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#SuldivanodiAle
Scrivere di una serie TV evento come Peacemaker di James Gunn, che in Italia non esiste è molto particolare.
La prima stagione ha esordito negli USA il 13 gennaio 2022, travolgendo gli spettatori con una freschezza e un’originalità davvero rare.
L’opera ha rappresentato il secondo passo di James Gunn all’interno del DCU prima che Warner decidesse di ricominciare da zero e dare le chiavi del regno al sopracitato sceneggiatore e regista e al buon Peter Safran.
Nonostante l’ottima accoglienza riservata alla serie, Peacemaker è rimasta un oggetto di culto amato da pubblico e critica che però durante la stagione dei premi non ha raccolto molto, incarnando un po’ lo spirito da outsider caciarone e irriverente del suo protagonista.
Rimaniamo calmi e andiamo con ordine prima di entrare in questa faccenda.
[Trailer ufficiale della stagione 1 di Peacemaker]
Peacemaker è arrivata in Italia di nascosto
La serie ha fatto capolino brevemente su TIMVision che, per rilevanza pop, è un po’ come pubblicare un bestseller in una libreria arroccata sul cucuzzolo di una montagna popolata da una strana razza di pecore elettriche: è tutto molto affascinante, ma se quasi nessuno lo sa rimane un po’ lì.
Non me ne vogliano gli amici e le amiche di TIMVision, che salutiamo.
La seconda stagione si è appena conclusa e ha divertito il suo pubblico creando un fenomeno ancora più grande, complice anche il successo di Superman, dove non arriva HBO Max, HBO, Max, GianniHBO o comunque abbia deciso di chiamarsi la piattaforma oggi (domani potrebbe cambiare ancora), arrivano NOW e Sky Atlantic.
Chi scrive vive nella verde Irlanda e Peacemaker è stata rilasciata tramite NOW, cosa che non accade in Italia per via di una serie di accordi distributivi mossi da specchi, leve, carrucole e giochi di luce che non mi metterò a innescare per evitare che un pianoforte caschi sulla mia testa.
Secondo alcune speculazioni la cosa si risolverà quando la piattaforma di Warner arriverà anche nello stivale (si dice da gennaio 2026: scaduti gli accordi con Sky per i contenuti ogni data potrebbe essere buona per sancire la cristologica venuta).
Ora che ci siamo tolti un po’ di contesto ne andiamo subito a esplorare dell’altro.
Eh già, mica è finita qui.
Perché so già che molte di voi mascherine si chiederanno se esistono condizioni sine qua non che permettono la visione di Peacemaker o se va rispettato un ordine particolare di visione rispetto a Superman, film che apre il nuovo DCU.
Ringraziamo Kevin Feige per aver causato del PTSD al pubblico tutto, alienandolo con l’intricata tela dell’arazzo del multiverso che si intreccia e impiglia tra visioni di film, serie e carte lenticolari 3D, nel disperato tentativo di tenere lo spettatore avvinto e ostaggio dei contenuti.
Vi dico subito che per il DCU non è questo il caso.
[Peacemaker con l'elmo di ordinanza]
Se avete visto Superman sapete anche come James Gunn stia strutturando il suo mondo un po’ più similmente a quanto si fa nei fumetti: un lettore di Batman per apprezzarne le avventure non è costretto a comprare tutta la scuderia dei personaggi DC e dei relativi eventi, nonostante di quando in quando qualche personaggio dello stesso universo possa fare capolino.
Peacemaker è perfettamente godibile anche se non avete visto The Suicide Squad, perché uno degli eventi che si trascina per qualche conflitto emotivo del personaggio è inserito nella serie in modo tale che lo spettatore possa avere tutte le informazioni che gli servono per comprendere la storia e il conflitto alla base dei turbamenti del suo protagonista.
Anche perché, detto tra noi, il Cinema e le storie hanno sempre funzionato così.
I Marvel Studios hanno educato, male, lo spettatore a pensare che ogni elemento della storia debba obbligatoriamente arrivare con giganteschi approfondimenti, ma quella fu una brillante mossa di mercato e di comunicazione per portare il pubblico a consumare ogni contenuto.
Ogni personaggio non necessita di una storia delle origini: pensate se prima di arrivare a Ocean’s Eleven avessimo dovuto sorbirci DIECI film e magari una serie TV spin-off, perché non sia mai lasciare un angolo di questo arazzo narrativo scoperto!
Tenete anche conto che nella prima stagione di Peacemaker c’è un chiaro riferimento alla Justice League del DCU ora defunto ma, con un colpo di tacco vellutato, la seconda stagione fa un piccolo retcon per riposizionare la serie e The Suicide Squad nell’universo avviato con il film di Superman.
Conseguentemente gli eventi della seconda stagione di Peacemaker si posizionano dopo quelli del film dedicato all’uomo d’acciaio e, nonostante nella serie ci siano chiari riferimenti e anche qualche collegamento, il tutto rimane comprensibile.
Il riferimento a uno dei plot point di Superman, che abbiate visto il film o meno, non sposta di un millimetro la fruizione di Peacemaker esattamente come la comparsa di alcuni personaggi: uno è troppo importante per non farvi capire quale possa essere il suo ruolo (come dicono a Trento: dovete aver vissuto sotto una roccia o essere nati ieri), l’altro è talmente secondario e dal ruolo così inequivocabilmente definito da non necessitare di altre elaborazioni.
In definitiva su Peacemaker avete una certezza: potete essere totalmente al buio rispetto a quanto fatto da James Gunn al cinema con questo universo e la serie continuerà a funzionare senza nessun intoppo.
Se siete invece parte di quel popolo di spettatori illuminato dal piacere di essere vivi che ha visto Superman e The Suicide Squad, divertendosi per motivi diametralmente opposti, sappiate che state per intraprendere un viaggio totalmente inaspettato.
[Una clip da Peacemaker]
Che cos’è Peacemaker?
Identificare Peacemaker non è facile, prima di tutto perché con le produzioni di questi ultimi anni James Gunn si è rivelato un autore poliedrico.
Personalmente non ero troppo fiducioso rispetto al ritorno di Superman al cinema, perché non avevo idea di quale soluzione possibile si sarebbe potuta adottare per farlo funzionare.
Quando è stato annunciato Gunn alla regia e sceneggiatura il mio dubbio si è fatto più oscuro: il regista è figlio di un Cinema spesso sovversivo e con The Suicide Squad ha sfogato quella sua voglia di identificarsi come un oggetto terzo rispetto alla corrente cinecomic.
Se James Gunn fosse un libro sarebbe Il coraggio di non piacere di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga, poiché il suo Cinema non si piega a nessuno standard che non sia quello di raccontare le storie che ama per come le concepisce.
James Gunn non è uguale a nessuno.
Anche lavorando per Marvel Studios Gunn ha mostrato con i Guardiani della Galassia un segno inimitabile; il suo terzo capitolo della saga è qualitativamente una delle opere migliori prodotte dal MCU.
Per quanto mi riguarda, nonostante l’innegabile valore di evento polarizzante, nella saga conclusiva degli Avengers dei fratelli Russo non c’è nemmeno un decimo dell’estro, dell’emotività e della gestione impeccabile di personaggi, direzione degli attori, ideazione delle scene d’azione e utilizzo dei VFX presente in Guardiani della Galassia Vol. 3.
Senza contare che anche con la televisione Gunn è riuscito a distinguersi e il suo speciale di Natale dei Guardiani è forse una delle migliori opere televisive, del genere, realizzate fino a oggi.
The Suicide Squad sembra la forma matura di quanto aveva mostrato con Super - Attento crimine!!! del 2010.
Mentre Marvel Studios e Sony, con Venom, non riescono proprio a trovare il coraggio di osare con pellicole violente che rispettino i personaggi per andare oltre la voglia di incassare includendo tutto il pubblico, in particolare quello dei più giovani, Gunn con il suo primo film DC si sfoga e si diverte nel raccontare il gruppo di villain; per portare al pubblico un qualcosa di vagamente sovversivo ai Marvel Studios è servito l’aiuto di Deadpool, il “Marvel Jesus”.
Superman invece è un personaggio di speranza, unione, estremamente legato all’ingenuità tipica dei fumetti per poter funzionare.
James Gunn, che anche nei Guardiani aveva mostrato notevoli capacità drammatiche, trova un sistema terzo per portare i cinefumetti al cinema: non vergognarsi di fare cinefumetto.
Superman è esattamente il personaggio dei fumetti: pieno di colori, leggero, intriso di messaggi di gentilezza, amore e fragilità, mentre il suo Lex Luthor non trattiene alcun colpo, armato di freddezza, intelligenza e crudeltà.
Un film che vive degli umori dei fumetti, ma risuona della grammatica cinematografica.
[Peacemaker e la sua fedele Eagly]
James Gunn ha molte facce
Quella di Peacemaker è una sorta di estensione di The Suicide Squad che cerca, e riesce, a consegnare al pubblico una serie scanzonata, scorretta, commovente, musicalmente straordinaria e capace di sorprendere con alcune trovate che, in definitiva, fanno delle due stagioni uno dei migliori prodotti tratti dai fumetti presenti sul piccolo schermo.
La formula è un po’ la stessa presa da The Suicide Squad fino a Superman: per fare ottime opere sui supereroi non è necessario incupire il racconto, ancorarsi un po’ troppo a terra e cercare un angolo drammatico che inevitabilmente porta lo spettatore a racconti “seri” di altro genere.
Per capirci: non è necessario andare a tutta forza su toni HBO e fare The Penguin per realizzare una serie che appassioni e diverta lo spettatore, quasi cercando di dare un senso “adulto” al fumetto; così chi spregia queste opere o se ne vergogna può dire “sembra I Soprano.”
Ogni tanto è giusto abbracciare l’epica di questi personaggi per quella che è, trovando in produzione tutti quegli elementi che la possano rendere di livello, ma senza negare che si sta pur sempre portando al pubblico un racconto intriso di una sospensione dell’incredulità pazzesca e contenuti talvolta adolescenziali.
Se per gradire i fumetti al cinema e in TV avete bisogno dei toni grevi, dell’aura da maschietto alfa che va in spiaggia con la mutanda bianca di qualche misura in meno, significa che evidentemente vi vergognate dell’epica che, in teoria, dovreste amare per quello che è, scendendo a patti con la sua natura.
[In Peacemaker stagione 2 torna anche Michael Rooker, attore feticcio di Gunn]
Cosa rende pazzesche le due stagioni di Peacemaker?
James Gunn è uno degli autori cinematografici meno riconosciuti del nostro tempo, nonostante sia possibile identificare il suo segno.
Per chi ancora oggi si scandalizzasse a leggere la parola “autore” accostata a chi fa intrattenimento pop come James Gunn, ci tengo a ricordare che la definizione non ha nessuna connotazione culturale alta: un autore è tale quando è riconoscibile nel segno che lascia nel realizzare le sue opere, sia questo identificabile dai temi che tratta in scrittura, da come concepisce la messa in scena nelle dinamiche dei suoi film, dall’utilizzo di interpreti, musica, fotografia e via discorrendo.
Il fatto che la carriera di Gunn parta da Troma, passi per Scooby Doo, esploda con i Guardiani fatti per Marvel e prosegua sul filone supereroistico DC, non significa che non sia degno di essere definito “autore.”
Se volete un sottotitolo breve e conciso: Martin Scorsese o Quentin Tarantino non parlano nei loro film di temi ancestrali dell’umanità, ma sono pur sempre degli autori e se siete soliti associare ai toni delle storie qualcosa di “serioso” e quindi “adulto”, state sbagliando ancora una volta.
James Gunn ha la capacità di preservare i toni adolescenziali delle opere che adatta, accostandoli a una scrittura la cui chiave di lettura passa per temi umani che rende queste storie sopra le righe e scanzonate incredibilmente vicine alla vita dello spettatore e alle sue esperienze, grazie a temi universali.
Gunn è anche una sorta di enciclopedia musicale umana con il dono di riuscire ad abbinare perfettamente il tono del racconto, e le sue emotività e messaggi, con i brani che, stando a quanto racconta Jennifer Holland (moglie del regista) nel podcast di Peacemaker, il regista ascolta senza soluzione di continuità mentre scrive le sceneggiature.
Il regista ha anche un gusto particolare per l’utilizzo dei VFX (il cane in Superman sembra vero) abbinato al saggio impiego di effetti speciali, utilizzo di trucco prostetico, costumi, location e set.
Senza contare che l’esperienza in Troma, dove di base si girava con un budget ridicolo e tempi strettissimi, gli ha insegnato una gestione del set e delle risorse che gli consente di curare la regia maniacalmente e con trovate virtuose, come la scena di combattimento nel tunnel di Guardiani della Galassia Vol. 3 o quella di Superman con Lois Lane lasciata al centro della bolla protettiva.
[I titoli di testa di Peacemaker]
James Gunn è un autore
Si potrebbe dire tanto del Cinema di James Gunn e permettetemi di essere sommario per arrivare al punto esposto sopra: il suo Cinema e la sua scrittura sono sempre riconoscibili, dominati da impulsi tra il dissacrante e l’emotivo, contraddistinti da un linguaggio per immagini mai sprecato né dozzinale e un utilizzo delle musiche sempre in tema e mai ruffiane nei confronti del pubblico.
Gunn non metterà mai l’ultima hit di Taylor Swift o Sabrina Carpenter nei suoi film per ammiccare al pubblico del momento, perché punta sempre a opere che rimangano nel tempo.
In tal senso Peacemaker fa prima di tutto una cosa che è un po’ la summa di tutte queste caratteristiche in un solo gesto: reinventa la sigla delle serie TV.
Le serie TV hanno sempre funzionato grazie alla forza delle loro sigle, il cui impatto iconico era fondamentale soprattutto in un mondo dove non era possibile "saltare l'intro" e non eravamo malati di FOMO e binge watching (epoca che sta lentamente tramontando).
La sigla doveva essere la porta d’accesso verso il nuovo episodio, quella cosa che ti accoglie e ti fa distendere o vibrare di trepidazione prima che lo show abbia inizio.
Nella Storia della TV ce ne sono state moltissime di iconiche e solo nel recente passato il piccolo schermo sembra aver dimenticato come realizzare dei bei titoli di testa, perdendo la magia di qualcosa che ha sempre contribuito alla nascita di fenomeni pop: potrei citare quelle di Twin Peaks, Friends, Scrubs, How I Met Your Mother, Happy Days, Breaking Bad, The X-Files, Dexter, I Simpsons, Westworld, Ai confini della realtà... e tante altre.
La prima stagione di Peacemaker si presenta con una sigla incredibile: i credits dei protagonisti sono accompagnati da loro stessi mentre sono impegnati a ballare un’assurda coreografia sulle note di Do Ya Wanna Taste It dei Wig Wam.
Caricata nel gennaio 2022 sul canale ufficiale di HBO Max ha attualmente 21 milioni di visualizzazioni.
L’idea non è affascinante soltanto perché riporta uno stilema televisivo andato un po’ perduto, ma perché la scelta della musica e della coreografia è perfettamente allineata con gli eventi dello show: il balletto è ridicolo, ma le facce dei protagonisti sono estremamente serie o forse sarebbe meglio dire che sono senza emotività.
In aggiunta Gunn ha rivisto il montaggio della sigla di ogni puntata, apportando microscopici cambiamenti che la rendono via via sempre più greve: il cambiamento è quasi impercettibile, ma c’è.
[I titoli di testa di Peacemaker stagione 2]
Discorso analogo si potrebbe fare per la seconda stagione.
Prima di tutto perché nella coreografia sono nascosti dettagli, sinceramente invisibili, che fanno da foreshadowing rispetto ad alcuni colpi di scena, come la presenza di certi personaggi, riproponendo l’idea di avere delle microdifferenze a ogni puntata.
In secondo luogo c’è un cambio di brano e Gunn sceglie Oh Lord di Foxy Shazam per aprire lo show.
Una canzone la cui melodia è estremamente spensierata e leggera, ma il cui significato affonda nei temi della stagione.
Gunn in questo frangente fa una scommessa: contrariamente allo stilema discusso riguardo le sigle delle serie TV, cambiare la canzone toglie al pubblico un elemento di comfort; immaginate se la stagione 2 di Friends avesse abbandonato I’ll Be There For You dei The Rembrandts, o se Scrubs avesse sostituito I’m No Superman dei Lazlo Bane.
Non vi nasconderò che al primo giro sono rimasto deluso ma, incredibilmente, con il passare delle puntate Oh Lord mi ha conquistato, soprattutto perché contrariamente alle canzoni scelte (o composte) per le altre serie TV, non c’è una narrazione sul piano musicale che accompagna lo show, cosa che invece accade in Peacemaker.
[Peacemaker e Judomaster]
Peacemaker dovrebbe farci schifo!
Il Peacemaker di James Gunn è anche un personaggio piuttosto anomalo rispetto alle regole canoniche di scrittura, quelle seguite come il Padre Nostro dai produttori e insegnate con altrettanta sacralità nelle scuole di Cinema; uno dei motivi per i quali è un po’ tutto piatto e uguale a se stesso.
Peacemaker, in particolare, non è un personaggio gradevole allo spettatore, un tratto comune a molte maschere iconiche della Storia del Cinema ma che riescono a descrivere l’identikit perfetto di alcune deformazioni del nostro presente.
In teoria si parte dal presupposto che Peacemaker sia un villain e nella serie vengono rinforzati tutti i tratti negativi della sua caratterizzazione.
Auggie Smith, un magnifico Robert Patrick, è il padre razzista e suprematista bianco che ha passato buona parte della sua vita a indossare i panni di una sorta di eroe mascherato al servizio del cappuccio bianco a punta della società statunitense.
Christopher Smith (aka Peacemaker) è cresciuto con il trauma della morte del fratello, un pensiero estremamente tendente al cospirazionismo, idee misogine come il pane a tavola quando si mangia pasta e fagioli, una valanga di bias su ogni fronte e una spolverata di ideologie nazionaliste da fare spavento.
Peacemaker, già in The Suicide Squad, si presenta con l’idea di preservare la pace a ogni costo, ma è piuttosto chiaro che non ha idea di cosa sia né di quale debba essere il fine ultimo delle sue azioni.
Sostanzialmente è un folle estremamente pericoloso sguinzagliato per il mondo e che, per via delle infinite insicurezze e traumi regalatigli con amore dal padre, vive costantemente cercando di impressionare gli altri.
Peacemaker è un po’ tutto quello che oggi abbiamo imparato a detestare: un maschio alfa malato di machismo, un insopportabile chiacchierone mentalmente acuto come una sfera perfetta, ma smaccatamente sicuro delle sue posizioni.
È lo zio che a Natale non vuoi vicino a pranzo o l’amico di infanzia che rivedi quando torni a casa per le feste e che appena apre bocca ti vomita addosso il pappagallo culturale di convinzioni distorte assorbite online e che si ripete incessantemente.
Come possiamo amare questo personaggio?
Perché va contro il politicamente corretto?
No!
Perché è un personaggio che, un po’ come le persone vere, non è una figurina bidimensionale senza profondità o sfumature.
Peacemaker è davvero un imbecille, non fraintendetemi, ma è maledettamente adorabile.
La prima puntata racconta il ritorno di Christopher Smith a casa: una rocambolesca fuga senza inseguitori dove conosciamo suo padre e facciamo amicizia con il suo “migliore amico” Adrian Chase (Freddie Stroma irriconoscibile rispetto al suo ruolo in Bridgerton), aka Vigilante, un sociopatico che combatte il crimine con lo zelo di The Punisher ma la verve di un personaggio che non sfigurerebbe nel cast di un soggetto di Seth Rogen e Evan Goldberg.
Veniamo a contatto con l’ambiente che ha dato vita alla personalità di Peacemaker, ma impariamo anche come il personaggio sia la perfetta rappresentazione delle idiosincrasie dei conservatori più estremisti.
[Gunn ha raccontato nel podcast di Peacemaker che hanno girato le prime 5 puntate dello show con un attore diverso nel ruolo di Vigilante, ma non funzionava!]
Peacemaker non ha traccia di viltà o crudeltà nel suo cuore
Christopher Smith è un uomo sensibile, un amico fedele e fidato con un grande senso del dovere e dell’onore, ma soprattutto, come spesso capita nella realtà, è attratto enormemente da tutte quelle cose generalmente associate al mondo liberale, piuttosto che alle convinzioni granitiche da conservatore: sesso, droga e un gusto musicale pieno di messaggi in antitesi alle sue ideologie.
In realtà Christopher Smith è diventato un bullo prima ancora di dare alla sua personalità una possibilità di esprimersi, presentarsi al mondo ed eventualmente venir rigettata come un ultimo o un diverso.
Suo padre, come molti estremisti e razzisti, ha deciso di isolarsi dal mondo, deflettere ogni responsabilità individuale o collettiva e creare una roccaforte di carta dietro la quale colpevolizzare il mondo per poi attaccarlo.
Tuttavia la vera personalità di Peacemaker si nasconde non troppo sotto la superficie.
Il suo desiderio è quello di essere accettato, di sentirsi utile, di mettersi al servizio del mondo e di aiutare gli altri. Come da tradizione delle storie di James Gunn non c’è nulla di meglio di una squadra di perdenti, di gente rotta e difettosa, per capire quanto la propria identità non debba obbligatoriamente essere definita dalla nostra famiglia di sangue o dal posto dal quale veniamo.
Peacemaker infatti riprende la squadra al servizio di Amanda Waller in The Suicide Squad e la mette al servizio della vicenda, per fermare una cospirazione che minaccia il mondo intero.
Perché fare affidamento su Peacemaker e un gruppo di scappati di casa?
Diciamo che per la natura della minaccia sarebbe estremamente sconveniente mandare un manipolo di eroi a confrontare i villain di questa stagione.
Guardando lo show capirete.
Emilia Harcourt, Leota Adebayo, John Economos e lo zelante Murn diventano la nuova famiglia di Peacemaker; insieme al fedele Eagly, l’aquila che fa da spalla a Peacemaker, e Vigilante che imparerete ad amare per la sua improbabile follia e un black humor tipico della scrittura di James Gunn.
Ogni personaggio della squadra di Peacemaker porta con sé una propria battaglia, alcune da incrociare con quelle di Chris Smith con toni più seriosi, altre invece più leggere e dalla natura comica dissacrante.
Lo show è una commedia d’azione sorretta e caratterizzata dall’umorismo più sopra le righe, scorretto e violento di James Gunn.
[Bellissima foto, ma Superman non compare in Peacemaker]
A conti fatti un personaggio sgradevole come quello di Peacemaker, spesso stupidamente crasso e insopportabile, diventa il nostro eroe.
La sigla dei Wig Wam dice “Lo specchio mente e l’intero mondo ha torto” e per certi versi questa frase si adatta come chiave di lettura di Peacemaker in diversi frangenti.
Se avete invece un animo più romantico e sentimentale, parte della morale della prima stagione la possiamo ritrovare nelle parole di Pa Kent in Superman: “I genitori non sono fatti per dire ai propri figli chi devono essere.”
In linea generale stiamo parlando di una rivisitazione di quanto raccontato in Guardiani della Galassia Vol. 2.
La prima stagione di Peacemaker ci ricorda come non sono i legami di sangue a dettare cosa siamo e a chi dobbiamo il nostro amore, la nostra amicizia o la nostra fedeltà incondizionata.
Senza contare che i villain della stagione sono l’altro elemento che mina la fibra morale di Peacemaker. Facendo un compendio a posteriori diventa tutto molto chiaro nonostante le vagonate di sangue, violenza, momenti scorretti, battutacce di ogni forma e dimensione e musica a palla.
Eppure i villain e il modo in cui Peacemaker si apre alle loro motivazioni e conflitti fa riflettere su quanto poco siano radicate in lui le convinzioni xenofobe e suprematiste.
Le nostre azioni, ritornando sempre a papà Kent, ci definiscono e Peacemaker desidera ardentemente liberarsi dalla sua gabbia e diventare quello che ha sempre voluto essere.
Peacemaker è un personaggio costruito da pane e salame: non ha sfaccettature oscure, non vuole innescare discorsi su massimi sistemi morali intricati.
Quello che in altre storie verrebbe trattato come un elemento da accostare a discorsi enfatici e con un peso ideologico potente, qui si risolve con la logica di Peacemaker, quella di un uomo semplice mosso da motivazioni e morali basilari, forse infantili, ma per questo molto pure.
Il discorso evolve per la seconda stagione.
Peacemaker fa i conti direttamente con i propri fantasmi, esattamente come alcuni dei suoi comprimari. Talvolta ci sono cose che proprio non vogliamo vedere anche se tutti i segnali sono di fronte a noi, morale che rende estremamente divertente un colpo di scena ben orchestrato, mentre talvolta non riusciamo ad affrontare l’idea di come sia possibile controllare il corso della nostra vita, ma per farlo si rende necessario accettare le conseguenze di ogni scelta.
Peacemaker stagione 2 è difficile da guardare per i cosiddetti people pleaser: le insicurezze instillate nella testa di Peacemaker lo hanno portato a compiacere gli altri prima che se stesso, ritrovandosi da solo quando le conseguenze di tali azioni gli presentano il conto.
Per essere padrone della sua storia Peacemaker deve invece abbandonare l’idea del soldatino disposto a tutto per perseguire la pace, aka la felicità, che dovrebbe venire compiacendo gli altri, per diventare un vero sovversivo e fare soltanto ciò che trova giusto o sbagliato.
Se in Superman la gentilezza era un atto punk rock, in Peacemaker lo è essere se stessi e seguire le proprie convinzioni, accettando la possibilità di essere disprezzati da molti in cambio dell’amore di pochi e di una realizzazione personale che non mangia nessuno.
Nella seconda stagione di Peacemaker non troviamo un vero e proprio villain in senso canonico, ma seguiamo il conflitto di Christopher e le piccole battaglie che ognuno dei comprimari deve portare avanti dopo il finale della stagione precedente.
Ogni azione ha delle conseguenze e solo affrontandole i nostri eroi possono vincere ma talvolta bisogna fare i conti con l’impietosa legge del Rasoio di Hanlon che recita "mai attribuire cattiveria a quel che si spiega benissimo con la stupidità": una legge che vale anche quando la stupidità è la nostra.
[Peacemaker ha anche delle camicie orrende!]
Per quanto mi riguarda Peacemaker è una delle migliori opere televisive a tema supereroistico che siano mai state prodotte.
James Gunn è davvero un sovversivo delle forme di racconto per immagini.
I suoi eroi sono scorretti ma maledettamente divertenti, il racconto smaccatamente fumettistico riesce a non lasciare per strada la costruzione della messa in scena, dei personaggi e regala, soprattutto nella seconda stagione, alcune interpretazioni notevoli da parte di John Cena e Jennifer Holland.
Peacemaker è uno show capace di regalare al pubblico personaggi straordinari: lo scorretto, psicotico e imbecille Vigilante di Freddie Stroma,Judomaster, irritante mangiatore di patatine interpretato da Nhut Le, Adebayo che consegna allo spettatore il contraltare progressista a Peacemaker, che lo show ogni tanto pungola e critica, ma che impariamo ad amare per la sua intelligenza e verve oltre a una serie di personaggi secondari che, pur con basso minutaggio, entrano nella memoria dello spettatore.
Peacemaker è un po’ lo show che mancava in questi anni di TV supereroistica accessoria, spesso senza grande identità e colpevole, un po’ come il Cinema di supereroi, di lasciare a casa una qualsivoglia forma di memorabilità, leggerezza o identità.
Il più grande smacco fatto allo spettatore di oggi è forse aver dimenticato di divertire, anche parlando di temi importanti o storie che possono riguardarlo.
La TV si prende spesso molto sul serio, costruisce trame intricate, complesse e vuole dare profondità a tutto, ma sembra spaventata dall’idea di fare comicità o parodia, lasciando unicamente alla stand-up comedy, un luogo apparentemente impossibile da fraintendere, il compito di dare leggerezza al pubblico.
Peacemaker invece ci ricorda che è possibile raccontare belle storie e bei personaggi con irriverenza, voglia di divertire e estro nell’esercizio della messa in scena, anche quando non c'è James Gunn a dirigere.
Di Superman, Batman e Lanterne Verdi ve ne potrebbe fregare meno di zero, ma Peacemaker potreste finire per guardarla comunque, perché è capace di vivere in un suo spazio per essere apprezzata da un pubblico eterogeneo.
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