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Crescere è difficile.
Non è solo il sottotesto - portato all'estrema sintesi - alla base delle prime due stagioni di Euphoria, ma dev'essere stato anche il pensiero di HBO e dei produttori della terza stagione, resisi conto che il cast di giovani stelle in rampa di lancio che avevano assemblato nell'ormai lontano 2018 si è tramutato in un esercito di A-Lister hollywoodiani, o di interpreti molto vicini allo status di stelle.
Zendaya, Jacob Elordi e Sydney Sweeney sono tra i nomi più chiacchierati dell'ultimo lustro e hanno già accumulato la loro dose di blockbuster, nomination e controversie.
Il resto del cast, con Hunter Schafer e Alexa Demie in testa, si è guadagnato una nicchia di grande riconoscibilità soprattutto nel pubblico del web e persino Colman Domingo, che interpretava un ruolo secondario, è reduce da un percorso hollywoodiano di assoluto rilievo.
[Trailer internazionale della terza stagione di Euphoria]
Se l'idea di Sam Levinson dopo il flop clamoroso di The Idol - tanto sul piano critico quanto su quello editoriale - era quella di rilanciare con un prodotto ancor più trasgressivo, il budget avrebbe dovuto essere all'altezza di una simile mossa.
Con un costo stimato di oltre 200 milioni di dollari (circa 25 a puntata), non si può dire che alla terza stagione di Euphoria siano mancati i mezzi per esprimersi al meglio delle proprie potenzialità; le numerose notizie di ritardi e di difficoltà di organizzazione per le riprese della stagione non lasciavano ben sperare, ma negli ultimi cinque anni l'attesa per la chiusura del cerchio è sempre rimasta piuttosto alta.
Eppure, delle evidenti difficoltà di espressione questa stagione le ha avute, tutte sul piano sostanziale.
Il filo conduttore della stagione tre è l'eccesso, che scandisce ogni aspetto di Euphoria: nella messa in scena, negli incastri di sceneggiatura, nei simboli e nelle metafore utilizzate.
Quest'ultimo aspetto, più che risultare eccessivo, tende a scadere nel grossolano, ma fingiamo pure che per raggiungere il grande pubblico sia necessario urlare le proprie intenzioni al posto di scandirle con decisione.
In fondo numerosi prodotti di massa dell'ultimo periodo sono evidentemente pensati per un pubblico con una soglia d'attenzione sempre più bassa e con una capacità d'astrazione sempre più risicata.
Vado con ordine: tornare nel mondo di Euphoria scoprendo immediatamente che Rue fa il corriere della droga al confine tra USA e Messico è un elemento esemplificativo del tentativo di portare ogni storyline della serie alle sue più estreme - e parossistiche - conseguenze.
Rue è sempre stata un personaggio di difficile scrittura, perché tendente al perenne sconfinamento sopra le righe: la cosa l'avevo già affrontata nella recensione della seconda stagione, nella quale il suo personaggio era sembrato quello più avulso dall'organicità del tessuto narrativo, ancora fortemente aderente all'identità adolescenziale dei protagonisti.
Nell'ultimo terzo del percorso di Euphoria, il personaggio di Rue sembra essere l'ancora che trascina con forza l'intera serie in un vortice di eventi così assurdo da rendere quasi indistinguibili le premesse della prima stagione.
[Anche voi il Nate Jacobs delle prime due stagioni di Euphoria ve lo ricordavate diverso?]
Ciò che non è possibile ignorare è come anche la qualità della narrazione in Euphoria sia diventata di grana sempre più grossa: se da un lato va bene allontanarsi sempre più da un presunto realismo di fondo, d'altra parte è necessario che ogni passo di quel percorso di distanziamento sia mosso con decisione.
Volendo sintetizzare le varie storyline in un elenco ci accorgiamo di quanto Euphoria si sia spostata in un mondo caratterizzato dall'assoluta mancanza di equilibrio generale, più vicina al delirio urlato di un predicatore che a una storia da seguire con le giuste modulazioni di tono.
Oltre a Rue - contesa tra spacciatori nazisti e un gestore afroamericano di un nightclub vestito da cowboy, sic - abbiamo Cassie che è totalmente ossessionata dall'avere un matrimonio sfarzoso e una vita in cui esibire lo status a ogni costo, desiderio che condivide con il suo futuro marito Nate, che nel frattempo sogna di aprire un centro di lusso per il fine vita, che sarebbe interessante proporre ai protagonisti di The Shrouds.
Maddy da parte sua è riuscita a farsi assumere da un'agenzia di gestione di attori (dicendo di "credere nel capitalismo") e cerca di ritagliarsi un ruolo come manager gestendo onlyfanser.
Jules è diventata una sugar baby e vive nella casa sfarzosa del suo sugar daddy, un chirurgo così fedele alla sua famiglia da dichiarare apertamente la loro relazione.
Lexi invece lavora nelle retrovie del team creativo di una popolare serie TV chiamata L.A. Nights e sembra aver dimenticato tutta la propria enorme maturità emotiva.
Infine, a sorpresa, scopriamo che Fezco non è morto, ma sta scontando l'ergastolo; un omaggio sentito di Sam Levinson ad Angus Cloud, attore amatissimo dai fan scomparso il 31 luglio 2023, che "sarebbe stato la colonna portante della terza stagione di Euphoria".
[Sarebbe interessante capire perché Jules, a cui Euphoria ha dedicato addirittura uno speciale a cavallo tra le prime due stagioni, si sia vista ridotta a un ruolo così marginale]
In molti sul web hanno notato che ogni personaggio di Euphoria non veste mai secondo le proprie reali disponibilità economiche, ma questo aspetto risulta tra i più apprezzabili dell'intera stagione per raccontare la parabola dei personaggi, le loro potenzialità, le loro ambizioni.
Quello che a mio avviso non funziona realmente di quei personaggi è la coerenza con le proprie radici, con ciò che lo spettatore ha imparato ad amare e apprezzare lungo i loro archi narrativi.
Va bene evolvere, non va bene snaturarsi e svuotarsi.
Non tanto perché lo spettatore abbia sempre ragione: al contrario, perché Euphoria sin dalla prima stagione è stata sempre in grado di portare a un pubblico ampio un livello notevolissimo di intrattenimento attraverso temi profondi, una qualità tecnica eccelsa e l'illuminazione graduale di alcune zone d'ombra sia della società che dei personaggi che vi si muovevano.
Esemplificativo di questo è il netto cambiamento del comparto fotografico: l'estetica iconica di Euphoria, fatta di glitter e chiaroscuri, che ha anche scatenato non poche polemiche nel corso degli anni a causa della controversia tra Levinson e la fotografa Petra Collins - che ha accusato lo showrunner di aver plagiato la sua estetica - è stata sostituita da scelte molto più nette.
La stagione 3 di Euphoria vive principalmente del contrasto tra giorni di sole accecante - in cui la facciata dei protagonisti ha l'obbligo di sorridere e proseguire nelle difficoltà delle proprie vite, non avendo alcun cono d'ombra in cui nascondersi - e squallide notti illuminate dai neon delle insegne di nightclub e cliniche.
Era necessario spostare la serie nei pressi di Hollywood? Fingiamo di sì, per le ambizioni di alcuni personaggi.
La forza evocativa del contesto narrativo derivava però proprio dalla vicinanza dei sobborghi a un contesto più universale.
La rappresentazione della sottilissima linea di confine in cui a Los Angeles si muovono lavoratori dello showbiz, aspiranti celebrità e spacciatori è sin troppo zoppicante.
Una rappresentazione affascinante sin dai tempi dello splendido mediometraggio documentario American Boy di Martin Scorsese, ma che qui sembra davvero troppo semplicistica.
Sia ben chiaro: nessuno avrebbe mai richiesto a Euphoria di rappresentare i momenti in cui quei mondi si toccano con il realismo, l'ironia e il senso di sospensione del modello citato, ma allo stesso tempo immaginare un simile appesantimento della trama con tutte quelle dinamiche criminali di cui la televisione (anche quella di non particolare qualità) ci inonda da decenni sarebbe stato davvero complesso anche per i più pessimisti.
[Siate sinceri: dalla preview dell'ultimo episodio di Euphoria, potreste mai risalire alle tematiche del pilot?]
Che la critica statunitense - notoriamente piuttosto bigotta - si sarebbe indignata con una presenza così massiccia ed esplicita di sex worker, scene di nudo e violenza nella trama era scontato; è però d'obbligo dover attuare una riflessione sull'effettiva funzionalità di queste scelte ai fini della conclusione della parabola di Euphoria.
Il problema non è la ricerca dell'eccesso in quanto elemento trasversale a tutte le sottotrame, ma la comprensione di quale tipo di eccesso sarebbe stato funzionale in chiave d'intrattenimento e sostanziale: vedere una gigantesca Cassie abbattersi su Los Angeles come fosse Godzilla è una rappresentazione grottesca che può decisamente funzionare.
Al contrario vedere Rue arrampicarsi oltre una staccionata con una jeep o assistere ai dispetti continui tra gangster afroamericani e nazisti white trash sono scelte rutilanti, che non tranciano nettamente i confini con il realismo ma che anzi portano la serie verso generi che Sam Levinson sembra gestire in maniera troppo infantile.
Ciò che a mio avviso è mancato a Euphoria nella terza stagione non è una buona dose di intrattenimento né una qualità media molto alta in tutti i comparti tecnici.
Il prodotto non è disastroso: è solo irriconoscibile a causa delle quintalate di botox creativo che hanno deformato il volto più puro della serie.
Hans Zimmer, chiamato a sostituire Labrinth nella composizione della colonna sonora, fa il solito eccelso lavoro ma l'atmosfera generale della serie sembra davvero inequivocabilmente compromessa.
[Lexi Howard è forse il personaggio peggio scritto della terza stagione di Euphoria?]
Cassie, Lexi, Jules e gli altri personaggi del mucchio di Euphoria
Parlando dei volti della serie, non possiamo quindi non soffermarci sulle scelte effettuate con certi personaggi.
Parto dalla catastrofica involuzione di Lexi Howard (Maude Apatow), che era stata autentico catalizzatore della stagione 2 di Euphoria: oltre a perdere ogni sfumatura faticosamente dipinta nella stagione precedente, la sorella di Cassie riceve un paio di connotazioni davvero poco edificanti.
Le sue scelte sessuali diventano quasi oggetto di scherno e la sua integrità ben presto diventa motivo di giudizio.
Non provate a obiettare che è quello è il ruolo che una società così eccessiva riserva a un personaggio maturo e intelligente, perché il suo appiattimento rasenta l'ignavia e la pessima luce sotto cui il suo personaggio viene messo prima degli ultimi eventi della stagione confermano l'assoluto disinteresse nel portare avanti una linea di equilibrio anche con il personaggio storicamente meno eccessivo della produzione.
Totalmente appiattiti anche i personaggi di Cassie e Jules: la prima, a cui è dedicato uno screen time enorme, abbandona le sfumature più interessanti del suo carattere, quelle che meglio si connettevano con il pubblico, ovvero la sua insicurezza e il suo desiderio di essere amata e apprezzata.
Il suo personaggio diventa invece l'epitome della donna che punta alla notorietà e alla ricchezza attraverso il proprio corpo e lo fa sempre attraverso una parabola sempre più delirante.
Pare sia stata la stessa Sydney Sweeney a richiedere una simile svolta del personaggio. Spero che a Hollywood sia sempre meno la gente pronta a chiederle una consulenza di questo genere.
C'è però un ammiccamento metatestuale alla reale parabola dell'attrice che strappa una sonora risata: quando Rue, parlando della crescita di Cassie, afferma che ormai lei vive felice in una bolla conservatrice, in quel lampo possiamo ammirare ancora la verve sagace di cui Sam Levinson ha sempre dato buona prova, sia in TV che al Cinema.
Il personaggio di Hunter Schafer, ridotto a comparsa di lusso, sembra quasi perdere tutti i tratti più sfumati del suo carattere in nome di un perenne servilismo verso il prossimo che non ha mai mostrato a questi livelli: è subordinata al suo essere sugar baby, agli umori di Rue, allo sguardo del prossimo che non la vede come artista ma come corpo da sfruttare.
Esemplificativo del suo ruolo ancillare è la terza puntata, "The Ballad of Paladin": in occasione del matrimonio di Nate Jacobs intrattiene amabili conversazioni con Nate e con suo padre Cal, come se ci fosse un qualche barlume di empatia tra personaggi che in realtà avrebbero dovuto covare attrito.
Il problema del personaggio è questo: la sua totale e immotivata nuova remissività, non necessariamente il suo inquadramento in chiave sessuale.
Voglio essere ben chiaro: nelle svolte pubbliche di questi ultimi due personaggi è anche possibile ritrovare un principio di coerenza con quello che le prime due stagioni di Euphoria hanno seminato, ma il loro azzeramento interiore è una delle più grandi colpe della scrittura della terza stagione.
Il maggiore approfondimento riservato a Maddy Perez, invocato a gran voce dalla fanbase sin dalla prima stagione, è stato gestito secondo un'ottica comprensibile: si tratta di un personaggio che non ha paura di sporcarsi le mani ai fini della sua arrampicata sociale, i contesti in cui questo la porta sono però talmente degradanti che a sentirsi sporco è chi guarda.
Persino Nate Jacobs sembra aver perso ogni connotazione di dominio e freddezza che l'aveva caratterizzato lungo l'intero arco del suo personaggio.
Dov'è finito il quarterback di successo? Risucchiato nei debiti, nel viscidume di scelte di comodo.
Dov'è finita la sua indole più calcolatrice?
Euphoria aveva proprio bisogno di sottoporlo a una simile via crucis?
[Euphoria 3 potrebbe essere stata la stagione della consacrazione per Alexa Demie: vediamo se riuscirà a ritagliarsi uno spazio più rilevante anche a Hollywood]
E i volti nuovi come se la sono cavata?
La terza stagione di Euphoria, orfana di volti importanti come Barbie Ferreira e Austin Abrams, oltre che del compianto Angus Cloud, si concentra su un numero decisamente più ridotto di personaggi, con una capacità di creare un bilanciamento tra loro davvero limitata, puntando sull'inflazionare uno schema già sperimentato: infarcire il cast di volti provenienti da ogni tipo di background.
L'unico personaggio incisivo, oltre ad Alamo Brown (Adewale Akinnuoye-Agbaje), tra i nuovi introdotti è quello del monolitico Bishop, interpretato da Darell Britt-Gibson.
Entrano nel cast senza lasciare un grande segno anche un ex Premio Mastroianni come Toby Wallace e un'assoluta leggenda di Hollywood come Sharon Stone.
Oltre a Chloe Cherry, attrice proveniente dall'intrattenimento per adulti già presente nella seconda stagione, ecco una cantante sulla cresta dell'onda come Rosalía e un ex giocatore di football americano come Marshawn Lynch.
Il risultato è che il pubblico odierno è immediatamente capace di riconoscere il volto dietro il personaggio, ma fatica a riconoscere il personaggio davanti a quel volto.
O forse ne riconosce troppo facilmente lo stereotipo senza cogliere nessuna delle venature pulsanti che hanno caratterizzato anche i personaggi minori delle prime due stagioni.
Un enorme girotondo di nomi e volti attorno a un nucleo principale che però non ne risulta minimamente ampliato; un problema non da poco, anche se al centro della narrazione i personaggi sono diventati involucri.
[Com'è andata Rosalía in Euphoria? Diciamo che in Dolor y Gloria aveva avuto più impatto]
Sodoma e Gomorra: un'appendice spoilerosa per Euphoria stagione 3
C'è un dubbio che si è dipanato in me sul finale di Euphoria: non è che a vivere nella sua bolla conservatrice non sia la povera Cassie Howard bensì lo stesso Sam Levinson?
Il dubbio è lecito, considerando quanto la terza stagione sia infarcita di riferimenti biblici, anche piuttosto spicci, e di derive religiose.
Rue si converte dopo un incontro con una famiglia texana ultracattolica e viene sottoposta da Alamo Brown a una serie di prove di fede simile a quelli dei protagonisti di Mission, per poi finire con l'imbattersi addirittura in un rovo infuocato.
La sua fine, arrivata a metà dell'ultima puntata, è chiaramente rappresentata da un sogno che la vede cercare di ricongiungersi con l'adorato Fezco, con la madre e con il padre, ma risulta quasi anticlimatica.
Non che le chiusure del cerchio sul suo personaggio nelle stagioni precedenti le avessi trovate migliori, ma almeno erano in linea con la natura eccessiva del personaggio.
[Mi ero già espresso a suo tempo su quanto avessi trovato avulso dal nucleo narrativo della prima stagione di Euphoria il finale riservato a Rue; evidentemente questo personaggio non troverà mai conclusioni organiche]
Nate, con cui l'autore della serie sembrava aver iniziato un gioco al massacro su cui il web ci ha messo molto poco a ironizzare, muore morso da un serpente mentre è immobilizzato in una bara e sepolto: una sorta di monito veterotestamentario.
Cassie, fedifraga, perde suo marito poco dopo il tradimento. Dopo Rue, anche Lexi - ignava e delatrice - trova la fede.
Ovviamente chi spaccia droga, uccide e commercia corpi finisce all'altro mondo: ogni peccato viene punito per contrappasso.
Ali, invece, dopo aver predicato per tre stagioni intere, smarrisce un attimo la retta via e decide di diventare The Equalizer, in un incrocio finale con Alamo Brown che vorrebbe avere una verve quasi tarantiniana ma, che di fatto, risulta davvero faticoso da accettare.
Un climax finale così sanguinoso in casa HBO mancava dai tempi de I Soprano, i fan di Game of Thrones delusi dalla chiusura della loro serie preferita dovrebbero concedergli una chance.
Ritrovata la fede, il personaggio di Colman Domingo trova consolazione nella famiglia ultracattolica che Rue incontra all'inizio della stagione: è questa la vera felicità, giusto?
Una cena con una famiglia di sconosciuti e un "amen" prima di toccare cibo; d'altronde si sa che la vendetta privata è ammessa da ogni fede religiosa. Come no.
[Scoprire la backstory di Ali non ha aggiunto molto al suo personaggio: capisco che Colman Domingo sia un attore di spicco, ma riservargli una tale importanza sul finale è una scelta davvero poco comprensibile]
Mettendo da parte un po' dell'ironia di un osservatore critico del prodotto, è lecito chiedersi cosa ne sia stato dell'empatia e della sensibilità verso la diversità dei personaggi, dato che si tratta degli aspetti che avevano reso grande la scrittura di Euphoria ben più di ogni metafora.
Un barlume di quel tipo di approfondimento si ritrova in una Maddy Perez che perdendo l'amato Nate si chiede che sarà di lei. Il suo personaggio, con poche e ficcanti inquadrature, riesce a conservare ancora continuità con ciò che di lei abbiamo conosciuto.
A Jules invece è riservato solo un pianto strozzato - molto ben recitato da Hunter Schafer - prima di rituffarsi nella vacuità della sua vita.
Anche allo spettatore restano sensazioni strozzate.
Euphoria era diventata sin troppo gigantesca per reggersi in piedi, questo ha forse spinto Sam Levinson a ricercare una conclusione altrettanto grande, che ha sgretolato gli aspetti più fragili del prodotto.
Un peccato, che non cancella però la rivoluzione portata dalla prima stagione e le grandi intuizioni di un percorso che, alla riprova dei fatti, ci ha consegnato una nuova generazione di volti dell'industria audiovisiva statunitense destinati ad accompagnarci davvero tanto a lungo.
Ogni volta che ci imbatteremo in loro al cinema, che li ammireremo sul red carpet, che leggeremo le loro dichiarazioni controverse, che li vedremo ottenere dei riconoscimenti per la loro bravura, non potremo fare a meno di pensare di averli visti sbocciare in Euphoria.
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