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Silent Friend - Recensione: dove il tempo mette radici

Ildikó Enyedi si addentra magistralmente attraverso le pieghe dello spazio e del tempo, dando vita a uno splendido racconto transgenerazionale capace di unire epoche, vissuti ed emozioni sotto il segno della filosofia, dell'umanesimo, della tecnologia e di un rinnovato amore per l'intima relazione fra uomo e natura

Titolo originale: Silent Friend
Genere: Drammatico, Storico
Regia: Ildikó Enyedi
Sceneggiatura: Ildikó Enyedi
Cast: Tony Leung Chiu-wai, Léa Seydoux, Luna Wedler
Distribuzione: Movies Inspired
Uscita Italia: 3 settembre 2026
Durata: 145 minuti
Paese: Germania, Francia, Ungheria

Nonostante un afflato dichiaratamente ecologista, quel che un'opera come Silent Friend pare volerci realmente insegnare è che, al di là del tempo e dello spazio, tutti noi esseri umani - pardon: viventi - siamo profondamente e indissolubilmente interconnessi.

 

Gli ardui tentativi di emancipazione culturale nonché sessuale di una giovane laureanda di inizio XX secolo, la responsabile presa di coscienza di un fresco sessantottino cresciuto all'ombra della spensierata Cortina di Ferro, l'inatteso risveglio tecno-spirituale di un neuroscienziato d'oltre Celeste Impero nel pieno di un pandemico lockdown: ciò che il delicato e ispiratissimo sguardo cinematografico di Ildikó Enyedi ci pone dinnanzi agli occhi e nelle profondità dell'animo è la semplice e chiara consapevolezza di quanto ampie, ramificate e fittamente intrecciate siano le radici sulle quali si fonda ogni nostra più infinitesimale esperienza.

 

[Trailer ufficiale di Silent Friend]

 

 

Ben consapevole di quanto narrativa sia di fatto la natura che ci accompagna, in quanto specie, sin dalla più recondita notte dei tempi, la lucida e appassionata cineasta ungherese riesce dunque con Silent Friend a trovare il perfetto punto di contatto e la conseguente necessaria sintesi fra il naturalismo magico proprio di quel gioiellino di emotivo esistenzialismo che fu Corpo e anima e la possente tensione fra intimità e universalità storica sulla quale il suo ambizioso Storia di mia moglie tentava così epicamente d'inerpicarsi.

 

Ne scaturisce dunque una toccante epopea sentimentale, filosofica, ecologista nonché innegabilmente autorale; nella quale, così come nel sensualmente ermetico e, per forza di cose, ignobilmente frainteso The Fountain - L'albero della vita apparecchiatoci ormai vent'anni orsono da un Darren Aronofsky in pieno sentore umanistico, l'intrecciarsi e sovrapporsi di ben tre cronistorie tra loro tanto differenti quanto subliminalmente affini troverà, per l'appunto, nella natura stessa e nel suo più mastodontico emissario il necessario quanto allegorico trait d'union.

 

Se infatti non si fosse ancora intuito, l'ingombrante Silent Friend a cui si fa così evocativamente riferimento altro non è che un maestoso e secolare albero di Ginkgo biloba, piantato nel lontano 1832 al centro dello sconfinato Giardino Botanico della rinomata università tedesca di Marburgo e che, con il proprio silente sguardo del tutto indifferente a qualsivoglia umana gioia o dolore, avrà modo di tenere traccia sulla propria coriacea pelle e fra le proprie imperiture fronde del passaggio di innumerevoli piccole e grandi vite vissute.

 

Sono poche in realtà le vicende, separate dal tempo ma non certo dallo spazio, quelle a cui il nostro immutabile arboreo osservatore sceglie di porre genuina attenzione; facendo leva su quella sorta di memoria condivisa e comune esperienza che, come già più volte accennato, in quanto figli della medesima Madre Terra noi tutti striscianti, zampettanti, nuotanti nonché sboccianti entità inconsapevolmente condividiamo quale connaturata skill.

 

 

[Tony Leung Chiu-wai alle prese con un insuale esperimento neuro-ecologista in Silent Friend]

 

Tre epoche: il patriarcale Secondo Reich di inizio Novecento, la libertina Germania Ovest di inizio anni '70 e la ribollente comunità accademica teutonica all'ombra del COVID-19.

 

Epoche fotografate tramite tre differenti formati, dal delicato bianco e nero di un'evocativa pellicola 35mm a un pastoso 16mm dal sapore fortemente rohmeriano, fino al desaturato sguardo digitale della sintetica contemporaneità, nelle quali altrettante esistenze troveranno il modo di incontrarsi e scontrarsi, seppur in differita, attraverso la profonda (ri)conoscenza e (inter)connessione mediata dalla comune (ri)scoperta del nostro vitale dialogo con la natura che ci circonda.

 

Districarsi fra la coraggiosa affermazione sociale della giovane Grete (Luna Wedler, meritatamente insignita del Premio Marcello Mastroianni alla Mostra del Cinema di Venezia 2025) quale prima studentessa universitaria del dipartimento di botanica in quel sopracitato ipermascolino ateneo dell'Assia, la trasferta in terra germanica, fra quelle medesime aule, del neurologo infantile Tony Wong (Tony Leung, per il quale il film stesso è stato appositamente concepito) e i goffi esperimenti di comunicazione uomo-pianta imbastiti da un'indolente matricola come Hannes (Enzo Brumm) sotto l'arcaica ispirazione degli scritti di Goethe non è cosa particolarmente ardua per un film come Silent Friend; così come dimostra il ritmo serrato e intelligentemente dosato del montaggio di Károly Szalai, nonché l'ipnotica stratificazione di significati offerta della musiche di Gábor Keresztes e Kristóf Kelemen.

 

Uno straordinario impianto scenico che ben si sposa con una fluida e al contempo densissima capacità narrativa: entrambe appositamente apparecchiate al fine di permettere alla volontà di affermazione di una giovane donna d'intelletto vissuta nel ben poco accomodante 1908 di trovare parecchi punti di contatto con la rinnovata joie de vivre - e découvrir - di un timido figlio della BRD alle porte del 1972, senza ovviamente dimenticare l'indissolubile legame che entrambe queste esperienze avranno nei confronti del repentino cambio di paradigma messo in campo da un illuminato paladino della Sacra Scienza 3.0 professionalmente cresciuto in un fosco e forzamente svuotato 2020.

 

Tre epoche, dicevamo, raccontante attarverso tre differenti stili e altrettanti punti di vista - abilmente confezionati dal mutevole obiettivo di Gergely Pàlos - ciascuno dei quali verrà tuttavia affiancato e opportunamente reindirizzato dall'inaspettato sopraggiungere di un altro da sé la cui vicinanza e provvidenziale consiglio costituiranno il vero motore che permetterà a ciascuno degli apparentemente inamovibili co-protagonisti di evolvere e ampliare la propria originaria Zona d'interesse.

 

 

[Luna Wedler tra scienza e sentimento panico in Silent Friend]

 

Più che di un unico Silent Friend si potrebbe dunque parlare di numerosi Silent Friends che, nel loro entrare e uscire dai margini di un racconto già di per sé programmaticamente fluido e osmotico, attraverso i loro piccoli gesti, i loro discorsi spesso volutamente laconici e le loro motivazioni non sempre propriamente chiare ed esaustive, contribuiranno a cesellare quelle episodiche tranche de vie sulle quali, di fatto, l'intera impalcatura così certosinamente costruita dalla scaltra Enyedi mostra di essere stata scientemente costruita.

 

Un anziano fotografo autodidatta (Martin Wuttke) dall'indole così paterna da instillare nella propria vigorosa pupilla il tutt'altro che scontato gemere di una sensuale estetica naturalista fra le cui intercapedini si cela, forse, la scoperta degli esoterici pattern che regolano l'armonia dell'universo intero.

 

Una dolce e appassionata etnobotanica (Marlene Burow) pronta a ispirare, oltre che gli ancora sopiti erotici istiti, anche e soprattutto la scintilla della ricerca fra i bollenti e impacciati spiriti di un coinquilino verso cui qualcosa di ben più profondo pare pronto a scoccare.

 

Infine, ultimo ma non ultimo, un taciturno e apparentemente impenetrabile custode (Sylvester Groth) dentro la cui mascherina chirurgica e l'altrettanto insondabile reticenza pare celarsi il grande cuore e la sconfinata curiosità di chi diffida per carattere ma, di contro, è anche pronto a donare tutto sé stesso a colui che mostra di avere una marcia in più.

 

Potremmo inoltre citare il ruolo tutt'altro che marginale ricoperto dalla botanica Alice Sauvage (Léa Seydoux) nell'instillare, seppur per la telematica via di una call su Zoom, alcune fondamentali e risolutive nozioni in grado di far comprendere quanto i soggetti arborei, al pari di quelli umani, possiedano schemi cognitivi e, dunque, esperienziali così complessi e misteriosi da meritare un opportuno e innovativo campo di studi; ipotecando in sottotraccia quel più volte evocato fil rouge che, dalle semplici osservazioni della microscopica struttura di fiori e piante compiute attraverso la pura intuizione e una manciata di vetuste nozioni parascientifiche, condurranno verso l'applicazione di strumenti meccanici prima e digitali poi tramite i quali tentare di giungere al medesimo arcano eureka!

 

A conti fatti potremmo dunque affermare che Silent Friend si configura come un'opera desiderosa di parlarci di molte cose: in primis della sete di (cono)scienza che da sempre ci trascina verso obiettivi ambiziosi e, spesse volte, apparentemente irraggiungibili.

 

Una conoscenza che tuttavia ha per forza di cose dovuto necessariamente evolversi, passando da una rigida preponderanza delle discipline umanistiche - prima fra tutte la cara vecchia filosofia naturale - per poi cedere finalmente il passo a una concezione ben più empirica e illuminata dell'essere umano e del mondo che lo circonda.

 

 

[Enzo Brumm sperimenta un nuovo contatto con la natura in Silent Friend]

 

Dalla teoria alla pratica, dunque, in un illusorio percorso di sola andata che, così come Enyedi e la sua ramificata creatura cinematografica ci dimostrano, giunto a un determinato punto di totale "ateismo" necessita, oggi più che mai, di riscoprire quelle antiche e originarie radici che ancora permettono alla ragione e al sentimento - alla natura e alla cultura direbbero alcuni ben più animisti del sottoscritto - di condividere la medesima linfa vitale.

 

Uno stranissimo rapporto di tipo panico che, così come ben sintetizzato dal rito dichiaratamente pagano di danzereccia comunione con lo spirito della Terra messo in atto dalla curiosa Grete così come dal corrispettivo scanning cerebrale azzardato dall'altrettanto arguto Dottor Wong, tanto ieri quanto oggi assume un significato ben più profondo di quello che qualunque testo scientifico o algoritmo sperimentale potranno mai sperare di donarci.

 

Un racconto che vive di natura e naturalismo ma nel quale la tecnologia, sia essa intuitiva, rudimentale o straordinariamente avanzata al punto da essere quasi indistinguibile dalla magia, così come teorizzato dall'immortale Arthur C. Clarke, svolge un ruolo centrale nella mediazione fra organico e meccanico, finendo per assurgere al ruolo di metaforico leitmotiv tramite il quale spostare sempre più avanti il confine che separa il noto dall'ignoto, l'esperito dall'ancora inesplorato.

 

È dunque un film che parla di cambiamenti questo Silent Friend: siano essi di costume, di moda, di tecnica, di nozionismo così come anche del semplice, ma fondamentale modo di intendere il nostro ruolo di uomini e donne all'interno della realtà che circonda e delle altre nicchie ecologiche che in essa co-abitiamo.

 

Mutamenti di forma ma non certo di contenuto, in quanto il passaggio dal semplice raschiamento del gambo di un fiore alla registrazione analogica dell'elettroencefalogramma di una comune piantina di gerani fino alla mappatura tridimensionale delle sinapsi di un centenario arbusto potranno certo rappresentare un upgrade a livello strumentale ma, osservando con attenzione, non configurano certo il totale sconvolgimento nel fine ultimo al quale tali procedure sono state destinate.

 

 

[Tony Leung Chiu-wai e Sylvester Groth sono la vera strana coppia di Silent Friend]

 

Un discorso tutt'altro che pretenzioso o fine a sé stesso, nel quale la mano e soprattutto l'occhio della cineasta di Budapest riescono a compiere una suadente trasvolata spaziotemporale che, così come nell'egualmente allegorico intarsio del Cloud Atlas concepito su carta da David Mitchell e tradotto su schermo dal terzetto Wachowski-Tykwer, mostra di sapersi muovere agilmente fra le epoche, i tabù e le passioni di una narrazione composta per lo più da tanti piccoli tasselli i cui destini verranno lasciati volutamente sospesi e, proprio per questo, pronti a vivere e respirare ben oltre i titoli di coda.

 

Un viaggio attraverso le dimensioni dell'essere ancora prima che fra la nuda e cruda realtà, replicando quel suggestivo meccanismo di lettura trasversale attraverso altri spazio-tempi fra loro fittamente intrecciati che, tanto l'ipnotico The Beast di Bertrand Bonello quanto I colori del tempo di un ben più disimpegnato Cédric Klapisch avevano saputo magistralmente domare e tradurre in filmica materia.

 

D'altronde se è vero che, stando a quanto pontificava quel gran genio di Henri Bergson, è il tempo della vita, con il suo progressivo e stratificato "qui e ora" a imporsi su quello ben più artificiale e progressivo della scienza, osservando con attenzione i differenti snodi narrativi e le molteplici chiavi di lettura qui generosamente elargiti non è affatto un problema capire a quale tipo di esperienza Silent Friend mostri apertamente di avallare.

 

Dalla misoginia tassonomica di Linneo alle neuroscienze applicate all'interno dei più inusuali aspetti della fitologia verrebbe da dire osservando il circolo virtuoso, più che vizioso, originato dal dispiegarsi dei possenti e accattivanti 145 minuti che danno preziosa forma ed eguale sostanza a codesto Silent Friend.

 

Un vortice di eventi, emozioni, relazioni e cambiamenti per lo più di piccola e modesta entità che, tuttavia, sommati fra loro e rapportati al vissuto dei soggetti che su di sé li esperiscono edificano uno splendido mosaico nel quale ogni frammento si mostra intercambiabile, per significato e propulsione evolutiva, a ciascuno di quelli che gli stanno ordinatamente accanto.

 

 

[Léa Seydoux concisa ma risolutiva per i destini di Silent Friend]

 

 

Sarà per lo sconfinato amore che da sempre nutro nei confronti di quelle narrazioni capaci di abbracciare ampi spazio-tempi nei quali il singolo incarna in sé stesso il valore del tutto.

 

Sarà forse anche per l'interesse che ogni giorno mi spinge a sondare nuove possibili connessioni fra scienza e coscienza a cavallo fra mente e spirito; sarà infine anche per l'ammirazione che nutro verso un'autrice come Ildikó Enyedi fin da quell'ipnotico Il mio XX secolo, nel quale talento e solida capacità espositiva mostravano già di saper dialogare senza alcuna traumatica o stuchevole soluzione di continuità.

 

Sta di fatto che opere come Silent Friend, almeno per quanto mi concerne, rappresentano quelle che meglio di altre riescono a riconnetterci con la natura in primis, con il Cinema in secundis e, perché no, pure un tantino con noi stessi e le nostre ormai anestetizzate capacità critiche in tertiis.

 

Un film non certo per tutti ma che, per coloro che sapranno dargli il giusto tempo e l'opportuno respiro, certamente avrà modo di consegnare un plateau di esperienze difficilmente oggi condensabili in un semplice formato audiovisivo e, cosa più importante, in una veste così raffinata, potente e sottilmente coinvolgente.

 

Silent Friend è dunque una di quelle opere capaci di fotografare la realtà e le sue emozionali nervature, pur muovendosi avanti e indietro sulla superficie della nostra timeline. Un dispositivo che agisce disinteressandosi completamente della tipologia di medium scelta per carpire tale testimonianza e, così come la più volte evocata Grete e la sua insospettata novella passione per lastre al collodio e otturatori, pronta a captare e restituire non tanto la realtà così come realmente è ma piuttosto come appare se sondata in profondità attraverso un cine-occhio al contempo oggettivo e interpretativo.

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16 commenti

Matteo Usai

11 giorni fa

reale

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