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Judas and the Black Messiah - Recensione: la voce rivoluzionaria del popolo

Judas and the Black Messiah, film diretto da Shaka King e candidato a 6 Premi Oscar, ha confermato che le priorità del Cinema hollywoodiano e di conseguenza anche quelle all’interno dell’Academy sono cambiate.

 

A partire da Moonlight per poi passare al Premio Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale dato a Spike Lee - dopo trent’anni di carriera - fino ad arrivare alla storica vittoria di Parasite lo scorso anno, le attenzioni date a film che in annate antecedenti al 2016 non avrebbero trovato spazio sono finalmente aumentate.

 

[Il trailer inernazionale di Judas and the Black Messiah]

 

 

Scrivo finalmente perché (forse) in un altro periodo un’opera come Judas and the Black Messiah sarebbe passata in secondo piano e non avrebbe ricevuto l’attenzione mediatica che questo grande film merita. 

 

Il secondo lungometraggio di Shaka King narra la storia vera di Fred Hampton (Daniel Kaluuya), leader delle Black Panther a Chicago, e di come Bill O’Neal (LaKeith Stanfield), un ladro di macchine sottocopertura al soldo dell’FBI, lo ha tradito.

 

Judas and The Black Messiah: il titolo esplica le intenzioni del film e ci rimanda al noto tradimento che Giuda perpetuò ai danni di Gesù di Nazareth.

Un tradimento con risvolti analoghi per entrambi i messia, sacrificati tutti e due per una questione di soldi: il primo per trenta sporchi denari e il secondo per quasi 200.000 dollari.    

 

Non è invece una questione di ricchezza per Fred Hampton, ma di rivoluzione contro un sistema che dalla fondazione degli Stati Uniti opprime costantemente la popolazione afroamericana.

Una lotta contro il capitalismo che dona ai bisognosi il tacchino Il Giorno del Ringraziamento, ma che durante tutto il resto dell’anno impoverisce sempre più la gente che vive nei quartieri disagiati. 

 

Da questo punto di vista il personaggio di Bill O’Neal rappresenta perfettamente ciò che il giovane leader delle Black Panther rigetta: voler assomigliare a tutti i costi all’uomo bianco borghese, voler vivere e vestire come lui, poter mangiare ai ristoranti lussuosi e fumare sigari cubani in salotto.

 

 

Uno status sociale che anche Spike Lee nel suo biopic su Malcolm X ci aveva fatto vedere, dove i neri del quartiere andavano dal parrucchiere per farsi piastrare i capelli, per poterli avere lisci come i bianchi, sopprimendo quindi la tipica capigliatura afro che spesso li caratterizza.   

 

 

[Ottima anche la fotografia di Judas and the Black Messiah]

 

Judas and The Black Messiah è prima di tutto quindi un film politico, che porta lo spettatore all’interno di dinamiche specifiche, non sempre facili da comprendere ma ugualmente significative da un punto di vista narrativo.

 

Shaka King sceglie saggiamente di mettersi al servizio del racconto - senza voler esser troppo protagonista con la sua regia - cercando invece di seguire il pensiero di Fred Hampton, aiutandosi anche con filmati di repertorio e titoli di giornale.

 

Così facendo il messaggio che Judas and The Black Messiah vuole portare si rafforza, e l'immedesimazione che il pubblico prova è di conseguenza tale che durante uno dei tanti discorsi pronunciati da Hampton ci si sente partecipi della folla gridando con loro “I am a revolutionary! I am a revolutionary!" 

[Io sono un rivoluzionario! Io sono un rivoluzionario!]  

 

[Il vero Fred Hampton] Judas and the Black Messiah

 

 

Una lotta che parte dalle persone (“Non combatteremo il capitalismo bianco con il capitalismo nero, combatteremo il capitalismo con il socialismo”) ma che spesso si tramuta in una sanguinosa guerra armata.

 

Judas and The Black Messiah diventa allora anche Cinema poliziesco, con l'agente dell'FBI Roy Mitchell (Jesse Plemons) che dirige l’operazione per incastrare Hampton e con richiami a I guerrieri della notte di Walter Hill, come nella scena dell’incontro tra le Black Panther e i Crowns.

 

Va riconosciuta a Shaka King e al montaggio di Kristan Sprague l’abilità di saper mantenere una coerenza narrativa fra tutti generi che il film tocca, senza aver quasi mai un calo di ritmo e trovando l’apoteosi in un finale struggente e simbolico.

 

Come è significativo anche il ruolo della stampa sull'omicidio di Fred Hampton, giustiziato a soli 21 anni dopo esser stato narcotizzato da O’Neal e fatto passare come un pericoloso terrorista.

 

Una potenza mediatica di cui l’FBI si serviva - come ci ricorda anche Il processo ai Chicago 7 - e che macchiò per ben dodici anni la figura carismatica del giovane leader.

 

 

 Judas and the Black Messiah

L’altro aspetto che rende Judas and the Black Messiah un film a mio avviso meritevole di essere visto è la bravura dei due interpreti principali: LaKeith Stanfield e Daniel Kaluuya.

 

Il primo nel ruolo del “giuda” dimostra una grande maturità alla prima prova importante della sua carriera - lo avevamo già apprezzato in Diamanti grezzi - con un'ottima capacità nel saper trasporre il disagio e la sofferenza di una persona pregna di sensi di colpa da Premio Oscar, come scherza con lui il personaggio di Jesse Plemons. 

 

Il secondo invece è diventato a tutti gli effetti Fred Hampton, con un lavoro fenomenale sulla voce e riuscendo a replicare il carisma e la presenza scenica del leader delle Black Panther di Chicago.

 

Un lavoro finalizzato non solo a ricalcare Fred Hampton per poter vincere ogni premio possibile, ma anche per ridare voce al popolo e per il popolo, come ci ricordano anche le canzoni Speak now e Here my voice di Quella notte a Miami… e Il processo ai Chicago 7. 

 

Perché se le priorità all'interno del Cinema hollywoodiano sono cambiate, non lo sono ancora per la nostra società.

 

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