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Settantaquattro anni dopo la pubblicazione del romanzo di John Steinbeck e settantuno dopo il primo adattamento cinematografico, La valle dell'Eden (East of Eden) torna sul piccolo schermo in una miniserie Netflix scritta da Zoe Kazan.
Se la trama è quella (tra le altre cose) di una saga familiare, sembra che questa diventi anche metanarrativa: la showrunner è infatti nipote di Elia Kazan, che aveva diretto il celebre film omonimo del 1955 con protagonista James Dean.
Annunciata con largo anticipo, la serie è stata distribuita il 1° ottobre 2026, scalando a tutta velocità la classifica delle più viste di Netflix.
Ha inoltre raccolto commenti molto favorevoli tanto dal pubblico che dalla critica, in particolare per quanto riguarda la fotografia e l'interpretazione di Florence Pugh che, come in Piccole donne, torna a vestire i costumi d'epoca per regalarci una Cathy padrona dello schermo.
[Trailer ufficiale de La valle dell'Eden]
Due fratelli, due guerre, due mondi
Adam (Christopher Abbott) e Charles (Mike Faist) sono figli di un celebrato eroe della Guerra Civile Americana.
Figli di due madri diverse, sono cresciuti nel disperato tentativo di conquistare la stima di un padre che ha sempre avuto il suo favorito in quello che, apparentemente, gli somigliava meno: c'è un certo subbuglio, infatti, quando decide di lasciare la fattoria a Charles e mandare al fronte Adam, così poco incline a sparare persino agli animali.
Eppure, sostiene, in Charles c'è qualcosa che va sedato, che al fronte sarebbe pericoloso.
Adam è appena tornato a casa e i fratelli tentano di ricostruire un rapporto quando una notte un rumore li attira alla porta.
A terra c'è una donna, coperta del proprio sangue, si è trascinata fino a lì dai campi.
Ancora una volta emerge il carattere opposto dei due uomini: "Chiama il dottore!" esclama Adam, mentre l'unica frase che ripete Charles è "È uno sbaglio".
[I fratelli Adam e Charles con la neosposa Cathy prima di partire per la California ne La valle dell'Eden]
Sì, Adam, forse ci avevi visto lungo
La ragazza non riesce a parlare tanto le sue ferite (non solo fisiche) sono profonde e dietro forte insistenza di Adam, Charles acconsente che si fermi da loro il tempo di riprendersi.
Un tempo che risulta più che sufficiente perché l'ex soldato decida di sposarla e partire alla volta della California, la leggendaria terra dell'ovest dove il suolo germoglia solo guardandolo e dove risiede il Sogno Americano.
La terra dove finalmente, con la donna della sua vita, potrà ricominciare lontano dal peso del padre.
O almeno è ciò che crede. Perché Cathy (Florence Pugh), così silenziosa e riflessiva, così fragile, nasconde in realtà opinioni e carattere ben diversi.
Lo mette in chiaro presto, anche se non abbastanza da fermare Adam: lei la odia, la California. E odia essere una moglie.
Una madre, perfino, tanto che non si fa alcuna remora ad abbandonare i figli gemelli col padre e scappare in città per ricominciare senza passato.
[Florence Pugh è Cathy ne La valle dell'Eden]
Un affresco di contrasti
Se il film degli anni '50 era tratto dal solo ultimo terzo del romanzo, la serie lo prende invece nella sua interezza (complice, ovviamente, la possibilità di occupare sette ore, oltre il triplo del tempo).
Zoe Kazan abita questo tempo dando alla storia nel suo complesso un respiro molto più profondo, dipingendo un mondo e, soprattutto, dando ai personaggi uno sviluppo e una complessità che il film non poteva permettersi.
Il discorso vale soprattutto per il personaggio di Cathy, che diventa così centrale nella storia: Florence Pugh divora la scena, cattura l'azione anche (e forse soprattutto) quando la sua presenza è silente e quasi immobile, diventando il vero motore della vicenda.
Tuttavia, la vera peculiarità del suo personaggio sta nel suo essere fedele non solo al suo tempo, ma soprattutto alla tematica centrale della vicenda: esiste davvero il libero arbitrio?
Quanto siamo figli delle azioni che decidiamo di compiere, e quanto di un fato già tracciato?
Sarebbe semplice, per una regista contemporanea, trasformare Cathy in un'icona femminista, che si ribella al tradizionale ruolo della donna in favore di una vita tutta per sé.
Molto più interessante, però, è farne proprio l'opposto: una donna opportunista, che sceglie sempre il meglio per sé, non per il genere femminile, e non ha paura di manipolare e compiere le più oscure azioni per raggiungere ciò che vuole.
La Cathy di Pugh esalta il suo essere un personaggio nel personaggio: più ancora che sé stessa, un'icona che ha deciso di costruire per piegare chi la circonda al suo volere, sia esso un possibile marito, un amante, la tenutaria di un bordello di cui conquistare la fiducia. Un'evoluzione che inizia quando è giovanissima e si riflette negli splendidi costumi (realizzati da Kirsty Cameron): se inizialmente sono poveri, quasi castigati, con l'avanzare della storia la donna ne fa la propria armatura, parte fondamentale del personaggio che si sta cucendo addosso.
Così, anche come prostituta o responsabile della casa, la sua apparenza conserva sempre un che di angelico; una persona di cui nessuno mai sospetterebbe.
Degna di nota è anche la fotografia, opera di Stuart Dryburgh e Sam Chiplin, nonché la scenografia di Grant Major (famoso, fra le altre cose, per essersi aggiudicato un Premio Oscar con Il Signore degli Anelli - Il Ritorno del Re).
La California de La valle dell'Eden viene in realtà interamente ricostruita in Nuova Zelanda, con una dovizia di particolari che arriva a dipingere escrementi di uccello nel sottotetto.
Una vicenda che trae la sua forza dai contrasti; in primo luogo quelli fra le due coppie di fratelli, Adam e Charles prima e i figli Cal e Aron poi, dove anche la fotografia e le ambientazioni ricalcano questa dualità.
Se infatti gli ambienti esterni sono per lo più invasi da una luce calda e dorata, che accarezza i paesaggi dipingendo la terra promessa (e delle illusioni infrante), gli ambienti chiusi sono quasi sempre incredibilmente bui, freddi, oppressivi.
Anche le case che dovrebbero essere rifugio e nido, diventano così stanze inquietanti, fino a toccare il loro apice nelle stanze private di Cathy al bordello, oscurate e dipinte di nero.
[Hoon Lee è Lee ne La valle dell'Eden]
I torbidi confini della morale
Già dal titolo, La valle dell'Eden fa un chiaro riferimento biblico, in particolare alla parabola sui fratelli Caino e Abele.
Anche loro, così come Charles e Adam, Cal e Aron (forse è un caso, ma forse no: tutti hanno le stesse iniziali) sono fratelli legati eppure rivali, che passano la vita nella costante tensione di somigliarsi e opporsi allo stesso tempo.
A connettere le due coppie di fratelli c'è lei, Cathy: moglie (e amante) dei primi due, madre (per pochissimo e solo alla fine riscoperta) degli altri, mette in connessione mondi e generazioni per arrivare a distruggere, di fatto, tutti e quattro.
Un eterno ritorno di un destino che sembra quindi già scritto e porta tutti verso la morte e l'esilio, dalla Bibbia al XX secolo.
Perché Cathy in questo senso rappresenta anche un ponte fra i due secoli ritratti.
Il contesto storico e geografico diventa quasi un personaggio a sé: quello degli Stati Uniti che stanno nascendo forti di identità nazionale, un popolo diviso fra la Guerra Civile appena conclusa e la Prima Guerra Mondiale alle porte, coinvolti nell'entusiasta corsa all'ovest dove tutto sembra essere possibile.
Stati Uniti già attraversati da tensioni razziali dovute alla recente immigrazione.
Problemi che vengono ben ritratti dal personaggio di Lee (Hoon Lee), statunitense di origini cinesi, uomo di servizio di Adam che diventa "madre" effettiva di Cal e Aron; perché fra tensioni fraterne, entusiasmi da esercito, amori manipolatori e ricerca di prostitute qualcuno deve pur lavare i piatti e farli trovare pieni alla famiglia.
Lee costituisce una sorta di contraltare di Cathy nel suo essere la versione positiva di un personaggio che ha costruito per sé: lui, che si sente profondamente americano, ma sa che non sarà mai visto come tale, cambia il suo modo di abitare quel mondo per trarne vantaggio, senza però che questo causi mai la distruzione di chi ha intorno.
La forza principale de La valle dell'Eden, proprio come nelle parabole religiose, sembra però la sua capacità di porre domande, più che di trovare risposte.
In un mondo - così simile, per certi versi, alla realtà di oggi - in cui bianco e nero non hanno un confine preciso, in cui bene e male sono concetti torbidi, mette in scena personaggi che anche quando si mostrano malvagi, lo fanno per una ragione o un trauma vissuti, per una fragilità che hanno trasformato nell'ottica più distorta.
La serie si apre con una frase di Cathy: "I believe there are monsters born in the world to human parents".
[“Credo che al mondo esistano mostri nati da genitori umani”]
La frase, citazione fedele del romanzo, sembra suggerire una visione fatalista che ci vuole bloccati in un destino determinato.
Eppure, i personaggi di Kazan dimostrano il contrario: le loro scelte sono consapevoli e sono quelle a trasformarli in ciò che diventano e che si rivela essere, spesso, ciò che sapevano che sarebbero diventati.
Le domande a questo punto si moltiplicano: come si distingue davvero un'azione malvagia da una buona?
Comprendere le motivazioni di un'azione ci porta a giustificarla? Quanto la nostra natura può essere forzata?
Dilemmi che restano in sospeso, sul tramonto di un Paese che sta ancora nascendo, in una valle dell'Eden che da terra promessa sembra diventare terra di dannazione.
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