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L'agente segreto - Recensione: trasfusioni

A Recife, sotto la dittatura, tra la Storia, il sangue e le immagini

Titolo originale: O Agente Secreto
Genere: Drammatico, Poliziesco, Giallo, Thriller
Regia: Kleber Mendonça Filho
Sceneggiatura: Kleber Mendonça Filho
Cast: Wagner Moura, Enzo Nunes, Udo Kier
Distribuzione Italia: FilmClub Distribuzione
Uscita Italia: 29 gennaio 2025
Durata: 161 minuti
Paese: Brasile, Francia, Paesi Bassi, Germania

 

Un cuore e due volti, due sguardi, quelli di un gatto che gironzola dove si nascondono non agenti segreti ma "rifugiati", perseguitati costretti a sdoppiarsi e a vivere sotto falso nome dopo aver abbandonato casa. 

 

Certo non è sempre un peso adottare uno pseudonimo: si può ricordare una zia, amata come lo era, nel 1980 di Aquarius, in quel prologo, Lúcia.

 

Rimane, nondimeno, un qualche strabismo, con un occhio a un presente che rischia di cadere fatalmente nel passato e l'altro a un presente che minaccia di divorarsi l'avvenire.

 

[Trailer ufficiale de L'agente segreto]

 

 

Vale anche, in altro modo, per Kleber Mendonça Filho, la cui fiction torna a Recife dopo la deviazione comunque pernambucana di Bacurau, ambientato in una distopia sempre più vicina, e anche, però, dopo lo scavo avviato da Retratos fantasmas.

 

Non è un caso che L'agente segreto, primo lungometraggio 'in costume' del regista brasiliano, affiori a seguito di quell'esplorazione documentaria, spesso cinefila, a seguito di quella Recife caleidoscopica, presa tra mille sguardi. 

Si possono tracciare altre relazioni, sì: alla stregua de Il suono intorno e Aquarius, anche quest'ultima pellicola esordisce, per esempio, con delle immagini d'archivio, dando corpo a una tensione che non anela a muoversi nel solo terreno della finzione cinematografica.

 

A partire da uno sfondo d'archivio, che è poi, oltre il repertorio, anche uno sfondo 'architettonico' – Recife, la sua storia materiale – e invero la condizione di possibilità per l'emergenza delle figure della fiction, Mendonça Filho ha già manifestato lo slancio politico che anima i suoi lavori, sovente imbastendo un discorso di classe dalle chiare venature intersezionali; soprattutto, ha già tradotto questo slancio smarcandosi dalle forme del realismo e del documentarismo.

 

Anche pensando alle denominazioni delle scuole de Il suono intorno e Bacurau, uno dei Maestri è semmai João Carpinteiro, John Carpenter, autore la cui filmografia imbocca le vie del 'genere' per raggiungere un'eccezionale pregnanza estetica e politica. 

Passando per il western, Bacurau rappresenta indubbiamente, anche sul piano tematico-narrativo, la prova più orientata in tal senso.

 

Ma senza focalizzarsi su questo piano si può forse dire che il lato 'statunitense' di Mendonça Filho, nutrito da ispirazioni molteplici, si esprima costeggiando più in generale un'impostazione registica da New Hollywood – pensiamo principalmente a quell'ondata che più ha interloquito con il linguaggio classico per ri-articolarlo, in un altro contesto tecnologico, nel segno di un'intensificazione e/o (spesso in parallelo, e senza implicare alcuna connotazione morale) di una spettacolarizzazione.

Caso vuole che L'agente segreto, ambientato nel 1977, faccia peraltro riferimento al primo blockbuster, Lo squalo.

 

Per comprendere il motivo del rimando inquadriamo preliminarmente, sul piano tematico-narrativo, il film: sotto la dittatura militare, le spiagge brasiliane non avvertono i bagnanti, come faranno nelle opere successive, circa la temibile presenza di squali.

È, questa, una congiuntura storica in cui gli squali vagano indisturbati anche sulla terraferma, nell'indifferenza (o con l'esplicita connivenza) del potere costituito; squali che possono serenamente andare a caccia di dissidenti o disseminare cadaveri, magari dandoli in pasto alla propria, incolpevole, controparte animale.

 

In questo contesto, Marcelo è in fuga, non si sa da chi o perché: giunge a Recife per nascondersi e stare vicino, da vedovo, al figlio Fernando. 

Sappiamo poco altro: come d'abitudine per Mendonça Filho, le informazioni sono centellinate; e stavolta, però, la frammentazione viene messa a frutto in modo nuovo. 

 

Non è più il tempo, a differenza di Il suono intorno e Aquarius, di un twist che faccia esplodere le contraddizioni del presente.

Marcelo è in fuga, e questo conta al di là di ogni precisazione: ecco un'ossatura che fornisce una traiettoria narrativa e che, nondimeno, non impone una scansione rigidamente causale.

 

Marcelo è in fuga ma non si chiama davvero Marcelo e, invece di incrementare al massimo la distanza dal pericolo, fa sosta a Recife. 

Più che un agente segreto, uno 007 in salsa pernambucana, è semmai un agente patogeno, un banale ricercatore universitario la cui ostinazione anti-capitalista osa mettere a repentaglio la salute (e la logica) del regime e dei suoi mandarini. 

A conti fatti, dunque, nulla di eclatante di per sé o, quantomeno, di reso tale da una narrazione tradizionale.

 

Di che s'interessa allora quest'opera? Che propone di interessante?

 

 

[Un frame da L'agente segreto]

 

 

Concedendo maggior vigore a una spinta che sfiora forse l'apice, Mendonça Filho dona anzitutto spazio a un groviglio di situazioni che, anche deviando dalle ragioni della traiettoria principale, scoperchia un oceano di storie potenziali. 

 

È mirabile come si ripresenti quest'agitarsi collettivo e come, parzialmente indebolita la linea centrale, esso riesca talora a guadagnare il proscenio.  

Proprio nei personaggi che potrebbero rimanere sullo sfondo o ridursi a macchiette (si pensi all'umanità che persiste in Euclides e Hans), e che possono anche acquisire una rilevanza cinefila, iper-finzionale, quando spuntano diversi habitué del regista o mentre saluta le scene Udo Kier; proprio in questi personaggi e ancor più nelle situazioni apparecchiate s'esprime, in maniera polifonica e senza alcun didascalismo, la Storia. 

 

La Storia – invero – dei vinti, non scritta dall'alto, non piegata a una teleologia, una Storia molteplice fatta di corpi, desideri, impegni, scelte, di esperienze vissute che chiamano coerentemente la frammentazione. 

Ecco perciò, per riportarsi a un ulteriore tratto caratteristico del regista, anche l'apparire non sempre giustificato (in termini narrativi) del sesso, dell'amore, dei sogni, degli incubi, un sostrato vitale che, ora più che mai, finisce per intrecciarsi con l'immaginario popolare. 

Così lo squalo che ha fatto notizia può trasfigurarsi passando per Spielberg e Braccio di Ferro, accomodandosi poi nell'inconscio di Fernando e nei suoi disegni, come dopo un incontro ravvicinato; e parimenti la gamba può ri-prendere vita, oltre che in un fumetto, in una digressione fantastica. 

 

Ma non è, appunto, il Cinema a far nascere gli incubi: è sull'onda della cronaca che le sale si affollano per vedere Lo squalo, e una comunicazione radiofonica inquieta il bambino.

In questa direzione, con uno sguardo strabico che non può non rivolgersi anche al nostro presente, L'agente segreto s'immerge nel passato per affrontare una congiuntura che si manifesta lontano dalle stanze dei bottoni, sì, ma anche da figure titaniche, da percorsi epici, dallo straordinario, dal clamore.

 

Per quanto quest'aspetto sia lodevole, nel cosa e nel come tematico-narrativo, l'ultima fatica di Mendonça Filho non permette tuttavia di fermarsi qui.

Non solo di passato, infatti, vive, anche se si riconduce all'indietro anche nella maniera di mettere a fuoco le questioni strutturali e, ancor prima, vitali. 

L'eccezione rispetto al 'costume' è macroscopica e consiste in una manciata di inserti contemporanei, tutti brevi salvo quello che, in sostanza, chiude il film: di quando in quando, le gesta di Marcelo e degli altri sprofondano nell'archivio, tramutandosi in documenti nelle mani di altre ricercatrici del tutto ordinarie. 

 

Lungi dal risolversi in un contrappunto modernista, si articola in tal modo la riflessione forse più compiuta di un autore che, scansando ogni intellettualismo, ha sempre convocato l'archivio nei lungometraggi di finzione: s'è fatta menzione de Il suono intorno e Aquarius, ma ora, come in Bacurau, è soprattutto il cuore a esserne abitato, quasi letteralmente. 

 

Nel 2019 era il museo dell'omonima cittadina a conservare la memoria di un popolo in pericolo, scomparso dalle mappe; conservava soprattutto il ricordo dei soprusi, magari un'atroce fotografia capace di divenir modello – dalla celluloide al sangue, e a nuove immagini digitali – per una rivincita.

Ne L'agente segreto il percorso, più ricco, non è dissimile. 

 

Così come Marcelo cerca nell'archivio di Recife prove dell'esistenza della madre, un'umile domestica, per riscattarla dall'oblio, così Mendonça Filho convoca il pathos e l'etica, di ri-scrittura, che sostengono ogni lavoro sul passato. 

Anche in questo caso nulla di eclatante, solo i piccoli gesti e l'impegno silenzioso della ricercatrice Flavia, che, tra un documento e l'altro, s'appassiona.

 

A essere eclatante, per sottrazione, è invece il movimento con cui questa linea parallela, a tutta prima inessenziale, finisce per inghiottire anti-drammaticamente la parabola di Marcelo: lo spettatore scopre le sorti del protagonista soltanto per mezzo della ricercatrice, senza la carne viva del Cinema che, fino ad allora, aveva spalancato la Storia. 

 

All'altezza di questo snodo, di fronte a un film cinefilo come L'agente segreto, appoggiamoci a una citazione di citazioni. 

Scrive Carlo Sini: "Moriamo agli altri, diceva Gentile, ed è agli altri che è affidato il significato della mia vita, diceva Peirce"

 

Appreso il fato di Marcelo, Flavia si reca da Fernando, ormai adulto, per cercare di chiudere il cerchio, di ancorarsi a un'altra carne viva, incontrandolo dove lavora.

L'ultimo capitolo del film s'intitola "Trasfusione di sangue" e puntualmente la donna fa ingresso in un centro trasfusionale, donando il sangue mentre attende; arriva poi Fernando, interpretato, come il padre, da Wagner Moura, e la fiction – in un'opera che prende il nome da Le Magnifique di Philippe de Broca – s'eleva al quadrato. 

 

Il medico non ha nulla da aggiungere a quanto riporta Flavia, nessun coup de théâtre all'orizzonte; concluso il colloquio, racconta soltanto che l'edificio ora adibito a banca del sangue era una sala cinematografica, quella in cui aveva visto Lo squalo liberandosi – contro ogni attesa – dagli incubi ricorrenti, frutto di altri pescecani.

 

 

[Un frame da L'agente segreto]

 

 

Serve a questo il Cinema? Serve a questo L'agente segreto? 

Dopo Bacurau, con un passaggio sintetizzato dall'architettura, la celluloide si fa ancora sangue e ne riceve, a un tempo, il calore: forse non può sempre far dissolvere gli incubi, e però può raccogliere e accogliere i problemi. 

 

Oltre che di cinefilia e archivio, si parlava di finzione al quadrato. 

Mozzata la testa alla (grande) narrazione e preso in carico l'agitarsi collettivo, come si colloca Mendonça Filho, fuori dal piano tematico-narrativo, dinanzi alla s/Storia?

 

È la dinamica della New Hollywood anche spettacolare, che tiene incollati allo schermo con le sue soluzioni estetiche, ritmiche, talora veleggiando tranquillamente verso il 'genere', ma sempre al di là di etichette univoche; è questa dinamica, la fiducia nelle risorse della Settima Arte, in uno split focus o in un movimento di macchina classicheggiante, il superamento di un realismo ingenuo, la propensione verso una dimensione popolare; è questa dinamica, in Mendonça Filho, a dare una forza (dynamis) puramente cinematografica alle situazioni che si avvicendano, a calibrare l'intensità, a mostrare plasticamente le forze che hanno attraversato (e attraversano ancora?) il Brasile. 

 

Con un acume teorico e una potenza d'immagine che battono all'unisono, L'agente segreto guarda avanti e indietro, alle trasfusioni tra Cinema, Storia e vita, trovando un equilibrio raro.

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