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Pluribus - Recensione: uno, nessuno, cosa ti serve Carol?

Pluribus è diventato il caso televisivo del 2026, catturando l’attenzione del pubblico tutto e confermando ulteriormente il valore di Apple TV, ma perché? 

Titolo originale: Pluribus
Genere: Commedia nera, Drammatico, Fantascienza
Regia: AAVV
Showrunner: Vince Gilligan
Sceneggiatura: AAVV
Cast: Rhea Seehorn, Karolina Wydra, Carlos Manuel Vesga
Distribuzione Italia: Apple TV
Uscita Italia: 7 novembre 2025
Paese: USA

 

Parlare di Pluribus senza parlare di Pluribus è un compito particolarmente difficile, ma in qualche modo si deve pur fare e chi non ha visto la serie TV si starà chiedendo per quale ragione ho apparecchiato questa premessa.

 

Vince Gilligan, creatore dello show, ha ideato un concept basato sul mistero dietro gli eventi che travolgono la protagonista, rendendo anche il concept uno spoiler. 

 

[Trailer ufficiale di Pluribus]

 

 

La campagna pubblicitaria di Pluribus ci dice sostanzialmente che la serie parla di una persona che non vuole essere felice nonostante gli sforzi del mondo attorno a lei. 

 

Sul sito ufficiale di AppleTV dedicato alla stampa la trama è riassunta così: "La persona più infelice della Terra deve salvare il mondo dalla felicità". 

Pluribus è quindi uno show dedicato alla ricerca della felicità? Assolutamente no!

Ho sostanzialmente ribadito quanto sia impossibile parlare dello show senza entrare in dettagli che possano rovinare la sorpresa allo spettatore. 

 

Vince Gilligan ha fatto qualcosa che sembrava impossibile per lo scenario contemporaneo, costruendo uno show che si basa sul concetto di mistero e catturando l’attenzione di milioni di spettatori in tutto il mondo.

Pluribus, stando ai dati diffusi, è lo show più visto di AppleTV e quello che insieme a The Studio sta portando la piattaforma oltre la commedia più amata dal pubblico degli ultimi anni: Ted Lasso.  

 

Serie come Pluribus sono opere rare e nella Storia delle TV ne possiamo ricordare una manciata.

Potremmo trovare in Twin Peaks la serie prototipo, ma nel corso del tempo Lost è diventata l’opera più rappresentativa di questo genere.

Non perché sia migliore, ma perché contrariamente a Twin Peaks, e avvicinandosi più a Pluribus, ha una premessa che non è semplice da veicolare allo spettatore e fortemente basata sull’idea che non sia ben chiaro cosa succederà da quel punto in avanti né cosa stia accadendo davvero. 

 

Queste serie TV sono così difficili da realizzare che, a memoria, ognuna di queste è stata poi di difficile gestione andando avanti, mentre altre sono deragliate per esplodere in una sorda palla di fuoco.

Twin Peaks, opera di assoluta innovazione, fu uccisa dal network che (grazie a Bob Iger, ora CEO di Disney) decise era giunto il momento di svelare l’assassino di Laura Palmer, convinti che avrebbe giovato alla serie.

Peccato che quello fosse il motore di Twin Peaks e una volta fatta la frittata il declino dello show è stato inesorabile, non bastò nemmeno il ritorno di David Lynch sul finale per salvarla: nonostante un ultimo episodio grandioso e la realizzazione di uno dei migliori cliffhanger della Storia della TV, lo show è stato comunque cancellato.

 

Dopo oltre 25 anni la serie è tornata per essere gestita totalmente da David Lynch e Mark Frost che, liberi di navigare nella nuova serialità da loro creata proprio con Twin Peaks, hanno dato allo show una grandiosa e avveniristica conclusione. 

 

 

 

 

Lost di Damon Lindelof, J.J. Abrams e Jeffrey Lieber è invece LO show mystery degli anni 2000. 

 

La serie ha catturato l’attenzione del pubblico di tutto il mondo per ben 6 stagioni e 121 episodi.

L’isola e il mistero dietro la sua natura ha tenuto banco per anni, alimentando la curiosità degli spettatori che fino all’ultimo volevano sapere cosa fosse l’isola e quale avventura stavano vivendo quei personaggi così iconici e interessanti.

Il finale non è esattamente ricordato come uno dei frammenti più affascinanti della Storia della TV e, anzi, per certi versi concretizza la scelta più pigra possibile e la teoria dei fan che gli stessi speravano di non vedere.  

 

Nel mezzo ci sono stati molti tentativi, riusciti e non, di creare serie mystery di questo tipo.

Molti ricorderanno con piacere Fringe, che indicativamente rientra in questo genere, altri guarderanno alla serie culto The Leftovers, alcuni avranno vaghe memorie di FlashForward, opera di David S. Goyer il cui ambizioso mistero ha fatto sbadigliare il pubblico alla velocità della luce. 

Più recentemente c’è stato Il problema dei tre corpi, serie TV che ha devastato le gonadi di alcuni, interessato timidamente altri e ammaliato una fetta piuttosto risicata di pubblico; poi ci sono i “voglio leggere il libro” e gli “era meglio il libro”.

 

Potrei ricordare Westworld, uno show consacrato immediatamente come il giocattolo preferito del pubblico per diventare poi l’ombra di se stesso.

Raramente ho visto uno show strozzarsi con il fitto dei suoi stessi concept, confondendo lo spettatore con una narrazione spesso inutilmente contorta.

Westworld si è conclusa in un anonimato abbastanza desolante e forse è specchio di quella scrittura Made in Nolan Brothers che ha talvolta il vizio di crogiolarsi nei suoi (s)ragionamenti e in una messa in scena di discutibile efficacia: più lore che racconto, più fitto che personaggi, più masturbazioni che climax. 

 

In cosa si differenzia Pluribus (per ora), cosa promette e cosa disinnesca dei possibili difetti di questo genere?  

 

Stando a quanto dichiarato da Vince Gilligan Pluribus potrebbe andare avanti per circa tre o quattro stagioni, ma la sua sfida più grande sarà riuscire a rimanere affascinante per tutto questo tempo e soprattutto riuscire a concludersi con la stessa grandiosità della premessa. 

Quello che sappiamo di Pluribus è che si presenta allo spettatore costruendo una prima puntata grandiosa per proseguire altrettanto bene.

 

Vince Gilligan apre lo show facendo correre nella mente dello spettatore una sequela di pensieri e ragionamenti: è uno sci-fi sugli alieni?

È tipo Contact?

È uno show post-apocalittico con virus, sopravvissuti, razziatori, violenze, fazioni e chi più ne ha più ne metta?

 

Che cos'è questo Pluribus e perché stanno iniziando a fare quella cosa molto strana?!

 

 

 

 

Pluribus è qualcosa di familiare, tuttavia inedito. 

 

Il "cosa" alla sua base è molto interessante da esplorare per via di regole e premesse, ma lascia lo spettatore solo con due personaggi: Carol e il resto del mondo. 

Vince Gilligan fa una scelta incredibilmente coraggiosa e fa di Rhea Seehorn la protagonista quasi assoluta del suo show, affiancandole una serie di volti sconosciuti o poco noti per evitare di distrarre dal plot lo spettatore, evitando che quest'ultimo passi tutto il tempo a pensare: "Hey, ma quello è il mio attore preferito e recita in questa cosa stramba!"

 

In una Hollywood che, contrariamente a quanto sostiene Quentin Tarantino, vive ancora delle sue star e mai come oggi di casting la cui logica è spesso quella della pesca intensiva, Gilligan mette questo nuovo, ambizioso e assurdo show in mano a un interprete “secondario”.

Spiego subito le virgolette. 

 

Rhea Seehorn entra nella vita degli spettatori di Breaking Bad con lo spin-off Better Call Saul.

Lo show non inizia nel migliore dei modi e Bob Odenkirk fa un po’ i conti con una prima stagione piena di straordinari spunti e sviluppi eppure talvolta difficile da digerire senza regolari shot di adrenalina nel petto.

L’introduzione del personaggio di Kim Wexler, interpretata da Rhea Seehorn, regala a Hollywood la scoperta di una delle migliori attrici sulla piazza e un personaggio cruciale nello sviluppo dei conflitti di Saul Goodman, rendendo la sua ascesa e caduta ancora più significativa.

Gilligan ha detto di aver scelto Seehorn perché può recitare tutto e guardando Pluribus è impossibile non essere d’accordo con lui.  

 

Assieme al mistero dietro la serie Carol Sturka è la lama che affonda il colpo nel cuore dello spettatore.

Pluribus diventa iconica nel momento in cui Carol si confronta con il mistero della serie e il tentativo del mondo di renderla felice diventa un inquietante e destabilizzante tormentone.

 

Se non avete idea di cosa sto parlando, cercate su Google "Pluribus" e aspettate il messaggio che apparirà tra la barra di ricerca e i risultati. 

 

 

 

 

Carol, insoddisfatta autrice di romanzi fantasy dalle tinte rosa, è chiaramente una donna intelligente ma si trova tra le mani un mondo che va totalmente alla deriva, o forse verso un nuovo ordine mondiale basato su una deficiente armonia che rifiuta di muoversi secondo ragione.

 

Pluribus costruisce un mistero su idiosincrasie logiche, portate avanti da una moltitudine che non sa gestire i conflitti, che non riesce ad affrontare nulla di vagamente spiacevole e che si muove seguendo l’istinto base di ogni forma di vita senza scopi alti, con freddo egoismo e l’idea che sia un atto dovuto. 

Da questo punto di vista la serie è maledettamente interessante, perché potrebbe farci ragionare all’infinito sul presente e sul mondo che ci circonda oggi: in un certo senso siamo al cospetto di una moltitudine (forse la Gen Z?) che sembra una forma estremizzata di quanto Carol deve affrontare in Pluribus.  

 

Tuttavia mi sento di lasciare questa lettura da qualche parte, perché non è per nulla LA lettura dello show e renderebbe anche la serie molto meno interessante di quella che è, se teniamo la mente aperta a tutto ciò che ha da offrire su un piano narrativo. 

 

Carol e la sua resistenza per sopravvivere nel mondo di Pluribus è mossa prima di tutto da una serie di reazioni che, io come molti di voi, troveranno incredibilmente familiari.

Carol smatta, sbraita, va completamente fuori di testa perché questa moltitudine contro cui si schiera è quasi insopportabile nelle sue maniere, nelle logiche fallate e nel monolitico pensiero che porta avanti come una regola incisa nella pietra e che di conseguenza non è davvero pensiero.

L’idea stessa di “armonia” proposta è contro i significati del senso stesso della vita.

 

Per certi versi Pluribus ricorda anche quanto sia assurdo che l’umanità abbia uno scibile di conoscenza inimmaginabile, ma spesso sembra non avere alcuna idea di cosa farsene, navigando l’esistenza seguendo istinti bassi e un po’ imbecilli. 

 

 

 

 

Al tempo stesso Pluribus non lascia Carol per conto suo e in questa pantomima - perché lo show ha ampio spazio per dell'assurdo umorismo) di Carol VS il mondo e la sua fine, ci sono altri personaggi.

 

Altri "Carol" che vivono il mondo di Pluribus appesi a fili logici totalmente opposti: alcuni di questi sono patetici, altri irritanti nella loro ottusità, alcuni potremmo trovarli affini al nostro modo di vedere le cose e portarci a sollevare tutte quelle domande che Carol non pone; non perché siano più intelligenti o perché la scrittura sia laconica, anzi è così proprio perché i personaggi sono tutti fedeli alla loro descrizione e personalità che la scrittura ha valore e profondità.

Vince Gilligan non critica il presente solo con la minaccia che promette la fine del mondo che incombe in Pluribus, ma descrivendo caratteri spesso identificabili in tratti egoistici, idiotici, ignavi, ingenui, superficiali o stupidamente testardi nel portare avanti certe convinzioni. 

 

Pluribus trova una qualità proprio disinnescando l’idea che il mistero debba essere il solo e unico motore della storia, perché l’effetto Lost - l’idea di dover costruire misteri su misteri per distrarre lo spettatore dal punto focale buttandolo giù lungo uno sconclusionato rabbit hole - può distruggere una serie TV. 

 

Vince Gilligan sembra quasi seguire la formula di Breaking Bad utilizzando i personaggi come grimaldello per sbloccare nuovi punti di svolta e per quanto Carol sia il centro della vicenda, andando avanti si rende necessario un personaggio come Manousos (Carlos Manuel Vesga).

Dopo il primo, brillante e inquietante episodio, Pluribus si rende conto che la fine del mondo non è quello che è, ma quello che ne fai.

I personaggi, il loro carattere e la loro logica rispetto agli eventi, sono il come la storia si muove e cosa possiamo arrivare a scoprire di questa improbabile caduta del genere umano. 

 

Pluribus, come Breaking Bad e come in alcuni casi Better Call Saul, abbassa il ritmo, non usa i dialoghi come strumento utile a veicolare spiegoni e lore, ma fa del carattere dei personaggi, delle loro scelte e delle loro reazioni il veicolo per snodare i misteri. 

 

 

 

 

In questo modo Pluribus diventa ancora più appassionante rispetto al suo mistero iniziale.

 

Scoprire le interpretazioni tra gli altri personaggi apre a scenari esilaranti o irritanti.

Credo in molti gradiscono o gradiranno Koumba Diabaté, una maschera che per certi versi gioca con la fine del mondo e fa un po’ tutto quello che molti altri avrebbero fatto al posto suo: è quella persona che gioca la vita di ruolo, che vive chiaramente un'illusione ma che fa di tutto per tenerla viva, assecondarla e, talvolta, crederci davvero. 

 

Pluribus disinnesca anche un pericolo ricorrente nelle serie di questo tipo: la convenienza.

Molto spesso nelle situazioni da "fine del mondo" i sopravvissuti sono personaggi che, quando pensati con una logica ridicola, sono anche gli stessi che hanno tutti i mezzi possibili per salvarlo. Pluribus ci mette in mano una manciata di Signor Nessuno.

Carol stessa scrive romanzi e nel contesto è utile come un cotton fioc in una sfida all’ultimo sangue con un maniaco armato di coltello.

Potrà salvare il mondo? Le probabilità sono abbastanza contro di lei. 

 

Gilligan inoltre benedice la televisione andando in totale controcorrente rispetto al presente.

I social network hanno avviato la destrutturazione del linguaggio per immagini e dello storytelling, ma Netflix la sta incoraggiando e, come stiamo vedendo anche nell’ultima stagione di Stranger Things, il decadimento cognitivo dello spettatore è incoraggiato.

 

La TV ha dialoghi interminabili e innaturali nel corso dei quali i personaggi vocalizzano retropensieri, emozioni, lore, cose che accadono sullo schermo, intenzioni e chi più ne ha più ne metta.

Le cose che dovremmo vedere vengono spiegate, spesso più volte perché - stando a quanto raccontato da molti sceneggiatori di Hollywood - il gigante dello streaming vuole rivolgersi a un pubblico distratto e non ha nessuna intenzione di invertire la tendenza, bensì di incoraggiarla.

Se ogni buona scuola di scrittura (Cinema o meno) ti dirà che un buon dialogo non deve essere 1:1 il riflesso del pensiero dei personaggi, creando tensioni e conflitti in scena e fuori dalla scena per chi guarda, su Netflix è un po’ l’esatto contrario, ma sotto metanfetamina.

 

Sono ancora stupito del fatto che qualcuno abbia dovuto fare un grafico di come funziona il sottosopra di Stranger Things dopo che è stato spiegato e mostrato nel corso delle puntate almeno 4 volte. 

QUATTRO! 

Decido di fermarmi qui prima di trascendere come fa Carol in Pluribus. Vedete quanto è scritto bene lo show?!

 

Molti di voi pensando a queste situazioni avranno perso la capoccia. Benvenuti in Pluribus!

 

 

 

 

Andando oltre, Vince Gilligan riporta il suo stilema televisivo fatto di grande linguaggio per immagini.

 

La serie, così come Breaking Bad e nei momenti migliori Better Call Saul, lascia spesso le parole a casa e le immagini, confezionate spesso per non essere mai banali o inutile esercizio estetico, raccontano sempre qualcosa.

Quello che vediamo è bello da guardare, ma è anche un veicolo di emozioni e informazioni: Pluribus non prende mai scelte estetiche estreme e ridondanti (vedi la gimmick visiva di Mr Robot), ma fa della pulizia delle immagini e della loro cristallina lettura un sistema perfetto per gestire il racconto.

Anche il quadro più banale nasconde qualcosa di meraviglioso da raccontare. 

 

Pluribus, per quanto mi riguarda, non allunga il brodo né gigioneggia con i tempi del racconto ma anzi, anche quando sembra stia perdendo tempo, e quando vedrete l’episodio di Carol canterina mi penserete, sta raccontando tantissimo. L’episodio al quale faccio riferimento dice tanto anche nella scelta delle canzoni canticchiate da Carol, nel suo essere apparente serafica, in pace e, ancora una volta, di quanto Rhea Seehorn riesca a spostarsi lungo uno spettro di emozioni molto ampio senza ricorrere alla recitazione sfiatata; quella tecnica di molti attori del piccolo e grande schermo che o urlano o sospirano. 

Potrei dirvi molto altro di Pluribus, ma rischierei di entrare nel regno degli spoiler e di questa serie, prima della visione, se non sapete nulla è meglio così.

 

Tutto è sorpresa, mistero, scoperta dei personaggi e amore per il racconto per immagini. 

 

 

 

 

Pluribus è grande televisione, ma stiamo bene attenti a un paio di cose.

 

La prima è quella citata in apertura di questo pezzo: dobbiamo sperare che andando avanti non eroda il fascino del suo mistero e, aggiungo, non indugi troppo nelle sue qualità narrative trasformandole in difetti. 

 

La seconda: la TV di oggi è meravigliosa e serie come Scissione sono quello che sono grazie alla grande attenzione che viene dedicata loro, ma questo spesso si traduce in tempi di produzione biblici e Pluribus potrebbe arrivare con una seconda stagione tra molto tempo e non vorrei che, nel frattempo, lo spettatore se la prendesse un po’ troppo comoda. 

 

Nonostante queste considerazioni, fatevi un favore e guardate Pluribus. 

___

 

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