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Un po' di luce - Recensione: spiragli di vita in Iran

Ali Asgari compie un altro passo verso la sua consacrazione autoriale con Un po' di luce

Titolo originale: Kami Nour
Genere: Drammatico
Regia: Ali Asgari
Sceneggiatura: Ali Asgari, Shadmehr Rastin
Cast: Misagh Zareh, Sadaf Asgari, Forouzan Jamshidnejad
Distribuzione: Teodora Film
Uscita Italia: 1 ottobre 2026
Durata: 87 minuti
Paese: Iran, Svizzera, Italia, Canada, Turchia
Festival: Venezia 2026 - in Concorso

Un po' di luce è un titolo a metà tra richiesta moderata e una filosofia di vita.

 

Assomiglia tanto alla sommessa ricerca di uno spazio vitale leggermente più ampio, quanto alla scelta di far tesoro di ogni raggio di luce che filtri nelle tenebre di una vita schiacciata da violenze e costrizioni. Un'epigrafe perfetta per la natura dell'opera che rappresenta.

 

Di piccole oscillazioni è fatto d'altronde il Cinema di Ali Asgari, giunto al suo quinto lungometraggio di finzione: episodi di vita quotidiana portati a un moderato parossismo, sorrisi agrodolci e soffi vitali che malgrado le osticità continuano a persistere.

 

[Trailer italiano di Un po' di luce]

 

 

Un po' di luce ci porta ad assistere a un Iran in cui si crede che il nastro adesivo sulle finestre possa tenere lontane le bombe di Donald Trump, in cui le piante diventano quasi animali domestici, in cui una mamma ostinata può tagliare l'anguria e offrirla a un figlio più che adulto.

 

Un paese da cui scappa un ragazzo che, all'interno di una rappresentazione clandestina, chiede a sua madre di soffiare in un palloncino per portare con sé il suo respiro.

Tutto questo costella l'odissea tra volti familiari vissuta da Arash, medico dismesso dal suo compito, nella Teheran dei giorni nostri. Dopo aver curato alcuni manifestanti nel suo studio, è stato malmenato dalla polizia e non crede più in nulla: vorrebbe mettere fine alla sua vita.

 

Il modello, non è difficile reperirlo, è l'Abbas Kiarostami de Il sapore della ciliegia: anche in Un po' di luce riscoprire un sapore poteva indirizzare le scelte esistenziali di un protagonista che si vedeva davanti alla fine della propria esistenza. 

A differenza del Badī dipinto dal Maestro, l'Arash di Ali Asgari non cerca benevolenza tra gli estranei, ma l'accettazione dei suoi cari.

Inoltre, Asgari non rinuncia alla sua Teheran, non portando mai la narrazione fuori dal contesto urbano, come invece è spesso avvenuto a illustri predecessori come Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof, oltre al già citato Kiarostami.

 

A portare sulle spalle un simile impianto è un grandioso Misagh Zare che - come fosse un Atlante borghese - ci fa percepire il peso di quel mondo che lo sta schiacciando, ma anche i possibili sussulti vitali del suo Arash.

 

In un contesto simile, d'altronde, lasciarsi vivere è una scelta politica, demandata a tutte le cellule di una società in apparente disfacimento.  

  

 

[In Un po' di luce Misegh Zare fornisce un'altra prova indimenticabile situandosi stavolta dall'altra parte dell'oppressione del regime]

 

 

Dopo l'assurdo prisma di situazioni rappresentato da Kafka a Teheran e il raffinatissimo lavoro di intaglio tra comicità e repressione di Divine Comedy, il regista iraniano non rinuncia al suo gusto gentile per il grottesco, alla sua ironia del quotidiano e alla sobrietà in ogni aspetto - compresa la durata - della sua opera.

 

Anche la messa in scena di Un po' di luce si pone in continuità con i lavori precedenti, prediligendo l'uso della camera fissa e uno sguardo che si situi proprio sul limitare degli spazi privati.

 

In Terrestrial Verses, il personaggio della bravissima Sadaf Asgari - presente in Un po' di luce e sempre più da annoverare tra i volti femminili dello spirito ribelle del suo paese - si trovava a chiedere a una funzionaria del regime se non potesse concepire come privato neanche lo spazio di una casa, visto che questa ha le finestre.

In quest'opera Asgari risponde nuovamente e implicitamente alla domanda, esponendo un concetto molto caro agli autori iraniani contemporanei: anche un tinello privato possa essere terreno per una silenziosa battaglia politica.

 

Un po' di luce - in originale Kami Nour - ha rappresentato dunque il film perfetto per permettere ad Ali Asgari la promozione nel novero dei più importanti autori contemporanei, certificato dall'ammissione al concorso principale della Mostra del Cinema di Venezia 2026.

 

Una tappa situata in netta continuità con i suoi lavori precedenti e con quella che può ormai definirsi una poetica autoriale sedimentata.

 

 

[Un po' di luce ha permesso ad Ali Asgari la sua prima partecipazione a un concorso principale di uno dei grandi festival]

 

 

Probabilmente alla definitiva consacrazione manca solo un'opera in cui alla mano lieve con cui Ali Asgari dipinge i suoi quadri urbani, i suoi ritratti di famiglia, i suoi kafkiani incontri con la burocrazia si alterni - nei momenti che un autore così lucido saprà sicuramente dosare - un tratto più deciso.

 

Un po' di luce, in ogni caso, tiene fede al suo titolo: lascia trapelare un fascio luminoso nelle oscurità dell'Iran di oggi.

Un filo di speranza nelle vite disperate.

 

L'ennesimo rivolo di bel Cinema defluito da un paese a cui la macchina dei sogni dovrebbe essere preclusa.

____

 

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