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Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte è l'attesissimo terzo film di Jane Schoenbrun che, dopo Ho visto la TV brillare, continua il suo personale viaggio nella consunzione mediatica come costruzione identitaria.
Presentato come film di apertura della sezione Un Certain Regard del 79° Festival di Cannes, Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte vede come protagonista Hannah Einbinder nel ruolo di una regista incaricata di girare l'ennesimo capitolo della fortunata saga slasher anni '80 Camp Miasma e che cerca di convincere la final girl del primo film (Gillian Anderson) a tornare nel nuovo capitolo della saga.
[Il trailer di Teenage Sex and Death at Camp Miasma, prodotto e distribuito da MUBI]
Un incipit già fortemente metacinematografico ci catapulta nel mondo di Camp Miasma, una fortunata serie slasher dichiaratamente ispirata a quella di Venerdì 13, dove, tra fiumi di sangue, facciamo la conoscenza di Little Death, il bizzarro killer della saga - vestito da palombaro, armato di arpione e con un vecchio cinematografo come maschera.
Kris (Hannah Einbinder) è una giovane regista e teorica queer, alla quale viene affidato il compito di girare un nuovo film della serie Camp Miasma che possa fare leva sul fattore nostalgia del nuovo pubblico.
Affezionata sin da bambina alla saga e alla sua lore, Kris non vuole compiere una semplice operazione acchiappa-soldi, vuole girare un nuovo capitolo di Camp Miasma che sia fedele alla qualità perturbante del primo capitolo e, per questo motivo, si mette in viaggio verso il campo estivo dov'è stato girato il primo film, alla ricerca di Billy (Gillian Anderson), l'attrice schiva e solitaria che ha interpretato la final girl del primo capitolo.
Nei vecchi luoghi del primo Camp Miasma, Kris e Billy formano un legame basato sui ricordi del film e dell'impatto che ha avuto sulle loro vite, cercando nel frattempo di fare luce sul mistero delle rispettive identità.
Il tutto sotto l'occhio attento di Little Death che, dal fondo del lago, si prepara a resuscitare per l'ennesimo capitolo della sua storia.
[Gillian Anderson è una moderna Norma Desmond in Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte]
La messa in scena della nostalgia nel Cinema contemporaneo prende solitamente due vie: o nella forma di operazioni nemmeno troppo celatamente lucrative oppure come testi che dichiarano i meccanismi e le trappole del genere, decostruendolo; l'esempio più famoso, ancora legato allo slasher, èScream di Wes Craven.
Con Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte Schoenbrun non fa nessuna delle due cose, prendendo una terza via, come già nel caso di Ho visto la TV brillare: usare la nostalgia come strumento biografico, chiave di esplorazione, racconto identitario e ritorno al luogo dove desiderio e personalità hanno trovato la loro prima espressione.
Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte porta avanti molto coerentemente il discorso che Schoenbrun sta costruendo da ormai tre film sul rapporto tra consumo di media e scoperta dell'identità.
Dopo l'Internet degli anni 2000 di We're All Going to the World's Fair e la televisione degli anni '90 di Ho visto la TV brillare, è arrivato il turno del Cinema di cassetta, delle saghe slasher anni '80, di quel Cinema di serie B disprezzato dai critici e amato dal pubblico che oggi viene più facilmente messo sotto vetro come oggetto di studio che riconosciuto come autentica espressione cinematografica di un'epoca, svuotato da fredde decodificazioni analitiche.
Come nei film precedenti, al centro di Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte c'è il tema dell'identità: la fatica, il dolore, ma anche (finalmente) la gioia di accettarsi e di venire accettatɘ.
L'opera è anche un film meno liminale di Ho visto la TV brillare: i suoi personaggi sono adulti e formati, non si riconoscono per la prima volta, ma ricostruiscono le radici della propria personalità e carnalità.
Nel suo nuovo film Jane Schoenbrun crea un discorso sia sui temi classici dello slasher - i giovani puniti in quanto arrapati, la morte come spettacolo, il dispositivo cinematografico come occhio del killer, la "purezza" salvifica della final girl come cliché misogino - che sulla "TV che brilla", quel sentimento di completo abbandono nel Cinema che porta a un'interrogazione identitaria tanto profonda quanto profonde sono le sue radici nella possibilità di una fuga dalla realtà, della fantasia di infinite possibilità.
[L'arrivo di Kris (Hannah Einbinder) al cinema di Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte]
A questo proposito Schoenbrun, pur omaggiando l'intero genere con diverse gustose citazioni, decide di fare di Little Death una figura non-binaria, affidandone il corpo a Jack Haven (già in Ho visto la TV brillare) e quindi legandosi direttamente a Sleepaway Camp, slasher celebre per la rivelazione finale che rompe le regole del gioco e che oggi viene riconosciuto come testo chiave della cinematografia trans.
Così come per Angela in Sleepaway Camp, la backstory originale di Little Death include un cambio di identità di genere; ma Schoenbrun non si ferma, donando al personaggio l'inequivocabile occhio meccanico del dispositivo cinematografico.
In un genere che spesso per reinventarsi ha giocato col cambio dei punti di vista, Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte compie un passo ulteriore: le vittime, con le loro identità e specificità, sono create dal killer stesso per continuare il proprio ciclo, in un personale Videodrome che rafforza l'idea dello spettacolo come elemento chiave nella formazione personale della persona.
Billy, la final girl originale, è sfuggita in qualche modo alle maglie di Little Death per custodirne, in un certo senso, il segreto.
Gillian Anderson è il ponte carnale con la nostalgia che il film richiede: non solo un'icona pop (l'indimenticabile agente Dana Scully di X-Files), ma una donna che ha attraversato decenni di immaginario collettivo e ora siede nell'occhio di questo film come una reclusa che protegge i propri fantasmi.
Il suo personaggio, una sorta di Gloria Swanson di Viale del tramonto (anche se Billy dice di non ricordare il nome di Norma Desmond), è l'opposto di Kris: dove la regista intellettualizza, analizza e applica categorie, Billy non può che sentire, proprio perché è stata originata nel primo orgasmo donatole proprio dalla presenza di Little Death che, non a caso, è il termine inglese che viene utilizzato per definire poeticamente il coito.
In mezzo alla macchina metacinematografica costruita da Schoenbrun c'è una storia d'amore tenerissima, tra rimandi cinefili e camei gustosi: Dylan Baker, indimenticabile interprete di Happiness di Todd Solondz, è uno studio executive; Eva Victor è una vittima del primo film che richiama l'indimenticabile Linnea Quigley ne Il ritorno dei morti viventi; la comica Sarah Sherman, nel cast del Saturday Night Live, è l'agente di Kris.
Una storia di scoperta tra le due protagoniste che tocca vette bergmaniane e che usa il Cinema come lingua comune prima ancora che come soggetto d'analisi.
È questa tenerezza il vero contraltare rispetto all'amarezza e alla malinconia di Ho visto la TV brillare: là dove la nostalgia era una ferita aperta, irrisolta e non curata, in Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte è detonazione di desiderio e liberazione.
C'è qualcosa sul fondo del lago e, alla fine, viene a galla.
[La saga cinematografica di Camp Miasma in tutta la sua gloria]
Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte è però anche il film più ambizioso di Schoenbrun sul piano formale: costantemente inventivo, pieno di immagini memorabili e con cambi continui di registro, rimanendo però fedele a se stesso e alla visione unica dell'autrice.
La fotografia di Eric K. Yue alterna il presente alle texture graffiate del film-nel-film, un VHS più ricordato che riprodotto, fino a far perdere le sfumature tra i vari piani del (meta)reale.
Si badi: il film omaggia il genere slasher in tutto e per tutto, donandoci una sequenza di massacro di Little Death - accompagnata dalla colonna sonora malinconica di Alex G - che rappresenta uno dei momenti più formalmente audaci dell'anno.
Lungi dall'essere un vuoto omaggio nostalgico, Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte rappresenta la reazione di una nuova generazione di filmmaker cresciuta con il Cinema di cassetta e di genere, la dimensione privata della consunzione mediatica in home video, i culti che si formano intorno a opere del passato e ai loro paratesti - che, inevitabilmente, l'hanno formata e le hanno fornito l'ABC del proprio linguaggio cinematografico.
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