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Her Private Hell - Recensione: punta dall'ago dell'eccesso

Il tanto atteso ritorno sul grande schermo di Nicolas Winding Refn è un convulso pastiche che radicalizza senza freni il suo perturbante istinto creativo

Titolo originale: Her Private Hell
Genere: Drammatico, Horror, Thriller
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn, Esti Giordani
Cast: Sophie Thatcher, Charles Melton, Havana Rose Liu
Distribuzione: MUBI
Uscita Italia: 1 ottobre 2026
Durata: 109 minuti
Paese: Danimarca
Festival: Cannes 2026 - Fuori Concorso

A distanza di dieci anni da The Neon Demon, Nicolas Winding Refn torna al cinema con Her Private Hell, un progetto che promette di portare ancora più all’estremo il suo stile visionario, tra ossessioni, perversioni e sfavillanti luci al neon.

 

Presentato fuori concorso al 79° Festival di Cannes, il film è il tassello ultimo di una traiettoria marcatamente identitaria del cineasta danese, iniziata ormai quindici anni fa con l’impassibile eleganza di Drive e gradualmente virata verso un Cinema sempre più scarnificato, in cui la violenza si fa glamour e lo spazio narrativo trascende nel concettualismo.

 

Un approccio di continua sperimentazione, che Nicolas Winding Refn decide in questo caso di spingere all’ennesima potenza, amplificandone pregi e difetti.

 

[Trailer ufficiale di Her Private Hell]

 

 

In una metropoli futuristica, una sorta di Tokyo spettrale sommersa dalla nebbia, la giovane attrice Elle ritorna a casa per girare un film di fantascienza diretto dal padre, il viscido regista Johnny Thunders; tra le stanze di un hotel opulento, la ragazza si trova a fare i conti con una misteriosa storia familiare e a condividere gli spazi con ambigue figure femminili, dall’ingenua starlette Hunter alla vecchia amica Dominique, ormai divenuta matrigna. 

 

Nel frattempo, per le strade si aggira minaccioso Leatherman, un serial killer coi guanti dalle nocche di cristallo che squarta il petto di giovani donne, mentre un soldato statunitense vaga ostinato nell’oscurità perenne alla ricerca della figlia rapita, affrontando disperatamente chiunque provi a ostacolarlo.

Personaggi apparentemente distanti, i cui destini sembrano potersi incrociare in un vortice tenebroso, dove il confine tra reale e onirico continua costantemente ad assottigliarsi.

 

Nelle sue premesse, il film si presenta senza dubbio come una costruzione affascinante, le cui atmosfere neo-noir vengono esaltate dal formalismo fluorescente, ma lasciano anche spazio a diversificate tracce di genere, dallo slasher allo sci-fi fino al revenge-movie, mantenendo sottotraccia un senso di malinconico romanticismo; il tutto è chiaramente trattato con la tipica attitudine di Refn, attraverso una contemplazione tarkovskijana che dilata forzatamente i tempi in una vera e propria sacralizzazione dell’immagine.

 

È ormai una certezza che addentrarsi nell’universo refniano significhi galleggiare in balia di un'instabilità continua, seppur pienamente controllata, una trance estatica meticolosamente composta.

 

Her Private Hell non scardina la tendenza, ma questa volta, forse più che mai, le linee narrative sono variegate, si incrociano, si scontrano e si disperdono, in quella che a mio avviso finisce per risultare un’esasperazione stilistica in costante pericolo di affondare nell’autocompiacimento del suo autore.

 

 

[Un'immagine della città futuristica ideata da Refn in Her Private Hell]

 

 

La protagonista Elle, interpretata dalla talentuosa Sophie Thatcher, identifica già nel nome (il pronome femminile in francese, oltre all'assonanza con l'inferno del titolo) la volontà di proseguire l’indagine avviata con The Neon Demon sulla condizione esistenziale della donna in una società oggettificante, governata da apparenze e soprusi.

 

Dal mondo della moda ci si sposta a quello del Cinema, ma in fondo il copione non cambia: la macchina da presa si sofferma languidamente sulle bellezze serafiche del gineceo di Johnny Thunders e sulla freddezza dei loro rapporti, lasciando presagire la discesa in un inferno di competizione sfrenata e cannibalizzazione reciproca. 

In realtà però Refn lascia quasi subito in secondo piano gli echi sociologici per concentrarsi maggiormente sulla psicologia della sua protagonista: appena mette piede nell’hotel, Elle inizia a comprendere di poter essere sostituita dalla neoarrivata Hunter, venendo sopraffatta dalla paura dell’abbandono e dal riemergere di un oscuro passato.

 

Her Private Hell è difatti in primis un’opera che ruota intorno al leitmotiv dei "daddy issues", dove la figura paterna si sdoppia tra realtà e presunzione, tra la violenza di una manipolazione fantasmatica e il vuoto incolmabile di un’assenza, generando però in ogni caso traumi e paranoie che innescano nella ragazza una destabilizzazione implacabile.

 

Refn punta la lente sulla sua reazione, che si manifesta nel desiderio di governare i propri istinti, ribellandosi alla propulsione autodistruttiva di un’esplicita architettura patriarcale per riappropriarsi del proprio corpo e delle proprie scelte.

 

Questa silenziosa crociata verso l’autodeterminazione femminile intercetta inevitabilmente la sfera erotica, che resta in gran parte soffusa, aleggiante, ma comunque palpabile.

Nell’ascetico occhio refniano c’è una regolare sensualità, disseminata nei dettagli e in piccoli movimenti ‒ come la pelle nuda di Elle “punta dall’ago del successo” durante la prova costume o gli sguardi enigmatici tra lei e Dominique (interpretata da Havana Rose Liu) ‒ capace però di crescere progressivamente fino a esplodere nella tensione sessuale.

 

Il culmine catartico arriva a celebrare la potenza emancipatoria dell’orgasmo, in una scena che prova idealmente a fare qualcosa di affine, anche se con un risultato meno lucido, a quanto visto recentemente nel magnifico Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte.

 

 

[Sophie Thatcher nei panni della protagonista Elle in una scena del film]

 

 

Ancora similmente all’opera di Jane Schoenbrun, la carnalità trova una connessione profonda con gli archetipi dello slasher, che ne amplificano i tratti disturbanti.

 

Ciò che cambia sono principalmente i riferimenti, dato che Nicolas Winding Refn amalgama i suoi elementi in un’angoscia sottile e interminabile, che richiama a gran voce le opere di Mario Bava: dallo straniamento del microcosmo plastico di Sei donne per l’assassino, alla ferocia cinica di Reazione a catena o l’efferatezza de I corpi presentano tracce di violenza carnale (diretto dal baviano Sergio Martino), senza dimenticare una parentesi kitsch sci-fi che ricorda vagamente Terrore nello spazio.

 

Altrettanto intrigante è l’alone da fiaba dark che sospende la storia in una dimensione eterea, tra citazioni più o meno esplicite (La piccola fiammiferaia e Biancaneve su tutte) e il tentativo di imbastire un proprio folklore cyberpunk, che tuttavia rimane in fondo soltanto abbozzato.

 

Al centro del meccanismo dovrebbe esserci infatti Leatherman, presenza incubica a metà tra Freddy Krueger e Candyman, sanguinario trait d’union del racconto e catalizzatore di un’atavica pulsione di morte, se non fosse che nel groviglio dei pensieri refniani si riduce purtroppo a una semplice figura di contorno.

Non diversa è la sorte del soldato K, personaggio estemporaneo e piuttosto bidimensionale, che nel suo errare vendicativo alla ricerca della figlia si appiattisce in una serie di sequenze dalla ridondante e pulitissima violenza.

 

Uno snodo narrativo in cui il regista affonda nuovamente le radici nel Cinema di exploitation asiatico per riproporre una sbiadita versione di Solo Dio perdona, con un Charles Melton abbastanza statico e molto meno graffiante di quanto fosse Ryan Gosling.

 

Questo già di per sé articolato e vertiginoso insieme viene, come detto, incasellato da Refn con un parossismo del suo stesso stile: una regia composta da primi piani contemplativi, tanti zoom in e zoom out, movimenti panoramici e staticità nelle scene dinamiche, il tutto adibito a garantire un controllo ossessivo e prepotentemente estetizzante della scena, dove i molteplici spunti lanciati faticano a trovare un incastro compiuto. 

Il Cinema refniano è ormai noto per elaborare esperienze febbrili, opere in gran parte performative, dove sono le impressioni e le sensazioni più effimere ad attaccarsi alla pelle dello spettatore e ad affascinarlo con la loro agghiacciante freddezza.

 

Qui non manca di certo l’intenzione, ma a mio parere la ricerca estetica è talmente invasiva da sovrastare le varie tematiche trattate, limitandosi a concatenarle con troppa superficialità e un certo didascalismo di fondo, al punto da ridurre Her Private Hell al curatissimo involucro di un contenuto poco consistente.

 

 

[Charles Melton nel ruolo del soldato K in una scena di Her Private Hell]

 

Dopo un decennio passato tra due bellissimi progetti seriali come Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy, che si ritrovano ampiamente nei ritmi di questo film, Refn dà dunque l’impressione di essere ancora alla ricerca di una chiave giusta per cristallizzare l’evoluzione della sua poetica sul grande schermo.

 

Quale che sia il parere su Her Private Hell, poco si può però contestare dal punto di vista visivo: la capacità del regista danese di svelare quella distorsione nascosta nel lato più demoniaco della bellezza rimane qualcosa di spettacolare e la sua piena intensificazione potrà con ogni probabilità soddisfare gli animi più fanatici dello stile di NWR. 

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