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Miriam Leone, Fëdor Dostoevskij e il Demone al Neon

Cos'è davvero la bellezza? E qual è il suo ruolo sociale?

Scrivere di Miriam Leone significa innanzitutto doversi confrontare con uno dei personaggi pubblici più conosciuti, commentati e riconoscibili del panorama italiano.

 

Un compito che quindi implica l'immersione in un oceano di opinioni pre-costituite, positive e negative, che vanno a determinare un background di pensiero eterogeneo, diffuso e trasversale come pochi altri; è intrigante allora provare a scandagliarne le profondità, tentando di scendere nel sottosuolo. 

Ciò è reso ulteriormente stimolante dal fatto che Miriam Leone possiede uno status iconico praticamente unico.

 

Pur disponendo di raro potere evocativo, il che spesso si traduce - quantomeno nella percezione comune - esclusivamente in associazioni archetipiche, in realtà la sua è una figura sfuggente, difficilmente collocabile in una categoria precisa. 

 

[Miriam Leone interpreterà Eva Kant nel nuovo Diabolik dei Manetti Bros]

 

 

A dispetto di quanto sembrerebbe quasi scontato, non è ad esempio inquadrabile in un’ottica che la vada a configurare come una diva o un modello in senso stretto: a tale scopo è necessario presentare delle caratteristiche o delle attitudini in qualche modo imitabili, scimmiottabili, parzialmente reiterabili, laddove invece l'elemento che colpisce maggiormente di Miriam Leone è la sua singolarità. 

 

Miriam Leone esprime infatti una singolarità essenziale - e dunque irreplicabile - dove non sono ravvisabili particolari sovrastrutture retoriche costitutive, di fatto rendendo impossibile qualunque classificazione netta; questa marcata semplicità è da un lato sorprendentemente atipica, dall’altro ci impone delle considerazioni potenzialmente suggestive sulla natura stessa di quella essenza, nel nostro viaggio verso il sottosuolo. 

 

Evidentemente si intende solo quel che riguarda l'immagine pubblica di Miriam Leone: è chiaro che qualsiasi discorso serio debba includere come premessa la necessità di operare una scissione tra persona e personaggio, focalizzandosi inevitabilmente solo su quest’ultimo. 

 

In questo caso, forse ancora più pertinentemente, è utile anche distinguere tra personaggio e ciò che rappresenta.

 

 

[Tra gli altri lavori, ci fa piacere ricordare che Miriam Leone ha interpretato Oriana Fallaci nel corto A Cup of Coffee With Marilyn, girato dalla regista e nostra collaboratrice Alessandra Gonnella, vincitore ai Nastri D'Argento 2020]

 

 

A ben vedere, ognuno di noi è in parte un personaggio pubblico.

 

Ogni parola che condividiamo, dal vivo o attraverso lo schermo di un device, concorre a forgiare la nostra figura sociale, ovverosia ciò che viene percepito di noi all’esterno.

 

Persino il pensiero, che di base è la manifestazione più intima di un individuo, nel momento in cui però si tramuta in qualcosa di trasferibile assume in sé la volontà della comunicazione, e dunque all’idea pura si sovrappone inestricabilmente lo scopo che essa vuole raggiungere nel momento in cui viene espressa.

 

Tuttavia, solo raramente - anche nei casi di popolarità mediatica analoga a quella di Miriam Leone - ciò si converte nell'attribuzione di un'identitá sociale definita: più frequentemente si apparirà diversamente a seconda dello sguardo dell’osservatore, poiché di fatto non vi è connotazione tale da permettere proiezioni verso uno status di riferimento, e dunque per contrasto si subiscono le proiezioni di chi guarda. 

 

Per comprendere la singolarità di Miriam Leone è allora fondamentale concentrarsi su quanto rappresenti nell’immaginario comune.

Ma al tempo stesso, come si accennava in precedenza, da questo punto di vista la sua è una posizione fortemente peculiare poiché - a dire il vero in maniera del tutto eccezionale - in questo caso alla connotazione non corrisponde una categorizzazione. 

 

E quindi si fa presto a dire che nella concezione collettiva Miriam Leone rappresenti un simbolo di bellezza.

In realtà questa affermazione ha delle implicazioni molto più profonde di quanto si potrebbe supporre, e richiede una digressione sul significato stesso di bellezza, sul suo ruolo sociale, sulla sua importanza.

 

[La carriera di Miriam Leone è da qualche anno in continua ascesa anche a livello televisivo, con il grande successo della trilogia 1992-1993-1994] 

 

 

“La bellezza salverà il mondo”

 

Si tratta di una delle frasi più famose della Storia della Letteratura, e certamente tra quelle che hanno ottenuto maggior fortuna.

La straordinaria immediatezza di queste parole ha contribuito a eternarle, a renderle materia citazionistica, reinventandone il significato interpretativo a seconda del contesto, restituendoci stralci di una verità cangiante e sfocata, ma fortemente evocativa.

 

Curiosamente in realtà questa frase non venne mai davvero pronunciata, ma solo attribuita al Principe Myskin, protagonista de L’idiota di Fëdor Dostoevskij.

È oltretutto un’attribuzione dall’aria vagamente canzonatoria - accolta da un certo alone di diffidenza da parte degli altri personaggi - fino a determinare la domanda chiave che viene rivolta al principe:  

“Ma quale bellezza salverà il mondo?”

 

Il dubbio è pertinente, perché fornire una definizione univoca di bellezza è un compito arduo; inoltre c’è la tentazione di farla coincidere con altri termini più o meno affini e, più frequentemente, con una commistione di essi.

 

Anche utilizzando un lessico prettamente soggettivo, infatti, più correttamente un'opera d'arte sarà avvincente, emozionante, intrigante; un paesaggio potrà essere maestoso, mozzafiato, desolante, e così via.

 

Se è vero che la bellezza può comunque ragionevolmente possedere un potere aggregante - andando cioè a riunire sotto un unico vocabolo una serie di qualità concatenate - è legittimo e affascinante interrogarsi su quale possa essere il suo significato in sé

 

 

[La Valorosa Téméraire di William Turner è un quadro bellissimo, ma forse la sua qualità principale è quella di evocare lo struggente romanticismo di un ultimo viaggio]

 

 

In questo senso è interessante notare che quanto espresso nei dizionari vada solitamente a identificare il bello in relazione alla reazione che suscita.

 

Questa strategia è probabilmente l’unica realmente percorribile: non potendo cogliere completamente il significato di bellezza in quanto tale, gli unici strumenti che abbiamo a disposizione sono quelli dell’analisi indiretta, ovverosia attraverso le sensazioni evocate ed i termini con i quali l’associazione viene più naturale. 

 

Si può operare questo processo associativo per correlazione, finendo per essere portati a credere che la bellezza vada a corrispondere, bene o male, all'attrazione, all'estetica, al desiderio, al fascino, o ancora all'armonia, allo sgomento e alla meraviglia; ma se volessimo scendere più in profondità, muovendoci per causalità?

Cosa è cioè direttamente connesso al concetto stesso di bello, tale da determinarlo o esserne determinato? 

 

La risposta, ancora una volta, ci viene suggerita da L'idiota.

 

Il romanzo di Fëdor Dostoevskij si titola così perché il suo protagonista è un uomo completamente buono, ingenuo, semplice.

 

Si tratta evidentemente di una estremizzazione - il che oltretutto ci porta immediatamente al concetto di ideale, mai così appropriato - ma è illuminante verificare, con lo scorrere della narrazione, di come due delle grandi tematiche affrontate dal libro, il bello e una certa semplicità d'animo, siano strettamente collegate e quasi inter-dipendenti l'una dall'altra, seppur non siano in alcun modo sinonimi, né intendano esserlo. 

 

In realtà ciò non dovrebbe sorprenderci: l'associazione tra queste due qualità risuona intrinsecamente vera, ed è forse l'approssimazione più vicina a comprendere l'essenza stessa della bellezza.  

 

È in questa chiave che, realisticamente, va interpretata la frase di Dostoevskij.

 

 

[La bellezza è da sempre oggetto di indagine, in ogni campo artistico]

 

Riscontriamo la stessa intuizione anche in diverse opere cinematografiche, e in tempi recenti forse il caso più emblematico in tal senso è costituito da The Neon Demon.

 

Nel film di Nicolas Winding Refn viene mostrata la vacuità dell’estetica in quanto tale, e di come certamente non possa essere considerata, da sola, null’altro che mera e spoglia attrattività.

 

In più, viene similmente suggerita l’associazione tra la protagonista - una sorta di personificazione vivente della bellezza, nelle intenzioni del film - e la purezza, la semplicità, l’assenza di artefatti e contaminazioni.

 

D’altronde anche Immanuel Kant sosteneva che il bello è "ciò che si impone senza concetto", vale a dire senza l’intervento della ragione ma semplicemente affermando la propria ineluttabile esistenza fenomenologica; qualsiasi costruzione retorica, per propria natura artificiosa, ne inquina l’essenza sovrapponendosi ad essa.

 

The Neon Demon è un film particolarmente interessante da analizzare in questa sede perché aggiunge alla riflessione la componente sociale, inoltrandosi verso un terreno oscuro. In questo senso richiama a sé le evocative parole del grande Rainer Maria Rilke

“Poiché il bello è la maschera solo del tremendo, che noi sopportiamo ancora ammirati perché, indifferente, disdegna di sgretolarci”

 

Naturalmente non si tratta di un'affermazione che va presa alla lettera, tantomeno in relazione alla bellezza o al personaggio Miriam Leone in sé, ma fornisce un interessante chiave di lettura che ben si presta al film, ampliando il discorso e introducendovi un elemento di collettività.

 

L’opera di Refn ha infatti il grande merito di mostrare il passaggio dalla qualità alla reazione che essa suscita: nel caso del film è piuttosto macabra, e sfortunatamente è spesso altrettanto cupa, in proporzione, anche nel quotidiano.

 

Si è parlato all’inizio della mole di pregiudizi che parte dell’opinione pubblica nutre nei confronti di Miriam LeoneThe Neon Demon non è un documentario, non può e non vuole esserlo, ma illustra allegoricamente e con intelligenza il desiderio perverso di possesso, di rifiuto, finanche di odio, che alcune persone nutrono verso la bellezza - nell’accezione dostoevskiana del termine - e per estensione verso chi, nella concezione comune, la rappresenta.

 

 

[Miriam Leone in L'amore a domicilio (2019)]

 

Potremmo commettere l’errore, a questo punto, di considerare Miriam Leone esclusivamente come un simbolo della bellezza propriamente intesa.

 

In realtà però già la definizione di “simbolo” dovrebbe indurci invece a pensare che esso esiste solo in quanto attribuito dall’esterno, dal momento che è evidente che l’idea stessa di “riferimento” - di qualunque genere - è intrinsecamente correlata al concetto di collettività, e dunque si pone al di fuori della sfera individuale, verso la quale peraltro è decisamente fuorviante.

 

Differentemente da Gloria Gilbert, la protagonista di Belli e Dannati, Miriam Leone ovviamente non è infatti un’incarnazione della bellezza.

Questa fascinosa associazione può avvenire nell’arte, ma è completamente inappropriato pensarla vera nella vita reale.

 

Del resto, come potremmo ridurre un qualsiasi essere umano alla trasposizione corporea di un concetto? 

 

Si realizza quindi un equivoco: un simbolo, come può esserlo l’immagine pubblica di Miriam Leone, può certamente essere idealizzato fino al punto da divenire a propria volta pura astrazione, e in quanto astrazione prestarsi a una serie di considerazioni sulla propria natura; ma con altrettanta lucidità va ricordato che a ciò non è possibile far coincidere alcuna verità, né su Miriam Leone né su chiunque altro.

 

Dimenticarlo significherebbe non tenere conto della singolarità dell’individuo, andando a svilirlo. 

 

 

[Uno degli ultimi lavori di Banksy fonde la realtà materiale con quella pittorica, rendendo oggetto e soggetto inter-dipendenti nelle rispettive realtà fisiche; analogamente, il genere di iconicità di Miriam Leone comporta, per propria natura, un inestricabile interconnessione tra suggestione e cerebralità]

 

 

D'altra parte, comunque, l'umanità ha sempre avuto bisogno di punti di riferimento, di icone.

 

Nel meraviglioso Memorie dal SottosuoloDostoevskij concludeva:

"Lasciateci soli, senza libri, e ci confonderemo subito, ci smarriremo: non sapremo dove far capo, a che cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare."

 

Miriam Leone, probabilmente, rappresenta attualmente - utilizzando l’ottica dello stesso autore russo - l’icona più vera ed essenziale della bellezza nel nostro Paese.

 

Ma se l’icona assolve la propria funzione in relazione alla collettività, appare allora a questo punto evidente di come discutere di Miriam Leone fornisca infine soprattutto delle indicazioni su noi stessi e sulle nostre pessime attitudini a reagire alla bellezza: possesso, brutalità, idolatria, risentimento.

 

Quando invece forse dovremmo semplicemente ricordare le parole del Principe Myskin sulla bellezza - attribuite o meno - e iniziare a credere davvero che possa salvare il mondo.

Anche, e forse soprattutto, attraverso le proprie icone.

 

Senza mai dimenticare che dietro l’icona c’è sempre la persona, e quindi inevitabilmente molto, molto di più. 

Chi lo ha scritto

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1 commento

Simone Braca

3 anni fa

ciao, grazie!
e... ottima scelta del nickname ahah

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