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"Bisognerebbe essere sempre innamorati. È per questo che non ci si dovrebbe mai sposare": con questa frase di Oscar Wilde si apre The Invite, il nuovo film interpretato e diretto da Olivia Wilde.
Una scelta che non è casuale, ma che racchiude già una delle domande al centro della storia: cosa succede all’amore quando una relazione dura abbastanza a lungo da cambiare insieme alle persone che la vivono?
"Durante il montaggio ho inserito la citazione di Oscar Wilde, sperando che potesse dare al film una chiave di lettura", racconta Olivia Wilde.
"Per me è un omaggio a Woody Allen, che amava iniziare i suoi film con una citazione per suggerire il punto di vista del regista.
Quello che speravo è che, alla fine del film, le persone guardassero quella frase in modo un po’ diverso".
Al centro di The Invite ci sono Joe (Seth Rogen) e Angela (Olivia Wilde), una coppia sposata da molti anni che vive a San Francisco e attraversa una fase di profonda crisi.
La routine, i piccoli risentimenti e una distanza ormai difficile da ignorare hanno sostituito quella complicità che un tempo li univa.
Nel tentativo di spezzare la monotonia, Angela organizza una cena improvvisata e invita i vicini del piano di sopra, Hawk e Pina, una coppia decisamente più disinibita e imprevedibile interpretata da Edward Norton e Penélope Cruz.
Quello che doveva essere un semplice incontro tra vicini finirà per mettere Joe e Angela di fronte alle crepe del loro stesso rapporto.
Scritto da Will McCormack e Rashida Jones e remake della commedia spagnola Sentimental di Cesc Gay, The Invite usa la commedia, il sesso e l’imbarazzo per parlare soprattutto di relazioni, desiderio e della possibilità di cambiare senza necessariamente dover ricominciare da capo.
È proprio da questa idea che Wilde è partita per costruire il film, trasformando una situazione apparentemente semplice in una riflessione più ampia su ciò che accade quando le persone cambiano e una relazione deve trovare un nuovo equilibrio.
"Stavamo cercando di esplorare l’idea che una relazione possa contenerne diverse: forse ogni relazione è destinata a finire, prima o poi, ma questo non significa che non si possa iniziare una nuova relazione con la stessa persona.
Il concetto di reinvenzione mi aveva colpita anni fa, quando ho sentito Esther Perel parlarne in un TED Talk, e mi aveva letteralmente sconvolta.
Immergermi in questa idea mentre realizzavamo il film mi ha resa molto meno cinica nei confronti delle relazioni a lungo termine e del matrimonio, perché amo l’idea della libertà di reinventarsi e di evolvere, sia individualmente sia come coppia".
Il matrimonio, dunque, non viene osservato come un punto d’arrivo, ma come qualcosa che può continuare a trasformarsi. E dentro questa trasformazione il sesso diventa uno degli strumenti attraverso cui i personaggi cercano, a volte goffamente, di capire cosa sia rimasto della loro intimità.
"Penso che questo film parli più di relazioni che di sesso, anche se il sesso ha un ruolo importante nelle relazioni e, almeno nella cultura statunitense, viene spesso sottovalutato come forma di comunicazione non verbale e di fiducia.
Il coraggio di comunicare con il proprio partner sul modo in cui si sta cambiando e sul desiderio di continuare a esplorare la propria dimensione erotica è stato uno dei motori principali di questo film.
Volevamo indagare cosa succede quando due persone confondono l’intimità con la fusione: l’idea che “siamo ancora sposati, abbiamo unito le nostre vite, quindi siamo intimi”, quando in realtà non potrebbero essere più lontane."
[Una scena di The Invite]
Che cosa la affascina particolarmente di questo aspetto?
Olivia Wilde voleva approfondire l’idea di persone che, tecnicamente, sono ancora in una relazione, ma in realtà sono diventate perfette estranee, perché hanno smesso di riconoscere la propria individualità: quella autonomia, quella responsabilità per la propria felicità.
"Quando Pina dice “Le persone dimenticano di meritare di più”, è qualcosa che sento molto profondamente.
A 42 anni, dopo aver vissuto diversi tipi di relazioni, è qualcosa a cui tengo molto, soprattutto per le donne. Per quanto Angela sia una persona molto diversa da me, mi sono riconosciuta nel suo desiderio di continuare a evolversi e a esplorare, e nella sensazione che sarebbe tragico rinunciare completamente a tutto questo.
Joe, in un certo senso, ha accettato di sacrificare questa possibilità di esplorazione: ha deciso di non meritarla.
Angela, invece, continua a pensare di meritarla: è in questo che mi riconosco".
Da qui il discorso si sposta inevitabilmente dal rapporto con l’altro a quello con sé stessi.
Per Wilde, una delle domande più scomode che il film pone riguarda infatti la parte di responsabilità che ciascuno ha nella propria insoddisfazione.
"Sono affascinata dal modo in cui sembriamo rinunciare alla nostra capacità di scegliere e di agire nella nostra vita.
Pretendiamo che il nostro partner ci dedichi attenzione, sia attratto da noi e ci dimostri devozione, senza però occuparci della nostra stessa attrazione e della nostra crescita personale e rinunciamo anche alla libertà di scegliere.
Dimentichiamo di poter scegliere la vita che stiamo vivendo e che tutto ciò che riguarda le nostre relazioni e le nostre vite è il risultato delle scelte che abbiamo fatto.
Questo film vuole spingere le persone a chiedersi: quali scelte ho fatto?
Sono soddisfatta di queste scelte? E se non lo sono, non posso dare la colpa al mio partner: devo assumermi la responsabilità delle mie scelte e della mia felicità. Penso che il risentimento possa trasformarsi in disprezzo quando non ci assumiamo questa responsabilità".
Su cosa spera che le coppie riflettano dopo aver visto il film?
"Spero che, dopo il film, le persone si chiedano anche chi sia oggi il proprio partner.
È una persona diversa da quella che era quando ci siamo conosciuti? E siamo ancora abbastanza curiosi da continuare ad amare la persona che è oggi?
In superficie, questo film è una commedia: vogliamo che le persone ridano, si riconoscano e si perdonino.
Credo che la risata elimini la vergogna, soprattutto quando diventa una sorta di catarsi collettiva in una sala cinematografica, ma sotto la risata, spero che rimanga una domanda silenziosa e insistente: hai mai considerato la tua responsabilità nei confronti della tua felicità?
Hai una sola vita: è davvero questa la vita che scegli di vivere?".
[Olivia Wilde in una scena di The Invite]
Anche la casa in cui si svolge quasi interamente la storia partecipa a questo gioco di avvicinamenti e distanze.
Non è soltanto lo sfondo della cena e dei confronti tra i quattro protagonisti: la sua struttura determina il modo in cui i personaggi possono osservarsi, nascondersi e, soprattutto, separarsi.
"Quando abbiamo letto la sceneggiatura, l’appartamento era inizialmente descritto come un open space, con un’unica grande stanza e una cucina a vista.
Io invece sentivo che avevamo bisogno di spazi in cui nascondersi, di luoghi che garantissero un po’ di privacy.
A quel punto la sceneggiatura non prevedeva ancora che le coppie si separassero in due gruppi. È stata un’idea che abbiamo aggiunto insieme al cast, perché ci piaceva l’idea che, lontano dagli altri, ogni coppia potesse diventare una versione diversa di sé stessa.
Quelle due scene, che chiamavamo i “tour della casa”, sono state in gran parte improvvisate e ci hanno permesso di esplorare il set in un modo completamente diverso".
In che modo è stato sfruttato il set?
"Abbiamo usato ogni centimetro di quel set.
Durante la preparazione lo conoscevamo così bene che sapevamo esattamente come filmarlo, a seconda di dove gli attori si trovavano spontaneamente durante le prove.
Abbiamo usato molto le inquadrature dentro le inquadrature: specchi, vetri, barriere che rappresentavano i confini emotivi.
Volevamo che sembrasse comunque un appartamento che si potrebbe realmente trovare a San Francisco, per persone come loro.
In realtà, tutta la scena sui colori della vernice è nata da una conversazione reale con la mia scenografa, che continuava a chiedermi quale dei tre colori volessi per le pareti.
Per me erano tutti uguali e lei mi ha chiesto se fossi daltonica. Io le ho risposto: "Grazie, questa la mettiamo nel film!"".
La dimensione teatrale della storia era inevitabile, considerando la sua origine, ma per Wilde adattare un testo per il grande schermo significa prima di tutto trovare ciò che il Cinema può aggiungere a una situazione nata per essere rappresentata davanti a un pubblico.
"Cesc Gay ha adattato per il Cinema la sua stessa opera teatrale e nel suo film si percepisce ancora lo scheletro, il DNA, del testo teatrale.
Quando è diventato il nostro adattamento, ci siamo chiesti: perché dovrebbe essere un film?
Bisogna avere una buona ragione, perché questo ti costringe a sfruttare le caratteristiche del mezzo in cui stai adattando l’opera, che sia una poesia, una serie televisiva, un dipinto, qualsiasi cosa.
Penso che la ragione migliore per trasformare qualcosa in un film sia la connessione viscerale ed emotiva con i personaggi che solo la macchina da presa - insieme alla musica e a tutto il resto - può offrire.
L’ispirazione è stata Mike Nichols in Chi ha paura di Virginia Woolf?: puoi percepire come la cinematografia cambi man mano che i personaggi bevono e diventano più emotivi.
Volevo puntare a una sorta di naturalismo alla Robert Altman nei dialoghi, permettendo a tutti di sovrapporsi, improvvisare e trovare un ritmo, quasi come un quartetto jazz, in modo che nulla sembrasse eccessivamente preparato, ma senza diventare dispersivo".
Questa libertà sul set è stata sostenuta anche da una scelta tecnica precisa: girare in pellicola 35mm, una decisione che Wilde ha difeso fino a pagare personalmente la pellicola prima che il film venisse acquistato da A24.
"Sono una grande sostenitrice della pellicola, anche se questa è la prima volta che ho potuto dirigere un film girato in pellicola.
Abbiamo quasi completamente abbandonato la pellicola in favore del digitale, e credo che questo ci abbia fatto perdere parte di quella grana che rendeva così belli i film comici con cui siamo cresciuti.
C’è oggi questa idea secondo cui le commedie non abbiano bisogno della pellicola, e non è vero.
Ho pagato personalmente la pellicola per questo film, perché ero così determinata a utilizzarla che non avrei permesso che facessimo il film senza il 35mm.
Quando il film è stato acquistato da A24, Annapurna mi ha poi rimborsato il costo."
[The Invite è il terzo film diretto da Olivia Wilde]
Quali aspetti della pellicola l'hanno convinta di questa scelta?
"Penso che girare in questo modo abbia alzato la posta in gioco e, di conseguenza, il livello di professionalità di tutti.
C’è un’idea sbagliata secondo cui la pellicola non permetta le sorprese perché è limitata, ma io penso che in realtà porti le persone a pretendere di più da sé stesse.
Eravamo una produzione molto piccola: niente monitor, niente produttori sul set, niente sedie: solo la troupe e gli attori.
Quando la pellicola iniziava a scorrere, si percepiva una sorta di incantesimo che permetteva agli attori di allontanarsi dalla realtà e a tutti noi di entrare in una sorta di stato collettivo, che faceva emergere il lavoro migliore. Puoi quasi sentire quando la pellicola sta per finire: crea un tipo diverso di energia nell’aria, cambia il clima nella stanza".
È proprio in questo spazio di libertà che Wilde colloca anche il contributo degli attori.
Se la struttura di The Invite era attentamente preparata, molte delle caratteristiche più sorprendenti dei personaggi sono nate invece durante il lavoro con il cast.
Un esempio particolarmente evidente è Pina, affidata a Penélope Cruz.
"Ho sempre pensato che Penélope fosse una comica straordinaria oltre che un’attrice drammatica.
Molte persone avrebbero affrontato il suo personaggio come una tentatrice seducente. Penélope è stata immediatamente attratta dalle cose che la rendevano meno “perfetta”: la sua intensità, la sua goffaggine, il suo lato buffo, la sua rabbia alla fine del film, quando finalmente perde la pazienza con Hawk.
Ha continuato ad aggiungere diversi elementi a Pina, ispirandosi in parte a Esther Perel, ma prendendo anche caratteristiche da persone diverse della sua vita.
La maggior parte delle persone non si rende conto che Penélope non ha assolutamente nulla a che vedere con quel personaggio, ed è proprio questo che rende la sua interpretazione così straordinaria: è un allontanamento radicale da ciò che lei è realmente".
[Penélope Cruz e Olivia Wilde in una scena di The Invite]
Cruz ha inoltre portato un input personale al suo personaggio.
"Voleva indossare una parrucca, essere molto bionda.
Io le dissi: “Penélope, sei già straordinaria, non hai bisogno di una parrucca, puoi usare semplicemente i tuoi capelli”.
Lei mi rispose: “Ne ho bisogno, perché devo allontanarmi fisicamente da me stessa per riuscire a trasformarmi anche a livello della personalità”.
Nel momento in cui ha indossato quella parrucca, si è trasformata completamente. Lasciarla improvvisare è stato un piacere.
Mi ha detto che non le era capitato spesso nella sua carriera. Ha creato tantissimi momenti incredibili: tutto lo spagnolo che sentite nel film, la scena della seduzione con Seth nell’ufficio, l’idea di mettere Sade e ballare, è stata interamente sua e non era nella sceneggiatura.
La scena in cui fumano una canna e chiacchierano è tutta Penélope che improvvisa.
Il litigio alla fine è nato da lei, così come il monologo sulla perimenopausa, che si basa sulla sua conoscenza e sulla sua passione per l’argomento".
C’è però un’altra presenza che attraversa il film, anche se non appare sullo schermo: quella di Diane Keaton, alla quale Wilde ha deciso di dedicare The Invite.
Il legame tra le due risale a un film di molti anni fa, ma l’influenza di Keaton sulla regista è anche più profonda e riguarda il modo stesso in cui ha imparato a guardare i personaggi femminili.
"Ho avuto il piacere di lavorare con lei anni fa in un film in cui interpretavo sua figlia.
Non lo ha visto molta gente, ma non cambierei quell’esperienza con nulla al mondo, perché ho avuto la possibilità di trascorrere un inverno nei panni della figlia di Diane Keaton.
È stata per me una fonte di ispirazione enorme e una mentore.
Come attrice, ha definito il tipo di donna più interessante che avessi mai visto sullo schermo. Annie Hall è stato un momento di illuminazione per me, per il tipo di personaggi che volevo interpretare.
Sono cresciuta amando Lucille Ball e sentivo che Diane aveva portato quel tipo di donna vulnerabile, empatica e fuori dagli schemi a un livello diverso: una donna che agisce d’istinto, seguendo gli impulsi e il cuore, ma che allo stesso tempo può essere estremamente intelligente e complessa.
Per molti anni quel tipo di donna era stato rappresentato come meno intelligente e credo che Diane Keaton abbia cambiato tutto con il modo in cui ha rappresentato Annie in Io e Annie, almeno per me.
Questo personaggio di Angela non esisterebbe senza Diane, e penso che non esisterebbe nemmeno il film.
Ero così emozionata all’idea di mostrarle il film. In realtà lo stavo montando quando ho ricevuto la notizia della sua morte, e in quel momento ho capito che il film era per lei".
Alla fine, The Invite si inserisce in una linea che Wilde riconosce oggi con maggiore chiarezza guardando al proprio percorso da regista.
Da Booksmart a Don’t Worry Darling, fino a questo nuovo film, cambiano i generi e le situazioni, ma rimane una stessa curiosità verso persone che arrivano a mettere in discussione la vita che hanno scelto.
"Il fatto che le relazioni siano al centro di ognuno dei miei film è intenzionale, perché so che è ciò che mi interessa di più.
Penso che sia anche una delle ragioni per cui sono così ispirata da Mike Nichols: uno dei suoi grandi punti di forza era indagare il modo in cui gli esseri umani si relazionano tra loro e la complessità delle relazioni di ogni tipo.
Essere attrice significa anche pensare a come il proprio personaggio si relaziona agli altri.
E mi chiedo se sia anche per questo che, quando finalmente sono riuscita a passare al lavoro che avevo sempre sognato, quello di regista, ho voluto creare film che permettessero agli attori di immergersi davvero nelle relazioni e in tutte le loro specifiche complessità."
Un film o un regista nello specifico al quale associa questo aspetto?
"Penso a Wong Kar-wai quando parla di In the Mood for Love e di come non sai davvero che film stai facendo finché non sono gli attori a dirtelo.
Sono loro che mettono il cuore dentro i personaggi e solo allora puoi capire quale relazione stai cercando di rappresentare.
Questo è stato certamente vero per ognuno dei miei film e, guardando al futuro, posso già vedere che questo sarà il filo conduttore.
È curioso rendersi conto, pensando a quello che verrà dopo, che si tratta ancora di persone che arrivano a un momento in cui si chiedono se la vita che stanno vivendo sia quella che vogliono continuare a vivere."
[articolo a cura di Silvia Nittoli]
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Da noi non cadrai mai nella trappola di un titolo clickbait che poi ti ha portato a un articolo che non diceva nulla.
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