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Malcolm & Marie - Recensione: di amore, di Cinema, di critica

Un excursus voyeuristico nella notte insonne di una coppia tra alti e bassi 

Malcolm & Marie è un film scritto e diretto da Sam Levinson nel 2020, durante l'isolamento dovuto alla pandemia da COVID-19. 

 

La pellicola in 35 millimetri, un elegantissimo bianco e nero, una bella casa e due protagonisti: ecco la ricetta per il piccolo, ma densissimo, film distribuito da Netflix.

 

Marie (Zendaya) e Malcolm (John David Washington) tornano a casa dopo la proiezione dell’anteprima del nuovo film di lui.

 

 

[Il trailer di Malcolm & Marie]

 

 

Il film è stato un vero successo, lui balla sulle note di James Brown, lei gli prepara dei maccheroni al formaggio.

 

I movimenti di Marie rivelano subito tensione: è risoluta, mischia con energia la pasta, i suoi movimenti meccanici e le sue labbra serrate tradiscono un disagio ben più profondo della stanchezza.

Il linguaggio e l’espressione corporea di Malcolm invece ostentano una reazione diametralmente opposta: è sicuro e felice.

 

Lo spettatore, che spia i gesti di entrambi dalla lente della cinepresa, percepisce che questa escursione sentimentale non può che generare un grande litigio, così come le risalite di aria calda dal suolo in contatto con l’aria fredda e secca generano temporali.

 

Malcolm infatti ha dimenticato di ringraziare Marie nel suo discorso.

 

 

[Zendaya e John David Washington]

 

Partendo da questo presupposto le personalità veraci e complesse di Malcolm & Marie, così come i loro corpi, iniziano a respingersi e ad abbracciarsi, a odiarsi e ad amarsi, come in un pendolo continuo che non subisce l’attrito dell’aria.

 

È una passione senza mezze misure, fatta di mani che si toccano, baci che si incastrano e lontananze siderali, emotive e corporali.

 

Malcolm & Marie è un film contemporaneamente verboso e carnale.

 

Parola dopo parola la questione dei ringraziamenti scatena un effetto domino di cause e conseguenze tramite cui si srotola la matassa della loro relazione.

In un processo a ritroso, partendo dalla serata appena trascorsa, veniamo a conoscenza di tutti i retroscena di un rapporto amoroso fatto di intimità e complicità, ma anche di ricatti morali e logoranti verità taciute.

 

In Malcolm & Marie viene raccontata una storia nella storia; è tramite l’afflusso copioso di parole, discussioni, piccoli monologhi e sguardi perforanti che riusciamo a percepire le vibrazioni del passato dei due protagonisti.

 

Marie è una ex tossica, tende all’autosabotaggio, è sagace e talentuosa ma non riesce mai a credere abbastanza in sé per affermarsi come attrice, è lucida e razionale nonostante il passato abuso di droghe e antidepressive.

Incastra se stessa nel ruolo di una compagna accondiscendente che sembra per natura non appartenerle.

 

 

[Il fortunato sodalizio tra Levinson e Zendaya è iniziato con Euphoria]

 

Malcolm è un regista in ascesa, un vero e proprio fuoriclasse, ma il suo egocentrismo e la sua superficialità, soprattutto nei confronti della compagna, spesso gli impediscono di apprezzare chi è intorno a lui.

 

Ama molto Marie ed è stato disposto a perdonare e sopportare molto pur di tenerla con sé, ma spesso la dà per scontata. 

 

Il ritmo di esplosioni quasi teatrali e i fin troppo brevi momenti di silenzio conferiscono al film un ritmo sostenuto, una tensione palpabile, e la bravura di Zendaya (Spider-Man: Far from Home, Euphoria) e John David Washington (BlacKkKlansman, Tenet) rende Malcolm & Marie un film magnetico.

 

Grazie all'approfondimento delle dinamiche relazionali troviamo un'interessante riflessione del rapporto tra artista e musa.

Il film di Malcolm è perlopiù ispirato al suo rapporto con Marie e questo interferisce nel loro rapporto di coppia.

 

Sulla bilancia quanto pesa il contributo della Musa?

Quanto si è disposti a prosciugare, dissanguare, strappare via dal corpo l’anima stessa della Musa per catalizzare il lavoro artistico? Quanto del soggetto del film le appartiene?

La Musa diventa vittima sacrificale del processo creativo.

 

Nel caso di Marie però è lei stessa ad appiccare spesso e volentieri l’incendio che la sta consumando; ed è proprio quel fuoco ad attirare e a respingere Malcolm.

 

 

[Malcolm & Marie in un momento di complicità]

 

Il processo creativo però non è un lavoro fine a se stesso, soprattutto quando si tratta di Cinema.

 

A un film infatti non concorrono solo il creatore e la sua Musa: c’è la troupe, ci sono gli attori e, in questo particolare caso, il giornalismo, la critica che ruota intorno agli autori e che ha il potere di manipolare la percezione popolare di un’opera.

 

Sam Levinson, tramite il rapporto tra Malcolm & Marie, dà voce alla propria idea di critica, soprattutto per quanto riguarda la guaina sottile che divide il giudizio artistico dalle interferenze politiche.

L’obiettivo di Malcolm, definito come il nuovo Spike Lee o il nuovo Barry Jenkins è infatti quello di raccontare una storia che esuli dal colore della sua pelle e di quello della protagonista.

 

D’altra parte, a causa di un cortocircuito di una certa stampa progressista, il valore di un regista di colore viene misurato dall’impegno politico delle sue pellicole.

Questo dettaglio dà molto fastidio a Malcolm, nonostante il suo film venga definito un po’ prematuramente un capolavoro: il Cinema vive di se stesso e delle sue verità, non ha bisogno di iniezioni esterne.

 

È un indubbio problema che la critica presenta nel momento in cui si trova a dover giudicare un autore che appartiene a una minoranza: un’insidiosa e malcelata pretesa che l’opera d’arte debba essere di supporto a un messaggio sociale.

 

 

[John David Washington]

 

D’altro canto Marie illumina Malcolm su un altro punto del suo film, cioè nell’esibizione del corpo femminile come scelta non necessaria in una scena di violenza, rivelando così ancora una volta un acuto spirito di osservazione e una mente libera, capace di affrontare e di farsi ascoltare da un uomo incredibilmente sicuro del proprio talento e del duro lavoro che lo ha portato al successo.

 

Malcolm & Marie, figlioccio spirituale di Storia di un Matrimonio di Noah Baumbach, è il risultato di un lavoro di scrittura e di regia molto valido e mostra un sapiente utilizzo della scenografia limitata; la struttura stessa della casa e le sue geometrie diventano funzionali per suggerire proprio quel reiterato processo di avvicinamento e allontanamento che caratterizza il film.

 

La confidenza, i risentimenti, i rancori, i tradimenti e la complicità tra i due protagonisti restituiscono un ritratto soddisfacente delle nevrosi di coppia, nonostante in qualche momento l’eccessiva verbosità quasi teatrale rovina la possibilità di lasciar parlare le immagini e la mimica dei due attori eccezionali.

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