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Heart of the Beast - Recensione: un'amicizia fuori dall'ordinario

Brad Pitt e il pastore tedesco Uber sono i protagonisti di un commovente survival movie ambientato in Alaska

Titolo originale: Heart of the Beast
Genere: Avventura, Azione, Drammatico
Regia: David Ayer
Sceneggiatura: Cameron Alexander
Cast: Brad Pitt, J.K. Simmons, Anna Lambe
Distribuzione: Eagle Pictures
Uscita Italia: 24 settembre 2026
Durata: 101 minuti
Paese: USA

In Heart of the Beast c'è un'amicizia viscerale tra un uomo e un cane che portano addosso la stessa guerra, lo stesso disturbo da stress post-traumatico. 

 

Brad Pitt è James Belmont, un ex ufficiale delle Forze Speciali, che decide di passare qualche giorno da solo insieme a Odino, il pastore tedesco che lo ha accompagnato in anni di missioni militari.

 

[Trailer ufficiale di Heart of the Beast]

 

 

James vola con un piccolo Cessna fino a un lago sperduto in Alaska, pianta la tenda sulla riva e si ferma lì un paio di notti per ricordare gli amici e i commilitoni morti in battaglia. 

 

Sulla via del ritorno, però, qualcosa va storto: l'aereo precipita e James (con Odino) si ritrova solo nella natura selvaggia con quasi cento chilometri da percorrere a piedi prima di rivedere una strada.

 

Heart of the Beast dunque è a tutti gli effetti un survival movie, ma per fortuna non si ferma lì: James e Odino non sono semplicemente un uomo e il suo cane, ma due reduci che hanno combattuto insieme, vissuto la stessa guerra e ne portano entrambi le cicatrici. 

James può raccontare quello che gli è successo. Odino, ovviamente, no. 

Eppure il film riesce a farci capire che anche il cane ha una memoria di quello che ha vissuto ed è forse la cosa che mi ha colpito di più. A un certo punto sentiamo i sogni di Odino, o meglio, i suoi incubi: frammenti del conflitto bellico che ha vissuto e che continuano a tornare mentre dorme.

 

A memoria, non ricordo un altro film che ci abbia fatto ascoltare quello che sogna un animale.

È un'idea semplice ma per me geniale, perché da quel momento Odino smette di essere "il cane di Brad Pitt": ha un passato, una memoria, un trauma tutto suo ed è un personaggio a tutti gli effetti. 

 

Anche per questo il legame tra i due va oltre la solita retorica sulla fedeltà del cane verso il padrone. A un certo punto il rapporto padrone-animale quasi scompare e restano due esseri viventi che si conoscono, si osservano, si proteggono e hanno bisogno l'uno dell'altro.

Nella natura selvaggia tutto questo emerge ancora di più: devono orientarsi, trovare acqua, attraversare fiumi, affrontare freddo, ferite, animali selvatici.

 

Entrambi devono leggere ciò che li circonda e riconoscere il pericolo prima che sia troppo tardi.

Il confine tra istinto umano e istinto animale, piano piano, si fa sempre più sottile. 

È inevitabile pensare a Into the Wild di Sean Penn (film che ho amato) e alla storia di Christopher McCandless, anche se qui il punto di partenza è molto diverso.

 

In entrambi i casi però la natura diventa parte della storia stessa e non è solo una scenografia che fa da contorno ai personaggi: è un’entità vivente. 

 

 

[Brad Pitt e il cane Uber in una scena di Heart of the Beast]

 

La fotografia di Heart of the Beast è magnifica e David Ayer dirige con mano sicura soprattutto le sequenze più fisiche del viaggio. 

 

L'Alaska del film è in realtà la Nuova Zelanda, ma poco importa: montagne, laghi, foreste e fiumi sono impressionanti, e James e Odino sembrano spesso minuscoli dentro un paesaggio immenso. 

 

E poi c'è il suono, davvero straordinario.

Questo è un film da vedere al cinema, sullo schermo più grande possibile, con un impianto audio all'altezza. Gli effetti sonori sono incredibilmente immersivi: il vento, l'acqua, i passi, i respiri, gli animali, i rumori lontani della foresta. 

Ci sono momenti in cui ci si sente davvero lì con loro.

 

È proprio per questo che la musica, per me, resta il vero punto debole del film: troppo presente, ridondante e in certi momenti persino un po' melensa.

 

Con immagini così belle e un lavoro sul suono di questo livello, Ayer avrebbe potuto permettersi molti più silenzi lasciando parlare la natura, invece di ricorrere continuamente alla musica per dirci cosa provare.

Quando si fida delle immagini, dei rumori e del legame tra James e Odino, infatti, Heart of the Beast funziona benissimo.

 

Rimane il titolo: chi è davvero "la bestia"? Il cane?

L'uomo che per sopravvivere deve tornare a una dimensione più istintiva? O forse siamo noi, esseri umani capaci di inventare guerre e di trascinarci dentro persino gli animali? 

Non credo serva trovare per forza una risposta.

 

Alla fine, quello che resta, è la storia di un'amicizia tra due esseri viventi che hanno già attraversato insieme qualcosa di terribile e che ora, ancora una volta, devono riuscire a salvarsi a vicenda.

Ci si commuove. 

 

Io, alla fine, ho anche pianto.

 

[articolo di Pietro Baroni] 

____

 

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