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Quello di Shelby Oaks è un Male che si insinua sottile, un’ombra astratta che controlla le esistenze dei protagonisti.
Mia (Camille Sullivan) è alla ricerca di sua sorella Riley (Sarah Durn), scomparsa anni prima.
La donna durante tutto questo tempo non si è mai arresa, spinta dalla volontà di scoprire la verità nascosta dietro la vicenda; Riley è sparita nel nulla insieme ai suoi amici, con i quali realizzava contenuti per il loro canale YouTube, Paranormal Paranoids: contenuti, appunto, sul paranormale, che avevano come oggetto luoghi potenzialmente infestati.
Tra questi, la cittadina di Shelby Oaks: ultimo posto in cui i creator sono stati visti.
[Trailer ufficiale di Shelby Oaks - Il covo del male]
Shelby Oaks inizia come un documentario: non si hanno notizie di Riley e dei suoi colleghi da tempo e Mia, davanti alla macchina da presa, si presta a parlare di sua sorella e di quanto siano stati sofferti questi anni di domande senza risposte.
Questa soluzione che avvia la storia risulta enigmatica e interessante allo stesso tempo: è un documentario? Un found footage?
Oppure è un prodotto che sfrutta le potenzialità di diversi approcci registici?
Lo spettatore è disorientato e agganciato allo stesso tempo, la commistione di generi e soluzioni visive contribuisce a restituire una sensazione di reale, quotidiano e contemporaneo.
I filmati del gruppo di creator, le “finte” riprese volte alla realizzazione del documentario al centro della storia, si combinano con la regia di Chris Stuckmann.
Shelby Oaks si costruisce attorno a un trauma irrisolto che contamina tutto.
Un dolore sospeso accompagna la protagonista Mia e la porta a disorientarsi nella vita di tutti i giorni: cosa è reale e che cosa non lo è?
Il film, infatti, gioca continuamente con ricordi confusi, testimonianze contrastanti e materiale video ambiguo, ponendo all’attenzione il rapporto tra ciò che viene catturato e ciò che invece sfugge allo sguardo dei protagonisti e, quindi, dello spettatore.
Peccato, però, che andando avanti con la storia questa componente di freschezza cominci a venir meno: Shelby Oaks aveva tutte le potenzialità per essere un horror atipico e non convenzionale, ma finisce presto per lasciare spazio, purtroppo, ai cliché tipici dell’horror demoniaco.
[Shelby Oaks: la protagonista Camille Sullivan]
Le note interessanti però resistono e, in parte, si espandono con tutto il resto.
La prima è lo spazio che viene riservato al lavoro dei creator e al clamore che la loro scomparsa porta con sé.
Tra ipotesi e teorie complottiste, molto velocemente la notizia dà adito a un continuo vociare e commentare da parte dei fan del canale.
Sicuramente una scelta che è al passo con i nostri tempi e può portare il pubblico a sperimentare una “paura nuova”.
Tutti possono commentare tutto, tutti sanno tutto, non esiste privacy, non esiste più l’idea di un dolore vissuto in solitudine: la telecamera è continuamente accesa e l’obiettivo sempre puntato su di noi.
A questo si agganciano anche altre tematiche, alcune portate all’attenzione più di altre: la gravidanza, ad esempio, con evidenti ricollegamenti a Rosemary’s Baby, oppure il peso che le leggende e le presenze demoniache che scuotono generazioni hanno sulle dinamiche familiari e i rapporti interpersonali.
Shelby Oaks è un horror che presenta molti tratti dal respiro nuovo, a partire dalla sua storia produttiva e dalle idee che animano il primo atto del film.
C’è un evidente divario tra l’avvio della storia, dalle tendenze innovative, e la seconda metà dell'opera segnata da ridondanza e incardinamento in schemi prevedibili.
Per essere il primo lavoro da regista di Chris Stuckmann è in linea generale convincente, sicuramente un buon esperimento che può porre le basi per lavori futuri, magari meno radicati in soluzioni convenzionali.
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