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La città dei vivi - Recensione: tenero dolore

In concorso nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, la pellicola è tratta dall'omonimo romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia, a sua volta ispirato al caso di cronaca nera relativo all'omicidio di Luca Varani

Titolo originale: La città dei vivi
Genere: Drammatico
Regia: Edoardo Gabbriellini
Soggetto: Nicola Lagioia
Cast: Emanuela Maria Di Stefano, Valerio Mastandrea
Distribuzione: Eagle Pictures
Uscita Italia: 1 ottobre 2026
Durata: 103 minuti
Paese: Italia

La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini ricostruisce con rigore e sensibilità estetica l’esistenza apparentemente normale di Luca Varani: una quotidianità che il brutale fatto di cronaca ha inevitabilmente lasciato scivolare in secondo piano.

 

Una vita qualunque e potenzialmente di chiunque, vissuta in periferia, tra genitori amorevoli, una fidanzata, amici e tanta incertezza sul futuro.

La città dei vivi è "Un racconto di formazione interrotto" - come lo ha definito lo stesso regista - straordinariamente delicato e da cui traspare, a mio parere, tutta l'umanità e il dolore di un'esistenza spezzata. 

 

Il film è stato accolto con applausi e commozione nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, anche se a far discutere, oltre alla drammaticità della storia narrata, è stata la decisione dei fratelli D'Innocenzo di ritirare la firma dalla sceneggiatura il giorno della première.

 

[Trailer ufficiale de La città dei vivi]

 

 

In onda 

 

Nel 2020, Nicola Lagioia pubblicava un libro, edito Einaudi, intitolato La città dei vivi. 

Il romanzo-inchiesta, come lo definì lo stesso autore, raccontava di un efferato omicidio avvenuto a Roma pochi anni prima e richiamava il modello narrativo di A sangue freddo dello scrittore americano Truman Capote.

 

I fatti risalgono al 2016, quando in un appartamento del quartiere Collatino, due trentenni torturarono e uccisero il ventitreenne Luca Varani, un giovane di periferia occasionalmente dedito alla prostituzione e al consumo di sostanze.

L’omicidio, avvenuto senza un movente, mise subito in moto la macchina dei media che divora ogni evento per spettacolarizzarlo: il padre di uno dei colpevoli venne invitato a parlare in una nota trasmissione televisiva durante la quale vennero mandati in onda atti riservati che ebbero effetti sullo stesso procedimento giudiziario; la fidanzata della vittima fu travolta da una malsana popolarità sui social; tutta la vicenda venne strumentalizzata politicamente in quel meccanismo consolidato di polarizzazione dell’opinione pubblica.

 

Menzogne, falsità e spettacolo: è a questo che si riduce una società che trasforma tutto in prodotti di consumo. 

Ne La città dei vivi, Gabbriellini - che per chi se lo stesse chiedendo è l'attore protagonista di Ovosodo di Paolo Virzì - rinuncia a qualsiasi sensazionalismo, rifiutando tanto le lusinghe del voyeurismo macabro quanto la pornografia del dolore. 

Con mano ferma e movimenti lineari invece, il regista sottrae alla vicenda la dimensione dell’orrore, per restituire un ritratto più umano e autentico del protagonista. 

 

Privata della componente più morbosa e degradante, la storia rimane semplice e ordinaria: il delitto non appare più come uno spettacolo da osservare, ma come la prova inquietante che il male può emergere nell’esistenza di chiunque.

 

 

[La città dei vivi: Emanuele Maria Di Stefano in una scena del film]

 

Luca (Emanuele Maria Di Stefano) ha 23 anni. 

 

Abita con due genitori che lo hanno adottato e che lo circondano d’affetto.

Vive una storia d’amore viscerale ma immatura con Marta Gaia, interpretata da Gaia Merlonghi - che con Di Stefano sullo schermo ha una complicità affettiva travolgente. 

 

Luca cerca la sua strada, è sveglio ma superficiale: vaga per la periferia di Roma senza uno scopo, diviso tra il lavoro con il padre ambulante e la scuola serale. 

Trascorre intere giornate davanti alle slot machine e cerca denaro dove può, per concedersi qualche capriccio, come una cena fuori, o una casa in affitto dove andare a vivere con la fidanzata.

 

È questa la quotidianità che ne La città dei vivi si delinea con tanta tenerezza.

L’occhio del regista segue sempre con discrezione l’agire dei personaggi, con una fotografia fredda, dai toni metallici; l’inquadratura segue i protagonisti con pudore, come fossero materiale sacro, da guardare con la coda dell’occhio o riflessi allo specchio. 

 

Gabbriellini spiega che “Sullo schermo l’idea è stata quella di tenere un linguaggio asciutto e naturalistico e insieme lirico.

Suggerire è diventato più forte che mostrare. 

 

La distanza dai personaggi segue quindi un criterio che definirei pudico”.

 

 

[La città dei vivi: (da sinistra) Luca (Emanuele Maria Di Stefano) e il padre Giuseppe (Valerio Mastandrea)]

 

Roma

 

Nel romanzo La città dei vivi, Lagioia lascia intendere che dietro la brutalità inspiegabile di quel delitto ci fosse la corruzione e la degradazione della capitale. 

Da quell’inchiesta emerge una Roma spezzata, depravata, piena di marciume e monnezza.

Ma è sufficiente una città in rovina a giustificare una tale violenza?

 

Lagioia indaga il disagio abitativo, le dipendenze, la precarietà lavorativa: Roma sembra una società sull’orlo del baratro.

 

Lo scrittore parla delle città dei vivi, popolate dai morti e delle città dei morti, “le uniche dove la vita abbia ancora un senso”.

 

Nel film invece, Gabbriellini rinuncia all’indagine antropologica, o meglio non le concede nessuno spazio sullo schermo. 

La pellicola non trova il tempo di mostrare gli attici in centro e di contrapporre le figure composte e ben vestite dei quartieri alti ai randagi della borgata.

La Roma dei ricchi è un’altra grande assente nel film. Sotto questo punto di vista invece, la protagonista è sempre la periferia.

 

Il regista restituisce un ritratto della città fatto di istantanee di quartiere inconfondibili per chiunque abbia vissuto Roma: i giovani che perdono tempo al parchetto, l’erba alta nei cortili dei palazzi, le panchine, i viaggi in autobus infiniti tra due quartieri dello stesso quadrante, la stazione di Valle Aurelia.

 

Di fronte a questo spaccato di periferia non riesco a non pensare a Pier Paolo Pasolini che con il suo sguardo da sociologo ha raccontato la Roma dei “ragazzi di vita”, degli “accattoni” e delle prostitute, tra i dintorni della Stazione Termini e le baracche di borgata. 

 

Una città fatta di vizi, di miseria e di vitalità, che Pasolini ha saputo osservare senza ripulirla né edulcorarla, restituendone tutta la contraddittoria umanità. 

 

 

[La città dei vivi: Luca (Emanuele Maria Di stefano) e Marta Gaia (Gaia Merlonghi) in una scena del film]

 

Lo spazio negativo

 

In conclusione, nell’opinione di chi scrive, La città dei vivi è una pellicola che procede per sottrazione, in cui il valore di quello che viene mostrato risiede in tutto quello che rimane fuori campo. 

 

È lo spettatore il primo a pagare le conseguenze di questa scelta formale, perché ne La città dei vivi manca il fulcro attorno a cui la vicenda sembra inevitabilmente convergere: al pubblico non viene concesso il piacere di consumare il climax della tensione narrativa.

Il massacro è un evento incompiuto, una catarsi interrotta.

 

Rimane da chiedersi se la scelta di Gabbriellini sia stata davvero coraggiosa, perché distogliere lo sguardo dall’orrore non vuol dire cancellarne l’esistenza e quello che non viene narrato non smette di essere accaduto.

Personalmente, ritengo che in questo caso escludere la brutalità dall’opera non ne abbia in alcun modo attenuato la portata.

 

Tornando alle dichiarazioni del regista, questa scelta è stata ampiamente chiarita e motivata: "Dopo la complessità e la profondità dell’affresco costruito da Lagioia, abbiamo pensato che il modo migliore per portare questa storia sullo schermo fosse cercare un punto di vista più stretto, più intimo, per restituire dignità alla vittima". 

 

Anche Nicola Lagioia, che firma il soggetto de La città dei vivi, si dice soddisfatto della visione del regista: "Quando ho visto il film sono rimasto molto colpito, mosso sentimentalmente dal modo in cui Edoardo ha ribaltato il punto di vista. 

Io avevo raccontato quella vicenda soprattutto attraverso i due assassini. 

Per me è stato come leggere il capitolo mancante del libro […] Luca è un ragazzo del quale abbiamo saputo qualcosa soltanto perché è stato ucciso in quel modo. 

 

Il rischio era che la sua vita venisse raccontata esclusivamente attraverso la sua morte".

 

 

[(Da sinistra) Valerio Mastandrea, Gaia Merlonghi, il regista Edoardo Gabbriellini, Emanuele Maria Di Stefano e lo scrittore Nicola Lagioia alla Mostra del Cinema di Venezia]

 

 

La firma della sceneggiatura

 

Evidentemente, a pensarla diversamente sono stati i fratelli D’Innocenzo, che rinunciano alla firma della sceneggiatura de La città dei vivi il giorno del debutto del film alla Mostra del Cinema di Venezia. 

 

"Contrariamente a quanto dichiarato da Edoardo Gabbriellini in merito al film La città dei vivi, abbiamo rinunciato alla firma della sceneggiatura non per una questione legata al tono del racconto o per un nostro malcontento rispetto al risultato del film da lui diretto - cosa che, peraltro, non sarebbe stata possibile per legge - bensì per le modifiche apportate alla nostra sceneggiatura senza il nostro coinvolgimento né, tantomeno, il nostro consenso". 

 

Questa comunicazione ufficiale di Damiano e Fabio D’Innocenzo arriva in risposta alle dichiarazioni del regista in merito all’assenza dei loro nomi tra gli autori della sceneggiatura: "I D’Innocenzo hanno scritto un copione bellissimo.

Poi, come accade nella lavorazione di film d’autore, per la fragilità e l’equilibrio sui quali si muovono, io ho applicato il mio sguardo e la mia interpretazione a ciò che avevano scritto. 

Evidentemente non li hanno condivisi. 

Non c’è violenza esplicita in nessun movimento e in nessuno sguardo. Solo tenerezza." 

 

È proprio questo quello che mi è rimasto una volta uscito dalla sala, dopo la visione de La città dei vivi: un vuoto, unito a un senso di straniamento; un sentimento ossimorico che accosta la delicatezza delle immagini all’orrore di questa storia.

 

In una società incapace di distogliere lo sguardo dalle atrocità, ma altrettanto incapace di confrontarsi col trauma, Gabbriellini sceglie di soffermarsi sul dolore di chi resta.

Sono il padre di Luca, interpretato da Valerio Mastandrea, la madre Silvana (Simona Senzacqua) e la fidanzata a farsi carico del difficile percorso che segue la perdita.

 

Nell’ultimo segmento narrativo de La città dei vivi, la macchina da presa smette di seguire i movimenti dei sopravvissuti e li lascia soli, immobili, davanti a un dolore che non può essere aggirato. 

 

Non offre alcuna spiegazione per la tragedia avvenuta né insinua nessuna teoria sul comportamento dei giovani o sulla decadenza dei costumi: si limita a concedere ai protagonisti lo spazio per confrontarsi con la loro sofferenza, senza la speranza che un giorno si arrivi a una guarigione.

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