, che renderebbe diverso il funzionamento della loro mente rispetto a quella di tutti gli altri. 

 

Il medesimo esempio può essere fatto sostituendo gli esperti di cinema con gli appassionati di pittura, con i nuotatori professionisti o con i musicisti di una rock band. 

 

Non conta tanto la “categoria” di appartenenza quanto il fatto che, in ogni caso, la lingua abbia un potere di influenza e controllo sul cervello umano, nonché la capacità di condizionare la visione del mondo.

 

 



In Arrival questo concetto viene portato alle estreme conseguenze.

 

Conoscere e comprendere per quanto sia possibile la teoria di Sapir-Whorf è requisito fondamentale per poter prendere confidenza con l’opera del talentuoso Denis Villeneuve, al fine di apprezzarla al meglio.

 

Sono gli stessi personaggi della storia, la dottoressa Louise Banks e il dottor Ian Donnelly a parlare dell’assioma linguistico sopracitato nello scambio di battute più importante di tutta la pellicola; un modo come un altro per offrire indizi allo spettatore, ma mai risposte esplicite. 

 

Ci sono film talmente ambiziosi che non possono fornire tutte le spiegazioni necessarie alla loro comprensione, perché se lo facessero risulterebbero come schiacciati sotto il peso della loro stessa grandezza. Per cui pongono quesiti e offrono spunti di riflessione, lasciando al pubblico lo stimolante compito di unire tutti i fili. 

 

Arrival è uno di questi film.

 

La differenza tra Interstellar e Arrival, che a mio avviso pone il secondo in una posizione maggiore rispetto alla comunque meritevole pellicola di Christopher Nolan risiede proprio in questo punto: Interstellar fornisce tutte le soluzioni possibili, Arrival le sussurra appena.

 

Interstellar spiega, Arrival mostra.

 

 

 

L'opera di Villeneuve non è una storia autoconclusiva, con un inizio, uno sviluppo e una fine; no, la storia di Arrival può essere la storia di ognuno di noi, che nasce sul grande schermo, ma che prosegue anche dopo l'uscita dalla sala e che proseguirà nei giorni a seguire.

 

Quando durante i titoli di coda ti rendi conto di avere la bocca semi-spalancata e gli occhi che non accennano a distogliere il loro raggio dalle immagini, allora puoi dire di aver appena assistito all'ennesima magia del cinema.

 

Arrival è Cinema.

Può essere ascrivibile a un genere preciso? Beh sì: è fantascienza.

Ma che tipo di fantascienza? Sicuramente non quella a cui siamo abituati di solito.

 

È lo sci-fi che aspettavamo da tanto tempo, quella fantascienza intimista all'interno della quale solo i registi maggiormente dotati riescono a muoversi con disinvoltura. 

 

C'erano già riusciti Duncan Jones nel 2009 con Moon e Alex Garland nel 2015 con Ex Machina, ma qui Villeneuve si spinge ancora oltre e dà il definitivo colpo di grazia, bruciando materiale per almeno una decina di altri progetti futuri aventi a oggetto lo stesso tema.

 

Cosa dire di questo regista canadese... trovare un suo miglior titolo che si erga sopra tutti gli altri in modo netto inizia a essere un'impresa ardua.

 

 



Non si contano i simbolismi sparsi per tutto il mosaico; a cominciare dal nome palindromo della piccola Hannah, figlia di Louise, secondo un concetto di circolarità che verrà ripreso in diversi segmenti della narrazione - emblematico il finale, con l'inquadratura del lago su cui si affaccia l'abitazione della protagonista, che costituiva già il punto di partenza del racconto - passando poi per la non afferrabilità del tempo, un qualcosa che trascende la nostra comprensione del reale e del tangibile.

 

Che i concetti di inizio e fine si mescolino lungo tutto Arrival fino a confondersi, e che la stessa definizione ordinaria di tempo ne esca stravolta lo si intuisce da diversi frasi pronunciate dalla protagonista; da due in particolare, che sono dotate di un significato letterale inverso rispetto alla loro collocazione nell’intreccio e che compongono dunque uno straordinario ossimoro figurato.

 

La prima frase a cui mi riferisco è nell’incipit:

“E questa è stata la FINE” 

 

La fine nell’incipit, ecco il primo ossimoro.

Così afferma Louise proprio a inizio della pellicola, poco prima che ci venga mostrata la figlia malata, sul punto di morire. Il doppio significato è cristallino; si intende sia la fine della malattia e quindi della vita della bambina, oltre che della sua (che da quel momento cambierà per sempre), sia il vero e proprio termine del film.

 

La seconda, com’è facile immaginare, è nell’epilogo, quando le ultime parole di Louise sono dedicate di nuovo ad Hannah, come successo all’inizio:

“La tua storia è INIZIATA quando sono partiti” 

L’inizio nell’epilogo, il secondo ossimoro.

 

Di nuovo, è il cerchio che si chiude nel modo più armonioso possibile.

 

Il racconto circolare del film, dunque la forma della narrazione costituisce anche lo stesso oggetto della storia, dunque il suo contenuto; è come se l’aspetto diegetico ed extradiegetico della pellicola si incontrassero e si trovassero per coincidere.

Ma su questo punto tornerò più avanti.

 

Si diceva del cerchio.

In geometria piana, la figura del cerchio è costituita da un insieme infinito di punti; stando così le cose, come può esistere davvero un inizio e una fine?

"Ma ora non so più se credo esista un inizio e una fine”, dice Louise. 

 

Attenzione alle parole, viene utilizzato il verbo credere non a caso.

A cosa crede lei? Qual è la sua percezione del tempo?

Questo è un punto fondamentale: quando cresci immaginando il tempo come una linea retta, che collega il mare alla montagna, un punto X a un punto Y, il passato al futuro, come puoi immaginare, da un giorno all'altro, che quella strada rettilinea assuma le sembianze di una ruota? 

 

Solo allora ti accorgerai come non sia il mondo a cambiare, ma solo la tua percezione del reale.

 

 



Ma qual è il fattore scatenante, la scintilla che provoca nel personaggio di Amy Adams e nello spettatore il cambiamento di prospettiva?

 

Si parlava all’inizio del potere della lingua. 

Durante la sua lezione universitaria, Louise afferma che la lingua è espressione dell'arte.

 

Questo è uno dei concetti chiave espressi lungo tutto il racconto: la lingua intesa non solo come mezzo di comunicazione, ma soprattutto come rappresentazione/sostituzione del popolo; è il collante della civiltà, ciò che tiene assieme una nazione nonché la prima arma che si sfodera in un conflitto.

Da qui, l’esigenza del governo americano di far entrare in gioco l’esperta dottoressa per entrare in comunicazione con i visitatori.

 

Louise Banks è la personificazione della comunicazione verbale e gestuale, tanto quanto il dottor Donnelly, fisico teorico, lo è di quella scientifica.

Il contrasto tra i due mondi, quello del linguaggio e quello della scienza presente sottotraccia lungo tutti i centoventi minuti nei dialoghi e nelle azioni dei personaggi, trova qui una sua prima esplicitazione.

 

Tutti si aspettavano che sarebbe stata la matematica il punto di incontro tra le due civiltà (come lo è stato nel film Contact, ad esempio); invece è interessante notare come siano gli stessi alieni ad accogliere l'invito di Louise e a usare dunque una propria forma di linguaggio, suggerendo così la supremazia della lingua sulla scienza come fondamento della nostra società.

 

Il personaggio della Adams dà voce a questa idea: lei per prima, infatti, sosteneva sin dal principio la necessità di cercare un dialogo con la razza aliena, ancora prima di gettare loro in faccia dei calcoli matematici. Come a dire: a cosa ti serve la scienza quando hai già a tua disposizione l’arma più efficace di tutte le altre, da sfoderare in un qualunque confronto?

 

La domanda da parte del colonnello Weber

"Avete trovato una spiegazione scientifica a questo?”, con riferimento all’abbassamento improvviso di ossigeno nella cabina dell’astronave e la conseguente risposta negativa non fanno altro che riaffermare quanto già scritto sopra: la scienza non sarà in grado di fornire alcuna risposta.

 

A questo punto, Arrival comincia a schierarsi un po' di più; la priorità diventa far capire agli esseri alieni il nostro modo di comunicare e a nostra volta apprendere il loro.

La scienza è stata già messa da parte.

 

Ed è assolutamente necessario che questo accada; perché in Arrival tutto si spinge all’estremo, là dove la scienza da sola non basta più - non può bastare - a sciogliere i nodi narrativi.

Di cosa parliamo quando parliamo di fantascienza, dopotutto? 

 

 

 

 

Il regista però non si ferma qui; come già accennato, il suo è uno sci-fi squisitamente atipico. 

 

Quando Louise, una volta entrata nell’abitacolo spaziale e trovatasi faccia a faccia con gli eptapodi (battezzati così per il numero di arti di cui sono provvisti: sette) si toglie la tuta dicendo

"Devono vedermi”, ecco: è in quel preciso momento che si sostanzia il lato umano della fantascienza di Villeneuve.

La persona che ha maggior rilievo della scienza, la parola che vince sul numero. 

 

È così che deve avvenire la presentazione "ufficiale", mettendo in comunicazione i propri corpi; il sovrapporsi della mano della donna sul tentacolo alieno rappresenta quindi il primo, vero e proprio contatto fisico tra i due esseri senzienti.

 

Dopotutto, la stretta di mano è da sempre la forma primordiale di saluto e conoscenza in ogni interazione umana.

Quell'approccio sarà l’inizio del legame che si instaurerà tra i due comunicatori e che consentirà a Louise di recepire il potere di salvare il mondo.

È quello che la razza aliena vuole offrire ai terrestri: un’arma, intesa come possibilità di evitare l’estinzione.

 

Quante volte diciamo "Ah, se potessi tornare indietro nel tempo e fare la scelta giusta".

 

Almeno sulla Terra, con la cognizione del tempo che possediamo, sappiamo con certezza che questa cosa non è e non sarà mai possibile. 

Gli alieni aggirano allora il problema: mostrare agli uomini il futuro oggi, piuttosto che portarli indietro nel tempo domani, quando sarà troppo tardi.

 

L’arma offerta dagli alieni è la propria facoltà comunicativa, apprendendo la quale si riesce a concepire il loro concetto di tempo e, di conseguenza, a concretizzarlo in una possibilità, in un dono. Il dono di aprire, figurativamente parlando, un varco nel cerchio dello spazio-continuum, per permettere alla mente umana l’ingresso e uno sguardo nuovo, proiettato in avanti.

Scoprire il futuro significa guardare i propri errori, per comprenderli ed evitare quindi di (ri)commetterli.

 

Si ritorna allora prepotentemente all’ipotesi di Sapir-Whorf con cui ho aperto l’articolo: se è vero che la lingua che parli determina il tuo modo di pensare, allora è altrettanto vero che, studiandone una nuova, è come se il tuo cervello subisse una decodificazione.

 

Se ti immergi in una lingua straniera, di fatto puoi riprogrammare la tua mente e il tuo modo di vedere le cose.

Il linguaggio che incide sulla visione delle cose. 

 

Questo è il motivo per cui Louise assimila il potere di guardare nel futuro: iniziando a dialogare, utilizzando lo stesso strumento degli alieni (le parole come cerchi) e a comprendere il loro linguaggio, la donna riesce a concepire il tempo come dimensione circolare, una linea chiusa senza un inizio e una fine ben precisa; caratteristica unica, che renderà possibile il ponte tra l’oggi e il domani (non solo tra l’oggi e ieri), con il conseguente ampliamento del raggio visivo. 

 

 



Ma come avviene nella pratica un processo del genere?

 

La scrittura degli eptapodi è semiagiografica: consistendo e sviluppandosi per immagini essa non rappresenta suoni, bensì concetti, e a differenza del linguaggio umano appare quindi svincolata dal tempo. 

 

Esattamente come l’astronave e i corpi fisici, anche la loro lingua scritta non implica una direzione in avanti o indietro, ma ha senso solo se la si immagina in maniera circolare; la cosiddetta ortografia non lineare.

 

Questo solleva il quesito cardine della storia:

"È così che pensano?".

 

La scrittura degli alieni è evoluta, perché in grado di trasmettere in un paio di secondi un messaggio articolato, che per la nostra scrittura richiederebbe più tempo.

Se ci facciamo caso, nel linguaggio umano la scrittura di una frase richiede in effetti tre fasi: il pensiero, la formulazione e la sua corretta trasposizione su carta; e ogni loro singolo segmento contiene decine e decine di parole del nostro vocabolario.

 

Per quello gli eptapodi sono esseri avanzati: riescono a trasmettere con un simbolo quello che noi esprimeremmo con un periodo complesso. 

Recepire l’elevato grado evolutivo del loro modus comunicandi significa allora porsi al loro stesso livello, assimilare le medesime esperienze e pensare nello stesso modo, cosa che in concreto comporterà per Louise, l’essere ricevente, la capacità di prevedere gli eventi futuri.

 

Le visioni che appaiono alla donna avvengono sotto forma di sogno e per questo, almeno all’inizio, lo spettatore fa fatica a credere alla loro attendibilità; anzi, è ancora convinto che riguardino momenti del passato, come fossero normali flashback.

 

Qui si inserisce un ulteriore fattore di riflessione.

 

Se ci pensate bene, quando si studia una lingua straniera, che si tratti di inglese, tedesco o arabo, dicono che il momento in cui uno inizia davvero possederla e riesca a entrarci in confidenza è quando inizia a sognare con essa. 

 

Lo stesso Ian, a un certo punto della storia, chiede a Louise

"Stai sognando nella loro lingua?”.

 

È così che avviene la mutazione del suo cervello: Louise sogna, e sognando pone il suo sguardo avanti nel tempo.

È la prova definitiva di come abbia raggiunto il massimo grado di confidenza linguistica con la razza aliena.

 

Accettando il viaggio, Louise accoglie necessariamente tutti i momenti che lo compongono, anche quelli più tragici e personali (disperazione, morte).

 

 

 

 

Perchè i visitatori decidono di offrirci questo dono?

Per permetterci di salvarci, rafforzando una sempre più fragile unione di specie.

 

Gli alieni, prima o poi, avranno bisogno del nostro aiuto (per fare cosa, non ha nessuna importanza ai fini dell’analisi) e torneranno sulla Terra per far sì che si realizzi lo scambio di favori; per questo oggi vogliono fornirci tutti i mezzi possibili per poter noi stessi raggiungere un nuovo ed elevato grado di evoluzione, che implica anzitutto un nuovo equilibrio geo-politico.

 

Trovo molto interessante questo aspetto di solidarietà umana, della cooperazione globale tra popoli vista come tramite per la pace mondiale; un topic quanto mai attuale, che suggerisce come il vero avanzamento evolutivo della specie umana possa avvenire solo se l’uomo si mostra ben disposto a dialogare con l’uomo.

 

Ecco che allora la collaborazione scientifica tra le diverse nazioni assume un profondo significato sociale: nelle dinamiche di Arrival non interessa tanto la vita nello spazio, quanto quella sulla Terra.

 

Per questo il protagonista non può essere considerato l’essere alieno, bensì quello umano, in una dimensione più universale possibile; sotto questo punto di vista noto un limpido parallelismo con l’Odissea kubrickiana.

 

È una cosa che risulta evidente anche dallo svolgimento dei fatti all’interno del guscio alieno; come avrete notato, tutto ciò che succede nell’abitacolo spaziale davanti al vetro dipende esclusivamente da Louise e Ian. 

 

Un’idea, questa, che sembra tra l’altro contrastare con la scelta del titolo del film, Arrival, che pone invece l’accento sulle navicelle aliene e il loro atterraggio su suolo terrestre. 

Contrariamente a quanto suggeritoci, l'arrivo delle navicelle non viene nemmeno messo in scena (il film inizia già nel bel mezzo dell'emergenza globale).

 

Perchè una così singolare scelta?

Per aumentare il senso del mistero, quello è scontato, ma essenzialmente le navicelle hanno un'importanza relativa, perché la loro presenza, come già accennato, è funzionale a quella che è l'effettiva trama del nostro racconto (e non viceversa); una trama che non vede infatti come protagonista l'alieno appunto, ma l'uomo nella sua accezione più ampia.

 

 

 

 

L'arrivo sulla terra degli oggetti non viene enfatizzato, così come non lo è la loro "dissoluzione", che avviene infatti abbastanza rapidamente, quasi come se fino a quell'istante non fossero mai esistiti concretamente.

 

Conta quello che succede nel mezzo: la scelta di un ricevitore, nella persona di Louise, la più adatta a fornire un ponte linguistico tra i due mondi e la conseguente trasmissione del dono. 

E la missione è completata.

 

Ritorneranno?

Probabilmente sì, in qualche migliaio di anni, e troveranno una razza umana migliore, unita, più evoluta, che ha imparato dai propri errori; perché li ha visti. 

 

Alla fine di tutto, risulta chiaro come gli alieni fungano dunque da MacGuffin: sono l'espediente narrativo utilizzato per mettere in scena un racconto che è universale.

 

In effetti, il titolo originario di Arrival era Story of Your Life, come il racconto di Ted Chiang da cui è tratto, dove quel "Your" ha la stessa valenza generica che sottolinea Louise, quando tenta di spiegare alla lavagnetta la difficoltà di un dialogo con gli invasori, che non sia suscettibile di incomprensioni.

 

“What is YOUR purpose on earth?" 

 

Quel "Your", così come nel film non poteva che essere rivolto all'intera razza aliena e non solo a Tom e Jerry (i due eptapodi così ribattezzati con cui Louise instaura il rapporto), allo stesso modo, fuori dal film, è un qualcosa che riguarda tutta la specie umana, senza distinzioni di singoli individui.

 

 



"Ci sono giorni che determinano la tua storia al di là della tua vita” 

In questa battuta di Louise si concentra tutta la carica filosofica di cui è permeata l’opera di Villeneuve.

 

Cos’è la storia? Cos’è la vita?

 

La storia che si determina al di là della vita significa che quello che è successo è talmente grande da trascendere la stessa esistenza umana.

Ciò che è successo alla protagonista non è avvenuto nella sua vita, ma mentre lei era occupata a vivere; è qualcosa di esterno a essa, da qui l’uso specifico della locuzione avverbiale “al di là” (di là da un luogo, dall’altra parte).

Il confine è labile, ma esistente.

 

Quello che almeno all'apparenza potrebbe sembrare un anelito pessimistico (la consapevolezza di perdere una figlia nel vicino futuro e l'estinzione di massa del genere umano in quello lontano) è l'ennesimo artificio del regista, volto a sottolineare come il vero messaggio di fondo sia ancora una volta la speranza, l'emozione umana per antonomasia, che nelle dinamiche della storia si traduce con l'accettazione di un avvenire tragico.

 

Perché alla fine, all'ipotetica domanda di Louise

"Cosa faresti se conoscessi già l'evolversi della tua vita?", la risposta non potrebbe essere che una, sempre la stessa, per ognuno di noi:

"Continuerei a vivere". 

 

E solo l'accettare l'idea che un giorno o l'altro possa morire tra le tue braccia una persona cara come può esserlo una figlia, non costituisce già di per sé la più grande dimostrazione della vittoria della vita, su tutto il resto?

 

Arrival pone il dubbio, noi rispondiamo.

 

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69 commenti

Arianna

1 anno fa

Film immenso, bell'articolo!

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Giuliana Zaccarini

1 anno fa

Finalmente un articolo con cognizione di causa, ricco di riflessioni e spunti interessanti. Purtroppo resto della mia idea che questo sia un film sopravvalutato, ma con il tuo articolo mi hai fatto notare cose che mi erano sfuggite, facendolo salire di gradimento. Forse mi hai convinta a riguardarlo. Grazie

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Danilo Canepa

1 anno fa

bell'articolo e soprattutto ottimo film

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Francesco Amodeo

1 anno fa

Sempre brillante, sia DV che il nostro Pier

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Ottimo articolo 👏

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Emanuele Antolini

1 anno fa

Bellissimo articolo, per un film che rende un po' di giustizia a noi studenti sempre presi per il culo di scienze della comunicazione.

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Emanuele Antolini
Ma il linguista non è una cosa un pò diversa?

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Emanuele Antolini

1 anno fa

Emanuele Cortellini
Bè è uno degli sbocchi professionali che offre scienze della comunicazione, almeno nella mia sede a Verona, studiamo linguistica e tutte le branche che ne derivano.

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Andrea Mazziotta

1 anno fa

Veramente un bellissimo articolo.Gli spunti di riflessione che effetivamente offre il film sono diversi, tutti molto interessanti e alcuni sono presentati in modo abbastanza originale.
Se a questo ci aggiungiamo delle ottime interpretazioni,un aspetto visivo veramente notevole(dalla regia alla fotografia,passando per l'eccezionale design delle navi aliene e degli alieni stessi) e una colonna sonora molto interessante,la pellicola ha tutte le carte in regola per essere il miglior sci-fi degli ultimi 15 anni.
Non sono sicuro che lo sia perchè ci sono pellicole come Moon e I figli degli uomini che ho apprezzato moltissimo.Però sono d'accordo con te su 'Interstellar'.Il voler spiegare a tutti i costi tutto è veramente un grosso limite del film.

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Pierluca Parise

1 anno fa

Andrea Mazziotta
Grazie!
Moon mi è piaciuto moltissimo, ma lo trovo meno ambizioso del film di Villeneuve.
Hai fatto bene a citare comunque la colonna sonora, è fantastica; dispiace per Johannsson.

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