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The Conjuring - Il rito finale - Recensione: grosso guaio a casa Smurl

Michael Chaves batte l’ultimo spompatissimo ciak alle sovrannaturali avventure della coppia di demonologi più celebri e chiacchierati dell’orrorifica Settima Arte

The Conjuring - Il rito finale è un film diretto da Michael Chaves con protagonisti Vera Farmiga e Patrick Wilson, quarto e ultimo capitolo della saga ispirata alle gesta dei coniugi Warren, nonché decimo tassello del fortunato HorrorVerse co-prodotto da James Wan e Peter Safran.

 

Contrariamente al mio solito andazzo da logorroico criticone, stavolta mi sono ripromesso di non farla troppo lunga.

 

D’altronde mettersi nuovamente a disquisire riguardo al quindicinnale peso specifico del fenomeno The Conjuring mi pare oggigiorno superfluo, per non dire anche estremamente pedante, nevvero?

 

[Il trailer di The Conjuring - Il rito finale]

 

 

Dirò soltanto che da quando le parapsicologiche e più che mai dubbie avventure dei leggendari Ed e Lorraine Warren hanno iniziato a far capolino sui nostri grandi e piccoli schermi, il caro vecchio gotico ha potuto quantomeno risollevare un pochino l'affranta testolina e tirare una provvidenziale boccata d’aria.

 

Se fresca e o meno sarebbe opportruno discuterne a fondo e in separata sede.  

 

Va detto che il gotico è un genere dato per morto e sepolto sin dalla fine dei festaioli anni '70, ma che, tuttavia, proprio grazie alla penna dei coraggiosi Hayes Brothers e alle lungimiranti tasche di Tony DeRosa-Ground e Peter Safran pare essersi sufficientemente divincolato dal sudario nel quale aveva rovinosamente finito per impantanarsi; tornando finalmente a battere un bel sonoro e convinto colpaccio giusto in tempo per la prima decade del malfamato XXI secolo. 

 

 

[Patrick Wilson e Vera Farmiga agli sgoccioli della loro carriera di demonologi in The Conjuring - Il rito finale]

 

 

Parlare di una miracolosa resurrezione in odor di evangelico Lazzaro parr forse un tantinello azzardato, ma così com'è cosa buona e giusta dare a Cesare quel che è di Cesare, altrettanto opportuno mi pare riconoscere alla WanGang ciò che di fatto gli spetta di cinematografico diritto.

 

Ora tuttavia sorge spontanea una domanda: che The Conjuring Mania sarebbe mai potuta essere senza a furbesca exploitation della nutrita e prolificamente documentata Paranormal Activity relativa a due loschi figuri tanto osannati dalla brulicante pletora di ghost hunters della domenica, quanto ferocemente contestati dalla seriosa comunità di sedicenti cattedrati sull’Oltre Mondo?  

 

Tutto ebbe inizio, infatti, dal sonoro strike messo a segno in quel disincantato 2013 da un ispiratissimo James Wan – all’epoca reduce dai fasti del bidente avvelenato di Insidious - ingaggiato di gran carriera dalla cordata produttiva composta da Warner Bros. e New Line Cinema con il chirurgico scopo di mettere in scena, attraverso l'ormai celeberrimo L’evocazione - The Conjuring, il presunto e tutt’altro che Tranquillo weekend di paura vissuto dalla disgrazia famiglia Perron in una delle tante Hold Dark Houses sperdute nell'infestato Rhode Island di fine anni ’60.  

 

Fino a quel momento, specialmente qui fra i nostri italici lidi, della Warren Family se n’era in verità (s)parlato poco o per niente; rendendo di fatto l’entrata in scena dei nostri spiritisti, demonologi, medium o cacciatori di sovraumane amenità che dir si voglia un'esperienza cinematograficamente assai intrigante, pur nei limiti degli allora assai esigui orrorifici standard.

 

 

[C'è chi viene e c'è chi va in The Conjuring - Il rito finale]

 

 

A distanza di soli due anni, sempre sotto la guida del caro James e della sua ormai consolidata cricca, sarebbe stata la volta di The Conjuring – Il caso Enfiled, nel quale gli arcinoti e già più volte filmicamente trasposti poltergeist di Sua omonima e britannica Maestà sarebbero tornati a fare un più che mai letterale diavolo a quattro tra le scrostate mura della proletaria dimora abitata dalla povera signora Hodgson e dalla di lei numerosa prole. 

 

Se tuttavia in quel fortunoso primo capitolo i germi della collaterale odissea della pupattolosa Annabelle fossero già stati ben piantati, in questo ben più sostanzioso Chapter 2 avrebbe inoltre fatto la sua temibile comparsa(ta) nientemeno che quella tanto idolatrata The Nun che, seppur con la potenza di un solo fuggevole cameo, di lì a qualche botteghino sarebbe genuinamente riuscita a far tremare parecchie vene a parecchi polsi. 

Sfortuna vuole tuttavia che, testato sulla lunga distanza atraverso un tanto decantanto quanto maldestro spin-off, questo nostro indemoniato Valak sotto mentite e tonacali spoglie sarebbe in seguito rovinosamente inciampato sui ben poco ispirati strascichi del proprio talare abito da lavoro. 

 

Tornando a noi e a quel tanto osannato ConjuringVerse dimostratosi tutt'altro che indenne all’Insidous(o) richiamo di una pericolosa serialità intensiva, malgrado le non particolarmente mirabolanti prove registiche messe in campo con La Llorona – Le lacrime del male e il fanta-orroristico The Nun II, non stupisce più di tanto che, per siglare il tanto temuto The End sulle cinematografiche scorribande dei nostril Demon Hunters in missione per conto di Dio, sia stato nuovamente scomodato un amigo di vecchia data e comprovata fedeltà come quel guapo di Michael Chaves

 

 

[Ritratto di famiglia con poltergeist e demoniache presenze in The Conjuring - Il rito finale]

 

 

Proprio colui che con il loffio e parecchio confusionario The Conjuring – Per ordine del diavolo di ormai quattro anni fa aveva imbastito un ben poco memorabile legal horror pesantemente debitore del ben più quotato Scott Derrickson e del suo celebre Esorcismo di Emily Rose; dando vita a un prodotto che, almeno secondo il modesto e certamente opinabile parere di chi scribacchia, avrebbe certamente potuto e dovuto rimanere in quel filmico iperuranio nel quale molte brutte idee ancora oggi giaciono indolentemente a decantare senza che nessuno abbia anche solo l'azzardo di andare a sollazzarle. 

 

D'altronde, da un film che si presentava sfacciatamente al proprio potenziale pubblico come “Il caso più terribile ed eclatante mai affrontato dai Warren nel corso della loro cinquantennale carriera!” cosa mai ci si sarebbe potuti aspettare? 

 

Qualcosa di buono e succoso?

Se è vero che degustibus non est disputandum, altrettanto noto è il fatto che non è tutto oro quel che luccica; specialmente se al buio di uno stereotipato scantinato pieno zeppo di ben poco convincenti Hocus Pocus. 

 

Tuttavia, dato l'andazzo che fin dai primi rumors pareva tirare, personalmente non trovo così troppo strano il fatto che un altisonante lancio come quello di qui sopra – scelto originariamente per introdurre il curioso fatto giudiziario affrontato a inizio anni ’80 dal giovane omicida Arnie Johnson, la cui stramba difesa tentò di dimostrare un altrettanto surreale caso di possessione "indotta" – sia stato per l'occasione scongelato e riutilizzato anche per nutrire il passaparola attorno a quest’ultimo The Conjuring – Il rito finale.

 

 

[Specchio servo delle mie brame, chi è la più infestata del reame? Ovviamente Mia Tomlinson in The Conjuring - Il rito finale]

 


Una storiella, quella sceneggiata dal fido Johnson-McGoldrick su soggetto di un ormai sempre più  defilato James Wan, che in realtà i più nerd e cinefilmente impegnati tra gli amanti del brivido forse ricorderanno di sfuggita sin dall’ormai giurassico 1991, quando le terribili disavventure sperimentate dalla bigotta famiglia Smurl nell’ennesima (stra)maledetta villetta a schiera incastonata nell’accogliente cittadella di West Pittston in Pennsylvania vennero ottimamente compresse dal fido Robert Mandel nei catodici 100 minuti de La casa delle anime perdute

 

Un più che passabile e onesto film televisivo che già attingeva a piene mani e fotogrammi dalle pagine di quel The Haunted: L’incubo di una famiglia con il quale i nostri fidi Ed e Lorraine avevano dato letterario conto riguardo la loro risaputa abitudine di lucrare sulla buona e credulona fede di coloro che, tra indecifrabili rumori notturni, misteriose ombre in agguato in ogni casalingo anfratto, stoviglie volanti e persino qualche bel fantasmatico stupro a tradimento, di paura e interrogativi parevano averne in saccoccia più che a sufficienza. 

 

Volendo dunque parafrasare a nostro uso e consumo i caustici Fratelli D'Innocenzo e le loro perturbanti Favolacce, potremmo tranquillamente affermare che tutto ciò che segue riguardo a The Conjuring - Il rito finale "è una storia falsa ispirata a una (presunta) storia vera che, esattamente come la piu che probabile falsità da cui prende le mosse, non appare stavolta così troppo ispirata". 

 

Diciamo pure fin da subito che, dopo aver attraversato tutt'altro che indenni le turbolente decadi delle rivolte studentesche, dei pantaloni a zampa d'elefante, dei tardivi revival a suon di Elvis e dei sorrisoni a trentadue denti in diretta TV dell'ingessato Presidente Carter, giunte a ridosso della gloriosa età reaganiana le un tempo mirabolanti gesta dei nostri Avengers del sovrannaturale appaiono ormai instradate sul quel fetente Viale del tramonto nel quale molti grandi eroi si sono ritrovati, loro malgrado, a decantare la propria meritata vecchiaia. 

 

 

[Ride bene chi ride ultimo in The Conjuring - Il rito finale]

 


Ci troviamo infatti nel bel mezzo di un ruspante 1986 nel quale gli unici Ghostbusters in grado di riempire le sale, suscitando un minimo di genuino interesse negli irruenti pischelli ormai lobotomizzati dalle note di "Live To Tell" di Madonna, sono ovviamente quelli che portano la firma del buon Invan Reitman; lasciando i poveri e ormai attempati Mr e Miss Warren con un palmo di naso, tanta nostalgia nel cuore e auditorium pietosamente deserti. 

 

Con un affannato Ed (il sempre belloccio Patrick Wilson) forzatamente fuori dagli esorcistici giochi a causa dell'opprimente falce dell'ipertensione e una disincantata Lorraine (la sempre compita Vera Farmiga) tutta casa, rimpianti e chiesa, l'epopea della nostra strana e medianica coppia parrebbe ormai giunta ai proverbiali titoli di coda, costringendo i suoi acciaccati protagonisti ad appendere una volta per tutte l'acqua santa e il crocifisso al chiodo. 

Unica consolazione, nel mezzo di questa impietosa e deprimente valle di lacrime che sembra già smuovere in principio il vaso di Pandora di questo The Conjuring - Il rito finale, parrebbe venire dall'imminente matrimonio della di loro giovane figlioletta Judy (una Mia Tomlinson chiamata a defenestrare senza troppi complimenti la fu McKenna Grace) con il timido e belloccio ex tutore dell'ordine Tony (Ben Hardy). 

 

Un lieto evento che tuttavia si rivelerà ben presto nulla più che un ruffianissimo MacGuffin attraverso il quale acchiappare per la collottola gli oscuri scheletri ben stipati nell'affollato armadio nel quale la frivola Annabelle si ritrova da tempo a prender polvere per ficcarli a forza all'interno delle altrettanto terrificanti mura dell'infestata Smurl Mansion. 

 

Partendo infatti da una retcon talmente stiracchiata da mettere seriamente sotto stress persino un tipetto assai malleabile come il Mr Fantastic(o) Reed Richards, la traumatica origin (horror) story che, a quanto apprendiamo, nel 1964 permise al primo miracoloso vagito di uscire dalla congestionata boccuccia della prima e unicogenita di casa Warren – partorita nientemeno che all'indomani di un ancora acerbo intervento di (dis)infestazione demoniaca e pertanto equipaggiata coi medesimi sensi di ragno della dotata mammina – sarà infatti il fulcro centrale degli ultramondani fattacci che, a distanza di oltre due decenni, faranno passare parecchie notti insonni agli indifesi Jack (Elliot Cowan) e Janet (Rebecca Calder) in disgraziata compagnia delle di loro quattro impaurite fanciulle, nonché dei disorientati paterni nonnini. 

 

 

[Vera Farmiga è nel sangue fino al collo in The Conjuring - Il rito finale]

 


Magico oggetto del malaugurio, nonché pretenzioso fil rouge destinato a interconnettere i destini assai oscuri che cozzano e rimbalzano nel gran flipper di The Conjuring - Il rito finale, sarà nientemeno che un antico e ben poco raccomandabile specchio di dubbia provenienza. 

 

Così come titoli ben più rodati in materia quali l'archeologico Mirror, Mirror di Marina Sargenti, il gustoso Mirror - Chi vive in quello specchio? del mitico Uli Lommel e, ovviamente, l'immancabile Oculus - Il riflesso del male del kinghiano Mike Flanagan gli specchi ci insegnano che tra moglie, riflesso e marito non è mai bene mettere, per nessuna ragione, alcun sozzo e incauto dito.

Pena, manco a dirlo, una corposa dose di sfiga che nemmeno i canonici 7 anni potranno integralmente espiare. 

 

Costretti dunque a inforcare ancora una volta – e se Dio, Satana e i restanti abitatori dell'Oltre Mondo vorrano anche l'ultima – gli spirituali ferri del mestiere con lo scopo di portare aiuto e conforto ai nuovi inconsapevoli possessori del suddetto immondo portale d'arredamento, i nostri coraggiosi medium a domicilio si troveranno faccia a faccia con spiritiche (Old) Women in Black, ghignanti fantasmoni bramosi di accettare nel proprio putrefatto cuoricino l'affilato mood del Jack Torrance di Shining , lavelli rigurgitanti sangue come da splatterosa tradizione raimiana e, tanto per rimanere in tema, sataniche possessioni di stantia fattura, nate probabilmente da un'illecita relazione fra i ridenti strascichi di Smile e l'emoglobinica onda lunga de La casa - Il risveglio del male

 

Vi confesso senza alcuna remora o particolare vergogna che, man mano che i corposi – e, dato il contesto, francamente del tutto ingiustificati – 136 minuti di The Conjuring - Il rito finale continuavano a scorrermi dinnanzi agli occhi, mi sono ritrovato a provare la chiara e destabilizzante sensazione di avere a che fare con almeno due film in uno.

 

Se infatti durante la prima interminabile oretta – infarcita di autocelebrativa nostalgia nei confronti della corposa e ormai ben risaputa lore alla base della più volte decantanta Conjuring Saga a farla ingombrantemente da padroni sono il dramma e il coccoloso struggimento, quando finalmente, allo scoccare del secondo giro d'orologio, la tanto agognata Infinity War(ren) sceglie di recuperare il tempo perduto pigiando a tavoletta sul pedale dell'action orrorifico, manco si fosse sull'asfalto di Fast & Furious, spiace dirlo ma la noia e il disinteresse hanno già irrimediabilmente affossato ogni potenziale buon proposito. 

 

 

[Un po' di luce non guasta mai in The Conjuring - Il rito finale]

 


Senza dunque nulla di veramente sostanzioso da rimirare o, al massimo, da gingillare nell'anticamera di un cervelletto ormai lobotomizzato a suon di autocitazioni, timidi easter egg e copiose dosi di "volemose bene" che tanto puzzano di Family by Dominic Toretto, ciò che rimane raschiando il fondo del vuoto e traballante barile su cui si regge precariamente questo The Conjuring - Il rito finale altro non è che una manciata di loffi jumpscare, telefonati quanto la più celebre delle horror gag qui proposte 
– per giunta riesumata dalla scatola dei giochi del David F. Sandberg di Annabelle 2: Creation – un manipolo di ultramondani cattivi tra i meno incisivi dell'intero WanVerse e, cosa più fastidiosa, un'inutile sferzata di roboante adrenalina in prossimità dell'ultimo giro di boa che, più che brividi, sembra far solamente scaturire lacrime di sconforto da occhioni ormai stanchi e rassegnati. 

 

Un film a scoppio terribilmente ritardato quello diretto con decisamente più infamia che lode da un Michael Caves a mio avviso fiaccamente anonimo e ben poco ispirato.

 

Una performance di puro e maldestro mestiere capace solo di eguagliare e a tratti persino superare le noiose vette già toccate con il precedente insipido capitolo; al punto da far addirittura rimpiangere la non certo esaltante ma, a conti fatti, assai più efficace chiusura del cerchio apparecchiata in separata e collaterale sede dallo stesso Patrick Wilson con il più che passabile Insidious - La porta rossa

 

Pare tuttavia una tragicomica ovvietà questionare quanto la mancanza della proverbiale mano registica del buon James Wan si faccia pesantamente sentire, qui così come in verità anche negli otto restanti tasselli di un tenebroso universo cinematografico che, tra canonici capitoli e redditizi spin-off, con il ponderato senno di poi avrebbero certamente giovato di un pressing ancor più intensivo da parte del proprio geniale vate. 

 

Piccoli pezzi di un tentacolare racconto dell'orrore, che tra pupattoli indemoniati, infernali badesse e piagnucolose figlicide ghiotte di tacos, confluendo tutt'altro che egregiamente in uno stanco e farraginoso congedo come The Conjuring - Il rito finale ci mostrano quanta poca cura e rispetto gli siano infine stati tributati. 

 

Scherzi e ciance a parte, oserei addirittura definirlo un film che per usare la riflettente – più che propriamente riflessiva – allegoria che ne muove visivamente e narrativamente gli ingolfati ingranaggi, si dimostra l'appannato specchio di un Cinema, quello di genere, nel quale la lunga serialità porta oggigiorno parecchi autori (o come in questo caso semplici mestieranti) a non saper più trovare i modi e i tempi adatti a porre un'onesta parola Fine a progetti che meriterebbero una cinematografica eutanasia dai contorni decisamente meno svogliati.  

 

Facile tuttavia sparare a salve sulla croce rossa, direte voi!

Specialmente quando la suddetta croce, com'era da aspettarsi, finisce nuovamente per capovolgersi o, peggio ancora, prendere fuoco come un invitante spiedino carico di marshmallow. 

 

Devo in verità ammettere che, ciak e obiettivo a parte, a causare ben più che qualche fastidioso mal di pancia nel (lungo) corso di The Conjuring - Il rito finale stavolta si dimostra proprio la stessa superficiale penna maneggiata senza particolare nerbo dal trio Golberg-Naing-McGoldrick; la quale non pare aver avuto un inchiostro particolarmente fresco né tantomeno desideroso di toccare carta con tutti i sacri o, mal che andasse, anche profani crismi. 

 

Contando poi che, spiace veramente doverlo ammettere, quelle poche deboli intuizioni distillate a forza dopo innumerevoli incidenti di percorso e un profluvio di chiacchiere a vuoto si sono rivelate tutto fuoché genuinamente buone e digeribili.

 

 

[Patrick Wilson, Vera Farmiga e Ben Hardy tridente d'acciaio parecchio ossidato di The Conjuring - Il rito finale]

 


Non starò certo qui a rimarcare quanto autoderivative appaiano molte delle sedicenti scene matrigne di questo asmatico e assai anemico horrorino che, se non portasse sul groppone un ingombrante titolone come The Conjuring - Il rito finale, parrebbe piuttosto una sorta di pigro recap o blando clip show delle precedenti puntate, con tanto di copie-carbone di intere situazioni e immaginari già visti, rivisti e stravisti nel corso di oltre un decennio di più o meno onorata carriera riveduti e non così troppo corretti. 

 

Senza infatti far cadere a tradimento la tagliente scure dello spoiler sul vostro bramoso appetito da cinemaniaci, basti solo dire che, passando dalle scorribande spazio-temporali dei nostri fidi acchiappafantasmi del Connecticut alle disastrose battaglie ultramondane in quel del soffocante duplex di Chase Street, confesso che l'impressione di ritrovarmi a combattere i medesimi cacofonici tafferugli di marveliano lignaggio già fetentemente sperimentati nell'innominabile The Nun II ha tenuto banco nel mio sconsolato cuoricino per tutto il terzo confusionario atto. 

Sarà pure stato The Conjuring - Il rito finale, ma per quanto mi concerne tutta questa epicità, senso di risolutezza e sapore di chiusura solitamente tipici dei nostalgici Ultimi fuochi non sono proprio riuscito a respirarli. 

 

In un'epoca come quella attuale dove la sempre più progressiva lievitazione dei minutaggi sta impietosamente trasformando il caro vecchio intrattenimento in un vero e proprio trattenimento – in una sorta di audiovisivo sequestro di persona se preferite - giungere alla fine delle melmose e confusionarie 2 ore e 15 minuti attraverso le quali si barcamena questo ben poco ispirato esercizio di horror style pare una sorta di dolorosa Cura Ludovico in odor di Arancia meccanica, più che una genuina e appagante esperienza da pelle d'oca controllata. 

 

Tra vecchi compari gettati definivanente nel bidone dell'umido e nuove leve infognate a forza in una narrazione che di fatto non appartiene né calza loro particolarmente, The Conjuring - Il rito finale sembra tuttavia volerci riservare il peggio giusto in tempo per il gran commiato, catapultandoci nel mezzo di un lacrimevole congedo – in verità non poi così troppo estraneo al mood di una così reazionaria saga – nel quale, non fossimo ancora in parte ancorati a una dimensione tutto sommato "di genere" parrebbe di ritrovarsi bloccati nel mezzo di quell'affollata memorabilia umana e conseguente attoriale Amarcord con il quale un autocelebrativo Nanni Moretti si proponeva di omaggiare sé stesso, il proprio Cinema e i suoi amati compagni di filmici viaggi sul finire del ben poco risplendente Sol dell'avvenire.

 

Messo giù in questi termini pare piuttosto un surreale "cadavere squisito", me ne rendo conto.

Solo chi vivrà e vorrà vedere sino in fondo questo The Conjuring - Il rito finale avrà modo di capire ciò che realmente intendo con questa bizzarra e certamente azzardata analogia.

 

Un film, insomma, che se la canta e se la suona interamente da solo, dimenticandosi probabilmente chi è e, soprattutto, ciò che è stato l'universo al quale appartiene più di nome che effettivamente di fatto. 

Un film che, più che a un autentico Rito Finale, somiglia piuttosto a quei baci e abbracci scambiati in fretta e furia sull'uscio di casa, durante un plumbeo e sonnacchioso pomeriggio con la piena consapevolezza che un "a mai più rivederci" forse stavolta conviene ben più che un ruffiano "arrivederci a presto"

 

Nonostante personalmente mi ritenga un ateo incallito tanto sui libri sacri quanto su quelli di parapsicologia, essendo anche un vorace e verace estimatore di orrori di ogni risma, formato e audiovisivo contenitore, ammetto candidamente che entro i limiti di uno schermo le (dis)avventure da romanzetto gotico di quei due furbacchioni di Ed e Lorraine mi hanno sempre genuinamente affascinato. 

 

 

[Una mano lava e predice l'altra in The Conjuring - Il rito finale]

 

 

È dunque con la pena nel cuore e la più cocente rabbia in corpo che, al cospetto di un maldestro ultimo battito di ciglia come The Conjuring - Il rito finale, mi sono riconosciuto in quell'incauto avventore che, visitando il temibile mausoleo degli orrori ben stipato nel buio semiterrato di casa Warren, osservando e rigorosamente non toccando i numerosi esoterici cimeli di un glorioso tempo che fu, si è ritrovato più volte a rimuginare sulle parole a effetto dello scafato Ed.  

 

Un dantesco monito, degno del miglior imbonitore da fiera di paese, il quale tiene suggestivamente a precisare come "Tutto ciò che vedrete è stato infestato, maledetto o impiegato in qualche strano rituale"

 

Anche stavolta infatti mi sarebbe piaciuto mettere, se non certo le mani, quantomeno gli occhi su di un'opera dotata di quel minimo di proverbiale Diavolo in corpo sufficiente a farmi provare un sano brivido lungo la schiena.

Peccato che, almeno per ciò che mi è parso di vedere, quel che Chaves, Wan, Safran e spompata compagnia filmante hanno infine prodotto con The Conjuring - Il rito finale somiglia piuttosto a quello spelacchiato e smagrito topolino che, non si sa bene come e perché, tante – troppe – cinematografiche montagne oggi sembrano intenzionate a voler partorire a ogni costo. 

 

Il costo di un biglietto o di un abbonamento che, scusate se insisto, in questa svogliata forma e titanica durata tutto mi pare fuorché oggettivamente giustificato. 

Non ci sono più i bei finali di una volta, vero?

State pur certi che lo dico con sommo dispiacere e senza il rischio d'incorrere in qualche scampolo di stucchevole nostalgia o, peggio, di soffocante passatismo.

 

Se tuttavia non mi credete allora pensate per un attimo a cosa mai potrebbero avere tra loro in comune due prodotti apparentemente antitetici come The Conjuring - Il rito finale e l'altrettanto fiumano Mission: Impossible - The Final Reckoning: il budget importante?

Non credo proprio.

Il genere? Certo che no.

La responsabilità di chiudere in bellezza due corpose e, a loro modo, saghe di culto? 

 

Sarebbe bello poter rispondere affermativamente, non fosse che entrambi con modi, tempi e sensibilità assai diverse, riaccese le luci e gettato il secchiello dei popcorn finiscono per lasciare in bocca un fastidioso retrogusto amarognolo, oltre alla viscerale sensazione di aver speso tempo, soldi ed energia nell'assistere a una gargantuesca occasione sprecata.  

Malgrato tutto tengo comunque a precisare che, anche se così puó non sembrare, quando si tratta di brividi e "bubusettete" cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno, specialmente se di denso e gustoso sangue.

 

Il problema qui sta tutto nel fatto che, eccezion fatta per l'azzecata fotografia di Eli Born e qualche tardivo saltello sulla poltrona meritevole un ben maggiore approfondimento, ciò che mi sono ritrovato a ingoiare con The Conjuring - Il rito finale somiglia piuttosto a un abbondante litro di insipido Chinotto, diluito e allungato con altrettanta ancqua piovana.  

 

Spassionata opionine di un povero e assetato criticone di quartiere, sia chiaro!

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