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Due coppie e un grande convitato di pietra: il sesso.
Avrebbe potuto essere questo un sottotitolo vincente per The Invite - Il piacere è tutto nostro, opera terza di Olivia Wilde che porta in scena la contrapposizione tra interpretazioni diverse del concetto di borghesia che abitano lo stesso palazzo di San Francisco.
Joe e Angela, Pina e Hawk: una coppia più smaccatamente incasellabile nella middle class statunitense, l'altra apparentemente più libertina.
I primi più conformisti, mentre i secondi potremmo definirli con un termine tanto inflazionato quanto odiato: radical chic.
Sarà un invito ad avvicinare definitivamente questi due mondi attigui: Angela invita a cena i vicini del piano di sopra a insaputa di Joe.
Un innesco classico per un confronto tra i quattro che somiglierà sempre più a un effetto domino.
[Trailer ufficiale di The Invite - Il piacere è tutto nostro]
Se state pensando a quella lunga tradizione di Cinema "da salotto" che parte da Chi ha paura di Virginia Woolf? e passa per Carnage, ci avete preso in pieno.
Unità di tempo, luogo e azione enfatizzano il climax drammaturgico: questa è una certezza sin dai tempi di Aristotele, che teatro e Cinema hanno a lungo ripreso e perfezionato.
The Invite, da questo punto di vista, non si inventa niente ma riutilizza con sagacia elementi di grande classicità in un contesto moderno, occidentale e borghese, nelle abitudini e nelle nevrosi.
Ricevere un rimprovero dai propri vicini che si aspettavano un invito a cena più tempestivo?
Offrire del jamón serrano a una vegana? Sentir parlare apertamente di tutti gli sguardi indiscreti - e forse inappropriati - rivolti ai propri commensali?
Varie incarnazioni del disagio che caratterizzano i padroni di casa in The Invite e li mettono in una condizione di inferiorità perenne, costringendoli a rincorrere le attenzioni degli inquilini del piano superiore.
Tutte tappe accidentate di una cena che, in realtà, porta al vero invito che dà il titolo all'opera.
Le cortesie per gli ospiti di The Invite, infatti, si ribaltano quando Pina e Hawk (chissà se è il suo vero nome) invitano Angela e Joe a vivere un'esperienza di sesso collettiva.
Un tabù infranto, un'occasione da cogliere al volo.
Ma siamo sempre pronti a cogliere ciò che abbiamo in segreto desiderato tanto a lungo?
La sceneggiatura di Will McCormack e Rashida Jones solleva anche questo interrogativo, esemplificando in maniera puntuale l'immobilismo della middle class statunitense attraverso la scompostezza con cui Angela e Joe reagiscono a una proposta collegata a uno dei bisogni primari dell'uomo.
Lo spettatore più smaliziato, però, è anche portato a chiedersi se quelli che stiamo osservando siano davvero degli esponenti della borghesia: l'ambientazione californiana - San Francisco è una delle città con le maggiori disparità sociali degli USA - suggerisce che il benessere su cui poggiano le due coppie è in realtà abbastanza solido da permettere a tutti i malesseri emersi nel film di sconvolgere i personaggi, ma fornendo loro sempre un nuovo punto di appiglio.
Il finale - apparentemente conciliante - è del tutto esemplificativo.
[The Invite è totalmente cosparso del disagio dei suoi protagonisti]
Nell'analizzare gli ingredienti cinematografici che compongono The Invite, c'è un dato che non può non saltare agli occhi: le scelte di casting sono azzeccatissime.
Seth Rogen è in grado come pochi di incarnare un certo volto degli Stati Uniti: un uomo un tempo brillante ma trascurato, pieno di insicurezze, che sceglie di rifugiarsi nel sarcasmo.
Anche la coppia composta da Penélope Cruz ed Edward Norton risulta perfettamente assortita.
Dopo Finale a sorpresa - Official Competition, l'attrice madrilena si conferma in grado di essere corrosiva verso la sicumera intellettuale dei personaggi che interpreta.
Edward Norton porta invece con sé un pizzico di inequivocabile antipatia nella percezione dello spettatore, in totale antitesi coi modi gentili del suo personaggio.
L'Angela di Olivia Wilde è invece portavoce del tono complessivo dell'opera mostrandosi sempre a disagio, in ritardo, carica di emozioni e complesso di inferiorità (forse anche troppo).
Una porta d'accesso diretta verso il disagio che lo spettatore è spesso costretto a sentire lungo tutto l'opera.
Allo stesso modo la sua regia, ben lungi dall'essere caratterizzata da grande precisione, risulta comunque animata dalla verve necessaria a rendere l'opera tesa sul filo del grottesco.
Difficile dire se il risultato somigli a quello prefissatosi dai produttori quando nel 2021 hanno annunciato l'intenzione di sviluppare un remake del film spagnolo del 2020 Sentimental, a sua volta già adattamento dell'opera teatrale di Cesc Gay Els veïns de dalt, per la regia di Valerie Faris e Jonathan Dayton con sceneggiatura di McCormack e Jones.
Ciò che è certo è che The Invite rappresenta un'occasione importante per riportare Olivia Wilde a lavorare a un progetto indipendente e coerente con i propri interessi registici, dopo l'ottimo risultato de La rivincita delle sfigate e gli alti e bassi di Don't Worry Darling.
[La chimica del cast di The Invite è invidiabile]
Se c'è una cosa che non manca al Cinema di Olivia Wilde sono le varianti dell'eccesso, che scavano sotto la superficie di una società conformata fino a emergere: scomposte, spesso divertenti e talvolta controintuitive rispetto alle aspettative dello spettatore.
The Invite rinnova questa certezza e ce ne fornisce un'altra: Wilde sa dirigere con decisione degli interpreti di rango, anche attingendo a elementi metatestuali per caratterizzarne i personaggi.
Due elementi niente male, che segnalano The Invite come l'opera della (ri)partenza di una filmografia che potrebbe ora ambire a un salto definitivo a Hollywood.
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