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8 casi in cui la musica classica ha cambiato il Cinema

Quando i classici della musica trasformano il significato delle immagini

La musica di tradizione colta, che per esigenze di sintesi definiremo “musica classica” utilizzando una dicitura imprecisa ma universalmente accettata, ha sempre accompagnato il Cinema fin dai suoi albori.

 

Ai tempi del Cinema muto, infatti, si utilizzavano adattamenti per pianoforte o piccoli ensemble di brani di musica classica principalmente allo scopo di coprire i rumori del proiettore, ma ben presto ci si rese conto di come l’effetto emotivo del film uscisse potenziato dal connubio con la musica e si adottò una cura particolare nella scelta dei brani di accompagnamento. 

 

Nacquero così le Kinothek: comode antologie di brani pronte all’uso per gli esecutori, adattabili a tutte le situazioni narrative e a tutte le emozioni umane.

 

Sebbene in seguito siamo passati alla composizione di brani originali ad hoc, la musica classica non è mai scomparsa dal Cinema, assolvendo a una funzione specifica e insostituibile. 

Questa, infatti, non si limita ad accompagnare o commentare le immagini in movimento ma, portando in scena il suo bagaglio di storia e significato, conduce a una vera e propria risignificazione semantica dell’opera cinematografica.

 

Per restringere il campo all’interno di una miriade di esempi di grande fascino, ho selezionato 8 casi, più e meno noti, in cui la musica classica si presenta in forma diegetica, ovvero quando proviene da una fonte interna alla scena ed è quindi udibile anche dai personaggi del film.

 

Attraverso l’analisi di alcuni casi esemplari esplorerò l'uso del repertorio colto sul grande schermo, offrendo anche lo spunto per riscoprire opere cinematografiche notevoli.

___  

 

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Posizione 8

Arancia meccanica

di Stanley Kubrick, 1971 

 

"Non è giusto che io abbia la nausea quando sento il dolce dolce Ludovico Van". 

 

 

Parlando di classici non posso esimermi dall’iniziare questa rassegna con Arancia meccanica, pietra miliare del Cinema. 

 

La colonna sonora si presenta come una compilation in cui le note solenni di Henry Purcell (Music for the Funeral of Queen Mary) affiancano le Ouverture di Gioacchino Rossini (tratte da La gazza ladra e dal Guglielmo Tell) e le marce di Edward Elgar (Pomp and Circumstance March n. 1).

 

Tutti i brani sono rielaborati da Wendy Carlos e spesso utilizzati in funzione di contrappunto per creare un effetto di contrasto ironico, secondo un espediente molto utilizzato da Kubrick. 

 

La compositrice all’epoca del film era reduce dal successo mondiale di Switched-on Bach (1968), raccolta di brani del compositore tedesco eseguiti tramite il sintetizzatore Moog. 

 

Similmente, per questa colonna sonora, Carlos reinventa i classici della musica filtrando la tradizione attraverso un’estetica futurista che rimane un unicum e riscrivendo la Storia della colonna sonora.

 

In questo contesto il ruolo di L.V. Beethoven va ben oltre la semplice citazione, costituendo il motore stesso dell’azione, rappresentando la forza vitale che scatena e accompagna il delirio di onnipotenza del protagonista del film Alex DeLarge (Malcolm McDowell).

 

Il compositore diventa un vero e proprio personaggio invisibile, la cui presenza si concretizza attraverso le sue musiche, riprodotte dai supporti fisici nella camera del protagonista o intonati a voce, come nella scena al Korova Milk Bar. 

 

Ne ripropongo la celeberrima scena in cui Alex, dopo la cattura da parte della polizia, viene sottoposto al trattamento Ludovico, una metodo di rieducazione in cui LInno alla gioia (tratto dalla Sinfonia n. 9 dell'autore tedesco) passa da oggetto di culto estetico a strumento di condizionamento e di tortura psicologica. 

 

Qui la scena in questione.

 

Posizione 7

Django Unchained

di Quentin Tarantino, 2012

 

"Scusate signorina, la volete smettere di suonare Beethoven!?"

 

 

A volte la musica classica ha la capacità di enfatizzare un aspetto agendo per contrasto. 

Ne è un esempio la scena di Django Unchained in cui l'infame Calvin Candie (Leonardo DiCaprio), che nulla ha di candido, sigla l'accordo di vendita di Broomhilda, moglie di Django. 

 

Mentre l'orrore della mercificazione umana si realizza una musicista esegue all'arpa la celebre Per Elisa di L.V. Beethoven

Il contrasto tra la violenza dell’atto e il suono elegante dell’arpa mette a nudo l’essenza di un’umanità apparentemente civilizzata, ma in realtà capace della peggiore barbarie.

 

Beethoven viene qui interpretato in modo anacronistico, filtrato attraverso la sensibilità contemporanea.

 

La sua musica fatta di tensioni e di un’espressività considerata eccessiva per la sua epoca, non viene proposta come l’opera del musicista visionario e audace che è stato ma, sedimentata e assimilata ormai nel substrato culturale condiviso, incarna proprio quei salotti borghesi e raffinati che un tempo scandalizzava e diventa emblema della sofisticata civiltà occidentale. 

La scelta di Per Elisa non sembra dunque dettata da ragioni che vadano oltre la sua straordinaria notorietà e l’immediata riconoscibilità, elementi che la rendono particolarmente adatta a questo scopo.

 

Con gesto repentino il Dottor Schultz interrompe la musicista, tradendo il nervosismo causato dalla delicatezza di un momento in cui la liberazione di Broomhilda si regge su un fragile equilibrio.

 

Tuttavia il suo gesto assume una valenza ulteriore, smascherando l’ipocrisia su cui si regge quel mondo.

 

Qui la scena in questione.

 

Posizione 6

Il pianista

di Roman Polanski, 2002       

 

"- Cosa fai qui? Di cosa vivi? 

- Io sono…ero un pianista. 

- Un pianista… e allora suona!" 

 

Il protagonista de Il pianista Władysław Szpilman (Adrien Brody) è un ebreo costretto a vivere nascondendosi dopo essere scampato al massacro del ghetto di Varsavia e alla deportazione dei superstiti. 

È celebre la scena in cui Szpilman, nascosto in una casa sventrata dai bombardamenti, si ritrova faccia a faccia con l’ufficiale della Wehrmacht Wilm Hosenfeld (Thomas Kretschmann).  

Quest’ultimo, con volto imperscrutabile, gli impone di suonare un vecchio pianoforte rimasto in quella casa e Szpilman ubbidisce eseguendo la Ballata n. 1 in Sol minore, Op. 23 di Frédéric Chopin. Il pezzo scelto non sembra casuale: l’incipit procede quasi a tentoni “come una poesia che inizi con parole isolate” scrive Michel Chion (Music in Cinema, Columbia University Press, New York, 2021, p. 27), quasi si trattasse di un abbozzo. 

Al termine del brano l’ufficiale prosegue con le domande come se nulla fosse.  

 

Secondo la riflessione di Chion, la musica classica in questo lungometraggio rappresenterebbe l’indifferenza dell’universo al destino dell’uomo. 

Essa, infatti, resta impassibile, perfetta, intatta e sempre uguale a se stessa, sia che risuoni durante un bombardamento, con un ufficiale tedesco alle spalle che decide del tuo destino sia in una sala da concerto gremita di persone elegantemente vestite.

Eppure, mi verrebbe da obiettare che nella narrazione cinematografica è proprio dopo averlo sentito suonare che Hosenfeld decide di aiutare Szpilman, fornendogli cibo fino all'arrivo dei russi e alla conseguente fine della guerra.  

È la musica, infatti, che rende evidente l’ovvia verità dimenticata in quegli anni oscuri (e sempre a rischio di essere dimenticata): che quell’ufficiale distinto e quel pianista ridotto a uno stato ferino sono entrambi esseri umani.

Anni dopo, nella realtà storica, Szpilman aprirà il suo primo concerto pubblico dopo la liberazione in onore a Hosenfeld con lo stesso brano suonato davanti a quell’unico ufficiale tedesco della storia dichiarato “Giusto tra le nazioni”, grazie alla tenace testimonianza dello stesso pianista e della sua famiglia.

 

Si scoprirà, infatti, che da tempo l’ufficiale aveva preso le distanze dalle derive ideologiche di Hitler e, mosso dalla sua profonda fede, aiutava nel silenzio ebrei e membri della resistenza polacca, come testimoniano le lettere alla moglie raccolte nel libro Cerco di salvarli tutti (disponibile solo in lingua originale).

 

Qui la scena in questione.

 

Posizione 5

Misery non deve morire

di Rob Reiner, 1990

 

"Io sono la tua ammiratrice numero uno".

 

 

Nel celebre film di Rob Reiner, Annie Wilkes (Kathy Bathes) tiene prigioniero il malcapitato scrittore Paul Sheldon (James Caan), rimasto ferito dopo un brutto incidente d’auto durante una tempesta di neve.

 

Annie lo assiste durante la convalescenza, in attesa che le strade tornino agibili, ma ben presto rivela il suo morboso interesse, costringendo lo scrittore a rivedere secondo i suoi desideri il finale del suo romanzo preferito.

 

Nella scena che vi propongo Annie dimostra tutta la sua lucida follia spezzando le caviglie di Paul per impedirne i tentativi di fuga.

 

In sottofondo la radio trasmette la Sonata per pianoforte n. 14 in Do diesis minore di L.V. Beethoven, più comunemente nota come Sonata al chiaro di luna, eseguita da Liberace

 

La dolcezza dell’arpeggio al pianoforte contrasta grottescamente con la violenza estrema della scena.

Utilizzando un effetto anempatico, la musica qui si mostra totalmente indifferente al contesto emotivo, amplificandone paradossalmente l'effetto disturbante. 

 

Tuttavia c’è anche qualcosa nella calma inesorabilità con cui il brano si sviluppa che richiama da vicino la gelida determinazione della donna e la drammatica inarrestabilità con cui persegue il suo scopo.

 

Qui la scena in questione.

 

Posizione 4

Foglie al vento

di Ari Kaurismäki, 2023

 

"Ho sognato che camminavamo insieme verso l'ufficio matrimoni". 

 

 

In Foglie al vento il regista Ari Kaurismäki racconta con stile essenziale la storia di due solitudini che si incontrano nella fredda Helsinki: quella di Ansa (Alma Pöysti), una commessa mite e gentile, e quella di Holappa (Jussi Vatanen), un operaio con il vizio dell’alcol.

 

Il loro strano legame prende forma tra il cinema Ritz, dove si danno il primo appuntamento dimenticando poi di dirsi i rispettivi nomi, la casa semplice e ordinata di Hansa e il pub in cui siedono fianco a fianco, sotto gli occhi delle star di Hollywood stagliate sulle locandine che punteggiano i loro incontri.

Tra silenzi, emozioni trattenute e malintesi fiorisce una tenerezza raccontata dallo sguardo ironicamente distaccato del regista.

 

Questo piccolo gioiello nordico, che è anche un personale omaggio al Cinema da parte del regista, è costellato dei più svariati interventi musicali: dal Concerto n. 2 di Sergej Rachmaninoff per pianoforte e orchestra, tributo evidente a Breve incontro (1945) di David Lean, alle Maustetytöt, duo indie finlandese che si esibisce nel pub con (l’impronunciabile) Syntynyt suruun ja puettu pettymyksin (Nata nel dolore e vestita di delusione).

 

E ancora da Les feuilles mortes di Joseph Kosma ripreso dalla colonna sonora del film Mentre Parigi dorme (1946) di Marcel Carné, alla Sinfonia n. 6 Patetica di P.I. Tchaikovsky, omaggio ad Anna Karenina (1997) di Bernard Rose. 

Nella scena in cui i due personaggi si incontrano per la prima volta al pub, un avventore si esibisce al karaoke nel lied Ständchen (Serenata) di Franz Schubert, su testo poetico di Ludwig Rellstab.

Quello dei lieder (letteralmente: canzoni), è stato un genere coltivato quasi quotidianamente dal musicista che nella sua breve esistenza ne ha composti circa 600, rinnovando un genere che affonda le sue radici nella tradizione tedesca.

 

L’intreccio romantico di voce e pianoforte accompagna il dialogo muto e incerto degli sguardi di Ansa e Holappa, evocando la celebre scena di Barry Lyndon in cui il protagonista conquista la nobile Lady Lyndon durante una partita di carte: anche lì le note di Schubert (sebbene in quel caso si trattasse del Trio op. 100) commentano la silenziosa e calcolata strategia seduttiva messa in atto dal protagonista.

 

Qui la scena del karaoke.

 

Posizione 3

La chimera

di Alice Rohrwacher, 2023

 

"Ci sono cose che non sono fatte per gli occhi umani".

 

 

Ne La chimera il protagonista Arthur (John O’Connor) è un archeologo inglese che vive in un borgo rurale tra Lazio e Toscana. 

Arthur ha il dono particolare di “sentire” il vuoto e questa capacità lo porta a far parte di in un gruppo di tombaroli dediti al saccheggio delle necropoli etrusche di cui pullula il terreno della zona, per appropriarsi di preziosi reperti da immettere nel mercato clandestino.

 

Tuttavia Arthur è “in questo mondo ma non di questo mondo”.

Tutto in lui evidenzia la sua estraneità: il suo accento, i suoi logori abiti bianchi, la capanna dove vive, addossata alle mura come un avamposto tra due universi.

Il suo atteggiamento posato contrasta con la vitalità semplice e un po’ rozza dei suoi compagni, ma soprattutto ciò che lo distingue è la sua malinconia, quella consapevolezza di "non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena" (Giacomo Leopardi, Zibaldone, 12 febbraio 1821).

 

Il suo cuore, infatti, è abitato dalla nostalgia e dal richiamo dell’amata venuta a mancare in circostanze che non vengono chiarite.

È in questo contesto che, nel silenzio che caratterizza la colonna sonora di questo film, compaiono di tanto in tanto brani d’opera tratti dal Prologo dell’Orfeo di Claudio Monteverdi. 

Attraverso le note e le parole dell’opera, Arthur appare come una reincarnazione del personaggio mitologico il cui amore sventurato non si arrese nemmeno di fronte alla morte.

 

L'attività di Arthur con i tombaroli non è mossa dall’avidità, ma dall’indomabile desiderio di trovare un passaggio verso l’aldilà e strappare l’amata al freddo abbraccio dell’Averno, riscrivendo il finale del mito.

 

E chissà se ci riuscirà. 

 

Posizione 2

Il cacciatore

di Michael Cimino, 1978

 

"Un colpo solo, un colpo solo!". 

 

 

Ci sono casi in cui la musica classica segna l’irruzione di una dimensione altra nel tessuto narrativo, sospendendo l’azione e creando come un fermo immagine. 

 

Ne è un esempio Il cacciatore, celebre opera di Michael Cimino e vertice della New Hollywood, che racconta l’amicizia di un gruppo di giovani di origine russa negli Stati Uniti, emblema di una generazione travolta dall’inferno del Vietnam. 

 

In un film che si distingue per la brutalità e il crudo realismo, quel Notturno op. 15 n. 3 di Fryderyk Chopin suonato da John (George Dzundza) sul pianoforte scordato di un bar a fine serata, crea come una lacerazione dolorosa.

 

La malinconica solennità di quelle note tronca il goliardico vociare dei giovani e l’azione, che è essenza stessa del Cinema, cede il posto a una dimensione “anticinematografica” di assoluta contemplazione.

 

Nella lunga sequenza in cui i sorrisi si spengono e tutti rimangono immobili ad ascoltare, sembra calare su di loro la tragica intuizione che la spensieratezza di quella serata è perduta e il destino sta per irrompere nella loro inconsapevole quotidianità.

 

Qui la scena in questione.

 

Posizione 1

Le ali della libertà

di Frank Darabont, 1994

 

"Ancora oggi non so cosa dicessero quelle due donne che cantavano e a dire la verità non lo voglio sapere. Ci sono cose che non devono essere spiegate".

 

 

Andy Dufresne (Tim Robbins) è un banchiere accusato dell'omicidio della moglie e del suo amante, ed è condannato a scontare l’ergastolo a Shawshank, un istituto di massima sicurezza in cui dominano abusi e violenze sistemiche.

 

Nella celebre scena in cui Andy si barrica nell’ufficio del direttore trasmettendo l’aria tratta da Le nozze di Figaro di W.A. Mozart agli altoparlanti del cortile, il tempo sembra fermarsi mentre tutti i carcerati ammutoliscono.

 

Il suono di quelle voci è così bello che "fa quasi male al cuore", dice la voce narrante di Red (Morgan Freeman), co-protagonista accanto a Andy. 

 

Quelle voci erano "come un uccello meraviglioso che vola via dalla grande gabbia in cui eravamo" e "per un brevissimo istante tutti gli uomini di Shawshank si sentirono liberi"

 

La scena in cui le guardie infuriano rabbiose contro la porta da cui provengono le due voci femminili è un simbolo potente della natura intrinsecamente sovversiva dell'arte, da sempre la minaccia più pericolosa per ogni forma di potere.

 

A questo serve la bellezza: a ricordare che "c'è qualcosa dentro di te che nessuno può toccare né toglierti". 

 

Qui la scena in questione.

 



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