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#SuldivanodiAle
The Chair Company fa parte di una nuova ondata di serie TV comedy delle quali abbiamo disperatamente bisogno.
Non è questo il contesto per argomentare approfonditamente le ragioni dietro questa affermazione, dico soltanto che da molti anni a questa parte lo spettatore è preda di un piccolo schermo il cui brillare è sempre più cupo e non c’è stato molto spazio per le commedie, nonostante qualche eccezione sia esistita innescando la sopra citata ondata.
[Trailer ufficiale di The Chair Company]
La TV si è fatta più cupa: e adesso?
Pensiamo al recente passato: a cavallo della pandemia The Office è stata riscoperta grazie a Netflix, è riesploso Friends e qualche revival, come quello della serie cult Malcolm in the Middle in arrivo ad aprile, è stato messo in produzione.
Questo perché la TV nella sua forma più leggera è diventata merce rara.
La grande eccezione è stata rappresentata da AppleTV e Ted Lasso.
La serie TV ha fatto conoscere al mondo la piattaforma della mela, unica impegnata a produrre regolarmente un discreto numero di ottime serie comedy: Shrinking, che ci ha regalato i tempi comici di Harrison Ford; Platonic, che mette insieme i meravigliosi Seth Rogen e Rose Byrne; Loot, con Maya Rudolph a raccontarci i “drammi” di un divorzio miliardario; Bad Monkey, crime comedy con uno straordinario Vince Vaughn detective; Palm Royale, comedy-drama ambientata negli anni 60 con Kristen Wiig e The Studio, premiata serie con Seth Rogen ispirata da I Protagonisti, commedia di Robert Altman che nel fare satira di Hollywood legge in modo cristallino il declino dell’industria, le sue idiosincrasie e ricorda di far sbellicare il pubblico tutto.
Guardando al panorama più ampio i network pendono spesso verso il dramma e posano il loro sguardo su storie ricche di dettagli, lore, motivi per disperarsi ai piedi del proprio divano come fossimo Willem Dafoe in Platoon, ma soprattutto fanno dei minutaggi sempre più estremi ed estenuanti il loro marchio di fabbrica.
Persino Stranger Things ha sentito il bisogno di prendere il suo pubblico in ostaggio per un mega evento e che in altri tempi avrebbe portato Bruce Willis a dare sui nervi agli executive di Netflix, irrompendo alla loro festa di Natale per trasformare gli uffici di Los Gatos nel set del nuovo Die Hard.
Per quanto gradisca la “nuova TV” credo il pubblico abbia bisogno anche di un contenuto leggero, quegli show che lo spettatore può guardare quando il mondo ha deciso di lanciargli contro i trucchi più infami e vigliacchi.
Avete bisogno di ridere. Ve lo meritate.
Immaginate questo scenario: avete iniziato la vostra giornata sotto un diluvio che ricorda il set di Seven.
Il vostro capo è chiaramente rimasto nel personaggio dopo quella volta che è arrivato ultimo alla gara di sosia de Il Milanese Imbruttito.
I social network e le notizie propongono costantemente i deliri senili dell’Uomo Arancione - che non è un personaggio dei fumetti di Stan Lee - il cui solo scopo sembra quello di devastare la serenità del genere umano tutto.
Il vostro compagno/a ha deciso, grazie all’aiuto di TikTok, di avvelenarvi con l’ennesima “ricetta facile e veloce” ideata da un sociopatico che pensa la salmonella si contragga mangiando il salmone e, mentre siete preda dei sudori freddi sul vostro regale trono di ceramica, vi grida a gran voce che vi lascia: vuole qualcuno con una morning routine e in bocca frasi come “don’t love your job, but job your love.”
Se questo non è il punto più basso del genere umano, non so quale possa essere e sfortunatamente noi, in quanto pubblico, ne siamo vittime.
Una volta ripresi dalla vostra seduta, avviluppati sotto un plaid, decidete di guardare qualcosa per distrarvi e le piattaforme vi propongono due opzioni: una serie che ripete la trama e i plot point ogni quattro minuti e i cui personaggi seguono comportamenti adatti a un alieno che cerca di imitare maldestramente un essere umano, oppure la quarta stagione di uno show “fantasy” che sembra una crasi tra un remake serioso di Casa Vianello e un talk show politico medio italiano.
Nel migliore dei casi c’è una grande serie ma così cupa nei toni e intricata nello sviluppo del fitto della trama che dopo cinque minuti iniziate a vederla aleggiando come un fantasma sopra il vostro corpo annichilito sul divano: non meritate una sera di evasione?!
[Tim Robinson in The Chair Company]
Entra in scena The Chair Company
HBO di recente ha mangiato la foglia, come si dice tra i lot degli studios, e The Chair Company è il risultato di questa pazza voglia di regalare al pubblico qualcosa per cui ridere, possibilmente senza annichilire ogni funzione della corteccia frontale del vostro cervello.
Non è propriamente una leggera evasione da sit-com, ma sembra una buona mediazione e vi spiego subito perché: il pubblico merita The Chair Company, perché va proprio ad attaccare questo modello di televisione che sta contribuendo a incupire la visione del mondo dello spettatore.
Tim Robinson e Zach Kanin, entrambi alunni del Saturday Night Live, partoriscono una serie che è quanto accade quando due comici della scuola demenziale di Lorne Michaels hanno un sogno lucido diretto da Alfred Hitchcock.
La storia segue Ron, manager di una grossa compagnia immobiliare messo a capo dello sviluppo di un nuovo e rivoluzionario centro commerciale.
Nel corso di un’importante presentazione, Ron è vittima del peggior incubo di chiunque deve stare su un palco: finito il proprio discorso e tornato al suo posto, la sedia sulla quale si poggia si smonta, facendolo rovinosamente finire a terra di fronte allo stupore di tutta la platea.
Ron si sente umiliato e imbarazzato per l’avvenimento e, spinto da un carattere particolarmente nevrotico, decide di contattare il produttore della sedia per ricevere delle scuse formali e, perché no, un risarcimento.
Questa semplice decisione lo porterà giù lungo una tana del coniglio di cospirazioni che coinvolgono personalità influenti e personaggi loschi.
The Chair Company, ve lo dico subito, non termina con la prima stagione ma, ottima notizia, è stata già confermata per una seconda stagione e onestamente non vedo l’ora di guardarla.
Gli otto episodi che compongono la stagione d’esordio hanno una durata media da serie comedy, quindi tra i 25 e i 35 minuti, tuttavia The Chair Company riesce a non sprecare nemmeno un secondo, proponendo allo spettatore una serie thriller-comedy esilarante e indimenticabile.
[The Chair Company]
Parodia senza citare: la lezione dei Fratelli Coen
La serie si pone come una commedia sovversiva, il suo scopo non dichiarato è quello di fare una parodia della TV di oggi senza citarla direttamente.
Qualche anno fa su Netflix ci provarono con La donna nella casa di fronte alla ragazza della finestra, una sorta di spoof di thriller come La donna alla finestra o La ragazza del treno.
Il risultato fu abbastanza imbarazzante, peccato che gli sceneggiatori sembrassero a proprio agio con una commedia tanto quanto Zodiac a un Ted Talk sulla carità umana tenuto da Gesù Cristo.
A salvarci dalla sua mediocrità ci ha pensato Only Murders in the Building, serie che ha scomodato i giovani e gagliardi Steve Martin e Martin Short, la cui visione su come fare parodia della pandemia del real-crime e dei podcast a tema è infinitamente più fresca e accattivante.
The Chair Company, non prendendo di mira nessuno in particolare, fa un po’ il lavoro che i Fratelli Coen hanno saputo fare spesso al cinema e creando un universo completamente originale gira in commedia un genere.
Prendete un po’ Il grande Lebowski, neo-noir in commedia, o Burn After Reading, film di spionaggio in commedia, e ritroverete la struttura di The Chair Company.
La serie è ben diretta, la scrittura è precisa nell’incastrare gli elementi thriller e il tipico incedere del genere, i personaggi sono straordinari e le loro storie coinvolgenti, ma tutto vive della commedia di Tim Robinson e Zach Kanin.
The Chair Company spesso trascina lo spettatore in cunicoli del suo rabbit hole che sono una spirale demenziale di eventi sceneggiati con criterio ma totalmente folli.
In tal senso credo che le vada riconosciuto un ulteriore merito, oltre a quello di saper fare molto bene commedia: non ruba il tempo dello spettatore.
Ultimamente ho la sensazione che gli showrunner non abbiano idea di cosa farsene dello spazio seriale.
Molte opere TV sono imbolsite da una scrittura che ha più voglia di raccontare qualsiasi cosa piuttosto che la storia per la quale esiste lo show.
Molte serie temporeggiano per infinite puntate e di quando in quando ricordano di dover mandare avanti una storia, convincendo lo spettatore che per imbastire conflitto e motivazioni dei personaggi servano preamboli “complessi” e “stratificati.”
Ora invento un termine, visto che fa fico: siamo nell’era della “pornografia dello storytelling.”
Si racconta giusto per raccontare ma alla fine, stringi stringi, nulla è davvero interessante.
[The Chair Company]
Tim Robinson: il cuore pulsante dello show
The Chair Company non si perde in chiacchiere e con un minutaggio da commedia riesce a costruire brillantemente gli elementi thriller ma, ovviamente, tutto si inquina con la commedia e per capire lo show bisogna guardare al suo interprete e co-creatore: Tim Robinson.
Penna e volto del Saturday Night Live, Robinson è uno dei volti comici più interessanti della nuova generazione.
Alcuni di voi potrebbero conoscerlo per la serie Netflix I Think You Should Leave with Tim Robinson, per la quale ha vinto un Emmy come interprete di una serie comica, o per Friendship, film di A24 con Paul Rudd.
Tim Robinson ha un senso della commedia che vira molto verso l’assurdo, la capacità di creare situazioni esilaranti basate sul cringe e in The Chair Company lui stesso sembra quasi un bizzarro cosplay di Bill Gates.
Ron, il protagonista al quale da il volto, è indubbiamente una persona brillante ma al tempo stesso vittima di un temperamento irrazionale, tendente a discese nella follia tra il grottesco e il comico.
The Chair Company vive di questo umore e il mistero costruito nel primo episodio crea uno strano abbraccio tra gli stilemi del thriller e l’anarchia della commedia.
Lungo gli episodi di The Chair Company affondiamo nei meandri del rabbit hole nei quali si infila Ron e, esattamente come in un neo-noir, prendiamo bivi verso storie, personaggi e racconti sempre più assurdi connessi al mistero principale, ma il cui sviluppo è sconclusionato e comicamente irrazionale.
Le varie maschere protagoniste del mondo di The Chair Company ragionano secondo la logica dell’assurda commedia di Tim Robinson e Zach Kanin; lo spettatore non può che rimanere stordito e ammaliato da come lo show riesce a bilanciare la costruzione di entrambi i generi, catturandolo sia per gli elementi thriller che per quelli comici.
Ho amato The Chair Company nonostante fossi poco a mio agio con la comicità di Tim Robinson; non perché non la gradisca ma perché credo il suo stile spesso volutamente cringe tende a prendere lo spettatore a schiaffi.
La serie non ha un umorismo universale e, un po’ come il thriller, è spesso qualche passo avanti rispetto allo spettatore, ma una volta che questo avrà iniziato a prendere le misure, per quanto lo show continuerà a sorprenderlo, inizierà a correre con questo per abituarsi anche ai suoi toni surreali.
The Chair Company è una serie molto strana, la cui fattura è una merce sempre più rara sia per il panorama cinematografico che per quello televisivo, tuttavia sono convinto che se entrerete in sintonia con la commedia di Tim Robinson, The Chair Company diventerà per voi una serie culto, un’esperienza scomoda e scomposta della quale amerete situazioni e personaggi.
La trovate su HBO Max.
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