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C'è un cadavere sulla strada che porta a Hope Harbor.
Chi conosce il Cinema del sempre bravissimo Na Hong-jin, non sarà stupito dal sapere che il suo Hope si apre con il mistero legato a un cadavere.
Il corpo, però, non è quello di un umano: stavolta a giacere sull'asfalto è un enorme mucca, che presenta tracce di violenza non riconducibili a nessun animale, né all'uomo.
Qualcuno ipotizza la presenza di una tigre. La realtà, però, è ben diversa.
[Trailer ufficiale di Hope]
Per il secondo anno di fila un'opera presentata al Festival di Cannes si è aperta con la visione di un cadavere riverso sulla strada: un anno fa L'agente segreto rappresentava così l'impunità, il disordine e il regresso del Brasile degli anni '70, mentre Hope usa un attacco al bestiame come innesco per un'epopea aliena turbinosa e travolgente.
Il titolo Hope, oltre a riferirsi all'immaginario luogo in cui il film è ambientato, sembra contenere tutte le aspettative produttive a cui il film si ammanta.
L'opera ha sfiorato i 50 milioni di dollari di budget ed è infatti il film più costoso della Storia cinematografica della Corea del Sud, affidato a un regista che ha districato la sua carriera nel segno del Cinema di genere, distribuendo minuziosamente quattro film - tutti notevoli - in quasi 20 anni di carriera.
Assurto agli onori delle cronache mondiali grazie al successo critico e di pubblico di Goksung - La presenza del diavolo dieci anni fa, Na Hong-jin ha sempre distillato gocce di Cinema politico in marchingegni filmici perfetti: gli stilemi del poliziesco e del noir con cui aveva perfettamente giocato nei suoi film d'esordio, i potentissimi The Chaser e The Yellow Sea, avevano lasciato il posto alle suggestioni horror di The Wailing (titolo internazionale di Goksung).
Tratto comune alle opere è sempre stato una corrosiva disamina del tessuto sociale, pervaso di mancanza d'empatia e fortemente corrotto.
La politica è, stavolta, sullo sfondo: Hope Harbor è al cofine con la Corea del Nord, nei pressi della zona demilitarizzata.
Il nemico però non viene dal confine, ma da un altrove neanche immaginabile.
Hope sembra portare alle estreme conseguenze un filone narrativo diffusissimo nel Cinema sudcoreano, di cui lo stesso Na Hong-jin è stato fulgido esponente con le opere precedenti.
In questo, pur nell'assoluta rarefazione dei tratti dei personaggi e nella completa assenza di momenti di riflessione sociale, Hope conserva una matrice autoriale nitida.
[Una scena di Hope]
Il film parte infatti da un elemento comune a tutti i film del suo regista: un'investigazione - quella sul cadavere della mucca - attuata dal capo della polizia locale Bum-seok (Hwang Jung-min) ma ben presto rivela la sua natura composita e distruttiva.
La comunità locale è infatti falcidiata dall'arrivo di una forza aliena che, a lungo, non è possibile identificare.
D'altronde la stessa nazione in cui proliferano serial killer, ricchi che vampirizzano la vita dei poveri, poliziotti dalla forza sovrumana, aziende che sembrano pensate per far impazzire i propri dipendenti, zombi, rapitori e trafficanti di esseri umani non può che ospitare anche degli alieni.
Nel 2026, però, la nascita del mostro non ha necessità di essere ancorata a un elemento di critica sociale come nello splendido The Host di Bong Joon-ho: gli alieni arrivano e basta.
Potremmo ironicamente dire che, guardando al Cinema prodotto dalla Corea del Sud, gli extraterresti abbiano pensato di aver trovato terreno fertile per stabilirsi.
Ecco che l'opera si spoglia delle sue implicazioni riflessive e assurge ad autentico blockbuster - nelle intenzioni e nei mezzi - dell'industria cinematografica sudcoreana: non a caso quattro nomi di Hollywood come Michael Fassbender, Alicia Vikander, Cameron Britton e Taylor Russell hanno scelto di partecipare al film senza essere riconoscibili.
La messa in scena di Na Hong-jin tiene fede a simili premesse, elevandosi su standard a dir poco eccelsi.
La padronanza del mezzo del regista e del geniale direttore della fotografia Hong Kyung-pyo è a dir poco fenomenale: le lunghe e vorticose sequenze di inseguimento e devastazione cittadina di Hope sono girate con maestria e un'imprevedibile grazia.
Malgrado l'eccesso e la violenza contenuti nel quadro, i movimenti di macchina sono sempre calibrati e di grande resa.
La caratterizzazione dei personaggi è minima, interamente virata su un tentativo di sottolinearne la goffaggine intrinseca, esacerbata dall'assurdità della situazione in cui si trovano.
A emergere tra tutti è la giovane poliziotta Sung-ae (Jung Ho-yeon), caratterizzata da una furia del tutto cinegenica.
[In Hope Jung Ho-yeon si candida a diventare una star mondiale grazie a un personaggio del tutto iconico]
Come giustamente sottolineato già nella recensione dal Festival di Cannes, nella costruzione della tensione Hope è debitore de Lo squalo: la vista del mostro ci è a lungo occlusa, se non attraverso la scia di devastazione che porta con sé.
Allo stesso tempo, lo scontro tra umano e mostro viene direttamente dalle grandi storie di frontiere della Storia del Cinema, contaminando l'opera di venature western.
In Hope Na Hong-jin strappa una pagina dal libro del grande Cinema statunitense di frontiera, rappresentando lunghi e devastanti scontri a fuoco, inseguimenti ed esplosioni che però "non fanno rumore" sul piano sociale né portano all'arrivo di rinforzi, lasciando gli eroi del film a contatto con i diretti avversari senza possibilità di ulteriore difesa.
Poco importa se questi sono alieni e non pistoleri.
Così come in Non è un paese per vecchi o nei più recenti Eddington e Una battaglia dopo l'altra, la perifericità del luogo d'ambientazione rende estenuante lo scontro e implausubile l'ipotesi di un intervento esterno.
Ecco, dunque, che Hope trova degli imprevedibili punti in comune con un'altra opera di alieni sita alla frontiera e diretta da un autore di grande livello: in origine fu Nope, ora è il turno di Hope.
Da una parte le creature "Not Of Planet Earth" di Jordan Peele, dall'altra gli extraterresti di Hope Harbor di Na Hong-jin.
Oltre all'assonanza, all'affinità tematica e alla collocazione, possiamo rilevare che entrambe le opere sono pervase dalla contaminazione giocosa tra i generi: dall'ironia dei suoi personaggi, dalla presenza di animali (tra tutti, i cavalli) costretti a fronteggiare la furia aliena e dalla goffaggine umana nel raffonto con specie extraterresti.
Due fulgidi esempi di Cinema composito e dalle grandi potenzialità di intrattenimento.
[Cavalli e alieni: Hope in questo ci ricorda un po' Nope di Jordan Peele]
La voglia di intrattenere da parte di Hope è tale da non negare nemmeno per un secondo la sua vera natura: quella di capostipite di una nuova, ambiziosissima, epopea aliena.
La chiusura dell'opera è, dunque, l'apertura di una nuova stirpe di opere fantascientifiche.
Un'operazione che non può che intrigare per le premesse e per il meraviglioso telaio formale di cui Hope è dotato: una caratteristica che rende il film un alieno tra gli alieni.
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