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#top8

Gli 8 migliori film del 2025 secondo la redazione di CineFacts.it

Ecco quali sono i migliori film usciti quest'anno secondo noi! 

Come ogni anno è periodo di bilanci e, guardando ai film che abbiamo visto in sala in questo 2025, bisogna ammettere che è stato davvero un anno di Grande Cinema: ma quali sono gli 8 migliori film di questo 2025? 

 

Ce lo siamo chiesti in redazione e ci siamo accorti votando che gli esclusi eccellenti sono stati tanti, con un grande numero di autori hollywoodiani (e dintorni) che non sono entrati nella nostra Top 8 magari per un paio di voti; fuori da questa classifica vanno dunque citati obbligatoriamente il Frankenstein di Guillermo del Toro e il Nosferatu di Robert Eggers - che hanno aperto e chiuso l'anno con due rivisitazioni di classiconi dell'horror - Bugonia di Yorgos Lanthimos e Mickey 17 di Bong Joon-ho - entrambi accolti con meno entusiasmo del previsto.

 

Fuori anche Eddington di Ari Aster e The Shrouds di David Cronenberg, due film che prendono una posizione netta e che di conseguenza sono risultati divisivi. 

 

[Il primo degli esclusi dalla nostra Top 8 2025 è Queer, di Luca Guadagnino]

 

 

Esclusi di poco dalla Top 8 anche Queer di Luca Guadagnino, Pomeriggi di solitudine di Albert Serra e La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania. 

 

Strano anno per i voti, dato che riteniamo questo 2025 uno dei migliori anni per il genere horror nonché uno dei migliori per il Cinema italiano, ma di entrambe le "categorie" solo un film è riuscito a entrare nella nostra classifica finale: poca gloria quindi purtroppo per i più che meritevoli Bring Her Back e La valle dei sorrisi, per Weapons e La città proibita, per 28 anni dopo e Orfeo

 

Ma se Top 8 deve essere, che Top 8 sia. 

 

Se ci seguite da qualche anno noterete anche voi quanto abbiamo notato noi, non senza sorpresa: l'autore che quest'anno è arrivato al 1° posto è lo stesso che salì sul nostro gradino più alto del podio anche nel 2018 e nel 2022. 

 

In poche parole, quando quell'uomo dirige un film per noi diventa il Miglior Film dell'Anno: dite che sarà così anche per il prossimo? 

 

[Fuori dalla Top 8, ma non dal cuore: La voce di Hind Rajab è comunque uno dei film più importanti di questo 2025]

 

 

Prima di iniziare con la classifica, che in quanto tale sappiamo perfettamente sia passibile di critica e di disaccordo, ecco come ci si è arrivati: ogni membr* della redazione che ha voluto partecipare alla stesura ha scelto i propri 10 titoli dell'anno e li ha classificati.

 

Le discriminanti erano queste:

- Il film doveva essere stato distribuito in Italia tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2025

- Faceva fede solo l’uscita in sala, quindi abbiamo evitato di considerare i film usciti esclusivamente su piattaforma streaming e quelli visti a eventuali festival, anteprime stampa e anteprime online.

 

Ne è uscito un totale di 50 film e si è scelto di assegnare un punteggio da 10 a 1, dalla prima posizione all'ultima, per poi giungere agli 8 di questa classifica.

 

Per correttezza e trasparenza, nonché per la vostra eventuale curiosità, ecco le classifiche delle redattrici e dei redattori che hanno partecipato al voto.

 

Alice Rosa

Una battaglia dopo l’altra

Frankenstein

I peccatori

Bring her Back

Mickey 17

Springsteen - Liberami dal nulla

After the Hunt - Dopo la caccia

F1 - Il film

Heretic

Nosferatu

 

Elena Bonaccorso

Queer

Le città di pianura

Kneecap

Wicked - Parte 2

La valle dei sorrisi

La voce di Hind Rajab

Frankenstein

I peccatori

Bugonia

Un film fatto per Bene

 

Emanuele Antolini

Una battaglia dopo l'altra

The Shrouds

Pomeriggi di solitudine

L'uomo nel bosco

Here

After the Hunt - Dopo la caccia

The Brutalist

Scomode verità

Father Mother Sister Brother

A House of Dynamite

 

Eris Celentano

Una battaglia dopo l'altra

Bird

Un semplice incidente

Il seme del fico sacro

A Different Man

L'anno nuovo che non arriva

Generazione romantica

Dreams

I peccatori

Pomeriggi di solitudine

 

Francesca Nobili

Una battaglia dopo l'altra

The Brutalist

Nosferatu

Un semplice incidente

Die My Love

Alpha

Frankenstein

Dreams

Le città di pianura

L'ultimo turno

 

Giulia Berillo

Bugonia

After the Hunt - Dopo la caccia

Una battaglia dopo l'altra

September 5 - La diretta che cambiò la storia

La voce di Hind Rajab

Better Man

A complete unknown

No Other Land

Anemone

La città proibita

 

Jacopo Gramegna

Una battaglia dopo l'altra

The Brutalist

Bird

Il seme del fico sacro

Pomeriggi di solitudine

Un semplice incidente

Giovani madri

Generazione romantica

Dreams

La voce di Hind Rajab

 

Marco Lovisato

Bird

Le città di pianura

Una battaglia dopo l'altra

A Different Man

Queer

The Brutalist

Alpha

Kneecap

La voce di Hind Rajab

Orfeo

 

Matteo Vergani

I peccatori

Una battaglia dopo l’altra

Eddington

Il seme del fico sacro

Weapons

Mickey 17

L’ultimo turno

Black Bag - Doppio gioco

The Ugly Stepsister

A Big Bold Beautiful Journey

 

Teo Youssoufian

Una battaglia dopo l’altra

Bird

Die My Love

I peccatori

Alpha

Emilia Pérez

The Brutalist

Better Man

Black Bag - Doppio gioco

Orfeo

____

 

Non potete immaginare quale livello di stress portino in redazione le Top 8 di fine anno: è ormai per noi il mese peggiore di tutti, quando partono i recuperi per poter vedere il più possibile e non restare indietro!

Se volete conoscerci un po' meglio, parlare con noi in chat, ottenere contenuti esclusivi e al contempo supportare il nostro progetto... date un'occhiata a Gli Amici di CineFacts.it e diventate nostri sostenitori!



Posizione 8

After the Hunt - Dopo la caccia

di Luca Guadagnino

 

L'ultimo film di Luca Guadagnino è forse il film più lucido nel descrivere l’ipocrisia contemporanea di certe categorie sociali (siamo nell’università di Yale) verso le istanze delle nuove generazioni.

 

Il titolo, d’altronde, invece è già di per sé rivelatorio di uno sguardo primitivo che da sempre appartiene alla natura umana. 

 

Si ritorna, dunque, all’homo homini lupus dove a vestire i panni della preda è una posizione di prestigio nell’ambiente accademico.

Uno status che rappresenta un ruolo di potere.

 

Non basta lo studio, però, serve anche saper dire le cose giuste, mostrarsi compiacenti verso chi detiene il capitale: per esempio la figlia di chi ha finanziato metà campus, ma che platealmente sta copiando la tesi di dottorato. 

 

Nel suo girare una sorta di rifacimento di Eva contro Eva in epoca #Metoo Guadagnino dialoga con il clima paranoico odierno messo in scena da Ari Aster in Eddington e ripreso da Paul Thomas Anderson in Una battaglia dopo l’altra.

 

Se il collegamento con gli Stati Uniti di oggi fra questi ultimi due film è più esplicito, in After the Hunt il gioco è più sottile, ma ugualmente sanguinario.

Non ci sono morti fisiche in questo thriller pieno di personaggi sprezzanti che farebbero impallidire i redneck più conservatori, ma il genocidio di un pensiero filosofico usato alla stregua di un post su Instagram. 

 

La citazione non rappresenta più il mezzo per divulgare la propria conoscenza, ma per manifestare superiorità intellettuale.

Di conseguenza lo studio si riduce a gara con la competenza pronta a passare al fuoricampo. 

 

Il vittimismo diventa una virtù e il dolore non più una questione privata da rivelare con parsimonia, ma il mezzo per aprire porte che altrimenti sarebbero rimaste chiuse.

Non c’è più etica, ma rimane solo la tragedia.

 

Le lotte di classe ridotte a Bignami identitario: l’ascesa dell’estrema destra passa anche da qui. 

 

[a cura di Emanuele Antolini]

 

Posizione 7

Un semplice incidente

di Jafar Panahi

 

Ogni film di Jafar Panahi è un piccolo miracolo, nonché un atto criminale.

Almeno stando al regime iraniano che, più di una volta, ha condannato al carcere il più grande dei suoi autori: al momento Panahi è condannato a un anno di carcere "in assenza", oltre ad aver ricevuto il divieto di viaggiare all'estero.

 

Per questo motivo Un semplice incidente è stato girato clandestinamente, come tutti i film di Panahi dal 2011 a oggi, con una piccola troupe di affezionati collaboratori. 

Vincitore della Palma d'oro al 78° Festival di Cannes, Un semplice incidente è al contempo un appassionante thriller psicologico, un megafono per il dolore di migliaia di persone e famiglie la cui vita è stata segnata dall'incarcerazione e, sorprendentemente, una commedia nera, a confermare che l'urgenza di Cinema che muove l'animo dell'autore non è solo di natura politica, ma soprattutto il segno di un'incontrollabile e stratificata espressione artistica. 

 

Di ritorno a casa con la propria famiglia, una notte un uomo qualunque investe e uccide un cane randagio: da questa semplice premessa si dirama una serie di azioni e conseguenze che partono ben prima della vicenda narrata nel film. 

 

L'uomo viene riconosciuto dal meccanico addetto alla riparazione della sua auto come l'ufficiale dei servizi segreti che l'ha torturato nel carcere di Evin, prigione tristemente nota per le continue violazioni dei diritti umani, e che lo stesso Panahi ha frequentato suo malgrado nel 2023.

Vahid, il meccanico, decide così di sequestrare l'uomo con l'intenzione di seppellirlo nel deserto; prima di procedere, per fugare ogni dubbio, coinvolge nel suo piano la fotografa di matrimoni Shiva, la coppia di futuri sposi ai quali stava offrendo i propri servizi e Hamid, ex partner di Shiva. 

 

In Un semplice incidente la "banalità del male" si scontra con la difficoltà di scegliere tra giustizia e cieca vendetta.

Ne esce il ritratto di una società iraniana irrimediabilmente ferita da decenni di soprusi, dove ogni persona è, suo malgrado, la pedina di un gioco al quale nessuno ha scelto veramente di giocare.

 

Il suono della gamba prostetica dell'aguzzino, che è dunque il suono di una ferita, riecheggia da un passato sempre sull'orlo di ripresentarsi, fino a un presente in cui l'abbandono dei ruoli imposti dal Potere non basta a cancellare i solchi incisi nella psiche, sia personale che collettiva.

Solo un grande autore "criminale" come Panahi poteva trasformare uno stratagemma squisitamente hitchcockiano nell'espressione di un orrore cosmico e incancellabile. 

 

Quel cigolio diventa così un monito sulla perdita dell'umanità, che mai come oggi riecheggia e si stratifica dei fantasmi del passato e getta un'ombra minacciosa sul futuro.

 

[a cura di Marco Lovisato]

 

Posizione 6

Le città di pianura

di Francesco Sossai

 

Presentato in anteprima alla 78ª edizione del Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, Le città di pianura di Francesco Sossai è stato uno dei film italiani più apprezzati del 2025, acclamato da pubblico e critica.

 

Amici miei di Mario Monicelli incontra Un altro giro di Thomas Vinterberg: Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) sono due esodati che vivono alla giornata, alla ricerca continua dell’ultimo bicchiere.

Aspettano il ritorno dall’Argentina del vecchio amico Genio (Andrea Pennacchi) e nell’attesa, una sera a Venezia incontrano Giulio (Filippo Scotti), giovane studente napoletano di architettura.

 

Il disomogeneo trio parte per un viaggio scomposto attraverso la provincia veneta, la terra delle città di pianura, di infrastrutture che portano ovunque ma non arrivano da nessuna parte, dove tutto e tutti sono programmati per spostarsi continuamente e non fermarsi mai, come se il vagare continuo fosse uno scudo per non pensare alla mediocrità della vita.

Come il vagare di Carlobianchi e Doriano, che alla ricerca dell’ultimo bicchiere si spostano sempre verso il successivo come verso l’Ultima Thule, la fine dell’arcobaleno o il Sacro Graal.

 

“Nel profondo Veneto / Dove il cielo è limpido / Dove il sole come te è sempre pallido”, cantavano Le Luci Della Centrale Elettrica.

 

Le città di pianura è la storia di una dolce amicizia, di una profonda solidarietà, della ricerca di sé stessi anche quando ci si sente perduti, della malinconia di sentirsi piccoli anche a cinquant’anni avanzati, della rassegnazione di essere ormai troppo vecchi per crescere.

 

È un'agrodolce riflessione sul Veneto di oggi, sulla salute di un territorio piegatosi spesso a un’idea di progresso sprezzante delle conseguenze a lungo termine.

 

Le città di pianura è anche un delicato sguardo all’arte e all’architettura che spesso si nascondono nei luoghi più inaspettati.

Giulio porta Carlobianchi e Doriano a visitare la Tomba Brion, complesso funebre monumentale nei pressi di San Vito, in provincia di Treviso, progettato e realizzato dall’architetto Carlo Scarpa per i coniugi Brion e in cui Scarpa stesso è stato poi inumato.

 

La visita attraverso quel calcestruzzo artistico è la descrizione più pregnante della nascita, della morte e di ciò che ci sta in mezzo, che ci spinge ad andare avanti nonostante tutto, verso l’ultimo bicchiere.

 

“Non rimarrà più nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura e modi per spostarsi, ma nessun luogo dove andare”.

 

[a cura di Elena Bonaccorso]

 

Posizione 5

Il seme del fico sacro 

di Mohammad Rasoulof  

 

Così come la shakespeariana Danimarca, anche l’insidioso Iran degli ultimi tribolati tempi sembrerebbe covare parecchio marciume dentro e fuori dagli schermi. 

 

Ma il vero zozzo che il coraggioso Mohammad Rasoulof parrebbe realmente interessato a scuotere da sotto il persiano tappeto abita piuttosto fra le tese e soffocanti mura che, per ben 168 tesissimi minuti, ospiteranno la Tragedia di un uomo ridicolo.

Fosse per quel maschione alfa di Robert Aldrich parleremmo forse di Un bacio e una pistola. Anche se, in un clima permeato da un asciutto lanthimosiano distacco, l’equazione non potrà che ridursi alla misteriosa quanto potenzialmente problematica scomparsa del suo secondo esplosivo addendo. 

 

Se provassimo a chiedere al fido Daniele Ciprì lui ci direbbe senza alcun indugio che quasi certamente È stato il figlio.

Quando però i figli sono due, per giunta forti del doppio cromosoma X e vicini in parole, gesti e spirito a chi le manganellate non le appioppa  ma piuttosto se le vede elargite per le strade di una rivoltosa Teheran, diciamo pure che risalire al succo di un così intimo Ritratto di famiglia con sospetto non sarà certo una passeggiata a hijab scoperto.

 

William Friedkin ben sapeva che La paranoia è contagiosa. Ma quella che Rasoulof ha voluto qui captare e restituirci a proprio ennesimo rischio e pericolo finisce per acchiappare la sineddoche e rivoltarla come un calzino sporco; (ri)specchiando le storture di un intero popolo nell’incrinata superficie di una piastra di coltura abitata da una manciata di avvelenatissimi Parenti Serpenti

 

Un’opera coraggiosa, sfrontata e spietatamente lungimirante quanto sanno esserlo solo le grandi opere con la O, la P e le restanti lettere maiuscole.

Un’opera orgogliosamente clandestina quanto colui che, tra il minaccioso giogo della censura e le ormai familiari sbarre della guardiola, è riuscito miracolosamente a portarsela a casa o, per essere precisi, fuori dai propri malfidati confini nazionali. 

 

Un’opera, va detto e ripetuto, rivoluzionaria quanto le accorate insurrezioni che l'accompagnano nell’evocativo spazio del fuoricampo; grazie agli scampoli di materiale d’archivio impiegati alla stregua di un impietoso grimaldello attraverso il quale forzare e a tratti infrangere la tutt'altro che rassicurante Quarta Parete.

 

Rivoluzionaria, se non propriamente nella forma, certamente nel cuore pulsante di un contenuto che, come ben sanno compagni di cine-sventure quali Jafar Panhai e Mostafa Al-Ahmad, ha bisogno oggi più che mai di essere esportato e virulentemente diffuso in barba a qualsivoglia divieto o minaccia di lavori forzati.    

 

[a cura di Matteo Vergani]    

 

Posizione 4

I peccatori

di Ryan Coogler

 

Gangster movie, horror soprannaturale, musical blues, affresco storico, riflessione politica e culturale: ne I peccatori convivono tante cose che pulsano di sangue, musica e memoria.

 

La cosa straordinaria a mio avviso è che lo fanno organicamente, senza che nessuna delle componenti prevalga sull'altra, in quello che ritengo sia uno dei film più riusciti del 2025. 

 

Ambientato nel Mississippi degli anni '30, il film segue i gemelli Smoke e Stack, interpretati entrambi da uno straordinario Michael B. Jordan, criminali legati alla malavita di Chicago tornati a casa con il sogno di aprire un juke joint “per la loro gente”. 

 

Ryan Coogler costruisce inizialmente un solido dramma d’epoca, realistico e radicato nel contesto del periodo delle leggi Jim Crow, per poi innestare gradualmente l’elemento horror con vampiri, miti ancestrali e forze oscure che trasformano la notte in un assedio infernale. 

 

L’orrore diventa in fretta una metafora dell’appropriazione culturale, del consumo della musica nera da parte di chi ne rifiuta i creatori, della Storia che divora i corpi e le identità. 

 

Oltre alle straordinarie interpretazioni di tutto il cast dove al già citato Jordan vanno aggiunti i nomi di Jack O'Connell, Hailee Steinfeld, Delroy Lindo e del sorprendente debuttante Miles Caton, devo necessariamente parlare dell'aspetto visivo e sonoro dell'opera.

 

Visivamente, I peccatori è un’esperienza ipnotica. 

La fotografia in pellicola 65mm di Autumn Durald Arkapaw - già collaboratrice di Coogler in Black Panther: Wakanda Forever - scolpisce un Sud vivo e madido, sensuale e spettrale, dove la luce del sole e il buio della notte raccontano due anime opposte dello stesso mondo. 

 

Le immagini assieme alla musica rendono il film davvero unico: la colonna sonora di Ludwig Göransson fonde blues, gospel, ritmi africani e suggestioni moderne fino a diventare uno dei personaggi de I peccatori, capace di evocare passato, presente e futuro in un’unica, travolgente sinfonia soprattutto grazie a un piano scena che personalmente si può già archiviare nella Storia del Cinema, almeno di quello hollywoodiano.

 

Imperfezioni e ambizioni eccessive incluse, I peccatori è puro Cinema originale che osa, che rischia, che vuole dire qualcosa, un prodotto di intrattenimento che fa il suo dovere ma che non si limita a quello e che invece morde, graffia e che resta addosso. 

 

[a cura di Teo Youssoufian]

 

Posizione 3

The Brutalist

di Brady Corbet

 

Quanto si è disposti a sacrificare per sentirsi adeguati?

 

The Brutalist parla del sogno americano e del suo rovescio della medaglia, con l’audacia di chi il Cinema sa farlo.

Crudo, a tratti spietato, ma con preziosi attimi di delicatezza, quello di Brady Cobert è un film sul trauma e sul potere. 

 

Il trauma di chi è rimasto intrappolato tra un passato ingombrante e un presente a cui è difficile aderire e il potere di chi sa sguazzare nel capitalismo statunitense con eleganza. 

 

László Tóth (Adrien Brody) si delinea come la figura tragica per eccellenza: architetto disperato, ossessivo, con un sogno più grande di lui, capace di annientarlo.

Gli edifici che progetta, freddi e calcolati, si fanno metafora delle relazioni che stringe in una società che non lo accetta veramente. 

 

Eppure, i suoi palazzi sono l’unica cosa che resiste, l’unica cosa che, quando tutto è perduto, rimane intatta nel tempo.

Magra consolazione o atto di feroce rivincita? 

 

Siamo davanti a un film che, muovendosi in profondità, può essere guardato da diverse angolazioni e adattato a diversi tempi, a diverse storie, a diversi personaggi. 

 

In The Brutalist si legge tutto il talento del suo regista, che non ha placato la propria ambizione (e forse anche un po’ di arroganza) davanti ad un budget limitato.

 

Pellicola 70mm VistaVision, più di tre ore e mezza di durata, un intervallo di 15 minuti: una delle esperienze di visione più difficili da dimenticare di questo 2025.  

 

 

Corbet rischia tutto e il risultato è una storia imponente ma intima; sporca, ma esteticamente impeccabile.

 

[a cura di Francesca Nobili]

 

Posizione 2

Bird 

di Andrea Arnold

 

Bailey (Nykiya Adams) riprende con il cellulare gli uccelli in volo: è giovane ma già stanca, si limita ad osservare la natura, unico modo in cui sembra riuscire a distaccarsi dalla realtà giornaliera.

 

Vittima della noia di una cittadina al nord del Kent, Inghilterra, percorre la vita come una strada in cui non vi è molta scelta se non proseguire passivamente il destino relegato a chi vive ai margini e fatica a trovare un posto nella società.

Come se non bastasse, sembra l’unica a stare scomoda in quel mondo spezzato: chi la circonda, come i suoi coetanei o suo padre Bug (Barry Keoghan), ormai è abituato ad accettare una modalità di sopravvivenza che, spesso e volentieri, è agli occhi di questi ultimi anche esuberante e divertente, il rifugio perfetto dai problemi.

 

L’incontro con il bizzarro Bird (Franz Rogowski), però, si rivela essere il cambiamento di cui la giovane aveva bisogno, il mezzo con cui finalmente Bailey può comprendere davvero la sua esistenza. 

 

La pellicola di Andrea Arnold si destreggia tra naturale e sovrannaturale senza nulla togliere alla crudeltà della società contemporanea.

Nonostante l’elemento fantastico, infatti, emerge la necessità di raccontare un mondo crudo, in cui la marginalizzazione sociale resta sempre al centro, mai banalizzata o esasperata. Anzi, a rendere il racconto più realistico è per assurdo proprio la figura di Bird, un (non)uomo genuino e, soprattutto, libero, estraniato da fatti ed eventi mondani alla ricerca di un posto nel mondo, un mondo che con lui ha solo due possibilità: accettarlo con tutte le sue stranezze o isolarlo. 

 

Nella sua purezza, Bird si muove danzando (proprio come un uccello) non lasciandosi toccare dalla corruzione e dall’ingiustizia che sente, a prescindere dal dolore che la lotta può causare.

 

Questa necessità di lotta la sente egualmente anche Bailey che, inizialmente, internalizza come frustrazione per la sua condizione, complice anche la pubertà e dei cambiamenti non voluti ma imprescindibili.

Successivamente, però, è proprio attraverso il vissuto di Bird che Bailey comprende l’ineluttabilità di alcune situazioni e la possibilità di altre, ciò per cui vale la pena scontrarsi e cosa bisogna lasciar andare: il loro particolare rapporto la spinge ad andare oltre quei limiti all’apparenza invalicabili.

 

Bird è dunque una rappresentazione di speranza, che non può essere addestrata e non può vivere in una gabbia, è un desiderio non conforme e liberatorio.

 

È quella ricerca del sé che, nonostante possa rimanere irrisolta, deve trovare il modo di esistere, consapevole di poter sempre mirare al cielo.   

 

[a cura di Eris Celentano]

 

Posizione 1

Una battaglia dopo l'altra

di Paul Thomas Anderson

 

Di chi sono figli gli Stati Uniti d'America? 

Paul Thomas Anderson ci pone questo interrogativo per tutta la durata di Una battaglia dopo l'altra.

 

Al suo decimo lungometraggio, l'autore californiano si confronta per la prima volta con una cifra produttiva da blockbuster puro (140 milioni di dollari di budget) e porta in scena per la seconda volta un (libero) adattamento di Thomas Pynchon, plasmando Vineland secondo un'ottica contemporanea.

 

Le lenti della modernità non possono che farci chiedere quale sia la vera natura dello stato capofila del mondo occidentale: da dove viene e dove sta andando quella che si autodefinisce da sempre come "la più grande democrazia del mondo"? 

 

La penna e la cifra registica di Paul Thomas Anderson non possono però che iscrivere questa domanda in un contesto irresistibile: una storia d'amore e di rivoluzione, un'epica frammentaria e ritmata in cui i corpi e la macchina da presa si fondono in una sfrenata rincorsa che sembra la naturale evoluzione di quelle leggere e ansimanti di Licorice Pizza.

 

L'amore romantico e corrosivo, infatti, già da Ubriaco d'amore - ma in maniera inequivocabile da Il filo nascosto - si è impossessato del Cinema di Anderson, mescolandosi alla sua puntuale decostruzione della mascolinità e restituendoci in maniera sempre più marcata il bisogno di un nuovo inizio per i suoi personaggi e di conseguenza per il contesto in cui sono immersi. 

 

A dare il titolo all'opera è il "Ghetto Pat" di Leonardo DiCaprio, anch'egli completamente spogliatosi della sua immagine divistica, citando direttamente l'attivista Angela Davis che affermava come "Non ci sarà mai una battaglia finale. È sempre una battaglia dopo l'altra"

 

Sean Penn, lo stesso DiCaprio - che finalmente riesce a lavorare per PTA dopo la mancata collaborazione in Boogie Nights - e Teyana Taylor completano un triangolo d'amore che contiene tutte le pulsioni e le contraddizioni degli Stati Uniti d'America.

Un triangolo al centro del quale sboccia il talento di Chase Infiniti, che incarna il volto dubbioso e contrito dei nuovi Stati Uniti d'America.  

 

In Una battaglia dopo l'altra sembrano convergere le tre grandi ossessioni di Paul Thomas Anderson: mettere uomini completamente decostruiti al centro di un nuovo, grande, romanzo americano, che prende vita nella cornice del Cinema più puro. 

 

Non esiste un'opera più ambiziosa e adatta a rappresentare il 2025 meglio di Una battaglia dopo l'altra.

 

[a cura di Jacopo Gramegna]

 



Chi lo ha scritto

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44 commenti

Greta Gubert

9 giorni fa

1. Una battaglia dopo l’altra
2. After the Hunt
3. Bugonia

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Nicolò Pizzin

10 giorni fa

1) Una battaglia dopo l'altra
2) Le città di pianura 
3) Un semplice incidente

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Enrico Puccia

10 giorni fa

1) I peccatori
2) Una battaglia dopo l'altra
3) Nosferatu

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Andrea Gnau De Bene

11 giorni fa

1 The Brutalist
2 Una battaglia dopo l'altra
3 Emilia Perez

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Nic Cage

11 giorni fa

1) una battaglia dopo l’altra
2) the brutalist
3) il seme del fico sacro

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Fabio De Crecchio

11 giorni fa

1. Una battaglia dopo l'altra
2. The Brutalist
3. La voce di Hind Rajab

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Alessio Bottoni

11 giorni fa

1) FolleMente
2) Wake Up Dead Man - Knives Out
3) Mickey 17

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marco bandini

11 giorni fa

1 - Nosferatu
2 - The Brutalist
3 - La Città Proibita

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Elia Tron

12 giorni fa

1. Emilia Perez
2. Io sono ancora qui
3. Una battaglia dopo l’altra

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Alfredo Manfredi

13 giorni fa

1) We Live in Time
2) Frankenstein 
3) La valle dei sorrisi

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