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Un incidente porta al riaprirsi di una ferita che ricomincia a sanguinare, una ferita individuale che non può che farsi collettiva, universale.
Un viaggio On the Road che porta a nuovi incontri, a una strada che si percorre insieme alla ricerca di giustizia. Ma la giustizia esiste davvero?
O meglio: è davvero giustizia quella che accompagna i protagonisti nel loro cammino, o forse un desiderio di cieca vendetta?
In Un semplice incidente Jafar Panahi lavora per sottrazione, realizzando un film crudo e sottile in cui denuncia e guarigione si intrecciano.
[Trailer ufficiale di Un semplice incidente]
Un uomo (Ebrahim Azizi), dopo aver investito un animale con la macchina, si reca in un’officina per risolvere il problema. Il meccanico Vahid (Vahid Mobasseri) lo nota e da lì comincia a inseguirlo convinto che si tratti dello stesso torturatore (soprannominato Gamba di Legno) che fu suo aguzzino in una prigione iraniana.
Ad accompagnarlo verso questo desiderio di riscatto ci saranno altri protagonisti, uomini e donne che condividono con lui un passato segnato dalla violenza e che nel presente continuano a rivivere il trauma della prigionia.
Un semplice incidente non mette in scena eroi: i personaggi sono rappresentati come portatori di una ferita non rimarginata, scossi dalle atrocità subite. Vahid, Shiva (Mariam Afshari), Hamid (Mohamad Ali Elyasmehr), Goli (Hadis Pakbaten) e Ali (Majid Panahi) cercano qualcosa, probabilmente un espediente per sanare il loro trascorso violato.
È proprio qui che va ricercato uno dei punti più interessanti del film: non si comprende pienamente cosa sia quello che smuove i personaggi. Se, appunto, vendetta, giustizia, perdono, oppure una semplice componente di sfogo che li faccia sentire meno soli e inascoltati.
E questa tensione verso una soluzione, che in realtà non esiste, non fa che rendere i protagonisti estremamente umani.
[Alcuni dei protagonisti di Un semplice incidente]
Su questa scia, appunto, i temi del riconoscimento e dell’identità sono centrali in Un semplice incidente.
Vahid e gli altri, per quanto cerchino di provare ad andare avanti, si riconoscono nelle crepe che ormai li attraversano.
L’esperienza della prigionia è diventata parte indissolubile della loro identità individuale e del trauma collettivo che condividono.
Panahi, per mettere in scena questa storia che indaga intimamente tante storie e vissuti, adotta uno stile minimale. Un semplice incidente, infatti, si regge su un’alternanza tensiva che nasce dall’attesa e si tramuta in azione, ma anche in tanti silenzi e spazi riflessivi.
Il regista sceglie visivamente di fare un passo indietro, per farne ideologicamente due avanti. Osserva, scruta, segue e indaga, lasciando che siano le emozioni a scuotere i silenzi creati.
Un semplice incidente non si delinea come un puro thriller (che di per sé sarebbe stato ugualmente godibile), ma si fa atto politico, espressione della condizione contemporanea iraniana e della resistenza artistica di cui Panahi, da anni, è un convinto rappresentante.
Il risultato è un film che, muovendosi in bilico, senza mai scivolare, su una ferita che si allarga fino a toccare un’intera comunità, si dimostra un ottimo esempio di opera artistica, sociale e morale.
Non c’è retorica, non c’è soluzione, non c’è scappatoia: quello che lo spettatore del film può fare è entrare in questo flusso di intricate riflessioni e scavare fino a cercare la propria verità.
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1 commento
Giacomo Camilli
29 giorni fa
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