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Dopo aver firmato uno degli horror più originali e acclamati degli ultimi anni con It Follows, David Robert Mitchell torna dietro la macchina da presa con La fine di Oak Street, un’avventura che mescola fantascienza, suspense e dinosauri.
Durante un’anteprima esclusiva a Los Angeles, il regista e il produttore J.J. Abrams hanno raccontato la genesi del progetto, le influenze che lo hanno ispirato e perché, al di là dello spettacolo, il cuore del film resti sempre la famiglia.
[Il trailer de La fine di Oak Street]
Un misterioso evento cosmico trasforma Oak Street, un tranquillo quartiere residenziale, in un luogo sconosciuto e ostile: la famiglia Platt si ritrova improvvisamente catapultata in questa nuova realtà e capisce che, per sopravvivere, dovrà restare unita.
Ma da dove nasce l’idea del film?
Mitchell ha raccontato di aver inseguito per anni il desiderio di realizzare un film con i dinosauri, senza però trovare mai la storia giusta, finché un’immagine molto semplice l’ha folgorato.
“Qualche anno fa stavo passeggiando nel mio quartiere.
Sono passato davanti a una casa, c’era un piccolo vicolo con dei bidoni della spazzatura e, all’improvviso, mi sono immaginato un dinosauro proprio lì.
Non so perché mi sia venuta quell’immagine, ma mi ha colpito profondamente.
Ho pensato: “Voglio scrivere un film che restituisca esattamente questa sensazione”. Da quel momento la storia è arrivata molto rapidamente.”
Quell’immagine, secondo Mitchell, si lega a un ricordo d’infanzia condiviso da molti: il quartiere visto come un intero universo.
“Quando siamo bambini c’è qualcosa di magico nel luogo in cui viviamo.
Ti chiedi sempre cosa ci sia dietro il garage, oltre quella staccionata o nella strada accanto. Volevo recuperare proprio quella sensazione di mistero e meraviglia.”
Non è difficile rivedere ne La fine di Oak Street l’eco del Cinema di Steven Spielberg degli anni Ottanta.
Piccola curiosità: da adolescente J.J. Abrams fu ingaggiato insieme all’amico Matt Reeves, regista di Cloverfield e The Batman, proprio da Steven Spielberg per restaurare alcuni film in Super 8 che il regista di E.T. l'extraterrestre aveva girato quando aveva 13 e 16 anni.
Un’influenza che Abrams ha riconosciuto immediatamente quando la sceneggiatura di Mitchell è arrivata sulla sua scrivania alla Bad Robot.
“C’era sicuramente quell’atmosfera tipicamente Amblin, ma curiosamente mi ricordava ancora di più Poltergeist [film diretto da Tobe Hooper ma scritto da Spielberg, ndr], uno dei miei film preferiti.
In pellicole come Poltergeist si percepisce un grande cuore, nonostante facesse davvero paura. È un film per tutti, divertente.
Ed è proprio questo l’aspetto che ho colto leggendo la sceneggiatura de La fine di Oak Street: è divertente, avvincente e ricca di sorprese e al tempo stesso trasmette quella sensazione di familiarità tipica di un grande episodio di Ai confini della realtà”.
Quali film invece hanno ispirato David Robert Mitchell?
“Sicuramente Il mondo perduto, King Kong, La valle dei dinosauri e La vendetta di Gwangi; sono pellicole che guardavo da ragazzo insieme a mio padre, che aveva una vera passione per i dinosauri.
Aveva sempre sognato di diventare paleontologo; non ci è riuscito, ma credo che guardare quei film fosse il suo modo per esprimere quell’amore.”
Per J.J. Abrams, però, la vera forza del film è un’altra.
“Quando senti dire “film con i dinosauri” pensi subito a un “monster movie”, ma questo è un film sulle persone, con i mostri dentro.
Ed è questa la differenza.”
Una definizione che Mitchell condivide pienamente. Per lui, infatti, i dinosauri non rappresentano mai il vero centro del racconto.
“In termini di spettacolo, azione e suspense, tutto funziona soltanto se riusciamo davvero a creare un legame con i personaggi.
Il film parla della famiglia. Parla di noi. Parla della nostra casa, del luogo in cui ci sentiamo più al sicuro.
E si chiede cosa succeda quando quel luogo diventa improvvisamente qualcosa di pericoloso e completamente diverso.”
È anche il motivo per cui il cast, composto da Anne Hathaway, Ewan McGregor, Maisy Stella e Christian Convery, diventa fondamentale nel costruire il coinvolgimento emotivo dello spettatore.
[Da sinistra a destra: David Robert Mitchell e J.J. Abrams all'anteprima losangelina de La fine di Oak Street]
Un ruolo fondamentale lo ha anche la colonna sonora firmata da Michael Giacchino, compositore con cui J.J. Abrams collabora da oltre venticinque anni, dai tempi di Alias e Lost.
“Michael è un vero narratore. Come ogni grande compositore, sa cogliere il battito emotivo di una scena.
Individua qualcosa che magari è già lì, ma che nemmeno tu avevi pienamente colto, lo porta in superficie, lo mette in risalto e, così facendo, eleva l’intera sequenza.
Credo che il sound design e la musica del film siano elementi fondamentali: spesso è proprio ciò che ascoltiamo, più di ciò che vediamo, a stimolare la nostra immaginazione.”
Se It Follows aveva costruito la paura attraverso lunghi piani sequenza e una minaccia inesorabile, Mitchell, che per la fotografia è tornato a collaborare con Michael Gioulakis, spiega che anche qui la suspense nasce soprattutto dalla messa in scena.
“Si tratta soprattutto di giocare con la prospettiva.
Mi interessa alternare momenti soggettivi e oggettivi, costruire l’inquadratura in modo che lo spettatore scopra il pericolo prima dei personaggi oppure osservi contemporaneamente ciò che accade in primo piano e ciò che si muove sullo sfondo.
Sono piccole decisioni che, una dopo l’altra, costruiscono tutta la tensione della sequenza."
J.J. Abrams sottolinea quanto ogni scelta sia studiata nel dettaglio.
“La cosa che mi ha colpito è la capacità di seguire contemporaneamente tutti i personaggi senza perdere mai il filo emotivo.
Anche nelle scene più spettacolari, con i dinosauri e l’azione, tutto è al servizio della storia e dei personaggi.
Ogni dettaglio è intenzionale e prepara ciò che accadrà più avanti.”
E alla fine, nonostante dinosauri, misteri cosmici e spettacolo, ciò che entrambi sperano rimanga allo spettatore è qualcosa di molto semplice.
“È un film per tutta la famiglia: fa paura, emoziona, diverte e tiene con il fiato sospeso, ma al centro c’è una famiglia.
Ogni tanto è bello ricordarsi una cosa che tutti sappiamo: non esiste nulla di più importante.”
[articolo a cura di Silvia Nittoli]
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