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1992, 1993 e 1994: una grande illusione italiana - Recensione

L'idea alla base di 1992, 1993 e 1994, trilogia targata Sky Atlantic e diretta da Giuseppe Gagliardi, era tanto semplice quanto intrigante: rappresentare gli avvenimenti nevralgici, le figure in primo e secondo piano e le dinamiche umane di un triennio che ha cambiato per sempre la storia del nostro paese.

 

Il potenziale di una serie che muove da queste premesse, vien da sé, è pressoché sterminato: il mix composto da eventi di cronaca sconvolgenti, contesti sociali in mutamento e nuove spinte propulsive di natura politica esploso sulla scena nazionale in quegli anni è materiale pregevolissimo, capace di generare un hype pressochè sconfinato su ogni produzione che si trovi a trattarlo.


La produzione Sky, reduce dal successo di Romanzo Criminale e dalla, riuscitissima, prima stagione di Gomorra, fungeva da garanzia di ottima qualità e concorreva ad alimentare le smodate aspettative.

 

L'intuizione avuta da Stefano Accorsi, al contempo ideatore e protagonista della serie, è stata, da questo punto di vista, perfetta: la serialità televisiva per sua stessa natura appariva l'habitat naturale per una narrazione che avesse l'obbligo snodarsi su più storyline e di trattare da più punti di vista i tanti temi interessanti sul piatto.

 

 


1992, 1993 e 1994, però, falliscono nel passaggio più complesso: tramutare il potenziale in realtà.

 

O almeno riuscirci fino in fondo, senza cascare in numerose ingenuità sin troppo reiterate all'interno della serialità televisiva italiana.

 

Non fraintendete: le tre serie sono piuttosto curate in diversi dettagli - cosa che permette loro di separarsi dalla stragrande maggioranza delle produzioni televisive nostrane - ma non riescono mai a esplorare tutta la propria potenziale attrattiva.

 

In 1992, 1993 e 1994 i costumi, il trucco e le ambientazioni ci restituiscono perfettamente la patina che tutti associamo a quegli anni, la fotografia ci catapulta in un'atmosfera noir ben costruita e la scelta degli attori chiamati a interpretare persone realmente esistite appare sempre molto calzante, almeno per quanto attiene alle somiglianze fisiche.

Questi aspetti, però, non bastano a tramutare il prodotto Sky in un'opera capace di innovare realmente il panorama televisivo italiano.

 

Anzi, amplificano la sensazione complessiva di trovarsi davanti a una grande idea sfruttata male. 

 

 

[Come vedete i costumi, il trucco, il parrucco e la fotografia non deludono assolutamente le aspettative]

 

 

1992, 1993 e 1994, infatti, peccano di una povertà di scrittura che sterilizza le serie sin dalla propria genesi, costringendole a continue forzature e, talvolta, a colpi di scena che mettono a serio repentaglio la sospensione dell'incredulità dello spettatore.

 

I fatti di cronaca appaiono spesso trattati con estrema superficialità e alcuni snodi, soprattutto a cavallo tra una stagione e l'altra, vengono tralasciati con una leggerezza spiazzante.

 

Sono gli stereotipi, gli slogan e le figure immobili in un mondo che dovrebbe cambiare a giocare i ruolo dei i veri protagonisti della trilogia. 

 

A muoversi nel contesto di un'Italia che subisce tumultuosi stravolgimenti ci sono al contempo personaggi fittizi e persone realmente esistenti, tutti riconducibili a un immaginario ben condificato che viene comunemente associato a quegli anni.


L'Italia rappresentata in 1992 e nei suoi sequel è un groviglio di personaggi tutt'altro che sfumati: imprenditori corrotti si mescolano a politici di professione e a volti nuovi di Montecitorio, poliziotti pronti a tutto e PM iper determinati lavorano all'unisono, giornaliste ambiziose e showgirl arriviste non si fanno sfuggire alcuna possibilità per ottenere un avanzamento di carriera. 

 

 

[La locandina di 1992 appare più che mai azzeccata in relazione allo svolgimento della serie e dei suoi sequel]

 

 

Ogni personaggio, ovviamente, è al massimo a un grado di separazione dall'altro, come a volere sottolineare che il mondo dei potenti è estremamente piccolo e che le facce che lo popolano non possono che incontrarsi.

 

Tutti vengono definiti da ciò che sono e da un obiettivo che intendono raggiungere e, pertanto, tutti si muovono su dei binari che sono chiari praticamente dalla loro prima apparizione in scena.

Ogni personaggio finge di evolvere per poi restare sempre sè stesso. 

 

Ecco perché ogni qualvolta gli autori provano a mescolare le carte in tavola, le loro scelte finiscono per apparire forzate e poco coerenti, le motivazioni perdono di spessore e le scelte più improbabili diventano la soluzione più ovvia.

 

 

 

 

A svettare, almeno nelle intenzioni, su tutte le altre figure, c'è Leonardo Notte, interpretato proprio da Stefano Accorsi, che è dichiaratamente il personaggio di cui il pubblico dovrebbe innamorarsi, secondo gli ideatori dell'opera.

 

Nella sua fisicità, Notte è un personaggio che potrebbe incarnare le caratteristiche perfette del protagonista di un noir, genere al quale 1992, 1993 e 1994 hanno rivendicato la propria appartenenza sin dalla fase di promozione.

Notte è elegantissimo, calcolatore, seducente nella parlata e pieno di eccessi.

 

Nei fatti, invece, anche l'interessante caratterizzazione iniziale del personaggio viene svilita da un esasperato dinamismo che, in realtà, cela il totale immobilismo del personaggio. 

Leonardo Notte è la figura che finge il maggior numero di cambiamenti nella serie: cambia lavoro, schieramento politico e fidanzate ma resta, anch'egli, profondamente ancorato a ciò che è sempre stato. 

 

Gli autori fanno proprio di tutto per renderlo iper attraente: Notte è un uomo di successo, un seduttore incallito che guida belle macchine, ha sempre la sigaretta in bocca e una bottiglia di Champagne in mano.

Uno di quelli che sa sempre raggiungere i propri obiettivi e tirarsi fuori dai guai.

Uno che ha un passato difficile e tumultuoso ma non ha avuto paura di rinnegarlo per ottenere i propri obiettivi.


Insomma, Leonardo Notte è tutto ciò che ogni spettatore medio italiano vorrebbe essere. 

 

Il personaggio di Accorsi è, neanche troppo occultamente, il vero motore della trama: nei punti morti ha sempre un'intuizione geniale che fa progredire la narrazione, manipola gli altri personaggi sullo schermo a suo piacimento e fa apparire delle figurine senza personalità anche nomi arcinoti al pubblico come Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi.

 

Leonardo Notte incarna lo zeitgeist di 1992, 1993 e 1994: parla per citazioni semi-colte e slogan, e, soprattutto, non evolve mai realmente.

 

[Uno dei tanti esempi di slogan usati da Leonardo Notte]

 

 

Pur volendo forzatamente accettare che la scelta di non permettere di evolvere ad alcun personaggio fittizio sia voluta perché questo è ciò che quella stagione del nostro Paese ci ha lasciato, risulta davvero difficile comprender tanti altri aspetti discutibili nella scrittura della serie.


Risulta arduo accettare il completo appiattimento quasi carnevalesco delle figure reali apparse in scena, la ricorrenza di frasi a effetto che liquidano ogni situazione con uno slogan e la struttura di alcune puntate, soprattutto nella terza stagione, che esulano completamente dal contesto improvvisando scelte narrative come episodi "politicamente impegnati", puntate monografiche e voci fuori campo mai ascoltate in precedenza. Senza dimenticare le svolte da soap opera ricorrenti nei momenti culminanti di ciascuna stagione.

 

Certo, alcune trovate narrative sono interessanti, come il concept alla base dell'episodio conclusivo, ma anche in quelle occasioni, a una bella idea non corrisponde mai un approfondimento che le permetta di ottenere il pieno raggiungimento del potenziale.

Esattamente come successo per l'intera serie.

 

 

 

Su una sceneggiatura di questo genere si poggiano le interpretazioni di un cast non sempre al massimo della forma e talvolta neanche pienamente in parte.

 

Gli attori risentono particolarmente della sterilità della scrittura e, forse, di una direzione non sempre prodiga di consigli, rifugiandosi in un pattern recitativo piuttosto scarno, che lo spettatore è in grado di riconoscere e mandare a memoria sin dalle primissime apparizioni di ciascun personaggio. Delle non meglio precisate smorfie dominano la scena in maniera trasversale quasi per tutta la narrazione e, quando qualcosa va male, tutti i personaggi reagiscono allo stesso modo: sgranando gli occhi e restando con la bocca semi-aperta. E l'impressione è che questa tendenza peggiori man mano che le serie progrediscono.

 

Anche le scelte registiche danno l'impressione di non essere incisive fino in fondo, risultando piuttosto sterili sul piano narrativo anche quando risultano appaganti per gli occhi.

 

Prendete, ad esempio, i due pianosequenza con cui si aprono la prima e l'ultima puntata dell'ultima stagione: malgrado la buona realizzazione tecnica non rivelano alcun reale snodo narrativo, sono fini a se stessi, come la maggior parte delle evoluzioni di 1992, 1993 e 1994.

Anzi, paradossalmente, creano una cesura nettissima con quanto visto fino a quel momento dallo spettatore.

 

 

 

Persino la colonna sonora, che pure è composta da pezzi aprezzabili e coinvolgenti, non riesce a influire sull'incisività complessiva dell'opera: molte canzoni sembrano giustapposte alle immagini, senza mai dare l'impressione di amplificare un sentimento o voler trasmettere un messaggio, producendo l'effetto di non incidere le scene in questione nella memoria degli spettatori.

 

La musica si comporta nella trilogia esattamente come fanno le tematiche trattate: dissipa quasi immediatamente il proprio potenziale e si appiattisce su immagini e personaggi senza spessore.

  

Le tre stagioni della serie, dunque, spogliate di ogni aspetto che poteva renderle davvero al di sopra della media, si adagiano via via su binari ultra noti nel panorama televisivo italiano e si ritrovano a far leva su immagini e topòi di sicuro affidamento.

 

La trilogia, racchiusa nel loro bell'involucro da noir, si rivela profonda esattamente quanto i personaggi che la popolano.

 

1992, 1993 e 1994 rappresentano al meglio la splendida illusione tutta italiana di poter godere su base continuativa di una serialità televisiva in continuo miglioramento. 

 

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2 commenti

Mike

9 mesi fa

peccato davvero. avevo buone aspettative

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Alessio Trimboli

9 mesi fa

Nel complesso non mi è dispiaciuta, anche se concordo su alcune delle cose scritte, soprattutto sui dialoghi e sulla scrittura dei personaggi non sempre ispiratissimi.
Mi sento di dissentire però sulla colonna sonora che, soprattutto nella prima e nella seconda stagione, mi ha colpito in positivo.
Io non sono rimasto deluso, mi piaceva l'idea di trattare quel periodo storico e quelle figure che popolavano la scena politica e sociale. Sicuramente il risultato finale è ben lontano da una serie come Baby, vero esempio di gran potenziale completamente gettato alle ortiche.

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