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Euphoria - Stagione 2 - Recensione: completarsi rischiando

Euphoria è un autentico caso critico, oltre che un prodotto di assoluto culto per il pubblico.

 

Dopo lo straripante successo della prima stagione e degli episodi speciali, la seconda stagione della serie HBO - in Italia disponibile su Sky e in streaming su NOW - è ben presto assurta al grado di uno degli eventi più attesi dell'intera annata, generando un engagement altissimo a ogni angolo del globo.

 

[Il trailer della seconda stagione di Euphoria]

 

 

La serie firmata da Sam Levinson è divenuta a tutti gli effetti uno dei prodotti televisivi più rilevanti dell'ultimo lustro per la sua capacità di raccontare l'adolescenza senza filtri e allontanandosi da ogni stereotipo.

 

La seconda stagione di Euphoria aveva, dunque, l'onere di proseguire il percorso tracciato senza snaturarne gli intenti o contaminare la perfetta sintesi di forma e sostanza perseguita dalla prima stagione.

 

Un presupposto dal quale l'autore - e l'intera produzione - non si sono discostati, inserendosi nell'alveo strutturale dei primi otto episodi senza giacere sugli allori composti da tutto ciò che li aveva resi grandi: la messa in scena iper-cinetica, la fotografia stilizzata, una colonna sonora onnipresente e la rappresentazione di ogni eccesso senza alcun freno inibitorio.

 

Tutto ciò è preservato - talvolta anche estremizzato - nella seconda stagione di Euphoria, ma al contempo è completato da nuovi elementi, stavolta impressi su pellicola: una scelta che suona come l'ennesima dichiarazione d'intenti artistici.

 

 

[Sam Levinson, autore e regista di Euphoria]

 

 

Euphoria, infatti, ha continuato la propria narrazione esattamente laddove l'aveva interrotta ma, al contempo, si è permessa di osare a livello di focus sui personaggi e di pacing.

 

Ciò che colpisce immediatamente dell'intero prodotto è come il susseguirsi degli eventi, divenuto sin troppo martellante nelle prime puntate, si sia gradualmente diluito verso un finale che di fatto presenta una struttura bipartita su due episodi.

 

Sam Levinson, dopo l'ottimo lavoro fatto con Malcolm & Marie, ci ha mostrato tutta la propria maturità lungo lo svolgimento di questa seconda stagione di Euphoria: non sono di certo mancati i momenti di radicale virtuosismo, ma agli stessi stavolta sono state affiancate delle sezioni di forte rallentamento drammaturgico che hanno permesso agli spettatori di settarsi verso un finale meno barocco e più compiuto di quello che l'ha preceduto.

 

Il tutto è stato reso possibile da un'eccellente padronanza del montaggio, confermatosi elemento dominante dell'opera, ma rimodulatosi in funzione della possibilità di seguire nuove traiettorie narrative.

 

 

[Il rapporto con Rue ed Elliot, il personaggio di Dominic Fike, è uno dei pochi approfondimenti dedicati in questa stagione da Euphoria a Jules, i cui panni sono vestiti da Hunter Schafer]

 

 

Per parte della seconda stagione, in Euphoria le back-story vissute in flashback hanno conservato un ruolo assolutamente preminente - permettendoci così di approfondire il vissuto di alcuni personaggi come Fez e Cal Jacobs - ma allo stesso tempo il confine tra il passato e la narrazione presente si è fatto sempre più flebile e intessuto.

 

Mentre alcune storyline e i loro protagonisti sfumavano sullo sfondo, altri personaggi, inizialmente lasciati in secondo piano, hanno preso la scena diventando cuore narrativo della seconda stagione di Euphoria.

 

Tra tutti Jules Vaughn, che nella prima stagione era a tutti gli effetti co-protagonista del prodotto, ha visto il proprio ruolo gradualmente ridimensionato, in favore di nuove voci e diverse prospettive sull'adolescenza come quelle delle sorelle Howard, Lexi e Cassie.

 

Le due rappresentano facce opposte della stessa medaglia: un percorso di crescita vissuto senza la figura paterna.

 

 

[Le vere co-protagoniste della seconda stagione di Euphoria: le sorelle Cassie e Lexi Howard]

 

 

Sydney Sweeney, fortemente maturata anche grazie a una carriera ormai lanciatissima al Cinema e in TV, ha portato in scena un personaggio sempre più ambiguo e in bilico tra debolezza ed egoismo, tra sofferenza e superficialità, tra dolcezza e ricerca di validazione.

 

Maude Apatow, invece, è l'autentica rivelazione della seconda stagione di Euphoria: il personaggio di Lexi, finalmente approfondito e caratterizzato a dovere, ha dato voce a un'adolescenza meno sfrenata, maggiormente introversa e fondata sui propri interessi più che sull'approvazione del prossimo.

 

Il rapporto sviluppato dal personaggio con Fez - un ragazzo apparentemente agli antipodi ma dal vissuto più simile al suo di quanto appaia - ha anche sviluppato, in maniera sobria e fortunatamente non macchiettistica, un approfondimento sulle dinamiche sentimentali di una persona dai solidi valori ma non per questo avulsa dalla necessità di condivisione e affetto. 

 

A ben vedere, Lexi impersona perfettamente l'andamento dell'intera serie: il suo personaggio si completa attraverso la scelta di rappresentare il suo spettacolo, pur correndo dei rischi.

 

Ridefinire gli equilibri tra i personaggi, ferire e lasciare indietro alcune figure importanti, scadere in qualche eccesso di messa in scena e in alcuni passaggi bruschi tra le situazioni portanti della narrazione sono pericoli in cui Lexi accetta di incorrere sceneggiando il suo "La nostra vita", tanto quanto lo stesso Levinson ha fatto con il suo prodotto.

 

Non a caso l'aver perfettamente sublimato il tema della perdita paterna attraverso la finzione scenica, porta a un inaspettato quanto catartico riavvicinamento tra Lexi e Rue, vittime di destino simile e comune a tanti dei ragazzi di Euphoria.

 

 

[Nate Jacobs, principale personaggio maschile e forse vero "villain" di Euphoria]

 

 

Dopo i poc'anzi accennati riferimenti ai personaggi di Cal e Fez, risulta necessario soffermarsi un attimo su di Nate, a cui è riservato uno sviluppo narrativo notevole, funzionale a raccontarci un'altra sfaccettatura del rapporto padri-figli.

 

Jacob Elordi, che al termine della prima stagione sembrava dovesse lasciare la serie, è divenuto il principale interprete maschile di Euphoria, fornendo peraltro una prova piuttosto matura.

 

Nate è una delle incarnazioni più pure della violenza in questo prodotto, in ogni sua declinazione: fisica, psicologica e verbale.

Si tratta di un personaggio perfettamente predisposto tanto a subire vessazioni quanto a impartirle, in maniera vieppiù perversa, secondo dinamiche sempre più tristemente note.

 

Intrattenendo con disinvoltura anche una relazione con una delle protagoniste - per la quale appare evidente abbia provato fino a quel punto solo disprezzo - si conferma inoltre il personaggio più ripugnante del cast.

Il corretto approfondimento delle dinamiche tossiche e di "dominio del territorio" con suo padre Cal, anch'egli vittima e artefice di varie forme di vessazioni, ci ha però permesso di intravedere maggiormente il suo lato umano in controcampo: un aspetto che lo rende meno sopra le righe e più tristemente realistico.

 

 

[Zendaya è il volto perfetto per il successo globale di Euphoria]

 

 

Paradossalmente, il personaggio a cui viene riservata una parabola meno felice a livello di scrittura è proprio quello di Rue Bennett.

 

La protagonista, interpretata da una sempre ottima Zendaya, patisce infatti un sovraccarico di eventi e temi che risulta il vero punto debole della seconda stagione: il suo rapporto "di scambio" con la spacciatrice Laurie, le prospettive sulle sua presunta asessualità e le tempistiche di recupero dalla tossicodipendenza risultano abbozzate e mal sviluppate, specie se in relazione alla compiutezza di altri archi narrativi della serie.

 

Alcuni eventi che la riguardano si svolgono in maniera sin troppo fulminea: un aspetto che cozza un po' con le tempistiche riservate allo svolgimento degli approfondimenti drammaturgici di alcuni personaggi apparentemente "secondari".

 

I rari momenti di stanca della seconda stagione sono - a mio avviso - quelli dedicati ai suoi eccessi, che risultano ripercorrere pedissequamente i binari già battuti nella prima, senza ampliare davvero il contesto di riferimento. 

Il tutto non aiuta la protagonista a smussare del tutto quella sua tendenza ancora presente all'over-acting che, però, non si fa mai troppo invadente.

 

Una pecca comunque ben nascosta dalla coralità dell'opera che ci conferma come Euphoria, pur con qualche sbavatura in più, sia un prodotto televisivo di rara qualità, in grado di risultare al contempo suadente e sensibile, oltre a essere una produzione che tenta di crescere con i suoi personaggi.

 

 

[Nel 1938 Antonin Artaud scriveva "Il teatro e il suo doppio": nel 2022 la settima puntata di Euphoria ne mutua il titolo e ne attualizza l'intento]

 

 

Una menzione d'onore merita, a tal riguardo, l'episodio numero 7, il vero pilastro fondante dell'intera stagione e dei suoi intenti, che ci porta quasi a rivivere - in salsa studentesca e ipercinetica - la folle duplicazione di vita e palcoscenico rappresentata in Synecdoche, New York.

 

Il flusso ininterrotto e bidirezionale tra realtà e arte si tramuta, dunque, in una possibilità unica per riflettere ed elaborare sul vissuto di una comunità e per mettere a nudo l'ottica di chi ha vissuto anni di tumulto in assoluto silenzio.

 

"Il teatro e il suo doppio" altro non è, a ben vedere, che una metafora di quello che chiunque vive nella propria adolescenza, specie in un contesto iper competitivo come gli Stati Uniti: tutti portano in scena un personaggio sul palcoscenico della vita vera e quasi nessuno è autorizzato a sfondare la quarta parete per mostrare la propria reale natura.

 

Concetti shakespeariani e artaudiani, affogati negli eccessi e negli psicodrammi di un'adolescenza che si caratterizza come un periodo della vita sempre più difficile da superare indenni.

 

 

[Tra le più importanti prospettive narrative lasciate intuire dagli ultimi episodi di Euphoria, c'è sicuramente l'approfondimento dei patemi del contesto familiare di Rue] 

 

 

In virtù delle scelte effettuate e del completamento narrativo dei personaggi portati in scena, Euphoria stagione 2 rappresenta una sorta di "secondo semestre" rispetto alla prima sezione della serie, una seconda parte della stessa matrice, più che un prodotto del tutto avulso da essa.

 

Non a caso, dopo gli apici di sovrabbondanza a cavallo delle due stagioni, il finale risulta in controtendenza - e controbilanciante - rispetto al primo: perfettamente compiuto e giocato in sottrazione.

 

Anche se è già stata confermata per una terza stagione, paradossalmente Euphoria avrebbe potuto concludersi perfettamente nel silenzio riflessivo in cui ci ha lasciati l'ottavo episodio della seconda.

 

[HBO di certo sa come tenere alto l'interesse attorno ai suoi prodotti: Euphoria in questo non fa eccezione]

 

 

Grazie allo straordinario successo delle prime due stagioni, Euphoria è diventata la seconda serie targata HBO più vista di sempre, alle spalle del solo Game of Thrones.

 

Continuare a costruire su queste basi, senza dissipare la naturalezza delle origini del prodotto è un'operazione che diverrà via via più ostica.

 

Se c'è qualcuno che può riuscire a preservarne l'animo è proprio Sam Levinson, che ormai sembra perfettamente padrone di tutti i risvolti umani e narrativi di Euphoria.

 

La seconda stagione ci ha dimostrato esattamente questo.

 

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3 commenti

Aldo Busato

7 giorni fa

Trovo difficile migliorare con la terza stagione. Credo sarebbe stato più saggio chiudere alla fine di questa. Comunque recensione fantastica

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Marco Sangiorgio

2 mesi fa

bel pezzo. 
serie molto bella, non l'avevo notata molto ma ... 
nel podcast ho sentito "fatevi un favore e guardatela"  😁

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Super recensione come sempre di JG!
Un po' di paura per la terza stagione ma confido in Sam Levinson sul lavoro che farà con la crescita di Rue

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