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Perché Nanni Moretti è un unicum nel Cinema italiano

Nanni Moretti è una mosca bianca nella nostra Storia del Cinema.

 

Che il percorso del regista nato a Brunico - ma romano a tutti gli effetti - sia stato uno dei più importanti, emblematici e universalmente riconosciuti dell'intera Storia del Cinema italiano è sotto gli occhi di qualsiasi osservatore: Giovanni 'Nanni' Moretti è stato allo stesso tempo portabandiera nei principali festival internazionali e simbolo di un buco generazionale e sistemico che la produzione italiana ha vissuto.

 

Rendendolo di fatto protagonista della vita culturale, politica e artistica italiana per più di un trentennio.

 

"Siccome questo è il mio ruolo faccio il giovane arrabbiato e sono cattivo" 

Nanni Moretti nel famoso scontro televisivo con Mario Monicelli

 

Nato il 19 agosto 1953 in Trentino-Alto Adige da genitori romani in vacanza (Luigi Moretti, storico d'antichità classica, e Agata Apicella, professoressa di lettere al ginnasio) e fratello minore di Franco (saggista, docente di Letteratura Comparata all'Università e critico letterario), Nanni Moretti cresce in un contesto culturalmente molto fertile che lo porterà sin da giovane a maturare una sfrenata passione per il Cinema, sia a livello teorico che pratico.

 

Esordisce appena ventenne con due cortometraggi (La sconfitta e Pâté de bourgeois) per poi arrivare al Cinema con la sua opera prima Io sono un autarchico nel 1976, film che lo rese simbolo, anche mediatico, della nuova generazione registica.

 

 

[Nanni Moretti sul set di Io sono un autarchico

 

 

Già da La sconfitta - che si vedrà in parte riutilizzato all'interno di Palombella Rossa come flashback - si percepisce molto bene gran parte di ciò che vuole essere il Cinema morettiano: da un lato l'esposizione di una realtà vivida e passionale come quella di un corteo, dall'altra l'elucubrazione mentale di un ex-militante interpretato dallo stesso Nanni Moretti che si arrovella su se stessa tra disillusione, dubbi e critica.

 

Una sorta di contrappunto che si interroga sul cambiamento dei tempi, delle persone, delle parole d'ordine e degli ideali: in un processo di ricerca in cui lo sguardo dell'autore, dei suoi personaggi e dell'opera si sovrappongono costantemente.

 

Sin dai primi passi della sua carriera è chiaro che il suo percorso faccia parte di un punto di rottura nella Storia - non solo cinematografica - italiana; la carriera di Nanni Moretti si inserisce infatti in un momento di profondo cambiamento politico, sociale e culturale, ovvero l'epoca post-sessantottina.

 

Una generazione post-rivoluzionaria figlia di un profondo spaesamento e cambiamento di paradigmi: tutti i modelli sociali, politici e culturali stavano venendo meno e con loro le battaglie, i valori e i pilastri.

 

[Un estratto de La sconfitta, primo cortometraggio di Nanni Moretti in cui la questione politica è già al centro della sua poetica] 

 

 

Un turbamento che non ha risparmiato il sistema produttivo cinematografico: se da un lato resistevano i grandi padri della commedia all'italiana e del Cinema d'autore degli anni '60 e '70 e pochi loro rampolli - all'alba della loro fase discendente - dall'altro i nuovi cineasti faticavano a emergere tra le ombre dei padri e un'industria sorda alle nuove spinte linguistiche, culturali e generazionali.

 

Giovani persi in un'Italia che era stata scossa dal tentativo di rivoluzione - mancata - e che disillusi cercano in un Cinema diverso nuove divinità, ideali e modi di trovare il proprio posto in un mondo sempre più rapido, incapace di rispondere alle loro istanze e volubile.

Michele Apicella nasce qui, più in un tempo che in un luogo, in un momento di spaesamento generazionale in cui l'alter-ego di Nanni Moretti ci guida attraverso alcuni di quelli che erano ritenuti valori fondanti e capisaldi della vita pubblica: a uno a uno l'autore li mette in discussione e li smonta deridendoli.

 

Dalla psicanalisi alla religione, dall'associazionismo politico alla famiglia, dai simboli pop internazionali ai santini del Cinema italiano: sbeffeggiare e sgretolare uno alla volta i pilastri del sentire comune sarà un topos dell'opera di Nanni Moretti.

 

 

[Nanni Moretti durante le riprese di Io sono un autarchico]

 

 

Io sono un autarchico, primo film in cui compare Apicella, è un vero e proprio manifesto sin dallo stesso titolo, l'opera prima di Nanni Moretti sembra gridare "sono un autarchico, un autodidatta, un figlio di un tempo che voi vecchi arnesi del passato non siete in grado di interpretare, ma solo di frenare: quindi sarò cattivo e vi mostrerò l'Italia in tutta la sua naturalezza e contraddittorietà".

 

Una rottura sin dalla forma: girato in pellicola Super8, recitato da amici del giovane regista, verboso, a tratti criptico; il film è quanto di più simile al Cinema indipendente americano degli anni 2000 sia mai uscito in Italia, ma con trent'anni di anticipo.

 

Un Cinema senza padri diretti e autoctoni facilmente riconoscibili - a differenza di tutte le generazioni precedenti della produzione nostrana - che sembra dialogare con l'opera di John Cassavetes ed Eric Rohmer.

 

Una svolta fatta di narcisismo, riflessione ombelicale, autocompiacimento e un tentativo di dare un senso alla realtà durante il percorso: nessuna ricetta precostituita o faro inattaccabile.

 

["Ma qui non sto capendo niente, forse ho sbagliato ideologia!" Nanni Moretti/Michele Apicella in Io sono un autarchico]

 

 

Caratteristiche che segneranno questo primo periodo del Cinema morettiano e che non saranno scalfite dal passaggio di Apicella a un Cinema più grande e professionale, come quello di Ecce bombo (1978); l'alter-ego proseguirà il suo cammino attraverso Sogni d'oro (1981), Bianca (1984) e - dopo la pausa di La messa è finita (1985) - in Palombella rossa (1989).

 

Nanni Moretti insieme a Michele Apicella viene riconosciuto anche a livello internazionale come una delle voci più interessanti del Cinema Italiano: Io sono un autarchico viene portato in seconda visione a Parigi e Berlino, Ecce Bombo è presentato al Festival del Cinema di Cannes, Sogni d'oro partecipa alla Mostra del Cinema di Venezia - dove vince anche il Leone d'argento - e La messa è finita è insignito dell'Orso d'argento a Berlino.

 

Sono gli anni del rimescolamento della sinistra post-comunista - da Achille Occhetto a Francesco Rutelli e Walter Veltroni - gli anni del cambio del paradigma sociale, della fine della Prima Repubblica: Nanni Moretti incarna perfettamente lo spirito del suo tempo di mutamenti portandolo nella non formalità del suo primo Cinema. 

Il presente, il contemporaneo e in particolare lo sgretolamento del passato sono sempre stati i reali protagonisti del Cinema morettiano e questo non può che portarci a uno dei grandi pensatori del '900: Walter Benjamin.

 

Riprendendo il saggio L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, anche in Moretti assistiamo a una crisi del rapporto con l'opera d'arte, con l'autore e con il bello: questa rivoluzione non poteva che essere assorbita dal Cinema, arte riproducibile per antonomasia.

 

Un accantonamento della figura dell'artista-genio, dell'oggetto sacrale, delle strutture e dei linguaggi e un'apertura al protagonismo dell'autore e all'unicità del suo sguardo sulla contemporaneità come valore sopra alla tecnica: un Cinema che fa della sua immediatezza la sua principale direttrice.

 

In questo senso l'esaltazione della parola (di cui lo sfogo in Palombella Rossa è solo un esempio), del dialogo, della discussione diventano protagonisti a tutti gli effetti: attraverso ogni tratto del linguaggio - filmico o parlato - passa la possibilità di instaurare un rapporto con lo spettatore.

 

 

["Le parole sono importanti", quindi non possiamo dire che Nanni Moretti sia indie, ma un pochino il suo Cinema ce lo ricorda]

 

 

L'amatorialità portata dai nuovi mezzi più accessibili, l'hic et nunc, la predominanza del tempo sull'estetica e la profonda sovrapposizione tra artista e opera: tutti questi aspetti diventano capisaldi del Cinema morettiano e già in Io sono un autarchico ciò è perfettamente tangibile.

 

L'indagine quasi maieutica di un senso, di un ordine e di un nuovo schema valoriale nel suo tempo diventano pilastri portanti più di ogni tentativo di elargire verità assolute e atemporali: una ricerca costante in cui Michele Apicella ci fa da Cicerone, come poi lo stesso Nanni Moretti farà per le strade di Roma in Caro diario.

 

Se il Cinema degli anni '60 aveva cercato di dare risposte certe e filosofiche, quello morettiano tenta di interpretare il mondo con una lettura tanto personale quanto circoscritta al tempo presente e alla sua condizione socioeconomica.

 

[Vespa e camicia a scacchi, Nanni Moretti diventa un vero e proprio slackvetes hipster nel suo film più personale: Caro Diario]

 

 

"Moretti stabilisce - per doti naturali - una sorta di patto autobiografico forte con il suo pubblico e diventa il cantore di un modo di essere e pensare, il rappresentante di un tentativo di riportare ordine nei comportamenti confusi e contraddittori dei rappresentanti della sua generazione"

Giampiero Brunetta parafrasando Jean A. Gili

 

L'ostilità del regista romano nei confronti del contesto decadente del Cinema che lo ha preceduto è lampante in molte delle sue uscite pubbliche sin dagli inizi della sua carriera.

 

"Te lo meriti Alberto Sordi" è la famosa frase pronunicata da Nanni Moretti in Ecce Bombo, mentre si scaglia contro l'apatia politica dell'Albertone nazionale; ma anche il celebre - e già citato in apertura - incontro/scontro con Mario Monicelli in cui taccia il regista di Un borghese piccolo piccolo di far parte di un Cinema ormai reazionario e che ha perso in spinta propulsiva. 

Una critica cifra di un periodo storico del Cinema italiano in cui i padri non sono stati in grado di portarsi dietro i figli e in cui si è scavato un solco generazionale che forse solo l'ultimo decennio è stato in grado di colmare.

 

La generazione di cui Nanni Moretti fa parte non è più disposta a sentirsi rappresentata dagli Alberto Sordi e dalle Monica Vitti diretti da registi con ormai troppe primavere alle spalle, ma ha bisogno delle Vespe e delle camicie a quadri.

 

 

[Nanni Moretti riaccoglie gli spettatori al Nuovo Sacher dopoo la pandemia da COVID-19]

 

 

Pur essendo un cinefilo di ferro, infatti, Nanni Moretti sente quanto quel linguaggio non sia più attuale e in grado di rappresentare la sua epoca: non a caso si spenderà anche in prima persona nel tentativo di modificare in tutte le sue forme il sistema Cinema. 

 

Primo tra tutti il progetto di creare una sorta di clan lavorativo in cui attori e registi si mischiavano nei rispettivi film e che sfociò nella Sacher Film, casa di produzione fondata nel 1987 assieme ad Angelo Barbagallo.

 

L'idea di impegno in prima persona per un miglioramento del contesto produttivo e culturale italiano lo porterà ad aprire anche un cinema per la promozione delle produzioni d'essai (il Nuovo Sacher, che aprì nel 1991 proiettando Riff Raff di Ken Loach) e una casa di distribuzione nel 1997.

 

[I vari nomi fanno intuire l'amore di Nanni Moretti per la torta Sacher]

 

 

"'La messa è finita' e 'Palombella Rossa' sono i veri manifesti politici e culturali di una generazione che aspetta invano nuovi piccoli messia"

Vito Zagarrio

 

Un impegno in prima persona che lo contraddistinguerà anche sul versante politico, rendendolo una delle voci protagoniste del panorama culturale della sinistra italiana. 

A tal proposito è celebre il suo sfogo in Piazza Navona al congresso dell'Ulivo nel quale cui si evince il rapporto estremamente polemico con quella classe dirigente.

 

Non gridò contro di loro solo fuori dallo schermo, ma anche nei suoi film: sin dai primi è lampante quanto sia un aspetto imprescindibile della sua visione del mondo, a tal punto da sfociare in opere come Il caimano e Aprile.

 

"D'Alema, di' qualcosa, reagisci... Dai, di' qualcosa, D'Alema, rispondi, non ti far mettere in mezzo sulla giustizia proprio da Berlusconi...

D'Alema, di' una cosa di sinistra. Di' una cosa anche non di sinistra, di civiltà... 

 

D'Alema, di' una cosa, di' qualcosa, reagisci... Non dobbiamo reagire, eh... Nervi saldi, dobbiamo rassicurare...

A forza di rassicurare, ci arriva una bastonata il giorno delle elezioni... Ho voglia di litigare con qualcuno!" 

Nanni Moretti in Aprile sulla campagna elettorale contro Silvio Berlusconi

 

[Il famoso sfogo di Nanni Moretti in Piazza Navona]

 

 

Il trittico La messa è finita - Palombella rossa - Caro diario sarà poi il punto di passaggio in cui il regista romano cambierà radicalmente il suo approccio al Cinema e anche i simboli più lampanti lo dimostrano.

 

L'ultimo sussulto di questa idea di protagonismo del suo stesso sguardo è rappresentato dai due film in cui il filtro di Michele Apicella viene accantonato: il protagonista di Caro diario e del film successivo Aprile non è più un alter-ego, ma Nanni Moretti stesso.

 

La stanza del figlio vedrà poi Nanni interpretare ancora un suo omonimo, ma qui la discrasia tra personaggio e autore è ormai completa e diviene perlopiù intima: Giovanni è solo un padre, non più un riflesso del regista cresciuto film dopo film, la normalità della sua corsa ci allontana da intrighi politici, musical trotzkisti e le sue grandi passioni come la pallanuoto e il Cinema.

 

In questi tre film si compie un radicale cambiamento linguistico del percorso morettiano, che sembra aver perso la verve rivoluzionaria, antagonistica e straripante ed essersi assestato invece su uno stile sempre più classico, dosato e controtempo.

 

La maturità porta Nanni Moretti verso la sedimentazione di una poetica più intima, riflessiva e autorevole, che lo consacrerà - ancora una volta - con il Prix de la mise en scène per Caro diario e la Palma d'oro per La stanza del figlio, offrendogli persino l'opportunità di presentare molti dei suoi film nei principali festival internazionali.

 

 

[Un frame da Il caimano con l'attore feticcio di Nanni Moretti: Silvio Orlando]

 

 

Il cambio di ritmi, toni e linguaggi lascerà comunque spazio per tutti i binari che già abbiamo visto all'interno del Cinema morettiano, ma questa irruzione violenta nei modi e negli stilemi all'interno della cinematografia italiana non è riuscita a farsi rivoluzione: amara ironia pensando agli inizi post-sessantottini.

 

Ci sarà il protagonismo dell'autore in Santiago, Italia o la verve politica ne Il caimano, l'umanità e l'empatia ne La stanza del figlio e in Mia madre o la straripanza grottesca in Habemus Papam: continua imperterrito a raccontare, deridere e demolire i principi del sentire comune e con picchi altissimi, ma l'approccio mostra tutte le evidenti differenze tra un ventenne rivoluzionario e un regista maturo, consapevole e acclamato.

 

Nel panorama cinematografico italiano non ci sono stati né emuli, né discendenti e, nonostante l'impegno, il regista romano è rimasto con pochi altri una mosca bianca in mezzo a tanti cinepanettoni e dramedy fatti con lo stampino per quasi vent'anni, a sancire il già accennato buco generazionale che lui stesso aveva pronosticato e ripetutamente raccontato. 

In Italia - anche a causa della conformazione del sistema produttivo - non è mai esistito un vero movimento cinematografico indipendente, non tanto a livello finanziario, quanto nei linguaggi, negli approcci e nello stile.

 

Sono pochissimi i modelli di quest'idea di Cinema estremamente dialogica e autoriferita, fatta di racconto dell'hic et nunc attraverso il medesimo sguardo della generazione protagonista delle vicende, un pensiero capace di piegare il mezzo cinematografico all'immediatezza e talvolta anche all'amatorialità: Nanni Moretti ne è senz'altro l'esempio più fulgido.

 

[Parole quantomai adatte a questo articolo dalla stessa voce di Nanni Moretti]

 

 

In tal senso negli USA ci sono state praticamente tre generazioni distinte a confrontarsi con tali stilemi, ma alle nostre latitudini è complicato trovare registi che abbiano dialogato con i John Cassavetes, Richard Linklater, Jim Jarmusch o Joe Swanberg d'oltreoceano.

 

Quella spinta generazionale, individualistica e profondamente intima che ha segnato intere generazioni non è riuscita a trovare un corrispettivo cinematografico: da un lato è indiscutibile che gran parte della questione fosse causata dalla crisi produttiva e culturale che ha segnato l'Italia post-sessantottina, dall'altro probabilmente per una differente inclinazione dei nostri autori, refrattari a portarne il testimone.

 

Nanni Moretti risulta quindi un vero e proprio unicum all'interno del Cinema italiano, un regista capace di anticipare quella che sarà la spinta di rivoluzione del linguaggio e dell'idea artistica dell'opera degli slackvetes e contemporaneamente di rappresentare e stimolare un'intera generazione.

 

Se non odiasse gli inglesismi si potrebbe parlare dell'unico regista indie italiano.

 

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2 commenti

Terry

1 mese fa

Grazie per il bellissimo articolo Fabrizio. Conosco praticamente nulla di Nanni Moretti e il tuo articolo mi ha spinto a conoscerlo meglio.

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Fabrizio Cassandro

1 mese fa

Terry
Grazie, spero proprio che tu possa trovare un regista di tuo interesse!

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