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Klara e il Sole - Recensione: un eccesso di buone intenzioni

Jenna Ortega è un’Amica Artificiale nel nuovo film di Taika Waititi, tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro: tra fantascienza, commedia e dramma familiare, Klara e il Sole accumula interrogativi sull’umano senza però trovare una forma capace di tenerli insieme

Titolo originale: Klara and the Sun
Genere: Drammatico, Fantascienza
Regia: Taika Waititi
Sceneggiatura: Taika Waititi, Dahvi Waller
Cast: Jenna Ortega, Amy Adams, Mia Tharia
Distribuzione: Eagle Pictures
Uscita Italia: 22 ottobre 2026
Durata: 116 minuti
Paese: USA, Regno Unito, Nuova Zelanda

In Klara e il Sole il mondo non offre a tutti la stessa chiarezza.

 

Nel caso di Klara, un’Amica Artificiale progettata per alleviare la solitudine di bambini e ragazzi, è uno spazio di per sé troppo complesso, ma semplificabile in un sistema di associazioni elementari.

 

Il suo compito è instaurare legami, quindi i rapporti umani sono sempre benefici. L’amore è un’energia luminosa che avvolge le persone, la polvere e il rumore sono forze ostili, il Sole è una divinità gentile che esaudisce i desideri e riposa in un fienile. 

Come un animale da compagnia, Klara è concepita per gli spazi interni: la sua percezione richiede un continuo adattamento e, qualora si trovi in uno spazio aperto, deve ricalibrare. 

La ricalibrazione è un processo datato che ne rivela l’obsolescenza: comporta un blocco delle funzioni, la definizione di un sistema di dati e colori basilari e la ricostruzione di un’immagine decifrabile. 

 

L’ironia è che la pellicola stessa sembra emularne il difetto di funzionamento.

 

[Trailer ufficiale di Klara e il Sole]

 

 

Adattamento dell’omonimo romanzo del Premio Nobel Kazuo Ishiguro, Klara e il Sole di Taika Waititi richiede non solo alla propria protagonista, ma allo spettatore stesso, di sostenere un processo di ricalibrazione continua: ogni volta che il film sembra inquadrare una possibile direzione, si sposta altrove.

 

La premessa è inizialmente chiara: Klara (Jenna Ortega) viene acquistata da una famiglia facoltosa per tenere compagnia a Josie (Mia Tharia), una ragazza “potenziata” che vive con la madre, quasi sempre assente.

Klara entra in una famiglia segnata dal lutto e vi porta uno sguardo ingenuo, infantile, una disponibilità assoluta all’accudimento e la fiducia che ogni sofferenza possa trovare una soluzione.

 

Il primo atto suggerisce un racconto accessibile a un pubblico giovane, in cui la distanza tra l’esperienza umana e la sua interpretazione artificiale possa diventare insieme occasione comica e strumento di riflessione.

Tuttavia, il film disperde queste coordinate.

 

I temi della medicina genetica e della perdita familiare si intrecciano a interrogativi sul rapporto tra tecnologia e ambiente, al discrimine sociale tra esseri umani potenziati e non, ai filoni del disincantamento adolescenziale e dell’autodeterminazione, fino a riflessioni su clonazione umana, permanenza dell’anima e possibilità di una sua sostituzione artificiale.

Ognuno di questi elementi potrebbe ampliare il significato degli altri; più spesso, ne interrompe lo sviluppo.

 

La sensazione che prevale è del non sapere quale storia si stia guardando, quale conflitto dovrebbe sostenerla e quale peso attribuire alle sue deviazioni.  

 

 

[Klara e il Sole: Klara e Josie in una scena del film]

 

Il problema centrale è come questo spaesamento attraversi ogni livello del film: non solo narrativo, concettuale e tematico, ma anche tonale, fino a investire la costruzione del mondo e la caratterizzazione dei personaggi.  

 

Il primo livello da analizzare è la costruzione diegetica del mondo. 

Klara e il Sole accosta tecnologie capaci di intervenire radicalmente sull’essere umano ad automi la cui comprensione delle relazioni umane appare estremamente rudimentale, anche solo in relazione agli algoritmi generativi diffusi nel contemporaneo.

Ambienti domestici, costumi, mezzi di trasporto e paesaggi conservano un aspetto a tratti retrofuturistico, Internet è scomparso.

Questa disomogeneità tecnologica non sarebbe di per sé un’incoerenza, ma il film fatica a farne percepire una logica.

 

Così rappresentata, l’impressione è di un universo le cui regole sono definite per introdurre singole svolte narrative, senza considerarne fino in fondo le conseguenze; ne deriva un limite particolarmente evidente nella gestione del tono. 

 

 

[Klara e il Sole: il campo di grano e la casa di Josie]

 

 

Il dispositivo richiama quello di Jojo Rabbit: ancora una volta, uno sguardo infantile attraversa un mondo brutale, orrore e risata sono chiamati a convivere.

 

Eppure, mentre per Jojo Rabbit l’equilibrio si fondava anche sulla discrepanza tra ciò che lo spettatore conosceva della Storia e ciò che il protagonista era in grado di comprendere, in Klara e il Sole manca un riferimento condiviso chiaro - che in questo caso sarebbe dovuto essere costruito internamente dal film - in grado di dare un peso alle deformazioni grottesche e di rendere percepibile la tragedia attraverso l’innocenza che dovrebbe farne da schermo.

 

In assenza di una cornice forte, il passaggio dal drammatico al comico finisce per spostare di continuo i termini del racconto, anziché orientarli.

I registri raramente trovano una modulazione efficace, tra gag reiterate e comicità caricaturale, ironia grottesca ed enfasi drammatica.

 

Risulta quindi a mio avviso un film che non riesce a divertire quando vuole essere comico e non riesce a emozionare dove vorrebbe essere tragico.  

 

 

[Klara e il Sole: Klara con la direttrice del negozio di Amici Artificiali, interpretata da Natasha Lyonne]

 

L’instabilità si estende, in ultimo, alla caratterizzazione dei personaggi.

 

Le loro oscillazioni raramente acquistano il tempo necessario a diventare contraddizioni riconoscibili di una personalità e diventano - anche in questo caso - adattamenti alle esigenze di scena.

A seconda delle circostanze, potrebbe essere più utile una ragazza vulnerabile o una giovane ribelle, una madre minacciosa o una madre complice, l'avversario grottesco o l’eroina capace di commuovere. 

Jenna Ortega conserva comunque una certa efficacia grazie all’entusiasmo e all’ingenuità di Klara, e le offre una continuità che il resto del racconto non possiede.

 

Al contrario, altri interpreti normalmente brillanti, come Amy Adams nel ruolo della madre Chrissie, si smarriscono nella psicologia indefinita del proprio personaggio.  

 

 

[Klara e il Sole: Amy Adams nel ruolo della madre di Josie]

 


Si intravede, da qualche parte, un film capace di funzionare, ma è una possibilità intrecciata a un groviglio di temi e svolte, tutti abbastanza presenti da reclamare attenzione e troppo poco sviluppati per contribuire a un discorso compiuto.

 

Persino l’umorismo e la tenerezza riconoscibili del Cinema di Waititi sembrano elementi accostati, più che espressioni di uno sguardo.

 

La meditazione conclusiva sul valore dell’amore e della memoria vorrebbe raccogliere il significato del percorso; ma arriva al termine di un film che, nel suo complesso, non riesce mai a definire cosa voglia dire, a chi intenda rivolgersi e attraverso quale forma.

____

 

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