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È con l’espressione camera dell’eco che si identifica il luogo - concettuale o fisico - in cui convinzioni personali e intime, vere o false che siano, vengono ripetute, confermate, talvolta nobilitate, fino ad assumere i caratteri dell’ovvietà.
Si tratta di spazi come i forum, i social, determinati circoli sociali, in cui la progressiva esclusione di prospettive divergenti può portare a una parvenza di condivisione universale, e in cui l’assenza del contraddittorio è il presupposto dell'auto-validazione.
[Trailer ufficiale di The Echo Chamber]
Sulla base di una sceneggiatura mai realizzata di Bernardo Bertolucci, scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, Andrea Pallaoro costruisce The Echo Chamber a partire da questo principio, apertamente esplicitato nel corso del film e progressivamente traslato dal piano delle idee a quello delle relazioni.
Leo (Luca Marinelli) è un produttore musicale di talento afflitto da un lancinante dolore alla schiena, Anne (Alicia Vikander) è la fisioterapista con la quale intrattiene una relazione indefinita, sospesa tra desiderio, rifiuto, cura e dipendenza.
I due si avvicinano, si allontanano, eppure non riescono a stabilire una soddisfacente prossimità, né una piena separazione.
Tra loro si inserisce Ava (Susan Sarandon), una cantante, in parte una mentore, nonché ulteriore variazione di un sistema di rapporti in cui affetto, dolore e controllo tendono continuamente a sovrapporsi.
La camera dell’eco in oggetto è l’elegante appartamento di Leo, un luogo chiuso, in relazione con ciò che avviene al suo esterno tramite una singola finestra, nel quale i personaggi ripetono le stesse azioni negli stessi spazi, insieme o a distanza di tempo. Lo spazio domestico vuole quindi essere la traduzione spaziale di una condizione affettiva: un sistema autosufficiente all’interno del quale schemi emotivi simili vengono continuativamente rinforzati nel tentativo, sempre fallimentare, di ottenere un risultato differente.
Nella conversione di questa intuizione in struttura narrativa The Echo Chamber mostra, a mio avviso, le proprie fragilità.
Pallaoro sembra confondere, almeno in parte, la ripetizione sterile di un comportamento con il suo progressivo consolidamento e, dove il principio di camera dell’eco presupporrebbe che la reiterazione produca un effetto - rafforzare una convinzione, deformare una percezione, eliminare un elemento esterno - il film tende, più semplicemente, a riproporre le medesime dinamiche, senza che queste acquisiscano un significato ulteriore nel loro ritorno.
[The Echo Chamber: Luca Marinelli e Alicia Vikander in una scena del film]
Tra gli schemi reiterati dal film, centrale è quello costruito intorno al dolore.
Leo è vessato da un male fisico di origine ambigua, potenzialmente psicosomatica, e Anne sembra giustificarne, di conseguenza, pressoché qualsiasi comportamento.
Sufficienza, irritabilità, volubilità vengono assorbite in un sistema in cui la sofferenza di lui ne costituisce al contempo la spiegazione e la legittimazione.
Ne emerge, forse involontariamente, un discorso a tratti ambiguo sul valore attribuito al soffrire.
Il dolore, che sia fisico, mentale o artistico, assume una funzione quasi nobilitante: colui che soffre non deve solo essere compreso ma appare acquisire una profondità ulteriore, e una conseguente posizione privilegiata rispetto a chi gli sta accanto.
Alla sostanziale immobilità si accosta un impianto formale indubbiamente elegante: Pallaoro elabora lunghe sequenze in cui i personaggi si muovono nell’appartamento, lavorando sulla coreografia dei corpi e sulla loro distanza, sulla stratificazione temporale, più che sull’azione o sul dialogo.
In alcuni passaggi la rarefazione delle immagini sembra quasi evocare il cinema di Wong Kar-wai o, ancora più direttamente, il rapporto tra presenza, assenza, e spazio domestico di Ferro 3 di Kim Ki-duk.
Eppure, se in quei modelli la sospensione costituisce la grammatica attraverso cui è reso percepibile ciò che per i personaggi rimane inesprimibile, in The Echo Chamber rimane soprattutto percepibile lo sforzo estetico sotteso all’immagine accuratamente composta.
[Leo (Luca Marinelli) e Ava (Susan Sarandon) in The Echo Chamber]
Il film conserva comunque, per buona parte della sua durata, una certa coerenza, quantomeno nell’adesione rigorosa a spazio, ritmo e modalità relazionale. Coerenza improvvisamente spezzata nel terzo atto, quando le dinamiche fino a quel momento prevalentemente emotive assumono una concretezza più radicale: Pallaoro vi introduce un ribaltamento che il film non sembra possedere né il tempo né gli strumenti per sviluppare nelle sue implicazioni e che finisce, al contrario, con il caricare il rapporto tra Leo e Anne di un significato che la costruzione precedente non aveva preparato.
Il risultato è un terzo atto slegato, sovraccarico sul piano tematico e poco sviluppato su quello narrativo, e soprattutto non necessario alla chiusura del percorso costruito fino a quel momento.
The Echo Chamber rimane in ultimo un’opera visivamente controllata, attraversata da alcune intuizioni interessanti, ma fragile nella propria articolazione narrativa.
Individua nella reiterazione il principio formale e concettuale attraverso cui raccontare i propri personaggi, finendo paradossalmente per assumere la stessa fragilità del processo che intende rappresentare: posto il dolore relazionale al centro del proprio discorso, ne ripete le manifestazioni, le conferma e progressivamente le esaspera, sostituendo all’indagine del dolore la sua crescente intensificazione.
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