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Mammina - Recensione: chi ha paura di Jessica Chastain?

Dopo il poco entusiasmante The Boogeyman un ostinato Rob Savage torna a scomodare il babau che dorme con un fiacco horror a misura di jumpscare e double face, tanto quanto la sua camaleontica protagonista, così ossessionato dal voler essere "elevato" da non rendersi minimamente conto della bassa lega nella quale si ritrova a bazzicare

Titolo originale: Other Mommy
Genere: Horror
Regia: Rob Savage
Sceneggiatura: Nathan Elston
Cast: Jessica Chastain, Jay Duplass, Arabella Olivia Clark
Distribuzione: Universal Pictures
Uscita Italia: 8 ottobre 2026
Durata: 93 minuti
Paese: USA

Di mamma, si sa, ce n'è una sola. E di Mammina invece?

 

Beh, se chiedete a quel buontempone di Rob Savage certamente vi darà che, quando di mezzo ci si mettono changeling, demoni mutaforma o pacchiane allegorie sul disagio genitoriale, colei che vi siede amorevolmente accanto e che a lungo vi ha rimboccato coperte e cambiato pannolini, di facce, forse e dico forse, potrebbe perturbantemente averne ben più di una.

 

Un po' come questo film insomma: capace di passare dal serio al faceto o, per dirla fuori dai denti, dal creepy al trash senza apparente soluzione di continuità; dimostrandoci come, così com'è ormai assai difficile potersi fidare persino della propria madre, allo stesso modo non pare cosa buona e giusta dar credito a chi afferma di poterci spaventare con 50 e più bubusettete in un sol colpo.

 

[Trailer ufficiale di Mammina]

 

 

Dall'incubotica Madre di Andy Muschietti alla camaleontica Mammina di qui sopra il passo è davvero (troppo) breve per una come Jessica Chastain; a maggior ragione al cospetto di un titolo che, diciamolo pure tutti in coro, bruttino lo è assai - seppur decisamente meno spoileroso dell'originale Other Mommy - oltre che incapace di rendere la benché minima giustizia allo spirito di Josh Malerman e alle di gran lunga ben più intriganti pagine del suo Incidents Around the House.

 

Senza tuttavia riavvolgere troppo il nastro della nostra filmica memoria, agli sgoccioli del pandemico lockdown quella tenebrosa irlandese di Kate Dolan aveva in realtà già avuto modo, con You Are Not My Mother, di attingere a piene mani dall'oscuro folklore della sua alcolica e piovosa terra d'origine, servendoci su di un filmico piatto d'argento la sovrannaturale - e subliminalmente allegorica - lotta ingaggiata da una giovane figlia contro la temibile e ancestrale forza rea di aver preso le sembianze di una tormentata genitrice intrappolata fra l'incudine dell'Aldilà e il martello dell'Aldiquà.

 

Un topos - quello degli amati congiunti che, per dirla come Corrado Farina, tanto fisiognomicamente quanto e soprattutto metaforicamente Hanno cambiato faccia - divenuto a tal punto un chiodo fisso di gran parte del cosiddetto elevated horror contemporaneo da costituire dunque il suggestivo seppur, alla lunga, alquanto abusato fulcro di opere quali, ad esempio, il cupissimo The Other Side del duo svedese Danielsson-Mellander, il glaciale Daddy's Head di Benjamin Barfoot e, ultimo ma non ultimo, quel piccolo grande fenomeno virale che si è rivelato l'agghiacciante Smile di Parker Finn.

 

 

[Arabella Olivia Clark ha questioni assai taglienti da risolvere in Mammina]

 

Non è pertanto un caso che uno scafato mestierante qual è il nostro ribaldo e maramaldo Rob Savage - reduce con parecchie ossa rotte proprio da un'ennesima rilettura in chiave ultramondana del Lato Oscuro della Familiare Forza, partorita a suo tempo dal maestro Stephen King fra le poche righe del suo The Boogeyman - si ritrovi a tessere questo suo nuovo Mammina attorno a quel medesimo freudiano concetto di perturbante che, da tempo immemore ormai, ci porta a cortocircuitare il tenebroso legame fra ciò che ci è ben conosciuto e, al contempo, inquietantemente ignoto.

 

Ed è appunto in un clima familiare parecchio perturbato e sottilmente perturbante che la giovanissima Bela (Arabella Olivia Clark) si trova a vivacchiare; tra una madre in carriera (Jessica Chastain) indecisa se cedere alle lusinghe del duro lavoro piuttosto che a qualche occasionale scappatella e un casalingo padre (Jay Duplass) capace - così come il represso Christopher Abbott del Wolf Man di Leigh Whannell o il fu complessato Sam Rockwell finito nel mezzo del giustamente dimenticato Poltergeist di Gil Kenan - d'incarnare alla perfezione lo stereotipo dell'imperfetto nonché disoccupato maschio Alfa sempre più centrale del Cinema de paura d'oggidì.

 

Costretta ad affrontare il difficile adattamento all'interno di una nuova routine scolastica e, nel contempo, angustiata dall'opprimente disagio maturato fra i propri genitori senza poter contare più di tanto sul supporto della propria ufficiale mater familias, la nostra piccola settenne sarà dunque giocoforza costretta a rivolgersi alle temibili attenzioni della misteriosa nonché più volte evocata Other Mommy: una temibile e trasformistica entità - quanto reale o immaginaria saranno il (per fortuna) poco tempo, gli stucchevoli jumpscare a ripetizione e una terrificante CGI a rivelarcelo - che, in agguato fra le oscure profondità del solito stramaledetto guardaroba manco fosse una nuova recluta della prestigiosa Monsters & Co., assumendo il tutt'altro che rassicurante aspetto di una ridente e assai inquietante Mammina chiederà, con melliflua e insidiosa insistenza, di essere semplicemente accettata nel cuore - ergo nell'anima - della sua nuova incauta vittima.

 

D'altronde il lungimirante Bob Dahlin già nel pieno dei gloriosi anni '80 ci aveva ben avvertiti al grido di Non aprite quell'armadio!, giusto?

 

 

[Jessica Chastain si mostra assai snodata oltre che inquietante in Mammina]

 

A maggior ragione se chi o, meglio ancora, cosa abita l'insidioso Altrove chiuso oltre codeste tenebrose ante somiglia per l'appunto a quella cara e dolce Mammina che vi ha messo al mondo ma che, tra un'improvvisa levitazione esibita di straforo fra l'inganno del vedo-non-vedo, un tono muscolare, per così dire, non sempre impeccabile, performance di disarticolazione degne della contorsionistica Regan degli esorcistici tempi andati e sovrannaturali exploit di forza e ubiquità più Insidious(i) che concretamente spaventevoli, tutto saprà mostrarsi tranne che genuinamente interessata alla vostra precaria salute e al vostro disinteressato affetto.

 

Che il buon Rob Savage non sia certo un campione di salto in lungo dalla carta allo schermo credo lo si possa ormai affermare con una certa navigata sicurezza, che dite?

 

Riguardo poi alle sue presunte capacità di metteur en scène nel campo del brivido, direi che titoli in odor di screenlife quali Host e Dashcam già avevano avuto modo di spoilerarci una possibile risposta quando ancora mascherine e green pass erano materiale da prima pagina.

 

Tuttavia, proprio con questo Mammina, credo che il discorso possa tranquillamente abbandonare il semplice nome e cognome del suddetto regista - occhio a non fare l'imperdonabile errore di chiamarlo autore! - per offrirci la preziosa occasione di estendere la riflessione a un intero film e, per forza di cose, a una certa tendenza di un certo specifico genere.

 

Etichettare infatti questa piatta, routinaria e ben poco "elevata" (dis)avventura orrorifica come l'ennesimo tentativo di cavalcare la mostruosa eredità di James Wan e della di lui fortunata Atomic Monster - qui impegnata a sborsare maestranze e baiocchi in cordata con una Blumhouse ormai sempre più fuori rotta dopo il mezzo disastro dell'Imaginary di Jeff Wadlow - mi pare riduttivo per non dire addirittura offensivo.

 

 

[Jessica Chastain è sia la perturbata madre che la perturbante Mammina di Arabella Olivia Clark]

 

 

Certo è che costruire un'intera campagna marketing attorno al (presunto) alto numero di jumpscare e alle molteplici sfaccettature del non particolarmente inquietante sorrisone di una Jessica Chastain oggettivamente in parte ma ben poco sfaccettata a livello di scrittura, a naso non mi è parsa proprio una strategia così vincente.

 

Se aggiungiamo poi che, nel corso dei suoi seppur agili e indolori 93 minuti di durata - decisamente perfetti per un prodotto del genere e, soprattutto, di questo genere - Mammina mostra di non volersi scostare di un solo millimetro da quei cliché, canovacci e risapute soluzioni estetiche nonché narrative nelle quali certo Cinema a noi tanto caro continua a languire da ormai un quindicennio abbondante, ecco spiegato quel senso d'insoddisfacente déjà vu che mi sono ritrovato a subodorare a ridosso degli scarni e per nulla consolatori titoli di coda.

 

Che un film come Mammina, seppure racchiuso nel rodato involucro da horror postmoderno, ambisca a vette di una certa altezza e, nel contempo, anche a una qualche allegorica profondità analitica non è certo un mistero.

 

Che siano i già più volte evocati attriti passivo-aggressivi covati in seno a una perfetta masnada di Parenti Serpenti, lo spettro del tradimento coniugale così come quello ben più scottante della difficile accettazione del ruolo genitoriale - Ari Aster e il suo imprescindibile Hereditary docet! - piuttosto che l'inevitabile attrito scaturito dall'inversione dei ruoli di genere all'interno della coppia 3.0 - d'altronde, alla luce di ciò, non tutto nel Together di Michael Shanks era da buttare, vero? - è indubbio quanto l'originaria penna di Malerman, la non certo esaltante sceneggiatura di Nathan Elston e l'ugualmente piatta manona registica di Savage abbiano tentato d'infondere un certo evidente spessore a una storia che, scremata da ogni metafora o possibile sottotesto, volente o nolente finisce per ridursi alla solita demoniaca solfa capace solo di ricorrere alla mimesi e al facile spavento per raggranellare un minimo d'interesse e possibile pelle d'oca.

 

Fino alla comparsa del suo ritardatario - e, mi scuserete se mi ripeto, assai indecoroso - italico titolo, ammetto che Mammina era riuscito, se non certo a spaventarmi, quantomeno a intrigarmi.

 

Ma ecco che, tempo una manciata di liquefatti sorrisi della nostra ultramondana prima(non)donna, persi nel mezzo di sovrannaturali vocine alterate e rosse occhiatacce nel buio, ogni possibile speranza fino ad allora strenuamente convata ha finito per andare allegramente a farsi benedire.

 

 

[Jessica Chastain se la ride di gusto in Mammina]

 

 

Quando poi l'intera impalcatura faticosamente sorretta dall'anonima fotografia di Lowell A. Meyer, dal nevrastenico montaggio a quattro mani di John Cutler e Peter Gvozdas oltre che dalle asettiche note di Patrick Jonsson ha finito per crollare sotto il peso di sessioni di ghost hunting in vago odor di The Conjuring, tunnel spaziotemporali scaturiti dalle profondità di una colorata vasca di palline e, ultimo ma non ultimo, del solito immancabile to be continued a favore di enigmatico ammiccamento, ecco che ogni residuo credito di interesse e bonaria sospensione dell'incredulità nei confronti di Mammina è stato indecorosamente annichilito come il famoso atomo a contatto dell'altrettanto celebre e misteriosa antimateria.

 

"La possibilità di essere umani è un miracolo che scambiamo per ordinario, agognato allo stesso modo da dei e demoni."

Gran belle parole, non c'è che dire, soprattutto se piazzate in apertura di un'opera che, quantomeno sulla carta, di brividi, vibes e inevitabili bubusettete mostrava di prometterne parecchi e di ben più onesta fattura.

 

Tuttavia, parafrasando a mio personalissimo uso e consumo di semplice spettatore e impenitente criticone il compianto Massimo Troisi, pensavo fosse Mammina e invece, guarda un po', non era altro che il solito The Boogeyman sotto mentite e risapute spoglie.

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