Articoli
#articoli
Digger è un film manipolatorio.
È strano dirlo con un’accezione positiva; personalmente detesto i manipolatori: gentaglia che muove i fili delle vostre azioni e delle vostre emozioni come se foste marionette. Eppure è esattamente quello che Alejandro González Iñárritu fa con il suo nuovo film.
Decide lui cosa dovete provare: vi fa incazzare quando vuole lui, vi fa ridere quando vuole lui, vi mette a disagio quando vuole lui e infine vi costringe a pensare.
Muove continuamente il terreno sotto i vostri piedi e lo fa senza nascondersi, quasi dichiarando fin dall’inizio le regole del gioco.
A me Digger ha turbato molto e per una buona parte iniziale mi ha persino irritato.
Trovavo fuori registro quella satira così grottesca applicata a qualcosa di terribilmente reale e drammatico come il cambiamento climatico, mi sembrava quasi che il film non riuscisse a trovare il tono giusto.
Poi, andando avanti, qualcosa prende forma e quello che sembrava fuori registro diventa il registro.
[Trailer ufficiale di Digger]
Digger è certamente un film sulla crisi climatica, sul capitalismo, sul potere e sulla nostra società, ma soprattutto è un film sull’impossibilità contemporanea della rivolta.
Di conseguenza è un film sulla satira e sull’arte come, forse, ultima possibilità di resistenza. Se non materiale, almeno intellettuale.
Iñárritu ci racconta un mondo nel quale "obbedienza è libertà".
Un mondo in cui i potenti non hanno più nemmeno bisogno di mentire; non devono fingere di perseguire il bene comune, perché possono ormai dichiarare apertamente ciò che vogliono: noi facciamo i nostri interessi, gli interessi di pochi ricchi, e voi non potete impedirci di farlo.
Anzi: siamo noi a chiederglielo.
Il film non ci concede il conforto di considerarci semplicemente vittime del sistema, ci mette davanti alla possibilità molto più sgradevole di esserne complici.
Le briciole che cadono dal tavolo dei potenti sono esattamente ciò che continuiamo a desiderare e a chiedere; consumiamo ciò che producono, desideriamo ciò che ci vendono, alimentiamo il meccanismo che diciamo di voler combattere.
E loro lo sanno.
C’è un lungo monologo di Tom Cruise che per me è la scena madre del film e che credo entrerà nella Storia del Cinema.
In quel momento tutta la costruzione grottesca di Digger sembra improvvisamente condensarsi in qualcosa di lucidissimo e terrificante.
Il potere non deve più nascondersi, può guardarci negli occhi e dirci la verità: forse questa è la cosa più inquietante che il film racconta.
Che cosa rimane allora? Forse l’arte, forse la satira.
Forse la possibilità di ridere dell’assurdità del mondo quando non siamo più in grado di cambiarlo.
Ho sentito molto lo spirito dei Monty Python e, in maniera diversa, quello di Terry Gilliam e del suo L’esercito delle 12 scimmie: la stessa sensazione di trovarsi davanti a un mondo artificioso, grottesco, malato, nel quale gli esseri umani sembrano topi intrappolati.
La risata diventa così l’ultima via di fuga, ma è una risata amarissima.
[Digger: Alejandro González Iñárritu insieme a Emmanuel Lubezki testano inquadrature con Tom Cruise e John Goodman]
Digger è anche un film estenuante: molto parlato, volutamente ridondante, a tratti persino sfiancante.
Non cerca di essere accomodante e certamente non cerca di essere elegante nel modo in cui espone le proprie idee.
Eppure, durante la visione, questa logorrea assume progressivamente un senso. Anche l’eccesso diventa parte del dispositivo, perché il film ti sommerge di parole, immagini, proclami, assurdità, discorsi e rumore esattamente come il mondo che sta raccontando.
Mentre tutto questo accade, ogni elemento dell’immagine sembra partecipare alla stessa idea di decomposizione.
La fotografia di Emmanuel Lubezki è clamorosa.
Il Chivo pennella ancora una volta come pochissimi sanno fare: grandangoli, deformazioni prospettiche, palette cromatiche, la luce livida che è ormai parte del suo linguaggio trasformano gli spazi e i volti in qualcosa di quasi malsano.
Le scenografie sono umide, decadenti, marce, artificiose.
Non sono semplicemente lo sfondo del racconto: sono il racconto. Tutto in Digger sembra essere in decomposizione: gli edifici, le istituzioni, la politica, il pianeta, le relazioni umane.
È come se il mondo fosse già finito e nessuno dei suoi abitanti se ne fosse ancora accorto; topi intrappolati in un mondo marcio e squallido che continuano freneticamente a muoversi dentro una gabbia.
Tom Cruise è stupefacente ed è difficile persino ricordarsi della gigantesca icona cinematografica che abbiamo davanti, perché accetta di rendersi grottesco, ridicolo, sgradevole, enorme e proprio quando sembra essere diventato definitivamente una caricatura, riesce a restituire al personaggio una lucidità spaventosa.
John Goodman è perfetto nei panni del Presidente degli Stati Uniti: non si può ovviamente non pensare a Donald Trump, a un potere che non sente più necessariamente il bisogno di mascherare la propria brutalità e stupidità dietro una forma rassicurante.
[Digger: John Goodman nei panni del Presidente degli Stati Uniti d'America Compson]
Tutto, comunque, è curato in maniera quasi maniacale ed è forse questo contrasto tra la perfezione della macchina cinematografica e lo sfacelo del mondo che rappresenta a rendere Digger così straniante.
Iñárritu è probabilmente troppo nero, la sua visione del presente è disperata e quella del futuro lo è ancora di più.
Digger sembra quasi dirci che abbiamo superato il punto nel quale il sistema poteva essere aggiustato e che ormai stiamo correndo a 2000 all’ora verso il baratro.
È proprio questo che mi ha turbato.
Perché sono una persona che tutto sommato vuole ancora credere nella possibilità di cambiare le cose e Digger sembra invece guardarci negli occhi e chiederci se quella possibilità esista davvero.
Forse però il film stesso rappresenta una piccola contraddizione alla propria disperazione, perché se vale ancora la pena fare un’opera così furiosa, provocatoria e sgradevole, se vale ancora la pena usare il Cinema per costringerci a ridere, arrabbiarci e pensare, se l’arte può ancora metterci abbastanza a disagio da farci discutere del mondo nel quale viviamo, allora forse uno spazio minuscolo per reagire esiste ancora.
Ed è forse proprio questo il senso ultimo di Digger: non darci una soluzione, ma svegliare qualcosa prima che sia troppo tardi.
Volutamente non vi ho raccontato praticamente nulla della trama.
Mi piacerebbe che chiunque decidesse di vedere questo film ci arrivasse come ci sono arrivato io: senza sapere assolutamente niente.
Fidatevi: l’esperienza ne guadagna parecchio.
Obbedienza è libertà.
[articolo a cura di Pietro Baroni]
____
CineFacts non ha editori, nessuno ci dice cosa dobbiamo scrivere né come dobbiamo scrivere: siamo indipendenti e vogliamo continuare a esserlo, ma per farlo abbiamo bisogno anche di te!
Articoli
Articoli
Articoli
