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Agnes è alta, brillante, ha lo sguardo di una che passa più tempo a riflettere che a vivere.
Tra il silenzio dei libri e della natura, si muove elegante in uno spazio confortevole, ormai complice.
Un’ombra che la avvolge sembra accompagnarla dall’inizio. La donna ci sguscia dentro, cerca di liberarsene: è diventata una seconda pelle.
Sorry, Baby potrebbe parlare di amicizia, di amore, di quel tipo di rapporto dai confini volutamente labili. Potrebbe parlare di arrivismo, di ingiustizia, dei controsensi che abitano tutte le società. Potrebbe parlare di paura. Più probabilmente parla di tutto questo, non centrando mai niente pienamente. Proprio come la vita di ogni essere umano.
L’esordio alla regia di Eva Victor - qui anche sceneggiatrice e attrice protagonista - racconta la storia di una donna che prova a sopravvivere mentre reimpara a vivere.
[Trailer ufficiale di Sorry, Baby]
Agnes e Lydie (Naomi Ackie), compagne dai tempi del college, si ritrovano per passare dei giorni insieme nel New England.
La casa, che durante gli studi hanno condiviso e in cui ora abita Agnes, sembra essere rimasta esattamente la stessa. Come se il tempo si fosse congelato, almeno per la protagonista. Se infatti Lydie riporta alla sua amica novità e condivide aggiornamenti, Agnes sembra essersi fermata: la sua vita adulta appare come un prolungamento di quella che è stata anni prima.
Stessa casa, insegnante nello stesso dipartimento dove ha studiato, stessa piccola rassicurante città.
Nonostante il tema ritorni spesso, le due parlano poco di quelli che sono stati gli anni dell’università, di quella che è stata la “cosa brutta”, protagonista di uno dei capitoli che dividono il film. Agnes con Lydie ride, respira, avverte come più sopportabile la propria quotidianità; a tal punto che, nel momento in cui l’amica riparte, la prega di non metterci troppo a tornare.
Il ricordo di una violenza che, come una presenza sottile, attraversa tutto il film e rifugge qualsiasi spettacolarizzazione, retorica, pressapochismo: ha deturpato quel corpo, ha occupato quegli spazi, eppure non è mai stata ostentatamente rivelata.
Sorry, Baby è un film che si anima tra i silenzi degli spazi vuoti, nei corpi che nascondono e che rivelano ferite, nelle inquadrature fisse che raccontano movimenti interiori.
[Eva Victor e Naomi Ackie in Sorry, Baby]
Questa storia si osserva da testimoni, consapevoli eppure in qualche modo estranei.
Si guarda, si comprende, ma sempre facendo poi un passo indietro, come se quello che passasse sullo schermo fosse troppo intimo o difficile da elaborare; come se tutte le sfumature che si nascondono tra i turbamenti emotivi di Agnes non fossero facilmente catturabili durante la visione.
Quello che ne viene fuori è potentissimo: un racconto sottile e delicato su un trauma irrisolto che rischia di inaridire tutto, o quasi.
Perché un po’ di spazio per la tenerezza sembra farsi largo nella vita di Agnes, qualche fiore nel suo giardino riprende a germogliare e, piano piano, finalmente, la giovane donna ricomincia a prendere contatto con il proprio corpo e il proprio piacere: alla fine, come un torrente che non può fermarsi, la protagonista tira fuori tutto davanti a chi la può ascoltare, ma non la può pienamente comprendere, chi la guarda e le sorride, chi la ama senza bisogno di altre parole o spiegazioni.
Eva Victor rappresenta un talento che non esplode, ma si deposita e sedimenta: una regista esordiente che non promette e possiede già una lingua tutta sua.
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