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It Ends - Recensione: la strada infinita di una generazione senza destinazione

Nell'esordio horror di Alexander Ullom una strada senza uscita diventa l’allegoria di una generazione sospesa tra aspettative, paura del futuro e ossessione per la produttività: al cinema dal 28 ottobre con I Wonder Pictures

Titolo originale: It Ends
Genere: Horror, Thriller
Regia: Alexander Ullom
Sceneggiatura: Alexander Ullom
Cast: Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth
Distribuzione: I Wonder Pictures
Uscita Italia: 28 ottobre 2026
Durata: 89 minuti
Paese: USA
 

In It Ends quattro amici intrappolati in un viaggio senza destinazione affrontano l’assurdo attraverso dialoghi quotidiani, tensioni relazionali e un senso crescente di disorientamento. 

 

Un’opera indipendente a basso budget che rielabora il mito della strada come spazio di libertà, trasformandolo in una trappola esistenziale.

 

Pur con qualche limite nella progressione narrativa, il film utilizza le convenzioni dell’horror per interrogare il significato del movimento, della crescita e della ricerca di una direzione.

 

[Trailer ufficiale di It Ends]

 

 

La strada è da sempre uno dei luoghi privilegiati del Cinema: promette emancipazione, avventura, possibilità di fuga.

 

Da Easy Rider a Punto zero, mettersi al volante significa sottrarsi temporaneamente alle regole del mondo, inseguendo un altrove in cui reinventarsi.

In It Ends, esordio nel lungometraggio di Alexander Ullom, questa promessa si rovescia in un incubo: quattro ragazzi imboccano una strada dalla quale sembra impossibile uscire, condannati a guidare attraverso un paesaggio immutabile, senza una destinazione né la certezza che il viaggio abbia un senso.

 

James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson), Fisher (Noah Toth) e Tyler (Mitchell Cole) hanno appena terminato il college.

Durante una serata tra amici si ritrovano intrappolati in una strada apparentemente ordinaria, circondata da un bosco e infestata da presenze che impediscono loro di abbandonare l'automobile.

Il tempo perde progressivamente consistenza, la macchina prosegue anche senza carburante e le necessità fisiologiche cessano di seguire le leggi naturali.

 

La situazione assume i contorni di un esperimento mentale: che cosa rimane di un gruppo di persone quando vengono meno le coordinate fondamentali attraverso cui organizzano la propria esistenza?

 

 

[Una scena di It Ends]

 

 

Ullom, che firma anche sceneggiatura e montaggio, costruisce il film attorno all'ingresso nell'età adulta, quando le possibilità teoricamente illimitate si scontrano con la necessità di prendere decisioni concrete.

 

I protagonisti sono arrivati al momento in cui dovrebbero cominciare a costruire il proprio futuro, ma si ritrovano sospesi in un loop che ne impedisce qualsiasi progettualità. L'angoscia nasce dallo scarto tra l'obbligo di andare avanti e l'impossibilità di individuare una direzione. 

 

L'allegoria si estende a una società che misura il valore individuale attraverso la produttività, la realizzazione professionale e l'accumulo di risultati. Il moto continuo diventa una necessità interiorizzata: fermarsi equivale a fallire, anche quando avanzare non produce alcun cambiamento.

It Ends intercetta così una forma di orrore contemporaneo, legata alla sensazione di dover dimostrare continuamente il proprio valore senza sapere quale traguardo possa giustificare lo sforzo.

 

Il discorso emerge soprattutto dalle dinamiche del gruppo, costretto a condividere un abitacolo che diventa una rappresentazione della società stessa: uno spazio circoscritto, sempre più difficile da sopportare.

I quattro amici parlano, scherzano, discutono e si contraddicono come farebbero in qualsiasi altra occasione.

Le conversazioni oscillano tra il cazzeggio e le domande più radicali sull'esistenza, con quella naturalezza tipica delle amicizie in cui una battuta può precedere una riflessione sul futuro. Il dialogo diventa il principale strumento di caratterizzazione, facendo emergere differenze, fragilità e strategie individuali per affrontare l'assurdo.

 

Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth e Mitchell Cole sostengono efficacemente questa dimensione corale: costretti a condividere quasi costantemente lo stesso spazio, gli interpreti devono rendere credibile una convivenza destinata a logorarsi.

Le loro prove restituiscono familiarità e spontaneità, evitando che il racconto si riduca a un esercizio concettuale.

 

Anche la comicità svolge una funzione precisa: preservare un residuo di normalità e offrire ai personaggi un linguaggio comune con cui difendersi dalla paura.

 

 

[Phinehas Yoon, Akira Jackson e Noah Toth in una scena di It Ends]

 

 

Sul piano formale Ullom sfrutta le potenzialità dello spazio ristretto.

 

L'automobile diventa una camera di pressione, mentre il bosco alimenta una minaccia deliberatamente sfuggente.

La reiterazione del paesaggio altera progressivamente la percezione e avvicina il film alla tradizione del Cinema dell'assurdo, in cui gli spazi impossibili sottraggono ai personaggi ogni certezza.

L'assenza di una spiegazione definitiva mantiene il mistero aperto, trasformandolo in una condizione permanente. 

 

È significativo che un progetto tanto essenziale sia stato realizzato con risorse estremamente limitate: la produzione partì da circa 30.000 dollari, raggiungendo una cifra stimata intorno ai 150.000 dopo le riprese aggiuntive e la post-produzione.

Ullom ha lavorato per anni al film, tornando più volte sul materiale girato e rielaborando il progetto fino a definirne la forma. Il budget ha orientato radicalmente le scelte produttive: pochi interpreti, una location dominante e un dispositivo narrativo che concentra su dialoghi, recitazione e atmosfera gran parte del peso drammaturgico.

 

Il percorso produttivo acquista ulteriore interesse alla luce dell'attenzione suscitata dal film e dell'acquisizione da parte di Neon.

It Ends testimonia le possibilità di un Cinema indipendente capace di sviluppare un'intuizione precisa attraverso scelte coerenti con i mezzi disponibili.

 

La limitatezza delle risorse contestualizza il risultato, senza sottrarlo alla necessità di una valutazione critica.

Qualche cedimento emerge quando la ripetizione esaurisce parte del proprio potenziale; l'ambiguità conserva il fascino dell'ignoto, ma a mio avviso alcuni sviluppi aggiungono poco alla premessa iniziale e avrebbero beneficiato di una maggiore articolazione drammatica.

La dimensione simbolica è sufficientemente leggibile da sostenere l'interesse, mentre la progressione narrativa fatica talvolta a trovare nuove direzioni: è il limite principale di un'opera che individua presto il proprio centro tematico senza riuscire sempre ad approfondirlo.

 

Resta la forza di un esordio che utilizza le convenzioni dell'horror per interrogare una condizione esistenziale.

La strada richiama il mito americano della mobilità e dell'autodeterminazione, privandolo progressivamente delle sue promesse.

Il viaggio di formazione si trasforma in un percorso senza apprendimento garantito, nel quale l'esperienza accumulata non offre necessariamente gli strumenti per comprendere ciò che accade.

 

L'orrore risiede nella possibilità che il mondo obbedisca a una logica inaccessibile, indifferente al bisogno umano di trovare una spiegazione.

 

 

[I protagonisti sul set di It Ends]

 

 

Il titolo, It Ends, introduce un'aspettativa che il film mette costantemente in crisi e la fine rimane un orizzonte continuamente rimandato.

 

Ullom traduce così la paura di restare intrappolati in un'esistenza priva di direzione, sostenuta dalla convinzione che prima o poi il movimento produrrà un risultato.

Un'opera prima imperfetta, ma dotata di una precisa identità, che dimostra come l'horror possa trovare nella semplicità del dispositivo narrativo una forza espressiva autentica.

Alexander Ullom lascia aperte le domande e accetta il rischio di una narrazione che non sempre riesce a sostenere le proprie intuizioni, ma conserva uno sguardo riconoscibile e una notevole coerenza d'intenti.

 

Quando il film si conclude, ciò che rimane è un'inquietudine più difficile da liquidare del mistero stesso: la sensazione che crescere significhi anche confrontarsi con l'assenza di garanzie, senza sapere se le scelte compiute condurranno davvero da qualche parte.

 

E che, talvolta, la paura più grande consista proprio nel non poter distinguere una strada da una trappola.

 

[articolo a cura di Shyla N.]

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