Siamo circondati da serie TV e la cosa è un dato di fatto: la Streaming War che imperversa ormai da qualche anno ha fatto sì che la produzione di prodotti televisivi moltiplicasse l'offerta in maniera bulimica, costringendo gli spettatori a compiere delle scelte dato che è letteralmente impossibile ormai riuscire a vedere tutto ciò che interessa durante l'anno.
Netflix, Amazon, Disney, Apple, Sky, Paramount stanno investendo centinaia di milioni di dollari in serie TV per riuscire a conquistare nuovi abbonati e tenersi stretti quelli che hanno già; chi ci guadagna di più in tutto ciò è lo spettatore che, nonostante appunto non riesca a star dietro a tutte le uscite, non ha mai avuto come adesso una possibilità così ampia di scelta, pensando anche all'arrivo di HBO Max, piattaforma di Warner Bros. Discovery che arriverà anche da noi a gennaio 2026.
Per la nostra Top 8 dell'anno come sempre abbiamo scelto di focalizzarci esclusivamente sulle serie TV che hanno esordito nel 2025 e non sulle stagioni 3, 5 o 10 di una serie già uscita negli anni precedenti - con la ovvia eccezione per le serie antologiche.
Dopo le votazioni della redazione siamo arrivati a questi 8 titoli di cui vogliamo assolutamente parlarvi.
[Il mostro non è entrata in Top 8 ma è un ennesimo esempio della qualità italiana seriale degli ultimi tempi]
Partiamo prima però menzionando quelle che non sono riuscite a entrare in Top 8, come ad esempio Dieci Capodanni - ideata, scritta e diretta dal grande Rodrigo Sorogoyen e visibile su RaiPlay - e la francese Of Money and Blood che trovate su MyMovies ONE, entrambe apprezzatissime dal nostro Jacopo Gramegna.
Da citare anche Daredevil - Rinascita, votata da Alessandro Dioguardi e disponibile su Disney+, e due serie amate da Teo Youssoufian nonostante una non abbia ricevuto grossi apprezzamenti e l'altra sia passata colpevolmente troppo sotto silenzio: parliamo rispettivamente di Alien - Pianeta Terra e Paradise, entrambe da recuperare su Disney+.
Hanno preso voti anche La mesías, thriller che mescola musica, religione e dramma psicologico (MyMovies ONE), Terrazza Sentimento che racconta la spregevole storia vera dello stupratore Alberto Genovese (Netflix) e Il mostro, che sempre su Netflix porta il racconto del Mostro di Firenze firmato Stefano Sollima.
Non sappiamo quali siano state le vostre serie TV preferite del 2025 e attendiamo i vostri commenti per scoprirlo, intanto qui sotto potete scoprire quali sono state le nostre 8!
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Non potete immaginare quale livello di stress portino in redazione le Top 8 di fine anno: è ormai per noi il mese peggiore di tutti, quando partono i recuperi per poter vedere il più possibile e non restare indietro!
Rebecca Miller firma con Mr. Scorsese un ritratto appassionato e stratificato del cineasta Martin Scorsese, ma soprattutto dell'uomo Martin Scorsese: pur con qualche inevitabile omissione, la miniserie ha l’energia e il respiro delle grandi storie.
In cinque episodi da un’ora, la miniserie di AppleTV ripercorre sei decenni di carriera e un’intera vita di ossessioni, cadute e rinascite: Mr. Scorsese è un viaggio che alterna rivelazioni intime, materiali d’archivio preziosi, testimonianze di amici e collaboratori e soprattutto la voce di Martin Scorsese, 82enne lucido e commovente nel guardarsi indietro senza sconti.
Tonnellate di filmati e foto d'epoca sul set e in famiglia, alcune davvero mai viste prima, corredate da interviste ai protagonisti della vita e della carriera del regista newyorkese.
Oltre agli ovvi e immancabili Robert De Niro e Leonardo DiCaprio e ai “fratelli di Cinema” Brian De Palma, Paul Schrader e Steven Spielberg, nella serie compaiono Sharon Stone, Jodie Foster, Isabella Rossellini, Margot Robbie, il direttore della fotografia Rodrigo Prieto, i registi Josh Safdie, Ari Aster, Spike Lee (che non si lascia scappare l'occasione per lanciare una frecciata velenosa a Quentin Tarantino), il frontman dei Rolling Stones Mick Jagger e quello dei The Band Robbie Robertson.
Daniel Day-Lewis, non proprio l'uomo più facile da convincere a partecipare a operazioni simili, regala un’intervista sorprendentemente schietta e affettuosa.
Le tre figlie - Cathy, Domenica e Francesca - completano il ritratto privato di Martin Scorsese tra ferite e riconciliazioni: il tema della paternità tardiva, con gli errori riconosciuti e corretti, le mancanze e le revisioni, aggiunge vibrazioni umane e aiuta tantissimo a inquadrare correttamente l'uomo, oltre che l'artista.
Se amate il Cinema Mr. Scorsese è una di quelle opere che fanno scattare la voglia di correre a rivedere tutto: dai corti studenteschi fino ai capolavori che hanno ridisegnato l’immaginario collettivo.
Mr. Scorsese è il tipo di docuserie che ti fa “sentire” il Cinema: lo vedi nascere da piccoli gesti e decisioni, da amicizie e ossessioni, da cadute e resurrezioni.
Quando scorrono i titoli di coda dell'ultimo episodio, accompagnati senza sorpresa dai Rolling Stones, resta una voglia precisa: riguardare Mean Streets, Toro scatenato, Taxi Driver, Quei bravi ragazzi, ma anche recuperare i titoli meno frequentati per riscoprirli sotto una veste nuova, con nelle orecchie le parole di Scorsese in merito a tutto ciò che è successo intorno a ogni suo film.
E magari, mentre aspettiamo la sua prossima opera, ricordarci che dietro l’autore-mito c’è ancora quell'esile ragazzo asmatico newyorkese, che nel buio della sala trovò l'aria che stava cercando e che non avrebbe mai smesso di respirare.
[a cura di Teo Youssoufian]
Posizione 7
Black Mirror
dal 10 aprile su Netflix
Sì, lo stiamo pensando tutte e tutti: ma Black Mirror è ancora la serie dirompente di una volta?
Di quando ci sconvolse con una stanza vuota e un maiale di fronte a uno schermo?
Per qualche stagione precedente a quest’ultima, la settima, abbiamo forse risposto di no: non è più la Black Mirror degli albori, del pre-Netflix.
Eppure.
Consideriamo il mondo in cui ci troviamo oggi, un mondo che le prime due stagioni di Black Mirror avevano perfettamente anticipato paventandone gli effetti.
Oggi è ormai la nostra realtà ad aver superato la fantasia anche di una storia che fa dei pericoli della tecnologia il proprio fulcro; sarebbe assurdo raccontare ancora l'intelligenza artificiale come se fosse una chimera: ne siamo ormai circondati, quasi impregnati.
Spostiamo dunque il punto di vista, raccontando un futuro che è ormai dietro l’angolo: guardando il primo episodio Gente comune con una bravissima Rashida Jones, chi non ha immaginato che una situazione come quella del suo personaggio tra qualche anno non possa risultare del tutto plausibile?
Come non sentire parte del nostro futuro prossimo le tecnologie della compagnia Eulogy, che dà anche il nome al quinto episodio, e le sue applicazioni?
La forza di Black Mirror 7, tornata forse un po’ nei ranghi più classici delle prime dirompenti stagioni, sono gli interpreti: il monumentale Paul Giamatti in Eulogy, i bravissimi Cristin Milioti e Jesse Plemons in USS Callister: Infinity, che riprendono i loro personaggi introdotti dalla prima puntata della quarta stagione, Peter Capaldi in Come un giocattolo, Rosy McEwen e Siena Kelly in Bestia nera, Issa Rae ed Emma Corrin in Hotel Reverie.
Il tono dei sei episodi cambia di puntata in puntata, regalandoci un piccolo affresco di paranoie come solo Black Mirror in passato è riuscita a fare.
Forse adesso guardiamo questa serie con più sagacia, con più consapevolezza che ciò che ci ha raccontato può davvero accadere e che dunque sta a noi guardare il mondo che ci circonda e scegliere attentamente la direzione che vogliamo dare alla nostra società.
[a cura di Elena Bonaccorso]
Posizione 6
L'arte della gioia
dal 28 febbraio su Sky Atlantic e NOW
Il 2025 è l'anno che ha congiunto definitivamente la carriera di Valeria Golino con il nome di Goliarda Sapienza.
Oltre ad aver dato vita in prima persona a uno scorcio di vita della scrittrice in Fuori di Mario Martone, ha anche dimostrato di aver raggiunto una notevole maturità registica grazie all'uscita televisiva del suo adattamento - quasi totale, se si eccettua per una puntata diretta da Nicolangelo Gelormini - de L'arte della gioia, forse la più nota tra le opere dell'autrice romana.
La miniserie racconta, dalla primissima infanzia alla maturità, la parabola di Modesta, giovane di umilissime origini nata il 1° gennaio 1900: la sua vita attraversa il secolo e i suoi cambiamenti, permettendole di entrare in contatto con i poteri stabiliti della sua epoca - il clero e l'aristocrazia - senza mai esserne piegata. Insomma, un'autentica figlia del secolo, non l'unica - come si vedrà - arrivata sui nostri schermi nel 2025.
Tecla Insolia, straordinaria interprete della protagonista, presta il proprio corpo a una storia di emancipazione sociale, culturale e sessuale, confrontandosi ad armi pari con due grandi del nostro Cinema: Jasmine Trinca - Madre Superiora del convento in cui la bambina Modesta risiede - e Valeria Bruni Tedeschi, che incarna una decadente e umorale Principessa Brandiforti.
Senza mai perdere uno sguardo limpido sulla femminilità e sui desideri della sua protagonista, L'arte della gioia non lesina incursioni nei territori più oscuri e violenti dell'indole umana, rappresentando con lucidità come gli stessi impulsi di dominio che avrebbero attraversato l'intero '900 fossero rintracciabili anche nel microcosmo apparentemente arretrato e isolato della Sicilia così come rappresentata dall'opera.
Una serie che cristallizza l'eterno contrasto tra progresso e distruzione attraverso i desideri di libertà di una protagonista indimenticabile.
Replicando quanto già successo con due prodotti seriali straordinari come Esterno Notte e Dostoevskij, questo prodotto di estremo interesse si situa al confine sempre più labile tra serialità e Cinema italiano.
Dopo la presentazione al Festival di Cannes 2024 e un rapido passaggio cinematografico in due parti, L'arte della gioia ha anche ottenuto ben tre prestigiosissimi David di Donatello su 14 nomination: Migliore Attrice Protagonista, Migliore Attrice non Protagonista per Valeria Bruni Tedeschi e Migliore Sceneggiatura non Originale.
Un pezzo di ottimo Cinema italiano che ha raggiunto i piccoli schermi affermandosi rapidamente come una miniserie da ricordare, anche ben oltre il 2025.
[a cura di Jacopo Gramegna]
Posizione 5
The White Lotus
dal 17 febbraio su Sky Atlantic e NOW
La terza stagione di The White Lotus si apre secondo tradizione: siamo ancora in uno dei fantastici resort della catena White Lotus e le prime immagini sullo schermo saranno chiare allo spettatore solo alla fine, ma questa volta ci troviamo in Thailandia e con degli ospiti tutti nuovi… o quasi.
Dalle stagioni precedenti ritroviamo Greg (Jon Gries, unico presente in tutte e tre) e Belinda (Natasha Rothwell), rispettivamente l’ex marito e la massaggiatrice della defunta Tanya (Jennifer Coolidge).
Le storie di The White Lotus si intrecciano in un turbinio di problemi familiari mai risolti, amicizie a dir poco instabili, vendette servite a freddo, omicidi irrisolti, sesso (e sessualità), religione e denaro.
La realtà seriale creata da Mike White nasce per mettere in luce le fragilità di quella classe sociale che non si è mai dovuta preoccupare del proprio conto in banca, ma che ha fatto di quest’ultimo la sua intera personalità.
In The White Lotus 3 l'emblema di questa tendenza è la famiglia Ratliff e in particolare Victoria, che sarebbe pronta a uccidersi se da un momento all’altro si ritrovasse senza le sue ricchezze.
Nemmeno il terzetto al femminile viene risparmiato.
Tutte e tre le amiche rappresentano realtà diverse dello stesso mondo: Jaclyn è al vertice del triangolo, una star abituata a prendersi quello che vuole senza preoccuparsi troppo di lasciare qualcosa agli altri; subito dopo c’è Katie, pronta a schierarsi dalla parte dei vincenti per brillare di luce riflessa e a farne le spese, di solito, sono quelle come Laurie.
C'è poi Greg, che usa il proprio denaro per sfuggire alla legge e comprare il silenzio di Belinda, l’unica che fin dalla seconda stagione si era dimostrata incorruttibile.
Proprio lei però, subirà un drastico cambiamento, dimostrando quanto in fretta si possa dimenticare chi si è, in favore di chi si vorrebbe davvero essere.
Particolare attenzione meritano Rick e Chelsea e quello che l’uno rappresenta per l’altra: Rick voleva vendicare ciò che credeva di aver perso, ma l’unico risultato possibile è quello di mettere a rischio la vita della sola persona che gli abbia mai dimostrato amore.
Una questione di principio che dopo una lunga lezione di slow burn si trasformerà in una tragedia: entrambe caratteristiche ormai precipue di The White Lotus.
[a cura di Alice Rosa]
Posizione 4
Pluribus
dal 7 novembre su AppleTV
Parlare di Pluribus senza parlare di Pluribus è un compito particolarmente difficile, ma in qualche modo si deve pur fare e chi non ha visto la serie TV si starà chiedendo per quale ragione ho apparecchiato questa premessa.
Vince Gilligan, creatore dello show, ha ideato un concept basato sul mistero dietro gli eventi che travolgono la protagonista, rendendo anche il concept uno spoiler.
Quello che sappiamo di Pluribus è che si presenta allo spettatore costruendo una prima puntata grandiosa per proseguire altrettanto bene.
Gilligan apre la serie facendo correre nella mente dello spettatore una sequela di pensieri e ragionamenti: è un sci-fi sugli alieni?
È una roba tipo Contact? È uno show post apocalittico con virus, sopravvissuti, razziatori, violenze, fazioni e chi più ne ha più ne metta?
Che è sto Pluribus e perché stanno iniziando a fare quella cosa molto strana?!
Pluribus trova una qualità proprio disinnescando l’idea che il mistero debba essere il solo e unico motore della storia, perché "l’effetto Lost", ovvero l’idea di dover costruire misteri su misteri per distrarre lo spettatore dal punto focale buttandolo giù lungo uno sconclusionato rabbit hole, può distruggere una serie.
Vince Gilligan sembra quasi seguire la formula di Breaking Bad utilizzando i personaggi come grimaldello per sbloccare nuovi punti di svolta e per quanto Carol Sturka (Rhea Seehorn) sia il centro della vicenda, andando avanti si rende necessario un personaggio come Manousos (Carlos Manuel Vesga).
Dopo la prima, brillante e inquietante puntat, Pluribus si rende conto che la fine del mondo non è quello che è, ma quello che ne fai.
I personaggi, il loro carattere e la loro logica rispetto agli eventi, sono il come la storia si muove e cosa possiamo arrivare a scoprire di questa improbabile caduta del genere umano.
Vince Gilligan riporta il suo stilema televisivo fatto di grande linguaggio per immagini: la serie, così come in Breaking Bad e nei momenti migliori di Better Call Saul, lascia spesso le parole a casa e le immagini, confezionate spesso per non essere mai banali o inutile esercizio estetico, raccontano sempre qualcosa.
Quello che vediamo sullo schermo è bello da guardare, ma è anche veicolo di emozioni e informazioni.
Pluribus non prende mai scelte estetiche estreme e ridondanti, ma fa della pulizia delle immagini e della loro cristallina lettura un sistema perfetto per gestire il racconto, dove anche il quadro più banale nasconde qualcosa di meraviglioso da raccontare.
Potrei dirvi molto altro di Pluribus, ma rischierei di entrare nel regno degli spoiler e di questa serie, prima della visione, se non sapete nulla è meglio così.
Tutto è sorpresa, mistero, scoperta dei personaggi e amore per il racconto per immagini.
[a cura di Alessandro Dioguardi]
Posizione 3
The Studio
dal 26 marzo su AppleTV
Essere il capo di un importante studio hollywoodiano è tutt'altro che semplice.
Chiedetelo a Matt Remick, neo-nominato capo dei Continental Studios, la fittizia casa di produzione al centro di The Studio, straordinaria serie comedy arrivata su AppleTV per rivoluzionare completamente la nostra idea di commedia meta-cinematografica.
Seth Rogen, protagonista, produttore e regista (con Evan Goldberg) è il volto di una Hollywood che non sa più dove guardare.
Non sa più se farsi amare dai talent, dedicarsi a opere impegnate o incalanare tutti i suoi sforzi in prodotti di puro consumo, magari destinati a diventare franchise.
Inoltre, deve interagire con collaboratori provenienti da formazioni diversissime, richieste assurde e una serie di tic personali che non possono mai mancare nel ritratto di un uomo di Cinema.
Lo spaesamento del protagonista e dei suoi colleghi, sommato ai ritmi frenetici che da sempre accompagnano l'immaginario delle opere meta-cinematografiche ambientate sulla West Coast e a una rappresentazione degli eccessi dell'industria tutt'altro che edulcorata, compongono una miscela esplosiva che gli showrunner padroneggiano coi guanti di velluto.
Immaginate, per esempio, di assistere a una puntata in cui si ironizza sull'inutilità del pianosequenza in cui è proprio il pianosequenza a farla da padrone.
Rogen si muove in un labirinto di camei, citazioni e battute che non potranno che stimolare ed estasiare il pubblico più cinefilo, senza perdere di vista l'assoluto coinvolgimento degli spettatori generalisti.
Divertimento e cura del dettaglio tecnico si congiungono nel lavoro diSeth Rogen e Evan Goldberg, che hanno dato una nuova casa a tutti i cinefili in cerca di una serie che li portasse a esplorare i dietro le quinte di Hollywood.
Una casa pronta a ospitarci ancora a lungo: The Studio è infatti stata rinnovata per una seconda stagione!
[a cura di Jacopo Gramegna]
Posizione 2
Adolescence
dal 13 marzo su Netflix
Con Adolescence, miniserie britannica del 2025 creata da Jack Thorne e Stephen Graham, la televisione dimostra ancora una volta di poter osare là dove spesso ultimamente il Cinema sembra esitare, non solo per i temi trattati, ma per come decide di raccontarli.
Il risultato è un’esperienza disturbante, lucidissima e difficile da dimenticare, che si impone fin da subito come uno degli oggetti seriali più potenti dell’anno appena concluso.
La premessa è semplice quanto brutale: il tredicenne Jamie Miller viene arrestato all’alba con l’accusa di aver ucciso una coetanea.
Qui assistiamo alla prima scelta radicale della serie TV: Adolescence non è e non vuole essere un thriller, gli autori non costruiscono la suspense attorno al “chi è stato”, perché la colpevolezza di Jamie viene chiarita molto presto, senza ambiguità.
Tutto il resto è una lunga, dolorosa discesa nella domanda davvero scomoda: "perché?"
Dal punto di vista tecnico la serie è un piccolo prodigio: ogni episodio dei 4 totali è girato interamente in pianosequenza, senza stacchi di montaggio, seguendo i personaggi nei corridoi di una stazione di polizia, tra le aule della scuola, all’interno di una stanza spoglia o di una casa ormai preda delle ombre di ciò che è stato.
Una scelta che potrebbe sembrare semplice "esercizio di stile", che invece diventa un grande strumento narrativo: il tempo scorre inesorabile, non c’è via di fuga, non c’è il montaggio che ci protegga e il tempo della finzione corrisponde al nostro tempo reale.
Noi spettatori siamo quindi costretti a restare dentro l’orrore quotidiano, mentre la vita continua come se nulla fosse.
Per la famiglia Miller è il giorno peggiore della loro esistenza; per il mondo intorno è solo "un altro martedì".
Le interpretazioni sono a mio avviso semplicemente straordinarie.
Il giovane Owen Cooper, al suo primo ruolo, regge sulle spalle un personaggio complessissimo: Jamie è insieme bambino e adulto, fragile e spaventoso, vittima di un ecosistema tossico e responsabile di un atto imperdonabile.
Cooper non chiede empatia, ma la impone con una performance inquietante e precisissima.
Stephen Graham, nei panni del padre Eddie, attraversa tutte le possibili fasi del dolore - incredulità, negazione, vergogna, senso di colpa, lutto - con una prova sottovoce e proprio per questo ancora più devastante.
Da menzionare assolutamente Erin Doherty, protagonista dell’episodio secondo me più memorabile della serie: un lunghissimo e teso confronto tra la psicologa (Doherty) e Jamie, in un duello verbale con due personaggi seduti attorno a un tavolo dove si smontano pezzo dopo pezzo le convinzioni del ragazzo sulle donne, il potere e la mascolinità.
Cinema puro, senza bisogno di alzare la voce, con alle spalle una maestria tecnica di tutti i reparti che fa spavento.
Il vero coraggio di Adolescence sta però nella prospettiva: raccontare la violenza minorile mettendo al centro il colpevole, senza cercare scorciatoie consolatorie.
Niente genitori mostruosi e colpevoli, niente traumi “spiegabili”, niente risposte facili: semplicemente un mondo online tossico, un machismo malato che si autoalimenta in un ambiente dove gli adulti sono drammaticamente impreparati a decifrarlo e i giovanissimi non hanno altri riferimenti.
La vittima Katie Leonard non viene mai dimenticata, ma questa volta il focus resta su chi ha agito, costringendo lo spettatore a una riflessione scomoda e necessaria.
La miniserie sceglie di evitare del tutto il pietismo e la compassione nei confronti di Katie perché vuole parlare dei colpevoli; nella contemporaneità dei femminicidi e di un maschilismo tossico che sta tornando a essere protagonista mi è parsa una presa di posizione notevole.
Adolescence non consola, non rassicura e non chiude e il suo realismo nella messa in scena si riflette nel realismo di ciò che viene raccontato: là fuori, proprio in questi minuti, c'è un altro ragazzino che non ha idea del valore della vita e che considera oggetti le proprie compagne; non c'è finzione in tutto ciò, dobbiamo comprenderlo e cercare di arginarle la cosa a partire dall'educazione sentimentale dei più giovani, magari con l'intervento delle scuole oltre che delle famiglie.
Non dobbiamo solo dire a quelle compagne di fare attenzione, ma dobbiamo crescere in maniera corretta quel ragazzino.
[a cura di Teo Youssoufian]
Posizione 1
M. Il figlio del secolo
dal 10 gennaio su Sky Atlantic e NOW
M. Il figlio del secolo di Joe Wright, con un talentuoso Luca Marinelli nei panni di Benito Mussolini, dovrebbe essere vista da tutti per la sua portata creativa dirompente e per la sua capacità di leggere il presente, di nuovo nerissimo.
Fin dalla prima scena M contiene in nuce il suo intento di sintetizzare passato, presente e futuro: i fatti di ieri dialogano direttamente con quelli di oggi, mostrando le conseguenze che potrebbero accadere domani.
La tecnica dello sfondamento della quarta parete, che vanta esempi illustri come House of Cards e Fleabag, in M poteva rivelarsi un espediente narrativo rischioso, risultando posticcio o forzato; il modo in cui Joe Wright ha applicato la sua intuizione a mio avviso ha invece non solo risolto il problema di avere un narratore onnisciente che introducesse il background di ogni personaggio, ma ha avuto anche il pregio di rendere la narrazione più coinvolgente, caricandola di un significato non più relegato a un periodo storico specifico, ma universale.
La scelta del luogo iniziale, il teatro, è emblematica della natura umana e politica di Benito Mussolini: mettere in scena uno spettacolo orrifico attraverso una rappresentazione di sé performativa, intenzionata a convincere il pubblico mentre si abbevera della sua stessa rabbia, indossata la maschera dell'uomo forte che, dopo aver scatenato il caos, offre se stesso come soluzione migliore per stabilire di nuovo l'ordine.
L'esibizione è più importante della verità.
Nel momento in cui la farsa non regge più sotto al peso della credibilità, lo spettacolo finisce per sfociare nel grottesco pirandelliano, così esagerato, contraddittorio e paradossale da diventare ridicolo, quando non parodistico.
Il Mussolini di Luca Marinelli però non è una macchietta, non si prende gioco del personaggio che interpreta, non lo riduce a un burattino che, altrimenti, avrebbe perso la tridimensionalità che si addice al Male, ma ne rispetta i contorni storici, la lungimiranza politica, il trasformismo e la capacità distorta di intercettare gli umori del popolo, a riprova del talento intelligente dimostrato ancora una volta dall'attore italiano.
Con gli ammiccamenti di Marinelli in camera, con i pensieri di Mussolini che prendono voce e risuonano nelle orecchie degli spettatori, con alcune frasi esplicite come "Make Italy Great Again", chiaro riferimento allo slogan utilizzato da Donald Trump, la serie vuole avvertire i cittadini del mondo della pericolosità dell'estremismo di destra, attraverso l'esempio della Storia.
La destra radicale di ieri e di oggi si alimenta di un tipo di retorica infarcita di propaganda ed è facile individuare i parallelismi con il metodo utilizzato dai fascisti per persuadere gli elettori: soffiare sulle paure più ancestrali, elogiare il nazionalismo come unico argine in difesa dell'italianità, promettere ordine mentre si fomenta il caos con toni polarizzanti, manipolare la rabbia - quella legittima di chi si trova in condizioni di povertà e ha bisogno di credere al sogno di una vita migliore, ma anche quella istintiva dettata dall'ignoranza - e poi dar loro in pasto soluzioni semplicistiche, banalizzando la complessità per piccoli scopi personali.
Il rischio di un nuovo "fascismo", di certo diverso nella metodologia più sottile e subdola, nascosta tra i contorni del contesto democratico, coadiuvata dall'arma della tecnocrazia in mano a pochi ricchissimi, è concreto.
M. Il figlio del secolo è uno specchio in cui il l'immagine del passato riflette quella del presente, in un rimando che dovrebbe accendere le coscienze collettive.
Joe Wright racconta la natura del potere, la manipolazione della verità, la seduzione dell'affabulazione politica, la sua presa sul popolo e, dopo l'abbaglio, le sue conseguenze mortifere.
La democrazia non è data una volta per tutte, sembra dirci, e per questo è necessario difenderla, per salvaguardare lo Stato di diritto da chi vuole annichilirne la portata.
Qual è, allora, l'anticorpo più efficace per evitare la trappola dell'ultradestra populista? L'arte.
Intesa qui come mezzo d'elezione, capace di stimolare il pensiero critico, il ragionamento razionale contro quello che punta alla "pancia" del Paese.
Il Cinema, in particolare, ha l'opportunità di prendersene carico, assumendosi una responsabilità etica. Durante il corso della realizzazione di M il regista ha fatto attaccare su ogni macchina da presa un adesivo emblematico proprio di questa concezione della funzione ultima dell'arte cinematografica, preso da quello identico che Woody Guthrie a metà anni '40 aveva appiccicato sulla propria chitarra: "This machine kills fascists".
Nic Cage
1 mese fa
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Valerio Dp
1 mese fa
2) Adolescence
3) Plur1bus
la mia personale top3 delle serie,
ancora qualche dubbio sulla top3 dei film
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