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The Long Walk è una storia che tutti bene o male ricordiamo, tuttavia nessuno finora aveva avuto l'ardire di raccontarcela con immagini così potenti, ruvide e viscerali come quelle offerteci dallo spietato obiettivo di Francis Lawrence.
Vivere o, per meglio dire, sopravvivere costantemente sull'orlo del game over avrà pure i suoi vantaggi, no?
Ad esempio l'aver preso piena coscienza del fatto che, tanto dentro quanto fuori dagli schermi, nessuna pre o post apocalisse potrà ormai apparire troppo disastrosa o fantascientifica.
Fino a qualche tempo fa opere di distopica finzione quali La notte del giudizio o, per l'appunto, The Long Walk sarebbero certamente rimaste confinate nei terreni dell'impossibile.
Visto però quel che di frizzantello è accaduto in quel della magica terra dello Zio Sam solamente nel corso di quest'ultimo tribolato annetto, direi che non si dovrebbe più parlare di semplice possibilità quanto piuttosto di una ben più inquietante probabilità.
[Trailer ufficiale di The Long Walk]
Dal sibillino Civil War di Alex Garland passando per il crepuscolare Eddington di Ari Aster e giungendo sino a Una battaglia dopo l'altra che il mastodontico Paul Thomas Anderson ha fieramente combattuto sulla cima d'inarrivabili vette artistiche, è sintomatico infatti quanto il Cinema a stelle strisce germogliato a ridosso della temibile Era Trump 2.0 sia inquietantemente pervaso dalla piena consapevolezza di come qualcosa si stia rompendo – o, forse, si sia già rotto – nel fiaccato sistema nervoso di un Paese nel quale tutto ormai sembra poter tristemente divenire realtà.
Che sia una violenta quanto catartica "Giornata dello Sfogo" piuttosto che una Lunga Marcia della morte imbastita dall'oscuro totalitarismo governante col solo scopo di rinfrancare il martoriato spirito sociale e distogliere così nel sangue la collettiva attenzione, poco importa.
Poiché se è vero che, come disse qualcuno di nostra hitchcockiana conoscenza, il Cinema altro non è che la vita con le parti noiose tagliate, allora soprattutto un titolo come The Long Walk non può non essere considerato, quantomeno nello spirito, come una delle più lucide e (im)possibili allegorie di un qui e ora nel quale l'unico limite - così come qualcun altro di ben più terrificante piglio ha recentemente avuto da ri-dire - pare essersi ridotto a un sempre più sbiadito concetto di moralità deviata.
[Cooper Hoffman e compagni in marcia verso l'abisso in The Long Walk]
The Long Walk è tuttavia un'opera che tanto alla cellulosa quanto alla celluloide appartiene di diritto.
A quella cellulosa che servì, ormai quasi 60 anni or sono, a un giovane studente dell'Università del Maine di nome Stephen King per buttar giù la bozza di quel suo primo letterario vagito che, solamente 12 anni e 5 romanzi dopo, sarebbe stato finalmente pubblicato sotto tuttavia il prudente pseudonimo di Richard Bachman.
Anche a quella stessa celluloide alla quale anche un egual maestro dell'orrore come George Romero prima e alcuni dei suoi più che onesti gregari quali Frank Darabont e André Øvredal poi avrebbero dovuto servirsi per trasfigurare dalla carta al grande schermo un'incubotica odissea survival-naturalista nata in seno agli spauracchi della guerra del Vietnam ma rimasta col tempo capace di adattarsi ai timori sociali di ogni futura disgraziata epoca.
Un corpus vivo, tentacolare e assai delicato quello di The Long Walk, non c'è che dire; rimasto a decantare nel filmico iperuranio per oltre mezzo secolo prima che, con buona pace della coraggiosa Lionsgate, la penna di JT Mollner avesse modo di consegnare nelle scafate manone di Francis Lawrence una così delicata e bollente patata.
Una scelta rivelatasi col senno di poi tutt'altro che malvagia; soprattutto considerando che, dopo i molteplici Hunger Games dei quali è stato tutto sommato ottimo Commander in Chief, il nostro losangelino di viennesi natali in materia di distopici adattamenti sembra essere divenuto una piccola autorità.
[Il dittatoriale savoir faire di Mark Hamill in The Long Walk]
A lui dunque è spettato l'arduo compito di calarci anima e corpo nella desolante, impoverita e tutt'altro che grandiosa Altra-America scaturita dalla fervida fantasia del Maestro King.
Una nazione, quella che fa da sfondo a The Long Walk, ferita, abbruttita e dolorosamente fiaccata da una non meglio precisata Grande Guerra - forse più la Seconda che non la Prima - dalla quale i figli dell'Aquila Calva paiono essere usciti con le ossa parecchio rotte e un Prodotto Nazionale Lordo regredito ai bui tempi della Grande Depressione.
Una società alternativa, prigioniera di una cronistoria alternativa idealmente collocata fra gli anni 50 e 70 nella quale un'oscura dittatura militare, capitanata da un altrettanto truce Maggiore con il (volutamente) caricaturale grugno di Mark Hamill - reduce tra l'altro dalla parallela cine-migrazione kinghiana di The Life of Chuck -, è riuscita a imporre il proprio ferreo pugno al grido, ma guarda un po', di "Make America Great & Rich Again!".
Ma poiché ogni totalitarismo che si rispetti c'insegna che non ci può mai essere obbedienza e rinascita senza un'opportuna dose di panem et circenses, allora i nostri oscuri Poteri Forti hanno ben pensato di organizzare, con scadenza insindacabilmente annuale, un grande evento di espiazione collettiva trasmesso in diretta televisiva nel quale la distorta parabola dell'eroe, una populistica filosofia imbevuta di patriottico stoicismo e soprattutto la solita cara vecchia sete di sangue possano dar vita a un terrificante format da tutti conosciuto sotto il titolo di The Long Walk.
Le regole sono tutto sommato semplici: 50 adolescenti, uno per ciascuno Stato - la metà a dire il vero rispetto a quelli originariamente proposti da babbo Stephen - selezionati sulla base di una volontarità dettata dalla forza della disperazione e costretti a percorrere a piedi le oltre 300 miglia di confine con il Canada senza scendere al di sotto dei 4 chilomentri all'ora.
Pena tre lapidarie ammonizioni al termine delle quali un proiettile finirà per conficcarsi definitivamente nel loro ancora giovane cranio da sbarbati.
[I coraggiosi Quattro Moschettieri in prima linea in The Long Walk]
Inutile dire che, alla fine di questa infernale gimcana, soltanto uno rimarrà vivo e possibilmente vegeto: colui al quale, oltre che i pubblici onori e la stima da parte del Grande Fratello Armato, spetterà l'esaudimento di qualsivoglia bramoso desiderio vita natural durante.
È dunque proprio a questa mortifera The Long Walk che, in barba al diniego dell'amata madre Ginnie (Judy Greer) il giovane Raymond Garraty (un Cooper Hoffman a dir poco eccezionale) decide di prendere parte; evidentemente mosso da una volontà ben più oscura e profonda che non quella di portarsi a casa qualche pacca sulla spalla e una imperitura fornitura di pane in cassetta.
L'uomo in marcia o, piuttosto, L'uomo in fuga?
Questo il kinghiano dilemma che affligge un personaggio al contempo misterioso e sfaccettato, calato in un angoscioso humus di mediatica ucronia capace di trasformare un semplice What If? in un ben più suggestivo What Else?
C'è infatti un che di marcio a covare nell'ancora fresco e traumatico passato del nostro imperturbabile imberbe rappresentante del Maine: una ferita capace di infondere la necessaria linfa affinché la determinazione si trasformi, passo dopo passo, miglio dopo miglio, cadavere dopo cadavere in un'autentica paziente vendetta.
Verso chi o cosa è riservata una tale sentenza per il momento non è dato saperlo.
Ciò che tuttavia risulta chiaro fin dalle assai desolate postazioni di partenza è che, senza un'opportuno cameratismo, nessuna di codeste disgraziate carni da macello potrà anche solo sperare di superare la prima insidiosa curva.
[La morte attende anche e soprattutto a bordo strada in The Long Walk]
Eccoli qui i co-protagonisti che andranno ad affiancare il nostro Camminatore Seriale nel corso delle mille insidie di questa mortifera The Long Walk, tra i quali spiccano il fraterno orfano Peter McVries (David Jonsson), il ciarliero Henry Olson (Ben Wang) e lo spaesato Arthur (Tut Nyut).
Sono loro lo zoccolo duro di quei Tre Moschettieri che, come c'insegna il buon Dumas, in realtà sono sempre stati Quattro; ai quali si aggiungeranno in seguito anche il selvaggio Collie Parker (Joshua Odjick) e l'atletico Billy Stebbins (Garrett Wareing), mentre sullo sfondo il viscido e assai disturbato Gary Barkovitch (Charlie Plummer) avrà modo di personficare con straordinario talento l'opportuna e corroborante quota villain.
Con un tale variegato plateau di typus e una così torbida premessa di fondo ha dunque inizio quello spietato e umano road movie che The Long Walk di fatto è: il racconto tutt'altro che irrealistico di un lunghissimo viaggio verso la morte condotto lungo un'immensa asfaltata terra di nessuno il cui perennemente desaturato landscape sarà imperturbabilmente dominato da cavi dell'alta tensione, solitari capi coltivati, diroccate fattorie, profetiche carcasse di animale e spopolate cittadine che si stagliano contro un cielo perennemente plumbeo.
[Charlie Plummer non è molto d'accordo con lo spirito di The Long Walk]
Poche, sporche e assai truci saranno le facce (dis)umane che accompagneranno da bordo strada l'incedere dei nostri zombi in potenza.
Ancor meno in verità le preziose informazioni che, tra uno scambio di goliardiche battute e il pianto trattenuto per un compagno appena eliminato, verranno proferite riguardo alle tetre origini e al distopico setting che fa da collante a un così spietato micro-universo.
Non serve tuttavia dire o mostrare troppo all'interno di The Long Walk, poiché il solo intravedere un giovane - segretamente ancora minorenne - pieno di grandi speranze spedito all'altro mondo per colpa di un semplice crampo a tradimento o addocchiare di sfuggita la perdita di dignità di un povero predestinato colpito allo stomaco da un virus intestinale e al cervello da un altrettanto insindacabile proiettile basta e avanza per farsi una chiara idea da quale fosco piano stavolta si casca.
Un piano bello alto, non c'è che dire: alla stessa quota alla quale si erano precocemente assestate le kinghiane pagine e dove anche la fredda, chirurgica ma partecipata regia di Francis Lawrence mostra in questa sede di collocarsi.
Una mano, la sua, attenta a toccare le giuste corde di orrore ed emozione con ispirato mestiere e senza rischiare di sbandare nei pericolosi terreni del voyeurismo o, peggio ancora, del patetismo a buon mercato.
Un occhio completamente asservito a una storia che parla già per proprio conto ma che necessita comunque di una prospettiva più post che neorealistica per essere concretamente assimilata. D'altronde se è pur vero che The Long Walk rimane per ora nulla più che un futuribile incubo, lo stile scelto da Lawrence per raccontarcelo potrebbe col senno di poi acquisire tutti i connotati di un postumo documentarismo non troppo differente da ciò che il Furore di John Ford fu per gli Stati Uniti post-depressione.
Ma non divaghiamo troppo, poiché, come recita la superba penna di Robert Frost: "Ho promesse da mantenere e miglia da percorrere prima di dormire".
[David Jonsson è la disperazione fatta persona in The Long Walk]
Ritorniamo dunque in carreggiata e, seppur consci del fatto che sarebbe interessante disquisire a lungo riguardo alle aderenze e inevitabili abrasioni fra la pagina e lo schermo, trattando qui noi l'oggetto filmico in quanto entità a sé stante e dunque dotata di una propria autonoma ragion d'essere, direi di riservarci in altra separata sede la collezione dei "celo" e dei "manca".
Una cosa però va sicuramente detta: laddove il romanzo originale si incentrava per lo più sull'epopea dell'uomo solo contro tutto e tutti, la penna di Mollner e la regia di Lawrence costruiscono The Long Walk come un racconto di corale umanità che, per certi e non certo causali versi, ricorda moltissimo un altro kinghiano post-apocalittico capolavoro - rimasto purtroppo sinora ancora orfano di un'opportuna cinematografica trasposizione - quale L'ombra dello scorpione.
Un personaggio centrale, quello di Raymond, attorno al quale molte voci e altrettanti destini si coagulano e consumano con la velocità di una fucilata in pieno volto; preferendo sacrificare quelle seppur spietate incursioni della dis-umanità in origine relegata a bordo pagina - la celeberrima "strusciata" del condannato, ricordate? - per stringere il diaframma su quel manipolo di claudicanti morti che ancora non sanno realmente di esserlo.
Tuttavia, se proprio vogliamo mettere a contatto quelle due famose tipologie di celluloide di cui abbiamo qui sopra già accennato, è proprio nel suo finale che The Long Walk mostra le maggiori differenze, se non di sostanza, quantomeno di forma.
[Roman Griffin Davis non ha un attimo di riposo in The Long Walk]
Nessuno spoiler.
Solamente la presa di coscienza del fatto che, se l'unico vero King aveva imbevuto le ultime sconsolate righe del suo romanzo di una prefigurazione che in minima parte anticipava quel metafisico babau in futuro protagonista di alcune delle sue più atroci letterarie visioni, la tesissima e direi alquanto metafisica sequenza che qui precede i titoli di coda - accompagnati dall'incalzante musica di Jeremiah Fraites - pur cambiando in senso ben più impattante e naturalistico l'ordine degli addendi, così come la matematica dimostra, riesce comunque a ottenere il medesimo angoscioso e spalancato risultato.
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