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Minotaur di Andrej Zvyagintsev è il ritorno del regista russo nove anni dopo il suo struggente Loveless: un viaggio nell'orrore del potere che descrive bene la Russia contemporanea di Vladimir Putin.
Remake di Stéphane, una moglie infedele di Claude Chabrol e vincitore del Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2026, la vicenda di Minotaur racconta le sorti di una famiglia alto borghese composta da Gleb (Dmitrij Mazurov), CEO di una ditta di spedizioni che deve fornire al Governo una lista di suoi impiegati da mandare in guerra in Ucraina, Galina (Iris Lebedeva), moglie in cerca di distrazioni emotive che lo tradisce con un fotografo di trent'anni più giovane e il loro giovane figlio maschio, inerte testimone di eventi a lui celati.
Il Minotauro del titolo è il figlio della madre Russia e del padre Putin, una creatura mostruosa che si nutre dei propri cittadini, pretende continuamente nuove vittime sacrificali e tiene un intero popolo prigioniero di un labirinto dal quale sembra impossibile fuggire.
[Trailer ufficiale di Minotaur]
Nel mito greco Atene era costretta a consegnare sette ragazzi e sette ragazze al Minotauro, mentre nel film Gleb deve scegliere quattordici uomini da mandare a combattere in Ucraina.
A distanza di millenni, il meccanismo del potere rimane identico: qualcuno decide chi sacrificare affinché il mostro possa continuare a vivere.
La violenza del regime si insinua nelle case, nei matrimoni e nei rapporti umani, mostrando come il potere che decide della vita degli altri sia lo stesso che domina, umilia e distrugge gli affetti.
La tirannia di uno Stato trova così il proprio riflesso nella tirannia domestica, in una società nella quale la sopraffazione è diventata un modello di comportamento.
Dietro la facciata impeccabile della borghesia russa si nasconde una complicità feroce, quella di chi difende il proprio benessere mentre altri vengono mandati al massacro; sono i ricchi a decidere e i poveri a morire, in un sistema nel quale il privilegio non è soltanto una condizione economica, ma diventa una precisa responsabilità morale.
Gleb non è semplicemente un ingranaggio del sistema, ma ne è anche un beneficiario e un complice, perché il mostro non vive soltanto al Cremlino, ma si riproduce nelle aziende, nelle famiglie e nei rapporti tra uomini e donne: è una violenza che si trasmette dall'alto verso il basso, fino a diventare parte della quotidianità e dell'identità stessa di chi la esercita.
[Iris Lebedeva in una scena di Minotaur]
La regia di Andrej Zvyagintsev è elegantissima e trova nella fotografia di Michail Krichman, suo abituale collaboratore nonché autore delle splendide immagini di Vermiglio di Maura Delpero, un alleato straordinario.
Ogni inquadratura sembra composta con precisione, ma questa bellezza non offre alcuna consolazione, anzi rende ancora più disturbante il contrasto tra la perfezione delle immagini e l'orrore morale che raccontano.
Affinché un sistema autoritario possa sopravvivere non bastano i carnefici, ma servono anche uomini che obbediscano, cittadini che distolgano lo sguardo e privilegiati disposti a sacrificare gli altri pur di conservare la propria posizione. Zvyagintsev racconta così una società nella quale la responsabilità del male non appartiene soltanto a chi comanda, ma anche a chi sceglie di non opporsi.
Minotaur è un film profondamente pessimista, nel quale non esistono vere possibilità di redenzione e nessuno sembra capace di sottrarsi alla propria natura o al sistema di cui fa parte.
Anche il finale aperto, anziché suggerire una possibile liberazione, lascia la sensazione angosciante di una condanna destinata a ripetersi, come se ogni corridoio del labirinto conducesse inevitabilmente allo stesso punto.
Dall'esilio francese, Zvyagintsev sembra ancora aspettare il suo Teseo, qualcuno capace di affrontare la belva, interrompere il meccanismo del sacrificio e liberare un popolo dal labirinto nel quale è imprigionato.
Nel suo film non esiste alcun eroe, nessun filo di Arianna sembra indicare una via d'uscita: il mostro continua indisturbato a divorare i propri figli.
[articolo a cura di Pietro Baroni]
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