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Tre donne, tre diverse generazioni, femminilità e background si incontrano sullo sfondo della settimana dell’alta moda parigina.
Maxine (Angelina Jolie) è una regista statunitense incaricata da una prestigiosa maison di realizzare un cortometraggio per accompagnarne l’ultima collezione, Ada (Anyier Anei) è una giovane modella appena arrivata dal Sudan, Angèle (Ella Rumpf) è una truccatrice impegnata dietro le quinte, animata da aspirazioni artistiche e letterarie.
Attraverso queste tre figure Alice Winocour costruisce Couture come un racconto corale declinato intorno a differenti esperienze della femminilità contemporanea.
[Trailer ufficiale di Couture]
Nonostante la passerella rappresenti il punto di arrivo, Winocour si muove in primo luogo negli spazi che precedono lo spettacolo: backstage, roulotte adibite a camerino, hotel parigini, camere di montaggio e studi di registrazione, soffermandosi sui gesti e sui luoghi attraverso cui il risultato finale viene prodotto.
La regista costruisce quindi un microcosmo nel quale le tre protagoniste occupano posizioni in apparenza distanti ma in grado di offrire, almeno inizialmente, un territorio comune attraverso cui metterle in relazione.
[Couture: Ada (Anyier Anei) e Angèle (Ella Rumpf) nel backstage della sfilata]
Su questa premessa potenzialmente fertile, Couture fatica tuttavia a costruire una narrazione coesa.
Le tre protagoniste si incrociano, direttamente o meno, ma le rispettive vicende procedono per gran parte del film su binari autonomi, legate più dalla prossimità spaziale e da alcune risonanze tematiche che da una reale necessità narrativa.
La struttura corale assume così il carattere di una giustapposizione: quasi tre differenti idee di film, singolarmente troppo esili per sostenere un intero racconto e riunite all’interno di un’unica cornice senza che l'intreccio riesca davvero a rafforzarle nel loro insieme.
Corpo, maternità, desiderio, emancipazione, appartenenza culturale, ambizione professionale e costruzione dell’identità affiorano progressivamente, senza che il film sembri però scegliere quale interrogativo porre al centro della propria narrazione.
I numerosi nuclei introdotti rimangono così allo stato embrionale di suggestione, come se la regista si trovasse incerta nel definire verso quale riflessione queste traiettorie intendano convergere.
[Couture: Maxine (Angelina Jolie) e il suo direttore della fotografia Anton (Louis Garrel)]
La stessa frammentazione finisce inevitabilmente per riflettersi sui personaggi.
Pur interpretate da un cast complessivamente solido, le tre protagoniste sembrano esistere soprattutto in funzione delle condizioni che sono chiamate a rappresentare, senza che la sceneggiatura riesca a restituire loro una dimensione interiore veramente complessa.
Più convincente è la dimensione estetica del film: Alice Winocour trova nell’universo della moda un terreno particolarmente adatto alla propria ricerca visiva, delineando un’opera attenta alle superfici senza ridurle necessariamente a superficialità - tessuti, pelle, trucco, luci e corpi diventano materia cinematografica, catturati attraverso una messa in scena elegante e sensoriale.
Rimane l’impressione di un’opera formalmente curata ma narrativamente fragile, nella quale le buone interpretazioni e una ricerca visiva raffinata non riescono a compensare la dispersione del racconto.
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