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#top8

8 grandi film vincitori della Palma d'oro a Cannes

Cannes 77 si è conclusa da poco e ci regala l'assist per parlare di 8 meravigliosi film che hanno vinto la Palma d'oro: li avete visti tutti? 

Dal 1946 c'è una piccola città della Costa Azzurra di circa 70mila abitanti che diventa annualmente il centro del mondo cinematografico, undici giorni nei quali più di 200mila persone da tutto il mondo si riversano sulla Croisette e dintorni, per presentare, guardare, comprare i film che saranno i protagonisti della stagione futura. 

 

Il Festival del Cinema di Cannes è un evento mediatico incredibile: ritenuto il festival cinematografico più importante al mondo, da oltre 70 anni lancia talenti e promuove il Cinema mondiale; sono tantissimi i nomi che hanno partecipato e che hanno vinto e noi di CineFacts.it abbiamo voluto presentarvene 8 che riteniamo imperdibili, su suggerimento degli Amici di CineFacts.it che hanno scelto questa opzione nel sondaggio mensile a loro dedicato.  

 

La 77ª edizione del Festival di Cannes si è appena conclusa e ci sembrava dunque l'occasione perfetta per parlare di alcuni dei titoli che hanno a tutti gli effetti fatto la Storia del Cinema. 

 

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Posizione 8

Vite vendute

Henri-Georges Clouzot, 1953

 

In realtà ho un po' barato: nel 1953, anno in cui Vite vendute (Le salaire de la peur) venne proiettato per la prima volta sulla Croisette, la Palma d'oro non esisteva ancora; al suo posto veniva assegnato il Grand Prix du Festival International du Film, allora il primo premio della kermesse.

 

Il film di Henri-Georges Clouzot ha anche un'altra particolarità: fa infatti parte di una ristretta famiglia di film che può vantarsi di aver vinto almeno due dei tre premi principali dei maggiori festival internazionali, in quanto oltre al Grand Prix di Cannes ad aprile, infatti, Vite vendute si aggiudicò anche l'Orso d'oro al Festival di Berlino nel giugno dello stesso anno.

Ispirato dal romanzo di Georges Arnaud, adattato per lo schermo dal regista insieme a Jérôme Géronimi e con un cast internazionale che vede oltre Yves Montand e Charles Vanel anche Folco Lulli e Peter Van Eyck, Vite vendute è l'esemplificazione e probabile apice del genere "men on a mission".

 

A Las Piedras, sperduta cittadina dell'America Latina dove la gente si reca per far perdere le proprie tracce, quattro spiantati di diversa provenienza (due francesi, un italiano e un tedesco) vengono reclutati per un lavoro che solo dei disperati possono svolgere: guidare due camion carichi di dinamite estremamente volatile a 500 chilometri di distanza, attraverso strade sterrate e tratti montuosi, per estinguere un incendio che ha colpito lo stabilimento della Crude Oil Company.

 

Definito dalla celebre critica Pauline Kael un "thriller esistenzialista", Vite vendute passa il test del tempo con una formula tanto semplice quanto terribilmente avvincente; la suspense che viene dalla promessa di un'esplosione da un momento all'altro carica il film di drammaticità e di un senso di angoscia che si trasla sul piano concettuale con un commento lucido sulla condizione umana e il potere (e i pericoli) dell'hybris maschile.

L'ambientazione in un non-luogo come la fittizia cittadina di Las Piedras, sorta di purgatorio per anime in cerca di redenzione, dona al film un carattere di universalità e umanismo nel quale il pubblico può facilmente riconoscersi.

 

Altrettanto avventurosa fu la produzione di Vite vendute, che avvenne nel sud della Francia perché Yves Montand, star del film e celebre cantante francese, si rifiutò di girare nella Spagna del dittatore Francisco Franco. 

Il cambio di location non giovò alla realizzazione del film: piogge torrenziali danneggiarono il set e resero impossibile la circolazione dei camion; Montand e il coprotagonista Vanel (che sostituì all'ultimo Jean Gabin perché il divo non voleva interpretare un "codardo") rimasero intossicati dai vapori del petrolio in una sequenza indimenticabile; lo stesso Clouzot si ruppe una caviglia e la moglie Vera, anche attrice nel film, si ammalò gravemente.

 

Il film finì per costare 50 milioni di franchi in più rispetto al budget stimato, ma divenne il film più visto dell'anno in Francia ed è oggi annoverato tra i film più influenti della Storia del Cinema, tanto che nel 1977 il compianto William Friedkin girò un nuovo, altrettanto spettacolare adattamento del romanzo di Arnaud (Il salario della paura, in originale Sorcerer) che purtroppo fallì al botteghino perché uscito a poco tempo di distanza dal fenomeno Guerre stellari.

 

Epico, avventuroso e adrenalinico, Vite vendute è oggi riconosciuto come uno dei più grandi film di avventura di tutti i tempi, e le sue tracce si possono rinvenire in un altro grande vincitore della Palma d'oro come Apocalypse Now di Francis Ford Coppola.

 

DIsponibile su Prime Video

 

[a cura di Marco Lovisato

 

Posizione 7

Il Gattopardo

di Luchino Visconti, 1963

 

Si prova un certo compiacimento pensando al fatto che un'opera straordinaria come Il Gattopardo sia riuscita a suo tempo a ricevere una meritata consacrazione formale, ottenendo l'ambita Palma d'oro al Festival di Cannes 1963. 

 

 

Un riconoscimento di tale levatura garantisce al vincitore una certa longevità, anche laddove il film resista di per sé efficacemente alla prova del tempo.

 

Quello di Luchino Visconti non è soltanto un capolavoro di estetica e narrazione cinematografica: a distanza di così tanti anni Il Gattopardo resta uno dei migliori ritratti del nostro Paese, strumento a mio dire indispensabile per la lettura della Storia, dei tempi e delle epoche passate, presenti e future. 

 

A una simile centralità nella Storia del Cinema corrisponde chiaramente un peso, soprattutto politico, che un film di questa tipologia ha faticosamente portato sulle spalle negli anni successivi la sua uscita; tuttavia ancora oggi arriva forte e decisa l'immagine di una terra meravigliosa, l'Italia, che cambia senza cambiare mai.

 

Così il Risorgimento, la storia di don Fabrizio Corbera e dei Sedara, la fine dell'aristocrazia dopo lo sbarco a Marsala di Garibaldi in Sicilia e la nascita di una nuova classe sociale in quel fantomatico maggio del 1860 raccontano, con la penna di Giuseppe Tomasi di Lampedusa prima e con l'indagine raffinata di Visconti poi, una condizione permanente di immbolismo, cinicamente riassunta dalla celebre frase "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" pronunciata da Alain Delon. 

 

Nonostante la sua difficile storia produttiva, la disastrosa accoglienza negli Stati Uniti e l'avversione di un PCI deluso, Il Gattopardo fu in grado comunque di convalidare lo stile registico di Luchino Visconti, così ricco di suggestioni e dominato da un'estetica pittorica grandiosa, grazie alla fotografia di Giuseppe Rotunno, alle scenografie di Mario Garbuglia e ai costumi ottecenteschi accurati e congeniali di Piero Tosi.

 

Sul piano drammaturgico il regista opera su più livelli inquadrando il passaggio storico sotto diverse prospettive, ma affida la narrazione degli eventi, e dunque la sua personale narrazione, al Principe interpretato da Burt Lancaster e perciò alla sua nostalgia, al processo di accettazione, al sentimento di ineluttabile rassegnazione. 

 

La ricchezza e la festosità di un ballo diventano così protagonisti di un ultimo definitivo saluto: il funerale di un'era che non tornerà più.

 

Disponibile su RaiPlay

 

[a cura di Matilde Biagioni]

 

Posizione 6

La conversazione

di Francis Ford Coppola, 1974 

 

Gli anni '70 per Francis Ford Coppola furono decisamente un decennio senza paragoni. 

 

Nel 1972 uscì Il padrino, che ottenne un successo clamoroso di critica e pubblico e ottenne 10 nomination ai Premi Oscar vincendone 3: Miglior Film, Migliore Attore Protagnonista a Marlon Brando e Migliore Sceneggiatura non Originale per Mario Puzo e lo stesso Coppola, alla sua seconda statuetta dopo quella per Patton, generale d'acciaio. 

Lo stesso anno degli Oscar, e poco prima che gli venisse offerto di girare Il padrino - Parte II, il regista si mise al lavoro su un progetto su cui lavorava già da un decennio, ben prima dello scandalo Watergate al quale il film è spesso associato: La conversazione.

 

Il film con Gene Hackman è fortemente debitore del Blow Up di Michelangelo Antonioni - e influenzò pesantemente il Blow Out di Brian De Palma del 1981 - e di base si presenta come un film che poggia fortemente le sue basi sul sonoro e il montaggio. 

 

Harry Caul è un detective specializzato in intercettazioni e amante del jazz e del sassofono. 

Harry però è anche fortemente paranoico, ansioso e vittima delle preoccupazioni che lui stesso mette in moto per il proprio lavoro: un giorno ascoltando le registrazioni di una coppia sulla carta banale come le altre, si accorge di una frase che implica un omicidio. 

Da quel momento metterà in discussione e in crisi ciò che fa, perché lo fa e quanto sia morale e giusto proseguire a farlo. 

 

La conversazione avviluppa lo spettatore nella stessa paranoia del suo protagonista: le scene in cui Harry ascolta e riascolta fino allo sfinimento un singolo scambio di battute sembrano infinite, con il risultato di renderci testimoni non solo di ciò che Caul riesce a sentire, ma anche del suo deterioramento come professionista ed essere umano. 

 

"Non mi interessa di cosa parlano" dice Harry all'inizio del film, ma le cose cambiano rapidamente e il tutto arriverà a una situazione quasi insostenibile verso il finale, dove il lavoro sul montaggio e sul sonoro giungono a livelli di capolavoro, termine che su CineFacts usiamo con estrema parsimonia ma che in questo caso è autenticamente inevitabile. 

La conversazione del titolo diventa quindi il fulcro del film e anche della vita di Harry, interpretato magnificamente da un Gene Hackman che non fa niente per scatenare empatia dal pubblico ma che alla fine la ottiene comunque, un personaggio che più passa il tempo e più perde identità e certezze, portando gli spettatori nello stesso identico stato d'animo. 

 

Sottolineando la presenza del mitico e sfortunato John Cazale - qui in uno dei sui 5 splendidi film - e quella di un giovane e viscido Harrison Ford prima del successo planetario, c'è da aggiungere che La conversazione vinse la Palma d'oro a Cannes, ottenne 3 nomination ai Premi Oscar e vinse due BAFTA: per il sonoro e per il montaggio, appunto. 

Dopo questo film Coppola diresse Il padrino - Parte II e poi si infilò in quella che sarebbe stata una delle produzioni più assurde di tutta la Storia di Hollywood, che portò alla realizzazione di Apocalypse Now

 

Come detto in apertura, difficilmente eguagliabili gli anni '70 di Francis Ford.

 

Disponibile su Paramount+ 

 

[a cura di Teo Youssoufian]

 

Posizione 5

Cuore selvaggio

di David Lynch, 1990

 

Prendete Il mago di Oz e Gangster Story, frullateli insieme, ricopriteli di David Lynch e aggiungete all'equazione Nicolas Cage, Laura Dern, Willem Dafoe e Diane Ladd: ecco Cuore selvaggio. 

 

Forse una delle Palme d'oro più criticate e contestate degli ultimi decenni - all'epoca il Presidente di Giuria era Bernardo Bertolucci, fischiato al momento dell'annuncio della Palma soprattutto dai critici statunitensi - il film è un road movie mescolato con la provincia a stelle e strisce, la disillusione e la follia, l'inizio del crollo di un impero popolato da personaggi inquietanti e grotteschi. 

 

Sailor Ripley (Cage) e Lula Pace Fortune (Dern) sono nonostante tutto due anime innamorate che scappano dal mondo, oltre che dalla madre di lei (Ladd, madre di Dern anche nella vita): il film mette in chiaro immediatamente le intenzioni con la prima scena nella quale assistiamo all'omicidio di un uomo a mani nude da parte del protagonista maschile, un Nicolas Cage perfetto in quanto libero di sfogare tutta la propria dissennata fisicità. 

Emulo di Elvis nell'accento, nel modo di atteggiarsi e nel modo di vestire, con una giacca in pelle di serpente "simbolo di individualità e della mia fede nella libertà personale", Sailor è un uomo violento, dal passato oscuro e difficile che però vuole il bene della sua Lula sopra ogni altra cosa. 

 

Lei, d'altro canto, è un personaggio fortemente eroticizzato ed erotomane, una ventenne che vede in Sailor la salvezza da una vita anonima e schiava della madre. 

Insieme percorreranno chilometri nella pancia di quella "America" che solo Lynch è riuscito a raccontare in modo così crudo e spudorato, così come aveva fatto con il suo precedente Velluto blu - il suo più grande successo commerciale - e così come avrebbe fatto di lì a poco rivoluzionando totalmente la serialità televisiva con Twin Peaks

 

La presenza in ruoli minori di Grace Zabriskie, Jack Nance, David Patrick Kelly, Sherilyn Fenn e Sheryl "Laura Palmer" Lee, in aggiunta alle musiche di Angelo Badalamenti, rendono Cuore selvaggio un film fortemente twinpeaksiano, capace di passare dalla parodia della soap opera alla violenza efferata nel giro di uno stacco di montaggio. 

L'uso delle musiche anni '50 mescolate al metal anni '80 e tutto il circo di personaggi incredibili - Willem Dafoe nei panni di Bobby Peru meriterebbe un articolo a parte - rendono Cuore selvaggio un'esperienza sensoriale eccitante e tramortente, sicuramente non adatta a tutto il pubblico. 

Rivisto oggi in qualche occasione mi ha dato l'idea che a volte Lynch volesse concentrarsi più sulla creazione di personaggi e situazioni iconiche e indimenticabili (missione compiuta) piuttosto che allo sviluppo coerente di un plot che, a differenza di Mulholland Drive, Strade perdute o Eraserhead, sulla carta avrebbe dovuto essere senza dubbio più solido. 

 

Ma il viaggio a mio avviso vale la pena, anche solo per il fatto di essere l'unica Palma d'oro vinta da quel gigante che è David Lynch. 

Nel 2001 Mulholland Drive vinse infatti solo il Prix de la mise en scène (ex aequo con L'uomo che non c'era dei Fratelli Coen), perché la Palma andò al nostro Nanni Moretti con La stanza del figlio, che trovate qui in posizione 3.

 

Se in giro leggete di Lynch che avvicinò Moretti a Cannes dicendogli che un giorno o l'altro lo avrebbe ammazzato, ora sapete anche perché. 

 

Disponibile a noleggio su AppleTV, Microsoft Store , Google Play e Amazon Store

 

[a cura di Teo Youssoufian]

 

Posizione 4

Underground

di Emir Kusturica, 1995 

 

Nel 1995 il Festival di Cannes ha rivolto il suo sguardo verso l'Est dell'Europa: l'eco delle bombe tra le macerie della ex Jugoslavia era troppo forte e troppo vicino per essere ignorato.

 

I due premi più importanti del palmarès vennero assegnati a due letture poetiche del conflitto: il Grand Prix fu riservato a Lo sguardo di Ulisse di Theo Angelopoulos, mentre a vincere la Palma d'oro fu Underground di Emir Kusturica.

 

Si trattava della seconda vittoria sulla croisette per Kusturica, figlio della Jugoslavia, che sulle tradizioni e le contraddizioni della sua terra aveva costruito il successo del suo Cinema.

 

Esattamente 10 anni dopo la sua prima vittoria per Papà... è in viaggio d'affari, la visione dell'autore trovò il suo apice sfarzoso e farsesco con Underground: un'odissea che copre quasi metà del '900 attraverso la storia di due amici fraterni, divisi dalla cupidigia e dall'amore per una donna.

Una lancinante metafora sulla guerra civile che ha lacerato i Balcani. 

I protagonisti dell'opera sono Petar e Marko, oppositori dell'invasione tedesca di Belgrado del '41, costretti a separarsi quando il primo viene imprigionato dai nazisti e il secondo, dopo averlo liberato, lo nasconde insieme a numerosi altri prigionieri politici nel suo enorme scantinato. 

 

Quello che sembra un gesto di coraggio si rivela, però, il più tremendo dei tradimenti: mentendo, Marko convince gli insoliti inquilini della cantina che la guerra si stia protraendo da oltre 20 anni e li sfrutta per la produzione di armi, che una volta rivendute lo renderanno uno degli uomini più potenti della Jugoslavia.

Interpretato da un indimenticabile Miki Manojlović, Marko ha anche spostato Natalija, l'attrice di cui Petar era innamorato durante la Seconda Guerra Mondiale.

A rompere l'assurdo equilibrio sedimentatosi nel tempo arriverà il matrimonio di Jovan, figlio di Petar.

 

L'intero film gravita attorno al disfacimento di una nazione attraverso un concetto tanto semplice quanto sconcertante, ovverosia che nessuna guerra può definirsi tale finché un fratello non uccide suo fratello.

Di atti fratricidi, sia metaforici che letterali, Underground è pieno: è la storia di una terra che si sgretola man mano che si inaridivano i sentimenti dei suoi abitanti. 

La follia delle faccende narrate trova un perfetto contrappunto nell'assoluta anarchia nella messa in scena di Kusturica e nel commento sonoro di Goran Bregović.

 

Un intreccio frenetico di virtuosismo, poesia, pennellate surrealiste e ironia gipsy che converge in un'elegia che solo sul finale rivela la profonda tragicità della sua essenza, per larghi tratti celatasi nelle pieghe dell'opera.

 

Un groviglio così complesso da districare che il suo stesso autore lo ha così definito: 

"Underground è puro Shakespeare filtrato dai Fratelli Marx: più che dal Cinema discende dai Clash."

 

Disponibile su Amazon

 

[a cura di Jacopo Gramegna]

 

Posizione 3

La stanza del figlio

di Nanni Moretti, 2001

 

Con La stanza del figlio, vincitore della Palma d'oro a Cannes 2001, Nanni Moretti mette da parte Michele Apicella e i suoi alter ego, lasciando a mio avviso solo apparentemente ai margini la riflessione sulla politica e sulla società italiana. 

 

Il film esce all'inaugurazione di un secolo di tragedie, involontariamente a cavallo tra due eventi drammatici - l'attacco alle Torri Gemelle di New York e i pestaggi delle forze dell'ordine al G8 di Genova - e quasi a volerne fare metafora di una condizione universale racconta il profondo senso di sconforto e disorientamento scaturito dalla perdita precoce di un figlio.

 

Se è vero infatti che il film di Moretti è anzitutto un dramma familiare, a ben vedere si potrebbe dire che esso nasconda l'allegoria di una frattura più che altro generazionale, la presenza cioè di un futuro continuamente negato, abbandonato e infine portato alla sua definitiva disgregazione.

 

La stanza del figlio è una storia che riguarda chiunque, perché è una storia di padre e madri, ma anche di sorelle, fratelli e figli.

 

Una storia di morte raccontata con un minimalismo straziante nei confronti del quale è possibile soltanto provare un grande sentimento di impotenza, ma anche la rappresentazione di un dolore racchiuso nei confini di uno spazio impenetrabile, un ricordo congelato nella memoria che acquisisce una sacralità colpevole, anche quando non sussiste ragione alcuna per il senso di colpa. 

 

Il regista lavora sulla semplicità delle immagini e sulla crudezza del suono, rumori della realtà contrapposti ai laceranti silenzi del lutto, senza però dimenticare la costruzione di una colonna sonora ad hoc. 

 

Le musiche originali di Nicola Piovani si intrecciano a una selezione di canzoni tra le quali spicca Insieme a te non ci sto più di Caterina Caselli; ma come in tutti i film di Nanni Moretti le grandi canzoni italiane in armonia con il suo stile registico sembrano sempre cambiare pelle, trasformandosi in nuovi e inediti brani. 

 

Contribuiscono in modo sostanziale alla drammaticità simbolica de La stanza del figlio, aiutate dall'ottima scrittura di Moretti, le penetranti interpretazioni di Laura Morante e Jasmine Trinca, quest'ultima al suo debutto come attrice nel lungometraggio.

 

Disponibile a noleggio su AppleTV, Rakuten TV, Google Play e Amazon Store

 

[a cura di Matilde Biagioni]

 

Posizione 2

Il vento che accarezza l’erba

di Ken Loach, 2006  

 

Diciannovesimo dei ventisette lungometraggi finora realizzati dal Maestro del Cinema civile, il film Palma d’oro 2006 è un perfetto esempio della capacità di Ken Loach di raccontare la Storia così come si dovrebbe farlo: dando voce agli ultimi, che spesso non hanno altro modo per farsi sentire.  

 

Il vento che accarezza l’erba narra le vicende storiche intercorse in Irlanda tra il 1919 e il 1923, dunque dal primo anno della guerra d’indipendenza dal Regno Unito e quando venne firmato il Trattato anglo-irlandese che pose fine alla guerra civile, scoppiata l’anno precedente proprio come conseguenza dell’indipendenza.

 

Il titolo, tratto da un verso di una ballata di Robert Dwyer Joyce del XIX secolo, è la perfetta commistione tra Storia e poesia che troviamo spesso nei film del regista britannico.  

 

Damien O’Donovan, interpretato da Cillian Murphy, è un giovane medico in partenza per Londra.

 

Un tragico evento però lo costringe a cambiare idea: Micheál, un ragazzo del suo paese, viene fermato e linciato a morte da alcuni soldati inglesi, che attuano una vera e propria occupazione sul suolo irlandese, proibendo anche l’uso della lingua locale.

Il fratello di Damien, Teddy, è un membro dell’Irish Republican Army e lo convince a unirsi alla lotta armata.  

 

Il film è uno spaccato di quella che fu una sanguinosa guerra fratricida e si addentra nelle ragioni degli irlandesi e ne celebra il trionfo per l’acquisita indipendenza, senza però limitarsi a quello. 

 

La pellicola è infatti tutt’altro che solo celebrativa: sottolinea anzi come il sostituirsi di un potere nuovo a uno vecchio senza però un reale cambiamento nella coscienza civile e politica non porti altro che a un’iterazione oppressiva non diversa dalla precedente.  

 

I temi cari al regista come il sindacalismo, la lotta per il socialismo e il marxismo sono qui esplicitati attraverso la spaccatura all’interno dell’IRA sull’accettare o meno un trattato che era ancora un’indipendenza a metà e sulla necessità del continuare la lotta per ottenere un cambiamento completo e creare così la Repubblica irlandese su solide basi progressiste.  

 

Ken Loach è uno dei pochissimi cineasti a vantare una doppia Palma d’oro: la vincerà di nuovo nel 2016, dieci anni dopo, per Io, Daniel Blake, tenero e struggente affresco di un uomo rifiutato dal sistema di assistenza sociale che però non si perde d’animo, aiutando come può chi sta ancora peggio di lui.  

 

Disponibile su RaiPlay e Nexo+

 

[a cura di Elena Bonaccorso] 

 

Posizione 1

The Square

di Ruben Östlund, 2017  

 

Ad aggiudicarsi la Palma d’oro 2017 è stato l’irriverente film di Ruben Östlund, che ha lavorato qui anche in veste di sceneggiatore e montatore.

 

Al suo quinto lungometraggio, Östlund si è affermato a livello internazionale e The Square è stato scelto per rappresentare la Svezia ai Premi Oscar 2018 nella categoria Miglior Film in Lingua Straniera.

Ma cos’è The Square?

 

Ci troviamo nel mondo dell’arte contemporanea, delle esposizioni museali e della performance art.

 

Christian, interpretato dall’attore danese Claes Bang, è il curatore di un prestigioso museo d’arte contemporanea di Stoccolma, che sta per accogliere una nuova installazione: un semplice quadrato bianco tracciato sui sampietrini, uno spazio delimitato che, nelle intenzioni dell’artista, rappresenta un safe space in cui chiunque vi si trovi all’interno ha il dovere morale di aiutarsi reciprocamente.

 

L’opera, accolta di buon grado, necessita di pubblicità per attirare visitatori.

 

I creativi incaricati dal museo impostano una campagna marketing sulla logica della viralità, ideando un video promozionale agghiacciante completamente in contrasto con il significato dell’opera e creando non pochi problemi a Christian, che tra l’altro non aveva condiviso affatto lo stile della campagna.  

 

Tra problemi personali, situazioni paradossali e performance art spinta all’inverosimile - la sequenza della cena di gala al museo con annessa prestazione dell’artista russo Terry Notary è grottesca quanto basta - The Square mette quasi subito in secondo piano l’opera da cui prende il nome per concentrarsi più sullo sbeffeggiare un mondo che nel sentire comune viene visto come lontano ed eccentrico e, il più delle volte, inutile.  

 

I problemi quotidiani di Christian sembrano slegati dal mondo lavorativo di cui fa parte, ma in realtà ne umanizzano la figura, che altrimenti sarebbe solo un arrampicatore sociale sprezzante e indifferente - cosa che in parte è - ma che alla fine si ritrova schiacciato dal suo stesso ambiente.

 

Nel perfetto stile del regista svedese, lo spernacchio all’alta società è molto composto, senza grossi drammi ma senza nemmeno un reale ribaltamento dello status quo: un pessimismo sarcastico che, quantomeno, apre più di qualche riflessione sullo stato della società contemporanea.  

 

Appena cinque anni dopo, nel 2022, Ruben Östlund ha vinto la sua seconda Palma d’oro per Triangle of Sadness, entrando così nella rosa strettissima dei cineasti insigniti due volte del prestigioso riconoscimento.

 

Disponibile su Prime Video

 

[a cura di Elena Bonaccorso]

 



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