close

NUOVO LIVELLO

COMPLIMENTI !

nuovo livello

Hai raggiunto il livello:

livello

#CineFacts. Curiosità, recensioni, news sul cinema e serie tv

#top8

Gli 8 film che abbiamo amato al Far East Film Festival 28

Siamo stati alla 28ª edizione del più grande festival europeo dedicato al Cinema asiatico: tutti i premi, le star e i nostri consigli

La 28ª edizione del Far East Film Festival si è appena conclusa e noi già ne vorremmo di più.

 

Anche quest'anno Udine si è trasformata nella capitale europea del Cinema dell'Estremo Oriente, e se la qualità della proposta cinematografica è sempre la stessa, tra blockbuster e Cinema d'autore, tra classici restaurati e futuri cult, il salto di qualità si è verificato nella presenza degli ospiti, forse mai di caratura così alta. 

 

Basti pensare che il Far East Film Festival 2026 è iniziato con il Gelso d'oro alla carriera a Kōji Yakusho, indimenticabile interprete di film come Cure e Il terzo omicidio, che gli è stato consegnato da niente di meno che Wim Wenders, il regista tedesco che lo ha diretto nel celebrato Perfect Days, e si è chiuso con altri due premi alla carriera: alla diva del Cinema cinese Fan Bingbing, bravissima e irriconoscibile in Mother Bhumi di Chong Keat Aun, e al regista e coreografo (di Matrix e Kill Bill, giusto per fare due nomi) Yuen Woo-Ping, che a 81 anni ha presentato a Udine il suo ultimo epico wuxia, Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert.

 

 

[Il trailer di Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert, film di chiusura del 28° Far East Film Festival e 30° film da regista di Yuen Woo-Ping]

 

 

9 giorni, 76 film, 12 Paesi rappresentati: i numeri del Far East Film Festival sono tra i più impressionanti d'Europa, a testimonianza di un lavoro instancabile che, nonostante i ripetuti successi e le numerose sfide, non si "accomoda" mai, puntando sempre ad alzare l'asticella. 

 

Il Far East Film Festival (o più affettuosamente FEFF per i 70.000 appassionati che si sono radunati nelle sale del Teatro Nuovo Giovanni da Udine e del Cinema Visionario) ha nuovamente animato la città di Udine a base di numerosi eventi e, soprattutto, tanto grande Cinema, che ha visto anche quest'anno il pubblico e le giurie premiare i propri film preferiti. 

 

Tra le grandi novità di questa edizione c'è stata l'apertura del concorso al Cinema documentario con The Seoul Guardians, incredibile resoconto dei drammatici e concitati momenti che hanno seguito la proclamazione della legge marziale in Corea del Sud da parte dell'allora presidente Yoon Suk-yeol, e l'incremento dei film di animazione, in competizione con ben tre lungometraggi: il giapponese The Last Blossom, il taiwanese A Mighty Adventure e l'hongkonghese Another World.

 

 

[Wim Wenders consegna il Gelso d'oro alla carriera a Kōji Yakusho al Far East Film Festival 2026 - Photo © 2026 Alice BL Durigatto]

 

 

Il premio del pubblico della 28ª edizione del Far East Film Festival è stato assegnato al giapponese Fujiko di Taichi Kimura, storia di resistenza e resilienza femminile accolta da un'autentica standing ovation, mentre al secondo posto si è classificato proprio The Seoul Guardians, diretto dai giornalisti Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Cho Chul-young.

 

Terza posizione affollata, con quattro film dalla stessa media voto: Blades of the Guardians di Yuen Woo-Ping, My Name di Chung Ji-young, Tunnels: Sun in the Dark, acclamato dramma bellico vietnamita che si è aggiudicato anche il premio per la migliore sceneggiatura, e The King's Warden di Jang Hang-jun, presente a Udine con l'istrionico protagonista Yoo Hae-jin.

 

Fujiko e The Seoul Guardians si sono anche aggiudicati ex aequo il Black Dragon Audience Award, mentre il premio per la migliore opera prima è andato all'hongkonghese Unidentified Murder di Kwok Ka-hei e Jack Lee, commedia low budget a tema fantascientifico costantemente inventiva e originale. 

Chiude il palmares del Far East Film Festival 2026 il premio del pubblico di MYmovies.it a 5 Centimeters per Second, remake live action dell'acclamato anime di Makoto Shinkai.

 

Abbiamo visto per voi 27 titoli in concorso al Far East Film Festival 2026 e, nello stile di CineFacts, ve ne consigliamo 8: buona lettura e vi diamo appuntamento dal 23 aprile al 1° maggio 2027 per la ventinovesima edizione!

___

 

CineFacts segue tantissimi festival, dal più piccolo al più grande, dal più istituzionale al più strano, per parlarvi sempre di nuovi film da scoprire, perché amiamo il Cinema in ogni sua forma: poteva forse mancare il Far East Film Festival 2026? Ovviamente no! 

Vuoi sostenerci in questa battaglia a difesa della Settima Arte? Entra a far parte di chi ci sostiene e ci aiuta a migliorare ogni giorno, rimanendo indipendenti e senza padroni!

 



Posizione 8

Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert 

di Yuen Woo-ping (Cina/Hong Kong)

 

Yuen Woo-ping, classe 1945, è l'uomo che ha insegnato a Neo a schivare i proiettili, alla Sposa a brandire una katana e ai guerrieri de La tigre e il dragone a fluttuare tra i bambù: senza di lui, buona parte del Cinema d'azione contemporaneo non avrebbe oggi il suo vocabolario. 

 

 

Più che un coreografo: un Maestro e un'icona dell'industria cinematografica di Hong Kong.

 

Yuen Woo-Ping è però anche un prolifico regista e, con Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert, firma la sua trentesima regia con un'ennesima epica wuxia, gettando un ponte spirituale con i grandi classici degli anni '80 e '90 e mettendo in dialogo le nuove grandi produzioni cinesi con l'inventiva del Cinema di Hong Kong.

 

 

Tratto dal manhua Biao Ren di Xu Xianzhe, Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert segue una carovana di guerrieri attraverso un deserto che richiama la Storia del western occidentale, da Ombre rosse alle epiche di Sergio Leone.

 

Azione mozzafiato, intrighi e tradimenti, ma soprattutto tanti combattimenti a colpi di spada che confermano che Yuen, a ottantuno anni, non ha perso un colpo. 

 

Posizione 7

Tokyo Taxi 

di Yoji Yamada (Giappone)

 

A proposito di Maestri che non perdono un colpo: Yoji Yamada, alla veneranda età di 94 anni, non sembra proprio volersi fermare.

 

Il suo Tokyo Taxi, remake del francese Une belle course, lo vede riunirsi alla collaboratrice di sempre, Chieko Baisho, per un film che affronta la memoria di una donna e i cambiamenti di un Giappone che sembra votato all'oblio.

 

Con mano leggera e ben dosato sentimentalismo, il fidato autista Yamada guida lo spettatore tra le strade di una Tokyo sempre mutevole, dove i traumi del passato si fondono con le sfide del presente, tratteggiando il coraggio di una donna che non si vuole piegare allo status quo, pagandone il prezzo ma riemergendone sempre con carattere e fierezza.

 

Il legame tra il tassista, interpretato da Takuya Kimura, e Chieko Baisho appare autentico e sincero, e Yamada guarda alla vecchiaia con il tatto che può venire solo dal Paese che ha dato i natali al Maestro dei Maestri: Yasujirō Ozu.

 

In Tokyo Taxi quello che dovrebbe essere un trasferimento di un paio d'ore, impersonale come la compostezza giapponese insegna, si dilata in una giornata intera di deviazioni, soste e ricordi.

 

Un piccolo promemoria di cosa può fare il Cinema quando ha il coraggio di prendersi il suo tempo. 

 

Posizione 6

Fujiko 

di Taichi Kimura (Giappone)

 

Il Gelso d'oro di questa edizione del Far East Film Festival viene dal Giappone ed è firmato da Taichi Kimura, autore finora soprattutto di video musicali e campagne pubblicitarie. 

Le fiammate di dinamismo tipiche del linguaggio del videoclip sono parte di ciò che rende Fujiko un film unico e amato dal pubblico.

Il resto? Tanto cuore e un'eroina come se ne vedono raramente al Cinema. 

 

Ambientato nella Shizuoka degli anni '70 e '80, e ispirato direttamente alla biografia della madre del regista, Fujiko racconta la parabola di una giovane madre single (Yuki Katayama, che regala forse l'interpretazione più memorabile dell'intero festival) che dopo aver subito la sottrazione della figlia da parte della famiglia del marito decide di riprendersela e di crescerla da sola, contro tutto e contro tutti. 

Kimura racconta il dramma sociale e familiare come la sua protagonista affronta la vita: di getto e di impulso, sempre senza compromessi. Katayama supera una sfida più dura dell'altra, e viene costantemente invitata ad arrendersi, ad accettare passivamente la propria condizione di donna in Giappone, di madre e di casalinga, emergendo sempre vincitrice, in barba a tutto e a tutti, anche quando il coraggio si scontra con la razionalità. 

Un film da vedere e ascoltare, con una colonna sonora rock che vede coinvolti Daiki Tsuneta dei King Gnu e Popal Daoud Akira dei Kikagaku Moyo.

Squarci di determinazione sulla tela uniforme del conformismo, slanci di fantasia contro ogni regola.

 

Un film prezioso.

 

Posizione 5

Jet Lag in Summer

di Yan Kunao (Cina)

 

Che belli questi esordi indipendenti, capaci di ottenere il massimo con il minimo!

Una chiara idea di racconto e una buona dose di sensibilità sono gli elementi caratterizzanti di Jet Lag in Summer, opera prima del cinese Yan Kunao, che non si limita a dirigere ma interpreta, scrive, produce e monta un film che parla in maniera autentica della diaspora dei giovani cinesi all'estero.

 

Yan parte dalla propria storia di studente espatriato negli Stati Uniti e impossibilitato al rientro in Cina per la chiusura delle frontiere in seguito alla pandemia di COVID-19, per raccontare la vicenda di Jiaqi e Pingu - lei aspirante scenografa e costumista, lui regista esordiente - due giovani cinesi "sperduti" a New York. 

 

Quando Jiaqi accetta un'opportunità di lavoro in patria e tenta di rientrare, l'annuncio improvviso del lockdown la blocca a Los Angeles, in un limbo geografico, emotivo e identitario.

 

Pingu è l'evidente alter ego di Yan, e tutto il film si configura come un confronto tra possibilità e sliding doors, sottolineato da due incontri che testano le scelte dei protagonisti e mettono in discussione le fondamenta stesse della loro relazione.

 

Girato con un budget esiguo e una troupe corale che si scambia continuamente i ruoli davanti e dietro la macchina da presa, Jet Lag in Summer cita il grande Cinema - da Hong Sang-soo a Edward Yang, da Aki Kaurismäki a Hou Hsiao-Hsien - senza mai imitarlo e, anzi, mettendoci anche in guardia da situazioni imbarazzanti come rimanere da soli a bere con un aspirante regista cinefilo: insopportabile.

 

Posizione 4

Suzuki=Bakudan 

di Akira Nagai (Giappone)

 

C'è qualcosa di affascinante nelle bombe.

Non sono una semplice arma, sono destituzione dell'ordine sociale e morale su larga scala.

 

Qualsiasi film parli di esplosioni e atti terroristici sta implicitamente parlando di politica e Suzuki=Bakudan non fa eccezione.

Ancora meglio: è un grandissimo thriller che non fa mai pesare i suoi 136 minuti di durata. 

 

Un senzatetto ubriaco (un eccezionale Jiro Sato), fermato dalla polizia per aver danneggiato un distributore automatico, dichiara durante l'interrogatorio di possedere una sorta di sesto senso che gli permette di prevedere posizione e orario di alcune bombe disseminate per Tokyo.

Da quel momento in poi Akira Nagai alterna con maestria l'asfissia della sala interrogatori al respiro della polvere dei detriti, togliendo costantemente il tappeto da sotto i piedi dello spettatore.

 

Sotto la confezione di un thriller senza esclusione di colpi si cela una critica netta ai pregiudizi e alle ipocrisie della società giapponese contemporanea.

Il successo al box office in Giappone certifica la bontà di un'operazione che lega con maestria tutte le sue anime, per poi farle deflagrare.

 

Menzione d'onore per il Suzuki di Jiro Sato: caotico, provocatorio, sgradevole e ipnotico, il deus ex machina è una sorta di controcanto istrionico del quietamente luciferino Mamiya (Masato Hagiwara), indimenticabile antagonista di Cure di Kiyoshi Kurosawa. 

 

Posizione 3

Filipiñana 

di Rafael Manuel (Filippine)

 

Già apprezzato al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, Filipiñana di Rafael Manuel è tanto formalmente audace quanto politicamente coraggioso. 

 

Tutto si svolge in una giornata e in un solo luogo: l'Alabang Country Club, nei pressi di Manila.

 

Isabel è una diciassettenne tee-girl (Jorrybell Agoto) che lavora al campo da golf piazzando le palline per i soci; quando si trova a dover restituire una mazza dimenticata al presidente del club, il dottor Palanca, si apre una crepa nelle superfici levigatissime che la circondano: dietro alla manutenzione perfetta dei prati, alle uniformi del personale, alla discrezione austera dell'élite filippina, c'è una violenza antica e una storia di soprusi. 

 

Ideale matrimonio tropicale tra la satira esplicita di Ruben Östlund e l'acume apocalittico di J.G. Ballard, già dal titolo Filipiñana mette in chiaro le intenzioni: dissezionare col Cinema il colonialismo che ha messo in ginocchio un Paese.

 

Nel vasto country club del film, una sorta di inferno abbellito con i codici di una ricchezza più imitata che effettivamente raggiunta, in pochi giocano e in moltissimi servono.

 

La struttura ipnotica e multisensoriale chiede al pubblico pazienza, ma ricompensa con una delle botte più memorabili del Cinema degli ultimi anni. 

 

Posizione 2

The Seoul Guardians 

di Cho Chul-young, Kim Jong-woo, Kim Shin-wan (Corea del Sud)

 

Per la prima volta in 28 anni di storia, il Far East Film Festival ha aperto la sezione competitiva a un documentario. 

Una scelta che affronta il presente, invece di rifuggirlo: The Seoul Guardians non è solo il racconto di un evento epocale per la storia recente sudcoreana, è il ricordo della potenza di un Cinema impegnato, capace prima di filmare e poi di assemblare in una forma che si fa sia opera d'arte che documento storico. 

 

I tre registi sono tutti giornalisti del programma PD Notebook della rete sudcoreana MBC e, come il resto della popolazione, alle 22:27 del 3 dicembre 2024 sentono in diretta televisiva il presidente Yoon Suk-yeol dichiarare la legge marziale in Corea del Sud.

Kim Jong-woo afferra la sua videocamera e si dirige verso l'Assemblea Nazionale, raggiunto dai colleghi.

Da quel momento, e per le sei ore successive, le loro camere registrano in tempo reale l'assurdità del Potere e il coraggio della popolazione, che forma una vera e propria barriera umana per impedire ai soldati di "scortare" i parlamentari fuori dall'aula prima che possano scongiurare il colpo di Stato. 

Sei ore di girato diventano 72 minuti di tensione ininterrotta, per un documentario che regala più emozioni di un thriller; i registi scelgono di mettere in dialogo le immagini dell'Assemblea con quelle del massacro di Gwangju del 1980, un trauma che non può essere dimenticato perché, come insegna la voce narrante, "è compito dei morti guidare le azioni dei vivi".

 

Cinema, giornalismo e coraggio: un film importante che ci mette di fronte agli imminenti pericoli del presente senza anestetizzare, ma risvegliando, chiamando alla Resistenza.

 

Posizione 1

We're Nothing at All 

di Herman Yau (Hong Kong)

 

In cima alla nostra Top 8 dal Far East Film Festival troviamo il film più nero, disperato e intransigente di questa edizione, e non è una sorpresa che a tirare i fili sia un autore come Herman Yau.

Con We're Nothing at All, Yau torna alle origini del proprio Cinema disturbante, in cui confronta ipocrisia e cattiveria autofinanziandosi e firmando il primo lungometraggio della sua The Plan Company. 

 

Anche qui si parte da un attentato, da un gesto di rottura. 

Il giorno di San Valentino un autobus a due piani esplode in pieno giorno, lasciando diciassette morti, resti carbonizzati e un mistero da risolvere per l'esperto forense in pensione Patrick Tam.

Attraverso una serie di flashback scopriamo che a innescare la bomba sono stati Fai e Ike (le popstar Anson Kong e Ansonbean - un colpo di casting geniale), giovane coppia gay schiacciata da un sistema sociale che non sembra lasciare loro alcuno spiraglio. 

Yau si basa su un fatto di cronaca avvenuto a Wuhan nel 1998 e lo trasferisce a Hong Kong, spingendo il limite della provocazione a livelli che ricordano i suoi film Cat. III (l'exploitation hongkonghese).

L'esperto e prolifico regista firma un'opera che a Hong Kong è sempre più difficile vedere - almeno se non ti chiami Soi Cheang - e lo fa con il coraggio e la necessità di chi è pronto a tutto per mettere in scena la propria visione senza compromessi.

We're Nothing at All è una visione sporca e difficile, che confronta in continuazione: ma se si è disposti ad accettare il guanto di sfida, è possibile anche commuoversi, trovando attimi di inaspettata bellezza tra resti bruciati e vite spezzate già da prima della loro fine.

 

P.S.: avete già letto la nostra intervista a Herman Yau e Anson Kong? 

 



Chi lo ha scritto

TI POTREBBERO INTERESSARE ANCHE

Lascia un commento



close

LIVELLO

NOME LIVELLO

livello
  • Ecco cosa puoi fare:
  • levelCommentare gli articoli
  • levelScegliere un'immagine per il tuo profilo
  • levelMettere "like" alle recensioni