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Shelby Oaks - Il covo del male - Recensione: tra innovazioni e stereotipi

Shelby Oaks è il nuovo film horror, con contaminazioni found footage, diretto da Chris Stuckmann e finanziato da un’operazione di crowdfunding 

Titolo originale: Shelby Oaks
Genere: Horror, Thriller
Regia: Chris Stuckmann
Sceneggiatura: Sam Liz, Chris Stuckmann
Cast: Sarah Durn, Camille Sullivan, Mason Heidger
Distribuzione: Midnight Factory
Uscita Italia: 13 novembre 2025
Durata: 91 minuti
Paese: USA

 

Quello di Shelby Oaks è un Male che si insinua sottile, un’ombra astratta che controlla le esistenze dei protagonisti.

 

Mia (Camille Sullivan) è alla ricerca di sua sorella Riley (Sarah Durn), scomparsa anni prima.

La donna durante tutto questo tempo non si è mai arresa, spinta dalla volontà di scoprire la verità nascosta dietro la vicenda; Riley è sparita nel nulla insieme ai suoi amici, con i quali realizzava contenuti per il loro canale YouTube, Paranormal Paranoids: contenuti, appunto, sul paranormale, che avevano come oggetto luoghi potenzialmente infestati.

 

Tra questi, la cittadina di Shelby Oaks: ultimo posto in cui i creator sono stati visti.  

 

[Trailer ufficiale di Shelby Oaks - Il covo del male]

 

 

Shelby Oaks inizia come un documentario: non si hanno notizie di Riley e dei suoi colleghi da tempo e Mia, davanti alla macchina da presa, si presta a parlare di sua sorella e di quanto siano stati sofferti questi anni di domande senza risposte.

 

Questa soluzione che avvia la storia risulta enigmatica e interessante allo stesso tempo: è un documentario? Un found footage?

Oppure è un prodotto che sfrutta le potenzialità di diversi approcci registici? 

Lo spettatore è disorientato e agganciato allo stesso tempo, la commistione di generi e soluzioni visive contribuisce a restituire una sensazione di reale, quotidiano e contemporaneo. 

 

I filmati del gruppo di creator, le “finte” riprese volte alla realizzazione del documentario al centro della storia, si combinano con la regia di Chris Stuckmann.

Shelby Oaks si costruisce attorno a un trauma irrisolto che contamina tutto.

Un dolore sospeso accompagna la protagonista Mia e la porta a disorientarsi nella vita di tutti i giorni: cosa è reale e che cosa non lo è?

 

Il film, infatti, gioca continuamente con ricordi confusi, testimonianze contrastanti e materiale video ambiguo, ponendo all’attenzione il rapporto tra ciò che viene catturato e ciò che invece sfugge allo sguardo dei protagonisti e, quindi, dello spettatore. 

 

Peccato, però, che andando avanti con la storia questa componente di freschezza cominci a venir meno: Shelby Oaks aveva tutte le potenzialità per essere un horror atipico e non convenzionale, ma finisce presto per lasciare spazio, purtroppo, ai cliché tipici dell’horror demoniaco.

 

 

 

[Shelby Oaks: la protagonista Camille Sullivan]

 

 

Le note interessanti però resistono e, in parte, si espandono con tutto il resto.

 

La prima è lo spazio che viene riservato al lavoro dei creator e al clamore che la loro scomparsa porta con sé.

Tra ipotesi e teorie complottiste, molto velocemente la notizia dà adito a un continuo vociare e commentare da parte dei fan del canale.

 

Sicuramente una scelta che è al passo con i nostri tempi e può portare il pubblico a sperimentare una “paura nuova”.

Tutti possono commentare tutto, tutti sanno tutto, non esiste privacy, non esiste più l’idea di un dolore vissuto in solitudine: la telecamera è continuamente accesa e l’obiettivo sempre puntato su di noi.  

 

A questo si agganciano anche altre tematiche, alcune portate all’attenzione più di altre: la gravidanza, ad esempio, con evidenti ricollegamenti a Rosemary’s Baby, oppure il peso che le leggende e le presenze demoniache che scuotono generazioni hanno sulle dinamiche familiari e i rapporti interpersonali.  

Shelby Oaks è un horror che presenta molti tratti dal respiro nuovo, a partire dalla sua storia produttiva e dalle idee che animano il primo atto del film.

C’è un evidente divario tra l’avvio della storia, dalle tendenze innovative, e la seconda metà dell'opera segnata da ridondanza e incardinamento in schemi prevedibili. 

 

Per essere il primo lavoro da regista di Chris Stuckmann è in linea generale convincente, sicuramente un buon esperimento che può porre le basi per lavori futuri, magari meno radicati in soluzioni convenzionali. 

___

 

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