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Tatti, paese di sognatori: intervista al regista Ruedi Gerber

Abbiamo incontrato il regista svizzero Ruedi Gerber, che ci ha parlato del suo documentario sul borgo toscano che ha scelto come seconda casa trent'anni fa

Ruedi Gerber, regista svizzero di formazione newyorkese, è arrivato a Tatti, in provincia di Grosseto, nel 1992 e non è più riuscito a lasciarla del tutto.

 

Dalla sua esperienza di vita in una villa in rovina nella Maremma toscana è nato Tatti, paese di sognatori, presentato al Zurich Film Festival 2025: un ritratto corale e poetico di una comunità che resiste allo spopolamento, in cui il regista è insieme autore e protagonista.

 

In occasione dell'uscita in sala di Tatti, paese di sognatori abbiamo incontrato Ruedi Gerber per parlare del film e di cosa significa riconsegnare una comunità alla propria storia.

 

[Il trailer di Tatti, paese di sognatori, documentario di Ruedi Gerber]

 

 

Shyla N.

Lei vive a Tatti da trent'anni. Ha comprato casa, prodotto vino, portato lavoro. A questo punto è difficile definirla un semplice osservatore: è anche un protagonista.

Come ha gestito questa doppia identità (di regista e di abitante) stando dietro la macchina da presa?

 

Ruedi Gerber

È stata una sfida, soprattutto in fase di montaggio.

Non volevo spingermi troppo in primo piano, però ho capito che nascondermi non aveva senso. Le persone con cui parlavo si confidavano con me come farebbero con un amico, non con un regista.

Era naturale, quindi, che il film mostrasse anche chi ero io, diventava un fil rouge: invece di nascondere la mia presenza, mostrarla fin dall'inizio. Accettare di esserci è stato anche un percorso emotivo.

Poi tutti, alla fine, mi hanno detto che la dose era giusta: si capisce che sono dentro il film, ma senza esagerare. Guido la storia, ma con rispetto per quello che racconto.

 

SN

Tatti, paese di sognatori funziona molto anche sul piano sensoriale tra immagini, suoni, musica: quanto è stato importante il lavoro musicale?

 

Ruedi Gerber 

Fondamentale.

C'è stata una certa fatica a trovare il musicista giusto, ma poi ho lavorato con una montatrice musicale molto brava e insieme abbiamo trovato un equilibrio in cui musica e immagine diventano una cosa sola. A quel punto non noti più la musica separatamente, fa semplicemente parte di ciò che vedi.

 

È bellissimo quando succede.

 

 

[Il borgo in Maremma che ha incantato Ruedi Gerber in Tatti, paese di sognatori]

 

 

SN

Nel film c'è una storia molto delicata: quella dei gemelli Verniani, che durante le riprese hanno vissuto un lutto.

Come ci si comporta con la macchina da presa in quei momenti? C'è stato un punto in cui ha smesso di filmare?

 

Ruedi Gerber

Sì, è stato il momento più delicato di tutto il progetto.

Quando è successa la tragedia, il mio primo istinto è stato pensare "Questo è materiale forte, è il mio film", ma mi sono bloccato subito, perché il rispetto veniva prima di tutto e non volevo sembrare un opportunista.

Ho lasciato passare quasi un anno. Poi Marco, uno dei due fratelli, nel contesto del nostro gruppo di lavoro, ha cominciato a raccontare.

Voleva parlarne, ma mi ha detto "Non filmarmi, perché piangerò" e così ho fatto: quando parlava, abbassavo la camera.

Ho filmato solo quando taceva - il suo volto, la sua espressione. Alla fine è venuta fuori un'immagine potentissima.

 

Marco è una persona di grande coraggio: come contadino vive ogni giorno con il rischio, la lingua blu, il maltempo.

Ha un rapporto diverso con il destino. Dopo quell'anno ho chiamato anche la moglie del fratello scomparso, perché volevo un punto di vista femminile, dato che fino a quel momento il film era guidato quasi solo da voci maschili.

Lei ha risposto "Perché non me l'hai chiesto prima? Voglio raccontare."

È diventato il terzo livello del film, quello che lo ha davvero arricchito.

 

SN

Lei in un'intervista ha detto di non amare la parola "documentario", perché evoca qualcosa di noioso, mentre Tatti, paese di sognatori fa ridere e emozionare.

Qual è la forma cinematografica che sente più sua?

 

Ruedi Gerber

Credo che quando lavori come creativo devi parlare di ciò che conosci davvero, incluse le tue emozioni, il tuo rapporto con le cose.

Io ho cominciato come attore: se parli di qualcosa che padroneggi, sei forte; se parli di qualcosa che non conosci, sei debole. La forma che sento più mia è quella che nasce dalle risorse che ho dentro e intorno a me.

In inglese si dice essere resource-based, letteralmente: usare ciò che hai. Tatti è questo: una storia che conosco profondamente, vissuta sulla mia pelle.

 

Quella vicinanza ti dà l'autorità morale per raccontarla.

 

 

[Una scena del film Tatti, paese di sognatori]

 

 

SN

Tatti, paese di sognatori è un titolo molto evocativo.

Chi è il vero sognatore di questo film: loro, lei, o tutti insieme?

 

Ruedi Gerber

Tutti insieme, senza dubbio. Tutta la mia storia con Tatti è nata da un sogno e ogni passo è cominciato con un "forse si potrebbe fare questo."

Ho studiato anche un po' gli aborigeni australiani e il loro concetto di dreamtime, il tempo del sogno che accompagna ogni cammino. Mi ha colpito molto.

Poi ho realizzato che anche i tatterini sognano: dell'amore, della vita, del passato, del futuro.

Il titolo originale era Tatti in the World, ma se non conosci il paese non ti dice niente. Allora ho cercato qualcosa che parlasse anche a chi non c'è mai stato e Paese di sognatori mi è sembrato perfetto: contiene sia chi sogna il passato che chi immagina il futuro, nello stesso momento.

 

SN

Ultima domanda: un documentario come questo consegna una comunità alla propria storia, in un certo senso la cristallizza.

Sente il peso di questa responsabilità? Dopo il film Tatti è cambiata?

 

Ruedi Gerber

La realtà è sempre più complicata di quello che si vede sullo schermo: c'è il freddo dell'inverno, il vento, la fatica quotidiana.

Non voglio che il film faccia sembrare tutto più semplice di quello che è.

Certo, potrebbe portare più visitatori e qualcuno mi dice che dovrei "blindare" il paese, creare una sorta di filtro per gestire il flusso.

Vedremo. Io non ho paura.

 

Ciò che spero è che chi viene non cerchi solo una vacanza estiva, ma che rimanga - o almeno che porti via qualcosa di vero.

 

[Intervista a cura di Shyla N.] 

___

 

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