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Una battaglia dopo l'altra è il nuovo film diretto da Paul Thomas Anderson con protagonista Leonardo DiCaprio a fianco di Chase Infiniti, Teyana Taylor, Sean Penn, Benicio del Toro e Regina Hall.
“Chi sei?” urla Willa a suo padre Bob Ferguson: è una domanda disperata, posta con in mano un’arma e la promessa di sparare se la risposta non corrisponde a un protocollo preciso.
Probabilmente Willa si chiede la stessa cosa della sua patria, gli Stati Uniti, che da anni brancolano verso il baratro, stonati dal fumo gettato negli occhi da ideologie che usano la paura per esercitare il controllo.
[Trailer ufficiale di Una battaglia dopo l'altra]
Una battaglia dopo l'altra
Poi però c’è la speranza della rivoluzione, un atto di fede che nel nuovo e magnifico film di Paul Thomas Anderson è in mano alle nuove generazioni, le uniche che possono realmente sovvertire e combattere il germe dell’odio di una nazione che nasconde l’insicurezza dietro una mascolinità ruvidamente esibita.
Cadenzato dalla colonna sonora di Johnny Greenwood che richiama in alcuni frangenti le note composte da Ennio Morricone per La battaglia di Algeri - film citato esplicitamente - Una battaglia dopo l’altra è una corsa a perdifiato attraverso un Paese demente e balordo, abitato da personaggi che si muovono tra l’idiozia grottesca del Cinema dei Fratelli Coen e il senso del mélo figlio della scrittura di Thomas Pynchon (il film è liberamente ispirato a Vineland).
È proprio il movimento a rendere Una battaglia dopo l’altra una danza che oscilla tra la tensione e l’ironia, creando un bilanciamento cinematograficamente commovente.
Il contrasto tra il rivoluzionario Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio) passato dal nome di battaglia Ghetto Pat a Ghetto Pot e il colonnello Lockjaw (Sean Penn) orchestra una dialettica tra colonizzatore - culturale e sociale - e colonizzato che dà modo a Paul Thomas Anderson di scandagliare ulteriormente i registri emotivi di un film che è una sinusoide tra sottotesti politici e costruzione di sequenze allucinatorie.
[Leonardo DiCaprio prosegue la decostruzione divistica della propria immagine anche con questa eccezionale e, pienamente, neo-hollywoodiana performance in Una battaglia dopo l'altra]
Una battaglia dopo l'altra
Una battaglia dopo l'altra rimodula il grande romanzo statunitense al servizio di un’idea di Cinema hollywoodiano oggigiorno annacquata, dove lo spettacolo visivo è importante tanto quanto l’aspetto politico e narrativo della scrittura e delle immagini, come a ribadire il peso specifico dell’analogico e, di conseguenza, del filmare un’altra realtà che il nostro occhio ammira nel buio onirico della sala.
Pare quasi provenire dall’inconscio del regista per quanto naturale e, soprattutto, apparentemente semplice è la sua capacità di dilatare lo spazio donando respiro cinematografico all’idea di movimento che sospende, condensa e incrina a suo piacimento il tempo.
Così come avviene nella scena sulle “River of Hills”, un inseguimento tra automobili che sembrano surfare sulle coste californiane, veicoli che inseguono traiettorie figlie di un immaginario che fanno leva su una dimensione privata, intima, dove la materialità dell’acciaio acquista - come in Duel di Steven Spielberg - un’anima propria.
Non è di certo un caso che Una battaglia dopo l’altra si apre con una persona che corre, come avviene spesso nel Cinema di PTA - basti pensare all’abbraccio tra Gary e Alana in Licorice Pizza - ribadendo che è la mobilità del corpo in grado di creare un’azione che può portare a un gesto d’amore, capace poi di trasformarsi in rivoluzione.
[In Una battaglia dopo l'altra il personaggio e la prova di Sean Penn sembrano già appartenere a un immaginario cinematografico condiviso per quanto sono impattanti]
Una battaglia dopo l'altra
P.T. Anderson dunque sorvola l’idea di narrazione come espressione tematica di una morale precisa e costruita a tavolino, mettendo in scena un’idea di Cinema fieramente politica proprio perché crede nell’importanza della messa in scena in un’industria che invece è sempre più ombelicale.
Così facendo Una battaglia dopo l’altra si rivela un film fuori tempo, perché senza tempo - a parte qualche riferimento materiale e culturale potrebbe essere ambientato negli anni ‘70 come oggi - rendendosi un manifesto per le generazioni (rivoluzionarie) che verranno.
In un mondo cinematografico in cui è tutto è possibile, dove un maestro di karate salva decine di immigrati messicani dalla morsa dell’odio, Paul Thomas Anderson riscrive le coordinate della bussola morale degli Stati Uniti in un film di padri mancati che mettono in mano il futuro del mondo alle proprie figlie per aprire nuovi spazi, distruggere fili spinati e cercare un nuovo orizzonte, come l'oro nel vecchio West.
Se non è una rivoluzione (finalmente) questa...
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