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Joachim Trier - Monografia: crescita, esilio e memoria

Joachim Trier è tra i pochissimi autori dei nostri tempi in grado di inquadrare la propria poetica in una frase.

 

"Il Cinema è una meravigliosa forma d'arte per parlare di solitudine. Possiamo vivere l'esperienza di guardare un film con gli altri.

Può essere un'esperienza collettiva di solitudine. Siamo soli nel buio della sala, ma con altre persone"

 

Non è soltanto il riferimento alla solitudine e alla dialettica tra la stessa e la collettività a fare la differenza, ma anche il modo in cui l'ha espressa: Joachim Trier è un regista di ossimori.

 

Sa che le contraddizioni compongono la nostra vita tanto quanto sono proprie del Cinema.

 

 

[Con cinque film alle spalle in circa quindici anni di carriera, Joachim Trier è emerso come uno degli autori più interessanti e versatili del panorama europeo contemporaneo]

  

Il regista novergese è, infatti, padrone di una dote rara: conosce il range emotivo degli esseri umani.

 

Sa che i nostri sentimenti prendono pieghe inaspettate in lassi di tempo ristretti.

 

Il suo Cinema, dunque, non può che raccontare tutti gli ossimori che compongono il nostro stare al mondo.

Gioia, depressione, passione, tristezza, esaltazione e solitudine si susseguono senza soluzione di continuità nelle sue opere. Senza contraddizione.

 

Per questo, se doveste mai ritrovarvi a interrogarvi su chi al meglio possa incarnare i sentimenti di di un Cinema cosmopolita e in grado di raccontare al meglio i passaggi generazionali, Joachim Trier dovrebbe essere tra i primissimi cineasti a cui rivolgere la vostra mente.

 

[Gli albori del talento cinematografico di Joachim Trier: a 16 anni iniziò a girare i suoi primissimi filmati. Il protagonista era un giovane skater norvergese, di nome... Joachim Trier!]

 

 

La profondità di analisi e ampiezza di vedute che ne caratterizzano la poetica sono però filtrate però da un linguaggio innovativo, sempre moderno pur nella sua attenzione alla classicità, attento alle pieghe più buie del nostro animo, ma con una forte speranza rivolta alla positività dei nostri sentimenti.

 

Se volessimo indagare quelli che sono gli elementi che hanno concorso a comporre una sensibilità così sfaccettata, non potremmo che citare il fatto che il Cinema scorre nelle vene di Joachim Trier sin dalla sua nascita.

 

Suo padre Jacob era infatti un tecnico del suono di eccellente livello: il suo lavoro più rilevante è stato senz'altro The Pinchcliffe Grand Prix, film in stop motion di Ivo Caprino del 1975, una produzione di importanza capitale in Norvegia.

 

Si tratta tuttora del film norvegese più visto della Storia con oltre cinque milioni e mezzo di biglietti venduti: per fare una proporzione può essere utile considerare come, al momento, la Norvegia conti meno di 5.4 milioni di abitanti.

 

Ma non è finita qui.

Anche suo nonno, Erik Løchen è stato un grande artista: jazzista, direttore per due anni della leggendaria Norsk Film e regista di eccelso livello.

 

Il suo Jakten è stato in concorso al Festival di Cannes nel 1960 mentre Remonstrance è tuttora interessantissimo da analizzare, grazie al suo intento politico e sperimentale.

 

 

[Chissà cosa deve aver pensato il giovane Joachim Trier di Remonstrance, un film del 1972 costruito per permettere la proiezione delle cinque bobine che lo componevano secondo ogni combinazione possibile, producendo circa 120 incastri diversi della sua trama di fondo, ovverosia la storia di una troupe che cerca di girare un film di impegno politico]

 

 

Il giovane Joachim Trier, dunque, ha sviluppato ben presto una passione viscerale per il Cinema, in ogni sua sfumatura.

 

Dalle promanazioni cinematografiche degli artisti cresciuti al Saturday Night Live alla profondità lirica di Andrej Tarkovskij, passando attraverso i lavori di Nicolas Roeg e i numerosi volti del Cinema francese, nessuna declinazione della Settima Arte è sfuggita al suo occhio attento, contribuendo così alla costruzione di un pantheon di riferimenti ampio e completamente originale.

 

Essendo cresciuto nel Nord dell'Europa, non poteva ad esempio sfuggire al fascino di un autentico gigante come Ingmar Bergman, ma non solo: si è trovato più volte a ribadire come il dittico composto da Karl e Kristina e La nuova terra di Jan Troell sia stato fondamentale nella formazione del concetto di "sentirsi stranieri" che, come vedremo, diverrà centrale nella sua filmografia.

 

Analizzando la sua parabola non poteva che essere così.

 

 

[Come potete vedere, tra i film votati da Joachim Trier per la classifica BFI - Sight and Sound sul miglior film di sempre, non mancano dei pilastri imperdibili della Storia del Cinema]

 

Per un ragazzo nato in Danimarca, cresciuto in Norvegia in una famiglia di artisti, che da adolescente ha cominciato a riprendere le sue escursioni in skatebord ma che ha completato la propria formazione da cineasta in Inghilterra, i concetti di adattamento e cosmopolitismo non potevano che essere fondanti.

 

Malgrado i suoi tanti riferimenti internazionali e nonostante i suoi studi cinematografici si siano divisi tra lo European Film College di Ebeltoft e la National Film & Television School di Londra, infatti, la quasi interezza della opera è incentrata sul ruolo di Oslo, la sua città, quella che lui ama chiamare casa. 

 

Dopo aver completato la sua formazione e diretto i suoi due primi cortometraggi "professionali", Still e Procter, non poteva che arrivare il momento di dedicarsi a quel posto così intriso di sensazioni contrastanti.

 

[Un altro estratto delle performance registiche e acrobatiche di un giovane Joachim Trier]

 

 

La capitale norvegese è, a ben vedere, la metafora perfetta per raccontare ciò che voglia dire sentirsi soli a casa propria, nel cuore di un contesto familiare e nel pieno della propria evoluzione umana.

 

Un sentimento ricorrente a cui Joachim Trier è riuscito a dare forma anche grazie alla scelta di intraprendere un percorso condiviso con degli artisti che condividevano la sua stessa sensibilità.

 

Sin dal suo primo film, Reprise, l'autore norvegese è stato in grado di costruire un nucleo di collaboratori in grado di concorrere in maniera fondamentale al suo successo: il fidatissimo co-sceneggiatore - e suo migliore amico sin da quando i due avevano 19 anni - Eskil Vogt,  il montatore Olivier Bugge Couttée, il direttore della fotografia Jakob Ihre, il sound designer Gisle Tveito, il compositore Ola Fløttum e l'attore Anders Danielsen Lie.

 

 

[Joachim Trier ha reso la sua filmografia riconoscibile anche grazie alla ricorrenza delle sue collaborazioni con Eskil Vogt e Anders Danielsen Lie]

 

 

Il film ci racconta, guidandoci con un voice over - la voce fuori campo - la concatenazione di eventi tra il passato, il presente e il futuro immaginario di due amici e aspiranti scrittori, Erik e Phillip.

 

Erik sogna un futuro di indipendenza sentimentale, Phillip è rapito dall'amore per Kari, la sua principale debolezza e suo più solido appiglio. Entrambi sono parte di un gruppo di giovani benestanti con forti aspirazioni artistiche.

 

L'evento scatenante del film li vede inserire i rispettivi romanzi in una buca delle lettere, seguendo la loro storia dipanarsi in modo non lineare, tra momenti di gioia estatica e attacchi psicotici, grandi momenti di amicizia e squarci di solitudine inaspettata.

 

L'obbligo di immaginare il futuro e le supposizioni sulle multiformi prospettive dei protagonisti viene ulteriormente complicato dal formalismo esplosivo di Joachim Trier: l'opera si sviluppa mediante flash-back, flash-forward ipotetici e intermezzi che ci lasciano intuire le connessioni tra i personaggi.

 

La centralità del montaggio di Olivier Bugge Couttée, chiaramente ricalcato sulla decostruzione narrativa di opere amate dal regista come Lo specchio, Hiroshima mon amour e L'anno scorso a Marienbad, appare da subito evidente, così come l'assoluta ampiezza di riferimenti, non solo cinematografici, verso i quali il regista tende.

 

[Il trailer internazionale di Reprise, lo strepitoso esordio di Joachim Trier, disponibile su Netflix]

 

 

In Reprise converge subito la grande passione di Joachim Trier e del suo amico Eskil Vogt per la letteratura.

 

Non è un caso che uno dei personaggi principali prenda il suo nome da quel Philip Roth da lui molto amato, o che il romanzo di Sten Egil Dahl, lo scrittore fittizio che ispira i protagonisti, si chiami Krystall, con un chiaro richiamo all' "immagine-cristallo" teorizzata da Gilles Deleuze riguardo al Cinema, di cui riportiamo un estratto fondante per l'analisi dell'opera:

 

"L'immagine-cristallo non ci fornisce la progressione empirica del tempo come successione di presenti né la sua indiretta rappresentazione come intervallo o nel suo insieme; si tratta della sua diretta presentazione, la sua divisione ontologica in due parti, tra un presente che sta passando e un passato che è preservato. 

La stretta contemporaneità tra la contemporaneità del presente con il passato che verrà e del passato con il presente che è stato. 

 

Si tratta dello stesso tempo che si manifesta come un cristallo, che sta costantemente suggerendo la sua divisione in due parti senza mai effettivamente completarla, dato che questo indiscernibile scambio è sempre rinnovato e riprodotto." 

 

 

[Gilles Deleuze, teorico dell'immagine-cristallo è stato omaggiato da Joachim Trier in Reprise, attraverso cui realizza una trasfigurazione pop del concetto]

 

 

Joachim Trier lascia immediatamente emergere la propria voglia di rifrangere il tempo, la memoria e le prospettive sui suoi personaggi: ad esempio le immagini di una vacanza parigina di Phillip e Kari ritornano continuamente, sospese tra realtà e ricordo.

 

Reprise, di fatto, ci mostra le potenzialità delle promesse intrinseche di sogni di gioventù come la carriera artistica, l'amicizia e l'amore ma, al contempo, ci segnala quanto le stesse siano fatte per essere disattese lungo il nostro percorso di crescita.

 

Per raccontare i più piccoli frammenti delle vite dei protagonisti, l'autore si serve di un uso già maturo di dettagli e primissimi piani, dell'inserimento di dettagli diegetici ed extradiegetici come romanzi fittizi, sovrimpressioni e una coinvolgente colonna sonora non originale, di imperfezioni comunicative tra i personaggi in scena e voice over dalla spiccata verve ironica.

 

Ciò che stupisce di Reprise è l'assoluta equivalenza poetica del passato e di "ciò che sarebbe successo" dopo l'invio dei romanzi e il seguente successo letterario dei due aspiranti autori, la totale sovrapposizione di realtà filmica e contro-finzione cinematografica.

 

Lo spettatore è pertanto risucchiato dalla tecnica iper-coinvolgente del regista ma, al contempo, si ritrova sballottato fino alla confusione, domandandosi cosa sia davvero reale, ciò che sarebbe davvero successo dopo il prologo o quel che potrebbe accadere in una versione diversa della storia.

 

 

[Le prove di Anders Danielsen Lie (Philip) e Espen Klouman-Høiner (Erik) in Reprise sono motivo di profondo orgoglio per Joachim Trier]

 

 

In questo contesto, la città di Oslo svolge un ruolo già centrale, incorniciando lo svolgimento sinusoidale delle vite dei protagonisti e fornendo loro la nicchia perfetta per ciascuna emozione si ritrovino a provare. 

 

Reprise si presenta dunque come il primo film del trittico che prenderà il nome di Trilogia di Oslo, all'interno della quale la capitale norvegese emerge prepotentemente come una città dalle mille sfumature, al contempo intima ma cosmopolita, accogliente ma in grado di creare barriere tra i propri abitanti.

 

L'esordio di Joachim Trier è stata un'autentica folgorazione a ogni angolo del pianeta: in patria ha vinto Miglior Film, Migliore Regia e Migliore Sceneggiatura ai Premi Amanda, gli annuali premi cinematografici norvegesi, guadagnandosi la possibilità di rappresentare il paese per la corsa ai successivi premi Oscar.

 

In Europa ha vinto il Tulipano d'oro al Festival del Cinema di Istanbul, L'ulivo d'oro e il premio alla Migliore Sceneggiatura al Festival del Cinema Europeo di Lecce, Migliore Regia e il premio Don Quijote al Karlovy Vary di Praga e, ovviamente, Miglior Film e il Premio del Pubblico al Festival del Cinema Nordico di Rouen.

In Nord America è stato presentato al Sundance Film Festival e si è aggiudicato il prestigiosissimo Discovery Award del Toronto International Film Festival.

 

In totale saranno 16 i premi vinti dall'opera, a fronte di altrettante nomination.

 

 

[Già da Reprise il direttore della fotografia Jakob Ihre si è presentato come un perno della filmografia di Joachim Trier, quasi interamente girata in pellicola] 

 

 

Dopo uno dei migliori debutti europei del XXI secolo, Joachim Trier non poteva che essere inserito da Variety nella lista dei 10 registi da seguire nel 2007. 

 

La sua opera successiva, però, arriverà dopo ulteriori quattro anni: questo scarto non deve stupire. 

Pur essendo storicamente molto riservato nella divulgazione dei dettagli sul suo processo creativo, Joachim Trier ha dichiarato che lui ed Eskil Vogt seguono uno schema piuttosto dispendioso per la creazione di un'opera: 

"Di solito non partiamo da una trama che si possa riassumere in due righe.

 

Impieghiamo un anno facendo brainstorming, discutendo idee che sono a volte di natura visiva, a volte fondate sui personaggi, e poi proviamo a strutturare la storia." 

 

 

[Oltre che amico di lunga data e collaboratore di Joachim Trier, Eskil Vogt è anche un regista piuttosto interessante]

 

 

Nel caso del successivo film della trilogia, Oslo, 31. august, però la questione è ancor più complessa. 

 

In realtà Joachim Trier e il suo collaboratore avevano scritto prima Segreti di famiglia, quello che si rivelerà essere il loro film seguente, e stavano aspettando che ne partisse la produzione.

 

Di conseguenza, come potremo analizzare ancor meglio di seguito, se tra Reprise e l'opera terza del regista norvegese c'è una chiara corrispondenza tecnica e narrativa, Oslo, 31. august rappresenta quasi un unicum nella filmografia del suo autore. 

Innanzitutto è stato scritto e girato con grande rapidità, in maniera quasi improvvisa, con l'intento di catturare lo spirito, la luce e l'atmosfera della città sul finire dell'estate.

 

Complice un periodo in cui restò fermo a casa per influenza, Joachim Trier venne colpito da un senso quasi munchiano di ansietà dovuta al successo di Reprise e sentì la necessità di correre un rischio, girando un film completamente spogliato degli elementi che avevano reso grande il suo debutto.

 

L'idea arrivò a marzo 2010, la bozza della sceneggiatura scritta sulla base di un'idea avuta anni addietro, ma mai realmente strutturata prima, fu finita per i primi di luglio di quell'anno e il film venne girato a fine agosto.

La postproduzione terminò a marzo 2011, perfettamente in tempo per presentare l'opera nella sezione Un Certain Regard del successivo Festival del Cinema di Cannes.

 

Si trattò di un'incredibile iniezione di autostima per Joachim Trier che, dopo aver rifiutato numerosi progetti internazionali, con quel piccolo film vergò definitivamente una lettera di intenti sulla propria volontà di fare cinema libero, autoriale, senza pressioni commerciali, fondato sui personaggi e sulla semplicità delle proprie idee.

 

 

[In Oslo, 31. august, Joachim Trier ed Eskil Vogt scrivono appositamente per Anders Danielsen Lie il ruolo della definitiva consacrazione: un personaggio cucito su misura che, non a caso, porta il suo stesso nome]

 

 

Vista la scarsità di tempo a sua disposizione, Joachim Trier scelse un'impostazione che lui stesso ha definito "jazzistica": sul canovaccio da lui scritto, per Anders Danielsen Lie e gli altri artisti coinvolti c'era grande spazio per l'improvvisazione, che permetteva all'intera troupe di lasciare costantemente degli spiragli aperti a ciascuno degli eventi che si sarebbero trovati a fronteggiare.

 

Dopo la sovrabbondanza di Reprise, Oslo, 31. august venne definito dal suo stesso autore come un film sulla purezza dell'estetica: Eskil Vogt fu incaricato di scrivere molto di più in autonomia e ogni ripresa esorbitava il tempo prestabilito, proprio a causa della struttura elastica della sceneggiatura di fondo.

 

Il poc'anzi accennato richiamo a Edvard Munch non è casuale: Oslo, 31. august è il primo film in cui Joachim Trier lascia permeare quel senso di oppressione e di sconforto che caratterizza le pennellate del pittore norvegese, in cui l'autore mette in mostra il significato più oscuro della quiete apparente.

 

 

[Come negli insegnamenti di Jean Renoir filtrati dalla memoria di Bernardo Bertolucci, Joachim Trier ha lasciato che sul suo secondo set ci fosse sempre "una porta socchiusa per lasciar entrare la realtà"]

 

 

Il film si apre con una serie di quadri fissi della città deserta e con dei voice over frammentari, da cui è possibile ricostruire un ritratto quasi post-atomico di Oslo.

 

Sentiamo parlare di ricordi di tuffi tra i fiordi, di automobili guidate nella città deserta, di edifici distrutti: percezioni individuali che assurgono a memoria collettiva. 

Parole che richiamano immagini, che a loro volta richiamano un senso di sublime, che permea inevitabilmente l'opera. 

 

Per la prima volta la dialettica tra le memorie dell'individuo e della collettività nel Cinema di Joachim Trier prende una piega pienamente drammatica e desaturata da ogni sovrabbondanza.

 

La pellicola narra una giornata nella vita di Anders, un ex eroinomane proveniente dall'alta borghesia norvegese che compie la propria personalissima odissea joyceana in una Oslo semi-deserta a fine estate, incontrando le persone che un tempo gli volevano bene e testando se sia ancora possibile destare in loro dell'interesse.

 

[Il trailer di Oslo, 31. august ci mostra sin da subito tutte le differenze con Reprise]

 

 

"Credo che il Cinema sia un gran bel posto per raccontare storie di solitudine.

Essendo norvegese non voglio fare film sulla solitudine dell'essere sperduti nella natura o in cima a una montagna. Voglio mostrare cosa voglia dire viverla nelle città."

 

Furono queste le parole di Joachim Trier per spiegare la parabola di Anders.

 

Le promesse della generazione d'oro di Reprise hanno definitivamente lasciato il campo a una svolta esistenzialista che non abbandonerà più la carriera dell'autore.

La depressione e la disillusione, già filtrate nell'esordio, sono stavolta divenute dominanti.

 

"Io non voglio fare un film deprimente. Io voglio che ci permetta di porci delle domande e spincerci a fermarci per rispondere.

Quanto predeterminate sono le nostre vite? Si tratta di qualcosa per cui non posseggo le risposte."

 

Oslo, 31. august nasce dalla rivisitazione di un soggetto di Pierre Drieu La Rochelle, il romanzo Le feu follet - già esplorato da Louis Malle in Fuoco fatuo - nel quale, però, confluiscono più che mai le influenze del periodo di studio inglese.

 

Il formalismo di Trier si stempera, si lascia contaminare dalla poesia del reale decantata dai suoi maestri londinesi, Stephen Frears e Mike Leigh, si lascia contaminare dal suo amore tardivo per Ken Loach e dalla sua capacità di raccontare un'incomunicabilità al contempo rabbiosa e indifesa.

 

Il montaggio si fa più rilassato e lineare, le percezioni sonore divengono ovattate, la regia si serve del piano sequenza per mostrarci con più fluidità lo scorrere degli eventi e la loro unità temporale.

 

 

[Joachim Trier ha raccontato che mentre frequentava la National Film & TV School era solito chiamarla scherzosamente National Social Realism Film School: un'esperienza che si è rivelata fondamentale per la sua poetica]

 

 

Anders è di fatto il prodotto degenere di una società troppo abbiente che si ritrova a vivere, immerso tra i ricordi e in preda a pensieri suicidi, un esilio all'interno della sua stessa città.

 

La sua giornata non è scandita da molti eventi: gira per la città, dialoga con delle persone, va a una festa, si lascia trasportare da una bicicletta. 

A scandire il suo itinerario c'è lo straordinario lavoro dello scenografo Jørgen Stangebye Larsen che costruisce un ritratto più che mai verisimile, tanto delle strade di Oslo quanto degli interni attraverso cui il protagonista si muove, i quali dovevano restituire l'eco del benessere da cui Anders si è via via allontanato.

 

Non c'è alcun dubbio, ponendo riferimento al processo creativo di Joachim Trier ed Eskil Vogt che per il secondo film del trittico, l'ispirazione sia stata prettamente visiva e sensoriale: 

"Oslo è una città con una bellezza nascosta che ho voluto esplorare, anche per scoprire se era possibile catturare quella specifica sensazione di tornare a casa in bicicletta da una festa al mattino, proprio mentre il sole sorge."

 

 

[Joachim Trier è un amante della vita notturna: assieme ai suoi amici DJ Erlend Mokkelbost e Torgny Amdam è proprietario di un nightclub di Oslo, il Noble Dancer. Ecco spiegata la sua voglia di raccontare un ritorno quieto e pieno di pensieri da una serata di festa]

 

 

Il successo del film è esplosivo: ottiene ben 19 premi e altre 20 nomination da ogni angolo del mondo.

 

Una voce di corridoio narra addirittura che una Cate Blanchett stregata dalla prova di Danielsen Lie abbia chiamato la sua agente, insistendo per fargli scritturare quello sconvolgente talento.

 

La critica è praticamente unanime sul riconoscere il film tra i migliori dell'anno. 

Altri ancora arrivano a ritenere l'opera tra le migliori dell'intero decennio.

 

Paradossalmente, dopo questo successo, la successiva fatica di Joachim Trier era di fatto già pronta, ma anch'essa ebbe una storia produttiva piuttosto particolare. 

 

[Segreti di famiglia rappresenta per Joachim Trier il film del debutto in lingua inglese]

 

 

Il successivo step di crescita prevedeva la possibilità di girare un film in lingua inglese: il soggetto era ispirato a quelli che lo stesso Joachim Trier definisce “Drammi familiari della East Coast con le foglie caduche d'autunno” come Kramer contro Kramer e Gente Comune.

 

Si trattò di uno sforzo condiviso di svariate compagnie produttive come Animal Kingdom, Beachside, Bona Fide Productions, Memento Films Production, Motlys e Nimbus Film che permise a Joachim Trier di accaparrarsi subito un terzetto di attori di indiscutibile livello per guidare il cast: Isabelle Huppert, Gabriel Byrne e Jesse Eisenberg furono annunciati già nel marzo 2013.

 

Nel settembre dello stesso anno, però, la produzione subì una grave battuta d'arresto a causa di problemi finanziari, che rischiarono seriamente di farla saltare.

 

A febbraio 2014 ARTE France Cinéma subentrò per dare al progetto i fondi definitivi per essere portato a termine e a settembre dello stesso anno vennero scritturati David Strathairn, Amy Ryan e Rachel Brosnahan.

 

Un cast di assoluto rispetto, a cui venne consegnata una sceneggiatura che più che mai puntava la propria forza sulla rifrazione dei punti di vista.

 

 

[Segreti di famiglia è tuttora la prova più importante di direzione corale fornita da Joachim Trier]

 

 

Segreti di famiglia, il cui titolo originale Louder than bombs risulta ben più centrato e funzionale, racconta la storia della famiglia Reed che prova a superare il trauma della perdita della madre, una fotografa di guerra, in occasione di una mostra dedicata al suo lavoro.

 

La figura in penombra della defunta Isabelle Reed - morta non in conseguenza della pericolosità del suo lavoro, ma per colpa di un incidente stradale dagli echi ancor più sinistri - è interamente ricostruita attraverso le prospettive dei ricordi dei protagonisti e il suo voice over.

 

L'importanza del cristallo in quest'opera assurge ad assoluto simbolo poetico, permettendo alla memoria di ciascuno dei protagonisti di esprimere una visione differente della propria relazione con la protagonista, del trauma subito e dei rapporti che ne sono scaturiti.

 

Dal vetro infranto dell'incidente in cui Isabelle ha perso la vita alla natura stessa del suo lavoro di fotografa, sospeso tra realtà e finzione, ogni simbolo messo in scena da Trier parla di una memoria franta e per certi versi falsificata.

 

Ritorna, dunque, il tema della falsificazione del presente e della memoria attraverso la fotografia, già mostrato mediante l'attaccamento di Phillip ai ricordi della sua vacanza parigina in Reprise.

 

 

[In questo frame sul volto provato della protagonista si cela probabilmente tutto il rapporto tra memoria, realtà e finzione dell'opera. Jakob Ihre ne ha parlato così: Ero seduto su uno sgabello di legno davanti a Isabelle, l'ho filmata per tre minuti e non ha mai sbattuto le palpebre”]

 

 

Ad eccezione del personaggio ottimamente interpretato da Jesse Eisenberg - Jonah, il figlio con il rapporto più profondo e oppressivo con Isabelle - tutti i personaggi dispongono di uno spazio riflessivo in voice over, a sottolineare la totale apertura di punti di vista dell'opera.

 

Come per Reprise, in Segreti di Famiglia tornano a essere fondanti il ruolo del montaggio e della decostruzione narrativa, che stavolta Joachim Trier esplora diluendo le tematiche a lui care su un gruppo ancor più ampio di personaggi.

 

Isabelle, nello specifico, è affetta da pensieri suicidi come l'Anders del suo film precedente.

Chi le è stato accanto al contrario sperimenta la sensazione di esilio e frustrazione derivante dal lutto.

 

Suo marito Gene è di conseguenza chiamato a dover ricucire le ferite di chi resta, muovendosi su un terreno accidentato.  

 

 

[Joachim Trier ha omaggiato Gabriel Byrne, autore di un'ottima prova in Segreti di Famiglia. I figli del suo personaggio guardano in TV un film in cui "loro padre è protagonista": si tratta di Bentornato fantasma, di Frank Perry]

 

 

I due figli della fotografa, Jonah e Conrad, vivono invece il trauma come un ostacolo sul proprio percorso di crescita e costruzione del futuro. 

 

L'unico modo per superarlo è, probabilmente, rimettere insieme i pezzi di quel cristallo e creare una memoria condivisa, che non disperda però i ricordi individuali. 

La memoria come mezzo per giungere a un nuovo tipo di ritorno a casa, di fuga dall'esilio, certamente doloroso ma più ottimista, dopo quello disperato vissuto dal protagonista di Oslo, 31. august.

 

Perché, come avrà modo di dire di lì a poco, per Joachim Trier:

 

 "Il Cinema è la forma artistica della memoria"

 

[Sentir parlare Joachim Trier a ruota libera di Cinema è sicuramente un'esperienza molto intrigante]

 

 

Segreti di famiglia fu primo film norvegese selezionato nel concorso principale di Cannes dal 1979, ma la sua sfortuna partita dalla fase produttiva non era terminata.

 

A causa dei tragici attacchi terroristici di quell'anno il film venne distribuito in Francia con il titolo Back Home e, in generale, non trovò la fortuna che avrebbe meritato, pur ottenendo ancora una volta tutti i principali Amanda e in totale 12 premi e altre 10 nomination.

 

Ecco, dunque, che per Joachim Trier emerse l'idea che il suo rapporto con Oslo potesse essere diventato quasi un fardello rispetto ai suoi lavori:

"Segreti di famiglia è sentito quanto ogni mio lavoro. Ne sono davvero orgoglioso.

Ma è arrivato dopo Oslo, 31. august e non era girato a Oslo.

 

Per questo per qualcuno è stata una delusione: si aspettavano rifacessi lo stesso film.

Adesso, a distanza di anni, le persone vengono da me e mi dicono che era davvero un ottimo film. E io li ringrazio, un po' stupito.

Uscito da Cannes era stato ammantato da una brutta reputazione.


In quell'annata diversi registi che avevano girato per la prima volta in inglese, come Paolo Sorrentino con Youth e Yorgos Lanthimos con The Lobster, hanno avuto diverse difficoltà con la critica.

 

Quindi Oslo, 31. august era diventato un po' un fardello, ma ne sono davvero orgoglioso."

 

[Il trailer italiano di Thelma, quarto film di Joachim Trier]

 

 

Il film successivo, dunque, doveva contemplare al contempo la possibilità di tornare nella sua comfort zone, inserendosi nel solco tracciato dalla sua opera seconda, ma anche spezzare completamente il legame con certi aspetti del proprio lavoro. 

 

Ecco spiegate tutte le peculiarità di Thelma: si tratta al contempo di un film di ritorno alle origini e di un film di prime volte.

 

L'ambientazione torna a essere la sua Oslo e il film si presenta pienamente coerente con la sua poetica di crescita ed esilio, con la sua volontà di rifrangere le linee temporali attraverso il montaggio e con la sua attitudine a scoprire e dirigere giovani attori emergenti.

 

Ma si tratta anche della prima incursione nel genere di Joachim Trier, del suo primo film girato in digitale e della sua prima opera completamente sprovvista di voice over.

 

 

[Eilie Harboe, protagonista di Thelma, è l'ennesima giovane attrice lanciata da un film di Joachim Trier]

 

 

Il film ci racconta di Thelma, adolescente che si trasferisce a Oslo dalla campagna per l'università e che, attraverso la manifestazione di alcuni attacchi epilettici, scopre di possedere dei poteri soprannaturali.

 

Mediante il montaggio di Olivier Bugge Coutté scopriamo che gli stessi poteri si erano manifestati già in passato, generando effetti devastanti sulla vita di chi la circondava.

L'ispirazione per l'opera è chiaramente Carrie - Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, uno dei registi preferiti di Joachim Trier, ma la rivisitazione dei temi comuni rispetto al modello è totale.

 

Non si è semplicemente trattato di trasporre in Norvegia il tutto, ma di riscrivere completamente l'approccio al personaggio e al contesto circostante.

 

 

[Joachim Trier, Eskil Vogt e Jakob Ihre erano tutti concordi che per Thelma fosse necessario trascendere il realismo e costruire immagini stilizzate e sublimi, come quelle utilizzate da Dario Argento in Suspiria]

 

 

Rispetto al suo precedessore, che risulta fondato sull'analisi sociale del contesto tossico che circonda Carrie, Thelma è davvero strutturato sulla protagonista, sulla sua crescita, sulla sessualità, sul distacco fisico ed emotivo dai suoi genitori e sull'auto-accettazione.

 

Non a caso, il modo in cui i poteri dei due personaggi si esplicita è completamente diverso.

Laddove Carrie li vive con profondo senso di colpa e terrore per la stessa distruzione che è in grado di portare, Thelma invece trova liberazione dopo la sofferenza arrecatale dalla loro manifestazione subconscia, maturando l'auto-controllo nel corretto esercizio degli stessi.

 

Se in Carrie i poteri sono un simbolo dell'emarginazione del diverso, in Thelma invece sono un'esplicitazione della crescita.

 

Anche il rapporto con i genitori ultra-credenti, dunque, segue traiettorie opposte: la madre di Carrie è sprovvista di ogni tipo di affetto e vessa la figlia con il senso di colpa, i genitori di Thelma provano a rifugiarsi nella fede e nascondere quei poteri per il bene stesso di loro figlia, tramutando il loro affetto in tossicità.

  

 

[Nelle scene sotto la neve di Thelma emerge una delle ispirazioni meno note di Joachim Trier: La Zona Morta di David Cronenberg, altro omaggio a Stephen King]

 

 

Joachim Trier, Eskil Vogt e Jakob Ihre hanno tutti convenuto su come l'uso del digitale in Thelma potesse permettere ai loro intenti di trovare la miglior espressione possibile: l'opera è infatti innervata di nuove contaminazioni formali, divergendo marcatamente da ogni senso di realismo, malgrado l'apparente glacialità della messa in scena.

 

In Thelma il regista norvegese alterna momenti di quiete e normalità con set-pieces dall'alto tasso spettacolare, trovando il perfetto equilibrio tra i tempi più dilatati del racconto di formazione e quel ritmo sincopato che caratterizza il thriller-horror.

 

Per quest'opera Joachim Trier ha infatti lavorato molto su una messa in scena che potesse restituire tanto un senso di claustrofobia quanto una sensazione di agorafobia: il rapporto tra primi piani e campi lunghi, interni ed esterni, sguardo umano e sguardo divino è pienamente coerente con la logica di introspezione e osservazione esteriore a cui è soggetta la stessa Thelma.

 

[Alcuni dei temi del quarto film di Joachim Trier verranno approfonditi da Eskil Vogt nel suo successivo e interessantissimo The Innocents]

 

 

Oltre a rappresentare un ritorno a casa con i crismi del cambiamento, Thelma si rivela un ottimo successo critico, fruttando al suo autore per la seconda volta la possibilità di rappresentare la Norvegia ai Premi Oscar. 

 

Un potente ritorno di fiamma che porta Joachim Trier a interrogarsi sulla forza delle immagini sublimi e sulle orgini culturali della sua nazione. 

Nasce dunque così l'idea di approfondire, nel suo primo documentario, la figura di un artista che condensava al contempo questo genere di ricerca e i temi cari alla sua filmografia: crescita, trauma ed esilio.

 

Coinvolgendo per la prima volta come co-regista suo fratello Emil, figura già fondamentale in varie vesti nei suoi precedenti set, l'autore norvegese si tuffa nel suo successivo progetto: The Other Munch.

 

 

[Joachim Trier e Karl Ove Knausgård sul set di The Other Munch]

 

 

Si tratta di un documentario di 48 minuti che segue lo scrittore Karl Ove Knausgård nel suo processo di studi funzionale alla cura di una mostra dedicata a Edvard Munch.

 

Il processo lo porterà, dunque, a dissertare sulla Storia della Norvegia, sull'arte, la crescita e tutte le diramazioni degli stessi temi. 

Un'opera che ha permesso a Trier di poter entrare in profondità nel tessuto connettivo e nel sentire artistico della sua nazione: un passaggio fondamentale nella sua filmografia, come si può cogliere osservando l'intero corpus delle sue opere.

 

Non è un caso che proprio nel periodo in cui lavorava a The Other Munch lo stesso Trier sia stato invitato a un evento chiamato proprio The Sublime Image, nel corso del quale si trovò a dichiarare:

 

"Dobbiamo credere che costruire nuove immagini sia ancora possibile."

 

[Il trailer italiano dell'ultimo film di Joachim Trier: La persona peggiore del mondo]

 

 

Già: costruire nuove immagini è possibile ma, per farlo, il Cinema ha bisogno di nuovi personaggi.

 

Ecco perché Joachim Trier decise di scriverne uno appositamente per un'altra giovane attrice che aveva fatto il suo debutto cinematografico quasi un decennio prima in Oslo, 31. august: Renate Reinsve, con la quale il regista aveva avuto una profonda conversazione sull'amore e sulla vita.

 

Un caso fortunato, che ha cambiato per sempre una carriera: proprio in quei giorni la futura protagonista del film stava seriamente meditando di lasciare la recitazione per dedicarsi... Alla falegnameria!

 

Anche in questo caso la produzione del film ha avuto un brusco stop: malgrado Trier ed Eskil Vogt avessero cominciato a scrivere il copione sul finire del 2018, le riprese iniziarono soltanto all'inizio del 2020, dovendo interrompersi immediatamente a causa della pandemia per poi riprendere ad agosto dello stesso anno e concludersi ad ottobre.

 

Ancora una volta, dunque, la capitale norvegese a fine estate diventa il set perfetto per un'opera che, a dieci anni dal secondo capitolo, conclude finalmente la Trilogia di Oslo, ponendo il proprio sguardo a ritroso sul percorso generazionale seguito per tre lustri.

 

 

[Lo splendido cast de La persona peggiore del mondo con Eskil Vogt e Joachim Trier sul red carpet di Cannes]

 

 

"Una delle cose che davvero mi affascina dei film è che riempiono momenti apparentemente ordinari con un pizzico di curiosità, di energia o di mistero." 

 

Joachim Trier ha voluto seguire questa ricetta, lasciando che ciascuno di questi elementi venisse inglobato dalla vitalità de La persona peggiore del mondo, un film che lo stesso autore ha definito: "la commedia romantica per chi odia le rom-com".

 

L'opera narra un periodo di circa quattro anni nella vita di Julie, un'intelligentissima quanto sperduta ragazza norvegese alla ricerca della propria strada nel mondo.

 

Sin dal suo prologo percepiamo la natura dinamica dell'opera e della sua protagonista, accorgendoci al contempo di come le promesse dei giovani di Reprise siano divenute pure pressioni sociali per la generazione successiva.

 

 

[A ben vedere, prima ancora del prologo, Joachim Trier ci regala una delle scene simbolo del film: Julie che contempla Oslo, rivolgendo poi il suo sguardo fuori campo, verso qualcosa che verrà svelato solo in seguito]

 

 

Prima ancora che la narrazione abbia inizio, sulle note di Bad Feeling dei Cobra Man veniamo risucchiati dall'ormai consueta voce fuori campo in un vortice di situazioni di straordinaria normalità.

 

Dopo aver scelto di studiare medicina più per il prestigio sociale che per reale vocazione, Julie ha seguito la sua vena filantropica, cambiando percorso: si è iscritta dapprima a Psicologia - come la Kari di Reprise - e poi ha speso tutto il suo prestito studentesco in macchine fotografiche, al fine di inseguire il suo sogno di diventare fotografa, costringendosi poi a lavorare in libreria per ripagarlo.

 

Tra le sue primissime battute c'è una frase tutt'altro che casuale, vista la volontà di mutare vita condivisa dal personaggio e dall'attrice che la interpreta:

"La chirurgia è una materia assolutamente concreta, è un po' come lavorare il legno..."

 

Nel mentre si muove tra party, nuovi look e cambi di partner finché non incontra Aksel, fumettista interpretato ovviamente da Anders Danielsen Lie, che diventa il suo compagno di vita.

 

In questo modo, di fatto, vengono messe allo specchio le esigenze e le ferite di due generazioni.

 

 

[Mediante il rapporto tra Julie e Eivind, Joachim Trier esplora le opposte esigenze di una generazione: leggerezza e impegno, cultura e svago]

 

 

Non stupisce, dunque, che il primo capitolo del film - l'unico scientemente ambientato lontano da Oslo - sia incentrato sul raffronto con una coppia di amici di Aksel e sulle turbolenze portate dall'avere dei figli, oltre che sulla completa divergenza di posizioni che le due generazioni hanno maturato, ad esempio, sul ruolo della donna e sulle sue sofferenze.

 

Il ritratto di quel periodo della vita di Julie risulta universale e totalizzante proprio perché trova compimento nel raffronto con le generazioni che l'hanno preceduta, valicando ogni tipo di confine geografico, di classe o di genere e dipingendo un quadro nel quale confluiscono le infinite influenze della nostra contemporaneità. 

 

Tutti i frenetici impulsi e le reazioni obbligate che, a un certo punto, ci portano a sentirci come Julie: spettatori della nostra stessa vita, alla guida di un mezzo in corsa, sul quale non esercitiamo un reale controllo.

 

Esplicativi sono, ad esempio, il momento in cui la protagonista scrivendo un tagliente articolo si interroga sulla compatibilità tra femminismo e sesso orale ai tempi del #MeToo, quello in cui si muove divertita sul filo del concetto di fedeltà o ancora quando, al compimento dei 30 anni, si ritrova a ripercorrere la storia delle donne della sua famiglia e i loro traguardi raggiunti alla stessa età.

 

Allo stesso modo, un ruolo chiave nell'opera è rivestito dall'eterno tema dell'abbandono dei genitori nei confronti dei figli, che nel film viene incarnato da un padre che ha puntualmente scelto di vivere lontano da Julie procurandole una cicatrice dell'anima che sembra non rimarginarsi mai.

 

I co-protagonisti, a turno, si auto-definiscono "la persona peggiore del mondo", così creando un senso di separazione dalla collettività, ma ciò che muove Julie è in realtà il desiderio trovare una via personale rifuggendo dalle schematizzazioni e dagli eccessi melodrammatici. 

In questa sovrabbondanza di pressioni esistenziali emerge tutta la potenza del Cinema che, attraverso i suoi artifici, crea la possibilità di godere di un momento di pura pausa.

 

Ecco perché, in una delle sequenze più note e belle costruite da Joachim Trier all'interno dell'opera, il mondo si ferma e permette alla protagonista di fare indisturbata ciò che desidera, di sfuggire al suo stesso esilio dell'anima, concedendole anche la possibilità di sbagliare prima di giungere al compimento della sua vita.

 

Di fare tutto ciò con convinzione, come una liberazione.

 

 

[La corsa di Julie in una Oslo completamente ferma è già una delle immagini più iconiche della filmografia di Joachim Trier]

 

 

All'interno dell'apparentemente rigida divisione in 12 capitoli con tanto di prologo ed epilogo, l'opera ribolle di tutti i temi che hanno caratterizzato la carriera di Joachim Trier, stemperati dal perfetto bilanciamento tra levità d'animo e maturità di analisi:

 

 

"Ho desiderato a lungo di fare un film sull'amore, che però andasse un po' più in profondità delle normali storie d'amore che vediamo sullo schermo, in cui tutto è così semplice e netto, mentre i sentimenti sono così mirabilmente non ambigui. 

 

Volevo fare un film che guardasse seriamente alle difficoltà di incontrare qualcuno mentre stai facendo fatica a comprendere che direzione dare alla tua stessa vita.

Che si soffermasse su quanto irresolute e insicure possano diventare anche le persone solitamente più sicure di sè quando si innamorano.

Che mostrasse quanto sia complicato, anche per i romantici, quando si ottiene davvero quel che si è a lungo sognato." 

 

Per il quinto film dell'autore norvegese le ispirazioni principali sono chiaramente Io e Annie e Cleo dalle 5 alle 7, per la prospettiva di una protagonista spontaneamente naïve, per l'importanza strutturale del montaggio e della divisione in parti, oltre che per il profondo affetto dell'autore nei confronti delle situazioni portate in scena.

 

La messa in scena trova la sua pienezza espressiva districandosi tra i soliti inserti extradiegetici e sublimando gli eccellenti lavori dei suoi collaboratori, ivi incluso Kasper Tuxen, direttore della fotografia che alla sua prima collaborazione con Joachim Trier lascia il segno grazie ad alcune sequenze memorabili.

 

Nell'ultimo capitolo della Trilogia, Oslo trova un ritratto perfettamente bilanciato: ciò che matura negli interni sboccia sempre in esterni, trova sfogo nell'intima apertura della capitale norvegese.

 

 

[La sequenza del viaggio lisergico di Julie è un'altro momento altissimo dell'inventiva condivisa di Joachim Trier e Kasper Tuxen]

 

 

La grandezza della pellicola viene riconosciuta in maniera pressoché unanime e immediata, portando all'inserimento della stessa in numerose classifiche sulle migliori opere del 2021 - inclusa quella dell'ex Presidente degli USA Barak Obama - e spingendo addirittura un gigante come Paul Thomas Anderson a dichiarare che:

 

"'La persona peggiore del mondo' è il miglior film del mondo."

 

Il film è stato candidato come Miglior Film in Lingua non Inglese ai BAFTA; per la sua prova totalizzante Renate Reinsve ha vinto il Prix d'interprétation féminine al Festival di Cannes, oltre a essersi guadagnata delle nomination ai BAFTA e agli European Film Awards. 

 

Joachim Trier ed Eskil Vogt hanno ottenuto per la loro sceneggiatura la candidatura agli European Film Awards e ai Premi Oscar, che vedono l'opera in cinquina anche nella categoria del Miglior Film Internazionale, così permettendo alla Norvegia di tornare dopo 10 anni nel prestigioso novero dei paesi nominati al principale premio statunitense. 

 

Se l'interpretazione della protagonista nei panni di Julie è assolutamente centrale per la riuscita dell'opera, essendo presente in quasi ogni frame della stessa, anche il personaggio di Aksel interpretato da Anders Danielsen Lie risulta perfettamente interconnesso con le due precedenti parti della Trilogia di Oslo.

 

 

[Con Julie e Anders, Joachim Trier ci mette dinanzi a un confronto generazionale e a una domanda: esiste davvero il più grande amore della nostra vita?]

 

 

Dopo aver incarnato le prospettive di una gioventù al bivio nel primo capitolo ed essere stato la personificazione del fallimento di un certo mondo nel secondo, nella chiusura del cerchio il suo personaggio doveva rapportarsi non solo con successo, malattia e fallimento, ma anche con una generazione immediatamente successiva.

 

Dev'esser stata questa volontà di chiudere il cerchio a indurlo, poco prima di iniziare le riprese, a confessare a Joachim Trier di voler compiere "la miglior prova recitativa della sua carriera".

 

Non è un caso che il suo Axel non riesca a tenersi del tutto lontano da alcuni atteggiamenti di cattivo gusto che la società sta correttamente cercando di eliminare: battute misantrope tra le sue vignette, mancata accettazione della fine di una relazione e polemiche sessiste in televisione dovute a imperfezioni comunicative già palesate dai protagonisti di Reprise, ad esempio.

 

Il personaggio viene filtrato dall'ottica generazionale e femminile di Julie: pur di assecondare finalmente questo sguardo peculiare, Danielsen Lie si è del tutto messo a nudo.

 

Seguendo le orme del suo idolo Denis Lavant, l'attore norvegese si è spogliato fino a concedersi una scena di nudità frontale fondamentale - nelle intenzioni condivise con Joachim Trier - per lasciarci entrare a pieno nelle prospettive della protagonista, rifuggendo l'ottica prettamente maschile a cui le relazioni cinematografiche risultano vincolate.

 

In qualche modo Aksel rappresenta contemporaneamente il superamento di un certo modo di stare al mondo e l'animo più puro e buono della sua generazione: Joachim Trier, di fatto, decide di mettere ancora una volta Anders Danielsen Lie a confronto con le sfaccettature del dolore.

 

Se in Oslo, 31. august questo straordinario attore - a suo dire ispirato dalla visione de La passione di Giovanna d'arco - fornì una pura prova di method acting che arrivò a sconvolgere i presenti sul set, che faticavano a riconoscerlo, ne La persona peggiore del mondo il suo personaggio deve tirare le fila di un'esistenza tanto privilegiata quanto costellata di sofferenze.

 

[Joachim Trier ha definito Mia Hansen-Løve come la sua sorella francese: la loro alchimia emerge tutta in questa doppia intervista]

 

 

“Credo che Joachim Trier senta che la complessità sia un bene: più ce n'è, meglio è. 

La maggior parte delle volte, con altri registi, non credo sia una buona idea puntare all'ambivalenza.

Ma con lui funziona!" 

 

Partendo da questa prospettiva la prova fornita dall'attore preferito del regista è, ancora una volta, impressionante. 

 

Eppure non era un momento facile della sua vita professionale: non molti sanno che, malgrado abbia iniziato a recitare bambino in Herman di Erik Gustavson e sia stato incanalato da Joachim Trier verso il pieno successo a soli 26 anni con Reprise, questo straordinario interprete ha fatto una scelta di pura dedizione. 

 

Anders Danielsen Lie è, infatti, anche un medico di base che nel corso della pandemia ha lavorato come consulente nei centri COVID-19.

 

Nel corso dello stesso anno, inoltre, è anche riuscito a girare Sull'isola di Bergman di Mia Hansen-Løve, una regista così vicina alla sensibilità artistica di Joachim Trier da aver selezionato il suo attore-feticcio in un ruolo chiave del suo ultimo film.

 

Si tratta di una scelta pienamente incoraggiata dallo stesso Joachim Trier, che si è sempre presentato come il primo sostenitore degli altri lavori dei suoi storici collaboratori: primo tra tutti del suo migliore amico Eskil Vogt, che persegue parallelamente una carriera autonoma di regista e sceneggiatore.

 

 

[Joachim Trier sulla doppia carriera di Anders Danielsen Lie: "Si tratta di curiosità e umanesimo in entrambi i casi. Si prende davvero cura dei suoi personaggi, tanto quanto dei suoi pazienti"]

 

 

A ben vedere, anche lo stesso Joachim Trier è sempre immerso in un gran numero di esperienze diverse.

 

Elementi che, in qualche modo, riesce sempre a inserire con profitto nelle sue opere. 

Che sia questo il segreto dell'alchimia creata con i suoi collaboratori?

 

Creare uno spazio comune fondato sull'amore per il Cinema ma, al contempo, tenere viva quell'apertura alle esperienze della vita, portare avanti le proprie passioni individuali, assecondare sempre le varie inclinazioni e predilezioni.

 

Come ha anche affermato Eskil Vogt in un'intervista

"Credo sia uno dei suoi grandi talenti registici: fa sentire i suoi collaboratori coinvolti al punto di far loro percepire il film come una loro opera.

 

Credo sia così stabile che non si fa problemi a ricevere input dagli altri.

 

Non lo spaventa assolutamente, anzi, lui incoraggia questo modo di lavorare." 

 

[Nel pantheon dei suoi riferimenti Joachim Trier ha trovato modo di soffermarsi su Eden di Mia Hansen-Løve, un film capace di commuovere lo spirito notturno del regista e dei suoi amici disc jockey]

 

 

In fondo, cos'è la crescita se non una forma di esilio fatta di ossimori, riflessioni esistenziali e di rifrazioni della nostra stessa memoria?

 

In questo percorso individuale, però, c'è bisogno di condivisione verso il prossimo, di permettere a un filo di luce di filtrare, di lasciarsi contaminare da uno sguardo collettivo.

 

Ecco perché quasi nessun cineasta riesce a comprendere le sfaccettature dei passaggi generazionali come riesce a fare Joachim Trier.

 

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