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Hope - Recensione: Na Hong-jin e il Fury Road coreano - Cannes 2026

Era da Mad Max: Fury Road che il Festival di Cannes non vedeva così tanta azione e il nuovo film di Na Hong-jin ha in effetti molte cose in comune con il blockbuster di George Miller

Titolo originale: Hope
Genere: Azione, Fantascienza, Thriller
Regia: Na Hong-jin
Sceneggiatura: Na Hong-jin
Cast: Hwang Jung-min, Jung Ho-yeon, Zo In-sung, Michael Fassbender, Alicia Vikander, Taylor Russell
Durata: 160 minuti
Distribuzione: TBA
Paese: Corea del Sud
 

A esattamente dieci anni di distanza torna Na Hong-jin con Hope, un film che non solo non assomiglia a nulla di quanto ci abbia fatto vedere l'autore sudcoreano, ma che si fa fatica ad associare anche ad altri film, a partire dai blockbuster hollywoodiani con i quali condivide l'altissimo budget e qualche nome importante, anche se durante il film difficilmente li riconoscerete. 

 

Dopo dieci anni giocano un grande ruolo anche le aspettative e a mio avviso per valutare un film folle come questo bisogna prenderle in considerazione: se vi aspettate un'opera stratificata come The Wailing, qualcosa di politicamente tagliente come The Chaser o un grido di accusa alla società come The Yellow Sea, Hope non è quello che state cercando. 

Se invece vi aspettate il film d'azione più folle, più divertente e meglio girato degli ultimi anni, allora sì.

 

Abbondantemente sì.

 

[Trailer ufficiale di Hope]

 

 

Hope è ambientato nella sonnolenta cittadina di Hope Harbor, in Corea del Sud, nelle vicinanze della zona demilitarizzata con il Nord.

 

Uno di quei posti dove tutti si conoscono, tutti sono vagamente imparentati e tutti sono già abituati per ragioni geografiche e politiche all'idea astratta di un pericolo che può arrivare da fuori; in questo il film all'inizio dichiara subito le intenzioni, con inquadrature che includono più di un cartello che mette in guardia dalla presenza di spie nord coreane. 

 

Il capo della polizia locale Bum-seok (Hwang Jung-min) viene chiamato a investigare la carcassa dilaniata di un toro in una stradina di campagna.

I cacciatori locali parlano di una tigre scesa dal Nord, ma i graffi sul malcapitato bovino poco hanno a che fare con gli artigli di un felino, per quanto grande. 

 

Quello che segue da qui in poi sono circa 120 minuti di puro Cinema d'azione, di una qualità quasi commovente: non esiste caratterizzazione dei personaggi né la costruzione di un qualcosa che possa far empatizzare gli spettatori, ma soltanto una macchina da presa che corre a folle velocità assieme ai protagonisti e ai nemici in un villaggio dilaniato, sull'autostrada deserta, nei boschi pieni di insidie. 

 

 

[I boschi di Hope, pieni di minacce, di sorprese e protagonisti di una sequenza di inseguimento tra le più belle del film]

 

Na Hong-jin e il direttore della fotografia Hong Kyung-pyo (già dietro a Parasite, Burning e The Wailing) costruiscono sequenze di inseguimento, caos urbano e carneficina con un'eleganza feroce che sembra quasi un commento sul genere stesso: la macchina da presa scivola, gira, accelera, percorre interi isolati distrutti, cavalca letteralmente assieme ai cavalli e affianca le auto in corsa con una padronanza del mezzo che mette in imbarazzo la maggior parte dei blockbuster hollywoodiani degli ultimi dieci anni.

 

C'è un momento in cui una macchina fa un'inversione a U e la macchina da presa ci mette quasi una pista di atterraggio per cambiare direzione, come se avesse accumulato troppa velocità per fermarsi e personalmente da spettatore la trovo una delle cose più belle viste al cinema quest'anno. 

 

Hope secondo me funziona perché non prende i suoi personaggi sul serio, ma li ama comunque: Bum-seok è incompetente nel modo giusto, anche se fa sempre le stesse faccette, la giovane poliziotta Sung-ae (Jung Ho-yeon, la giocatrice 067 di Squid Game qui al suo - convincente - debutto cinematografico) è una furia scatenata e maneggia armamenti militari con una naturalezza che fa ridere e tifare contemporaneamente, il cacciatore Sung-ki (Zo In-sung) è il tipo di personaggio che nel finale si appende al retro di un'auto della polizia in corsa e aspetta che il mostro si avvicini abbastanza per sparargli in faccia.

 

Tutto è esagerato, niente è approfondito; le backstory non esistono, le motivazioni psicologiche nemmeno, ma niente di tutto ciò servirebbe allo scopo e anzi sarebbe di impiccio: quando è tutto così divertente, la profondità dei personaggi è un lusso superfluo.

 

La scena in cui un vecchio contadino racconta all'agente Sung-ae di aver assistito all'apparizione di tre mostri nel bosco è una scena di suspense prolungata e riuscitissima, interamente narrata attraverso... un aneddoto sulla diarrea incontrollabile che lo aveva colpito quella mattina, per via di un piatto di maiale piccante mangiato la sera prima.

Al Festival di Cannes la sala sovrastava con le risate le battute del film e devo ringraziare la presenza dei sottotitoli altrimenti mi sarei perso tutto, mentre ridevo anche io nonostante l'umorismo scatologico non sia mai stato la mia passione. 

 

Il problema vero di Hope, forse, arriva quando vediamo il mostro.  

 

 

[Hope: l'entrata in scena del personaggio di Jung Ho-yeon ha letteralmente fatto ululare di tifo l'intera Sala Debussy del Festival di Cannes... ed era una proiezione stampa!]

 

 

Dopo una costruzione spielberghiana della tensione, in cui come ne Lo squalo vediamo solo il risultato delle azioni del mostro senza mai vederlo davvero, il momento dello svelamento depotenzia un po' tutto, così come i personaggi interpretati da degli irriconoscibili Michael Fassbender, Alicia Vikander e Taylor Russell ricoperti da una CGI che, soprattutto nei momenti più concitati, onestamente non è sempre al massimo delle possibilità di un budget evidentemente faraonico. 

 

L'estetica da videogioco di prima generazione a quel punto stride con la qualità sopraffina di tutto ciò che viene prima: si può leggere forse come una scelta volutamente camp, e in parte credo lo sia, ma il secondo atto del film oltre a presentare queste criticità si dimentica anche per parecchio tempo di raccontare che fine abbiano fatto i cacciatori, con un montaggio che se prima era alternato finisce per dedicarsi esclusivamente ai poliziotti. 

 

Cerco di non svelare troppo per farvi arrivare alla visione vergini come lo sono stato io, ma penso che la costruzione della mitologia di Hope sia a tutti gli effetti la parte più debole dello script: accenni di backstory aliene, sottotrame moltiplicate senza necessità, pavidi tentativi di dare profondità a "creature" che a mio avviso sarebbero state più interessanti come mere forze della natura che come veri personaggi.

 

L'atto finale recupera il ritmo frenetico dell'inizio, con un inseguimento in autostrada che è, senza esagerare, uno dei migliori pezzi d'azione cinematografica degli ultimi anni; quando poi sembra tutto finito arriva prima una virata narrativa nel più classico stile del regista e in seguito il film si trasforma da thriller rurale a epica cosmica di fantascienza, lasciando spalancata la porta del sequel.

 

Hope oggi è qualcosa di raro: un film di puro intrattenimento, girato da qualcuno che sa fare Cinema al massimo livello, che sceglie consapevolmente di mettere tutto quel talento al servizio del divertimento collettivo, senza scuse e senza sovrastrutture intellettuali.

Per almeno 2/3 della sua durata è tra i migliori film d'azione che vedrete quest'anno e che molto probabilmente non vedevate da parecchio tempo.

 

Se a voi sembra poco...

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