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Stand by Me e altri 8 grandi adattamenti da Stephen King

Stephen King è da sempre fonte inesauribile di opere cinematografiche: scopriamo le migliori a partire da Stand by Me  

A cosa pensate quando riflettete sull'impatto di Stephen King sul mondo del Cinema? Io penso a Stand by Me - Ricordo di un'estate. 

 

Non perché sia il più bel film tratto dalle sue opere o perché sia la riduzione cinematografica del più importante dei suoi racconti. 


Al contrario, perché penso che contenga in nuce tutti gli elementi della sua poetica e che si posizioni esattamente al centro dell'epoca d'oro degli adattamenti di quello che viene, a volte con una vena troppo semplicistica, definito il re del brivido.

 

 

[Stephen King in Creepshow di George A. Romero, suo grande amico e regista cimentatosi due volte con adattamenti delle sue opere]

 

Secondo la mia opinione, infatti, i migliori adattamenti di Stephen King sono tutti condensati tra il 1976 e il 1999.

 

Sin dai primissimi anni della sua carriera, lo scrittore del Maine è stato adattato da grandissimi autori, capaci di produrre delle opere indimenticabili, ricevendo gradualmente una quantità di riduzioni cinematografiche e televisive a dir poco roboante. 

 

Pensate che nel solo 2025 sono stati prodotti tre film (The Monkey, The Long Walk e The Running Man) e una serie (The Institute); nello stesso anno è arrivato da noi anche The Life of Chuck.

Viviamo in una condizione perenne per cui siamo sempre a qualche mese dal prossimo adattamento delle opere di uno scrittore che, tra i contemporanei, è senz'altro il più amato dai produttori.

Negli anni ci sono addirittura registi che si sono specializzati negli adattamenti dei suoi lavori: dagli amici Mick Garris e George A. Romero al recentissimo Mike Flanagan, passando per Frank Darabont e Rob Reiner. 

 

Quest'ultimo nome ci permette di tornare a parlare di Stand by Me: nell'ampio numero di opere adattate dalla produzione letteraria di Stephen King, in mia opinione il film del 1986 del regista che il pubblico avrebbe definitivamente imparato ad amare per Harry, ti presento Sally... è la chiave di volta ideale per accedere alla sua poetica, senza necessariamente passare attraverso le sfumature orrorifiche delle sue storie, quelle che l'hanno reso famoso ma al contempo ne hanno un po' incasellato la considerazione nell'immaginario collettivo. 

 

In Stand by Me la vertigine orrorifica derivante dal ritrovamento di un cadavere o dalla paura per un treno che sembra inseguire i personaggi sono solo gocce nere in un fiume torrenziale di esperienze giovanili.

 

Riti di passaggio non obbligati, ma essenziali per la comprensione del mondo da parte dei suoi personaggi. 

 

 

[A quarant'anni dalla sua prima uscita Stand by Me ha ricevuto una nuova distribuzione cinematografica]

 

 

Tratto dal racconto Il corpo, parte dell'antologia Stagioni diverse, Stand by Me condensa in meno di 90 minuti tutto il talento di Rob Reiner nel raccontare storie delicate entrando a contatto con gli spettatori e tutta la capacità di raccontare la provincia di un'America sconfinata, in cui personaggi marginali superano la propria apparente irrilevanza attraverso rapporti saldi e avventure fantastiche.

 

I giovani Gordie, Chris, Teddy e Vern nell'estate del 1959 - la più bella della loro vita - cercano di diventare eroi ma, in realtà, vivono i primi giorni della loro vita adulta.

La vera ricchezza di quei giorni vissuti dai protagonisti dell'opera è il ricordo stesso della loro esperienza.

 

A quarant'anni dalla sua uscita, Stand by Me conserva tutta la sua forza serafica.

Anzi, forse il tempo passato e la patina della tristezza per le tragiche fini di River Phoenix prima e di Rob Reiner poi hanno contribuito a elevarne il ricordo, rendendolo uno di quei film a cui diventa impossibile non collegare le proprie sensazioni personali, che si sedimentano dolcemente sulle immagini di un'opera già perfettamente riuscita al momento della sua produzione. 

 

Chi, osservando il Gordie adulto interpretato da Richard Dreyfuss, non ha avuto l'impressione di scorgere un alter ego dello stesso Stephen King?

Un piccolo statunitense che trova nella scrittura la sua capacità di superare la dimensione provinciale che sembrava essergli assegnata, di rendere epici gli uomini comuni e i loro rapporti.

 

Se volete avere idea di come siano fatti i personaggi di Stephen King filtrati dalle lenti del Cinema non potete che partire da Stand by Me.

 

 

[Quella tra Stephen King e il Cinema è una lunghissima storia (anche) d'amore]

 

 

Per voi che sentite il bisogno di immergervi più a fondo nelle migliori opere tratte da questo prolifico scrittore, ho preparato una selezione degli 8 migliori adattamenti cinematografici dei suoi film. 

 

Se non avete grande affinità con Stephen King, alla fine di questa carrellata potreste comprendere più a fondo tutti i suoi soprannomi legati al macabro.

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Posizione 8

Carrie - Lo sguardo di Satana 

Brian De Palma, 1976

 

Partiamo con l'opera che ha dato il via a tutto.

 

Il primo contatto tra Stephen King e il Cinema è stato affidato a un gigante della Settima Arte come Brian De Palma.

Difficilmente il Maestro del brivido avrebbe potuto giovare di una scelta più azzeccata, pur non essendo stato preso in considerazione in fase creativa.

 

Carrie - adattamento dell'omonimo romanzo, anch'esso il primo a essere pubblicato per lo scrittore - è forse l'opera che per prima è riuscita a catturare le potenzialità di trasposizione cinematografica dei lavori di King, arrivando anche a segnalarsi come il primo film horror a raggiungere delle nomination ai Premi Oscar (per Sissy Spacek e Piper Laurie), complice un successo di pubblico eccezionale: quasi 34 milioni di dollari di incassi a fronte di un budget di meno di 2.

 

La storia la conoscete tutti: Carrie è un'adolescente che vive una vita soverchiata dal disagio.

Da un lato è avulsa dalle logiche sociali dei propri compagni, che arrivano a bullizzarla, dall'altro patisce l'oppressione della convivenza casalinga con una madre ipercattolica.

Il segreto del suo personaggio sono però dei poteri sovrannaturali per cui sviluppa un terribile senso di colpa. 

 

I due estremi della scrittura di Stephen King, vita quotidiana e picchi di terrore, sono enfatizzati dalla regia leggendaria di Brian De Palma, che conducendoci al climax finale dell'opera gira alcune delle sequenze più virtuose e impattanti della Storia dell'horror. 

Dire qualcosa qualcosa che non sia stato detto su Carrie è impossibile: senza il magnifico lavoro di De Palma, sublimato dall'interpretazione di Sissy Spacek e dalla colonna sonora da antologia di Pino Donaggio, probabilmente non saremmo neanche qui a raccontarvi della storia d'amore tra le storie dello scrittore del Maine e la Settima Arte.

 

Se volete scoprire tante altre curiosità su un'opera senza tempo, abbiamo dedicato a Carrie un'intera Top 8.

 

Decisamente meno fortuna l'hanno avuta i successivi adattamenti e i sequel dell'opera, che di certo non possono essere inclusi in una classifica sui migliori adattamenti di King. 

 

Posizione 7

Le notti di Salem

Tobe Hooper, 1979

 

Ma come, non avevamo detto adattamenti cinematografici?

 

Le notti di Salem è in effetti il titolo cinematografico (del tutto omonimo rispetto al romanzo di riferimento) della versione accorciata a 112 minuti (arrivata originariamente nei nostri cinema) de Gli ultimi giorni di Salem.

Quest'ultima rappresenta la prima incursione di Stephen King sul piccolo schermo: s dirigerla un maestro come Tobe Hooper, che solo qualche anno prima aveva rivoluzionato il mondo dell'horror con Non aprite quella porta.

 

Seppur una versione ridotta di un'opera di 184 minuti, Le notti di Salem non può che entrare nel novero dei migliori adattamenti di King.

Non un dato scontato, considerando quanto il romanzo - il secondo - di King fosse ambito come soggetto e quanto difficile sia stato trovare uno sceneggiatore (Paul Monash) capace di adattare efficacemente il materiale di partenza.

Un materiale che è stato ispiratore di ben tre opere successive (due film e una serie TV): di questa folta schiera, però, il lavoro di Hooper rimane senz'altro il più significativo.

 

L'opera racconta di narra la progressiva discesa nella follia di un'apparentemente innocua cittadina, Jerusalem's Lot, che Stephen King ha situato nel suo nativo Maine.

Ancora una volta un piccolo centro e gente apparentemente comune: qui gli spettatori fanno la conoscenza con un elemento ricorrente dei racconti di Stephen King: protagonista dell'opera è infatti uno scrittore, Ben Mears.

Stavolta, però, il male con cui i personaggi entrano in contatto ha una forma vampiresca. 

 

Hooper maneggia con grande sapienza i tempi e le sensazioni più cupe di un racconto che si alimenta del malessere che è in grado di costruire negli spettatori: neanche i più grandi della letteratura hanno avuto la fortuna di veder diretto le prime due opere della loro bibliografia da due assoluti giganti del Cinema

 

Con la prossima posizione, poi, quest'ultimo concetto è stato espanso oltre ogni limite.

 

Posizione 6

Shining 

Stanley Kubrick, 1980 

 

Se già per Carrie ritenevo di avere poco da dire, su Shining questo concetto si trova ampliato all'inverosimile: stiamo parlando di uno dei film più importanti della Storia del Cinema.

 

La storia è di quelle da mandare a memoria: Jack Torrance, aspirante scrittore, riceve un'offerta di lavoro come guardiano in un hotel sperduto tra le montagne del Colorado, l'Overlook Hotel, nel quale si trasferisce per tutto l'inverno con la moglie Wendy e il figlio Danny.

Quest'ultimo sembra essere dotato di un sinistro potere soprannaturale: la luccicanza.

Tra inquietanti presenze, una nevrosi crescente e alcune delle scene più iconiche di sempre, Stanley Kubrick adatta a modo totalmente suo l'omonimo romanzo, firmando un capolavoro che Stephen King ha letteralmente odiato.


"Una splendida Cadillac senza motore", così la definì lo scrittore del Maine, scandalizzato dalle radicali modifiche ai personaggi, alle fonti dell'orrore rappresentato nel film e al finale.

 

Per la prima volta nella sua carriera King si è scontrato con le prospettive di un autore capace di deformare il suo soggetto e adattarlo a una visione personale, sublimata da un rapporto viscerale con il medium di riferimento. 

Lo Shining di Stanley Kubrick è Cinema purissimo ed è un peccato che Stephen King non sia stato in grado di entrare nella prospettiva adatta a comprendere che il lavoro del regista ha sublimato anche il suo scritto.

Una prospettiva simile, purtroppo, il re del brivido non l'ha mai assunta, trovandosi sempre più spesso ad apprezzare al contrario opere cinematografiche e televisive decisamente meno incisive e rilevanti.

 

Se volete scoprire tutte le altre curiosità su questa pietra miliare della Settima Arte, potete spulciare una Top 8 dedicata ai segreti del film di Kubrick.

Se, invece, vi interrogate ancora sul suo straordinario finale, abbiamo l'articolo che fa per voi

 

D'altronde, che Shining fosse uno dei nostri film preferiti non è un mistero: non a caso è finito molto in alto nella nostra Top 8 sui migliori film degli anni '80, con buona pace di Stephen King. 

 

Posizione 5

Christine - La macchina infernale 

John Carpenter, 1983

 

Nel 1983 il successo di Stephen King è talmente dirompente da portare all'uscita quasi contemporanea di un romanzo, Christine - La macchina infernale e del suo film omonimo, diretto non da un regista qualunque ma da un John Carpenter reduce da alcuni dei suoi film più belli di sempre: Halloween1997: Fuga da New York e La cosa.

 

Il film, dopo un preambolo nella Detroit del 1957, racconta una storia ambientata nel 1978, nella provincia californiana: protagonista è il giovane e imbranato Arnie Cunningham che compra una Plymouth stregata e ne viene gradualmente corrotto. 

 

Tornano ancora gli anni '50, propedeutici a raccontare una storia di provincia con personaggi ai margini; gli ingredienti delle storie di King ormai li conoscete.

 

La commistione tra il materiale di partenza e la poetica carpenteriana appare del tutto naturale: pur senza raggiungere le vette tecniche e orrorifiche dei migliori film della carriera di Carpenter, l'opera si posiziona perfettamente nell'alveo delle tematiche più aggressive e politiche del suo Cinema. 

 

Christine altro non è che un attacco al crescente edonismo di quegli anni, una critica agli status symbol e agli oggetti che sembrano sostituire in maniera sempre più marcata i sentimenti.

 

Non a caso il rapporto tra Arnie e la sua Plymouth sembra essere intralciato dai rapporti umani più stretti del giovane: quello con il suo migliore amico Dennis e quello con la sua ragazza Leigh.

 

Il film è da annoverare senza alcun dubbio tra le migliori opere tratte da un libro di King, ma non è l'unica opera tratta da un romanzo di King diretta da un grande autore cinematografico nel 1983.

 

Posizione 4

La zona morta 

David Cronenberg, 1983 

 

Stesso anno, altro grande autore.

 

Nel 1983 il romanzo La zona morta del 1979 - divenuto anche una serie TV tra il 2002 e il 2007 - venne adattato dal maestro del body horror David Cronenberg in uno dei suoi film più apertamente in dialogo con il mainstream.

 

Prodotto da Dino De Laurentiis e sceneggiato da Jeffrey Boam, il racconto al centro di film e romanzo è ispirato alla vita del sensitivo Peter Hurkos.

Cronenberg, da sempre reticente a dirigere film che non abbia sceneggiato direttamente, ha anche dichiarato che non avrebbe mai chiamato un suo personaggio Johnny Smith ma, alla fine, il nome del protagonista è rimasto lo stesso del romanzo. 

 

L'uomo al centro del racconto, interpretato da uno straordinario Christopher Walken, rimane in coma per cinque anni a seguito di un incidente stradale.

Al risveglio scopre che la sua compagna ha sposato un altro uomo: la sua vita non sarà mai più la stessa, anche perché scopre di aver sviluppato dei poteri extrasensoriali.

 

Un giorno stringe la mano al candidato senatore Greg Stilson e la sua visione ne sconvolge la vita constringendolo a interrogarsi sul suo ruolo nella società.

 

L'opera si allontana dalle solite mutazioni fisiche da sempre rappresentate da Cronenberg, ma lavora su quanto profondo sia il cambiamento interiore di un personaggio la cui vita è sconvolta dall'ingresso di poteri soprannaturali e nuove consapevolezze.

L'equilibrio trovato dal regista canadese tra melodramma e thriller è del tutto mirabile: anche King è rimasto fortemente colpito dal risultato, malgrado la sua scelta principale per il ruolo di Johnny fosse Bill Murray.

 

Sarebbe stato un film completamente diverso, ma alla fine ci è andata bene: le intuizioni cinematografiche di King sono a volte del tutto bizzarre.

 

Posizione 3

Misery non deve morire

Rob Reiner, 1990

 

Dopo l'exploit degli splendidi film degli anni '80, Stephen King trova la sua consacrazione anche agli Academy Awards grazie a Misery non deve morire diretto dal solito, bravissimo, Rob Reiner su riduzione di William Goldman del romanzo Misery, scritto nel 1987 da Stephen King.

 

L'interpretazione di Kathy Bates dell'apparentemente premurosa Annie Wilkes divenne infatti nel 1991 la prima interpretazione appartenente a un film dichiaramente horror a venire premiata con l'Oscar per la Migliore Attrice Protagonista.

Il suo duetto di bravura con James Caan, interprete del romanziere di Paul Sheldon, è di quelli che non si dimenticano. 

 

La storia non è adatta agli spettatori più claustrofobici: lo scrittore un giorno è vittima di un incidente davanti alla casa di Annie Wilkes, che decide di soccorrerlo direttamente in casa propria.

Scopriamo ben presto che Wilkes è una grande fan di Sheldon e man mano che la convalescenza prosegue vuole assolutamente convincerlo a non uccidere il personaggio di Misery Chastain, la cui fine coinciderebbe con la conclusione della serie di romanzi di cui la sua soccorritrice è "la fan numero uno". 

 

Chiuso in casa, Sheldon scopre ben presto l'orrore asfissiante di convivere con una donna molto più inquietante di quanto apparisse inizialmente.

 

Il messaggiio sulla libertà poetica e sul rapporto complesso tra artisti e fan emerge con forza, senza lasciare per strada la tensione e i colpi di scena che non devono mai mancare in un grande adattamento di King.

Anche il Maestro del brivido trovò il lavoro di Reiner uno dei migliori adattamenti dai suoi lavori, malgrado la piega decisamente meno macabra e truculenta di alcuni eventi trasposti nel film.

 

Stavolta la rinuncia all'eccesso ha però pagato tutti i suoi dividendi.

 

Posizione 2

Le ali della libertà 

Frank Darabont, 1994

 

Per anni Le ali della libertà è stato definito sul web come uno dei film più sottovalutati di sempre e questa nomea gli ha permesso di scalare tutte le classifiche di gradimento al punto di diventare uno dei film più amati dal pubblico occidentale. 

 

Qualcuno tra gli estimatori del film potrebbe però aver perso di vista un dato assolutamente fondamentale: l'opera è tratta dal racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, edito nell'antologia Stagioni diverse, di cui vi abbiamo già parlato in questa rassegna. 

 

La storia dell'adattamento del film è a dir poco magnifica: Darabont e King erano buoni amici dal 1983, anno dell'adattamento di Woman in the Room.

Lo scrittore vendette al regista i diritti per adattare il racconto per appena 5000 dollari, senza però mai incassare l'assegno.

Anni dopo aver incorniciato l'assegno lo restituì a Darabont accompagnato da un bigliettino che diceva: "nel caso in cui avessi bisogno di pagare una cauzione"

Nacque così un cult ora amatissimo, che pure inizialmente si presentò ai botteghini come un flop totale. 

 

Stavolta la trama dell'opera è molto meno esile di altre occasioni: nello stato del Maine nel 1947 il vice-direttore di una banca di Portland, Andy Dufresne (Tim Robbins), viene condannato a due ergastoli per gli omicidi della moglie e del suo amante, benché si proclami innocente.

Viene rinchiuso nel carcere di Shawshank, dove ben presto scopre la corruzione delle guardie e del direttore Samuel Norton (Bob Gunton), oltre alla violenza degli altri detenuti capitanati da Bogs Diamond (Mark Rolston).  

 

Nelle difficoltà che è costretto ad affrontare una sola luce si fa pian piano spazio nella sua vita: il suo rapporto con Ellis Boyd Redding, interpretato da un eccezionale Morgan Freeman.

La storia della loro redenzione assoluta è tra le più coinvolgenti tra quelle raccontate dal Cinema statunitense degli anni '90. 

 

Nel 1999 lo stesso Frank Darabont ha adattato con buon successo anche un altro romanzo di King, Il miglio verde, che è diventato immortale grazie alla strepitosa prova di Michael Clarke Duncan nei panni di John Coffey. 

 

Posizione 1

L'allievo 

Bryan Singer, 1998

 

Immaginate di essere reduci dal successo mondiale de I soliti sospetti; potete fare qualsiasi cosa e sul vostro tavolo arriva addirittura la sceneggiatura di un certo The Truman Show: cosa scegliereste?

 

Con la prospettiva di oggi, può sembrare assurdo aver rifiutato il film poi diretto da Peter Weir, ma nel 1998 la possibilità di adattare uno dei racconti più complessi di Stephen King rappresentava per un giovane regista come Bryan Singer un'opportunità del tutto irrinunciabile, nella quale tuffarsi completamente malgrado la convinzione che il risultato critico e di pubblico di un'opera così controversa non avrebbe mai potuto essere tonante come avvenuto ad alcuni dei suoi predecessori. 

 

Ecco come si arriva all'adattamento del terzo racconto da Stagioni diverse di cui vi parlo in questo approfondimento.

 

Il racconto di riferimento è Un ragazzo sveglio (in originale Apt Pupil - Summer of corruption), che funge da base per un'opera tra le meno note (e più personali) del regista: il film racconta del rapporto tra il sedicenne Todd Bowden e un suo anziano concittadino Arthur Denker. 

 

L'adolescente ha scoperto che Denker è in realtà Kurt Dussander, ex militante delle SS, che il giovane ricatta facendosi raccontare storie inquietanti e atroci suglie eventi della Seconda Guerra Mondiale.

Il rapporto morboso tra i due produrrà però effetti devastanti sulla piccola comunità alla quale appartengono.

 

Il compianto Brad Renfro e un sempre eccezionale Ian McKellen sono i due protagonisti di un film su cui Singer riesce a delineare con efficacia la fascinazione del male.

 

Il risultato è un film assolutamente imprescindibile per cogliere le sfumature della poetica di King che, seppur inevitabilmente privata dei suoi apici più violenti e controversi, impatta con grande efficacia con la Settima Arte.

 



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