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#top8

8 romanzi di cui vorremmo la trasposizione cinematografica

8 romanzi che ci piacerebbe vedere sul grande schermo!

Tradurre è tradire.

 

E se è cosa nota per quanto attiene alla localizzazione linguistica di un qualsiasi tipo di testo - e quindi anche di quello audiovisivo - è spesso altrettanto veritiero se ci astraiamo dall'aspetto strettamente verbale della questione per entrare nel merito della trasposizione cinematografica.

 

La resa di uno stile, di un intento narrativo, di una volontà comunicativa, conosce necessariamente le problematiche realtive al passaggio di medium, che non sempre rende accettabile - o mette comunque in discussione - l'eccesso di fedeltà.

 

 

[Il cantante di jazz è il primo film sonoro della Storia del Cinema, tratto dall'omonima opera teatrale di Samson Raphaelson]

 

Valga un esempio su tutti: pensate alle diverse incarnazioni cinematografiche di Batman.

 

Se ci si concentra anche solo sulla triade Tim Burton-Christopher Nolan-Matt Reeves, appaiono evidenti - semplificando ai minimi termini - la scenograficità del primo, l'epicità del secondo e la realistica fallibilità del terzo. 

 

Le schermaglie tra i sostenitori di una o dell'altra versione sono indicative - qui fino all'esasperazione - del disaccordo di fondo su come debba essere un adattamento, a maggior ragione se pensiamo a un romanzo, che non permette di disporre di un'idea visiva forte su cui basare l'operazione, rendendola ancora più spinosa.

 

Ma si pensi allora a Romeo e Giulietta, a come la secolare vicenda degli "star-crossed lovers" sia stata più volte proposta sullo schermo, e in modi così significativamente diversi, ricalcandone ogni parola, recuperandone l'ossatura narrativa, riportandone in auge i temi.

 

In fin dei conti, con una trasposizione più che con un'idea originale, la bilancia sembra pendere più dalla parte del pubblico (o almeno di certo pubblico) e delle sue aspettative, e la questione sfuma i suoi contorni obiettivi per assumere i toni quasi di sfida di una pignola verifica: "ce l'avranno fatta?".

 

Cosa cerchiamo in un adattamento cinematografico? 

 

La buona riuscita di operazioni di questo tipo è difficile da concepire come assoluta: certo, un ottimo film è un ottimo film oggettivamente, ma il grado di apprezzamento subisce il giudizio di fruitori con background di consapevolezza differenti, che conoscono o non conoscono l'opera originale, che richiedono nel prodotto la fedeltà come requisito imprescindibile, che accettano i cambiamenti (a volte quasi imposti, per non risultare in eccessive dissonanze di tono, in sbalzi di credibilità: ricordiamoci che ciò che può funzionare sulla carta non sempre funziona sullo schermo) al fine di un'aderenza più di spirito che pedissequa.

 

 

[Mr. Darcy ed Elizabeth Bennet nella versione cinematografica di Orgoglio e pregiudizio firmata Joe Wright]

 

L'esistenza stessa del Premio Oscar per la Miglior Sceneggiatura non Originale dice molto sulla rilevanza che l'industria cinematografica (anche se qui limitatamente a quella statunitense) attribuisce alla distinzione tra adapted e original, con i romanzi come fonte primaria degli script della prima categoria (CODA - I segni del cuore è uno dei pochissimi film tratti da altri film - quindi remake - a trionfare nella categoria).

 

Fare un elenco dei materiali trasposti sarebbe cosa lunga e poco utile, perché è dagli albori del Cinema che si prende in prestito, con più o meno successo, da opere letterarie originali, con una significativa presenza nei decenni passati - ora nettamente inferiore - di adattamenti dal teatro: basti pensare che il primo film sonoro, Il cantante di jazz (Alan Crosland, 1927), rientra in questa tipologia.

 

Quando pensiamo alle trasposizioni di romanzi, probabilmente il collegamento immediato che siamo portati a fare è ai grandi classici della letteratura mondiale e a celebri saghe come Il Signore degli Anelli e Harry Potter.

Ma esiste uno sterminato elenco di romanzi che hanno generato altrettanti adattamenti di cui talvolta ci si dimentica l'origine.

 

Le dissimili fortune di questi film spesso hanno fatto i conti con il dilemma della buona resa, dell'essere all'altezza di qualcos'altro, che è una questione tanto sciocca quanto inevitabilmente legata al nostro modo di esperire per comparazione.

 

 

[Minas Tirith nell'adattamento cinematografico de Il signore degli anelli]

 

L'estrema soggettività che domina, come abbiamo visto, la fruizione di questi prodotti dominerà in egual misura le nostre scelte, di cui leggerete a breve.

 

Già che abbiamo deciso di varcare la soglia delle preferenze individuali, del vagheggiato desiderio e della costruzione immaginativa, perché non spingerci ancora un po' più in là, innalzandoci a casting director di produzioni che non esistono?

Oltre a designare i fortunati registi da mettere a capo di tali sfidanti imprese abbiamo dunque cercato di dare dei volti, delle voci, delle personalità attoriali ai caratteri di cui abbiamo amato leggere le peripezie cartacee, in un gioco tanto divertente quanto inaspettatamente complesso.

 

Se in futuro qualche nostra azzardata scelta venisse realizzata, ovviamente esigiamo i diritti.

 

[Introduzione a cura di Alessandra Vignocchi]

[Immagine di copertina di Drenny DeVito]

 

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Posizione 8

L'ultimo giorno di un condannato a morte

di Victor Hugo, 1829

 

Victor Hugo dimostrò con i suoi due capolavori I Miserabili Notre-Dame de Paris che un romanzo potesse farsi carico dei sentimenti di un popolo e descrivere, come il più acuto dei referti antropologici, le sue abitudini, i suoi traumi e le sue fissazioni. 

 

Esiste un altro testo, meno noto, di questo autore, che tuttavia viene studiato fin dalla tenera età dai nostri cugini d'oltralpe.

A sei settimane dalla sua esecuzione un condannato a morte attende la fine.

Nessuna descrizione ridondante dell'ambiente in cui si trova, nessun dilungamento sulle cause della sua condanna.

Come i più abili scrittori anche Hugo lascia che siano i lettori del 1829 a metterci del loro. 

 

La sua posizione politica è però chiarissima: se c'è qualcosa che l'autore francese desidera condannare è proprio la pena di morte.

E per farlo non c'è strumento migliore dell'empatia.

 

Come lettori de L'ultimo giorno di un condannato a morte penetriamo nella cella e nel suo protagonista - fatti di pietre e ferro, ossa e carne - e assistiamo al suo tormento fino a pochi passi dalla ghigliottina, là dove Hugo ci abbandona sospesi fra la speranza di una grazia o la certezza della fine.

 

Una buona trasposizione cinematografica di quest'opera richiederebbe la stessa capacità di suscitare empatia per il condannato e repulsione verso la pena capitale, senza però avvalersi di strumenti privilegiati dalla letteratura quali narratore onniscente e flusso di coscienza.

Il regista dovrebbe permetterci di accedere ai tormentati pensieri del protagonista senza che questi li esprima ad alta voce, facendo crollare così ogni forma di realismo psicologico.

 

Ritengo che un regista come Gaspar Noé possieda le qualità registiche per veicolare le forti sensazioni interiori dei protagonisti delle sue opere, pur con un utilizzo scarno dei dialoghi e avvalendosi perciò soltanto del linguaggio registico.

 

La scelta dei virtuosistici e coinvolgenti movimenti di macchina e gli accesi contrasti della fotografia del suo fidato collaboratore Benoît Debie saprebbero impressionare il pubblico del XXI secolo non meno di quanto fece la prosa di Victor Hugo più di duecento anni fa.


[A cura di Sebastiano Miotti]

 

Posizione 7

Intimità (dalla raccolta Il muro

di Jean-Paul Sartre, 1939

 

Che esista una continuità tra Jean-Paul Sartre e il Cinema è un dato di fatto: amava la Settima Arte (si dimostrò cinefilo e critico a più riprese) e lei lo ricambia continuamente (da Woody Allen in Irrational Man a Richard Linklater in Waking Life).

 

Un rapporto che ha trovato la sua sublimazione in un'infinità di soggetti e adattamenti di sue opere: tra queste ci sono anche Il muro, adattato da Serge Roullet, e L'infanzia di un capo di Brady Corbet. 

 

Se però i registi in questione si sono concentrati sul racconto che dà il titolo alla raccolta e a quello che la chiude, risulta per me incredibile che nessuno abbia mai pensato di legare il proprio nome a un'altra delle storie de Il muro: Intimità.

Una storia sul conflitto interiore, fenomenologia del dubbio umano, dramma romantico che sottende alla filosofia di una delle menti più importanti del Novecento.

 

Intimità racconta il triangolo amoroso venutosi a creare tra Lulù, suo marito impotente Enrico e l'amante Piero che le chiede di fuggire con lui: purezza contro sporcizia, necessità fisica contro il sentimento. 

 

"Il nostro è un amore necessario, ci conviene conoscere anche degli amori contingenti"

Simone de Beauvoir sull'amore che la legava a Sartre.

 

Un racconto così intimo e intriso di rapporti tra personaggi, aspettative e realtà che non potrebbe non trovare una collocazione perfetta nel mezzo cinematografico contemporaneo in cui il dramma sta diventando sempre più interiore.

In particolare vedrei perfettamente questo film nelle mani di un regista capace di raccontare l'insoddisfazione, i dettagli, l'amore mancato e le pulsioni come Wong Kar-wai.

 

I flussi di coscienza narranti sarebbero particolarmente accoglienti per il regista di Hong Kong, come il dilemma etico del restare o andare.

Per il cast immaginarsi i classici interpreti del suo Cinema sembra scontato, ma come dice il classico adagio sportivo squadra che vince, non si cambia.

 

Quindi non riesco a vedere altri che Maggie Cheung, Tony Leung e Takeshi Kaneshiro che con gli anni - tra l'altro - si sono avvicinati ai protagonisti di Intimità.

 

[A cura di Fabrizio Cassandro]

 

Posizione 6

Lo squalificato

di Osamu Dazai,1948

 

Lo squalificato racconta la storia del disegnatore Oba Yozo, perennemente strattonato da un sentimento all'altro e sospinto dalla forza trascinante delle sue idiosincrasie: tanto si sente alieno, totalmente estraneo alle pretese e alle formalità della società, tanto gli è caro compiacere le persone e non sopperire alla solitudine.

 

La trama ricalca quasi pedissequamente la biografia dello stesso scrittore, che si suiciderà pochi mesi dopo la stesura del romanzo e poco prima di compiere 39 anni. 

 

L'Io narrante ci spinge con irruenza nella vita del protagonista, di cui seguiamo le vicende dall'infanzia all'età adulta.

 

Da sempre Yozo/Dazai si sente estraneo alle vicende che lo circondano, cerca di trovare un senso alla propria vita ma è affascinato dalla pace che la morte porta con sé: leggiamo di tutti i suoi fallimenti, della sua incostanza, dell'incapacità di sfruttare la sua palese intelligenza, dei momenti di totale apatia e di quelli di estrema sensibilità, della sua inconcludenza, dell'erotismo, dell'incapacità di amare, delle dipendenze e dei vizi. 

 

Non sono mancate trasposizioni de Lo squalificato in altri media: esistono due adattamenti manga di Usamaru Furuya e di Junji Ito, oltre a un adattamento animato nella serie Aoi Bungaku, un anime che adatta sei romanzi classici moderni della letteratura giapponese.

 

I precedenti adattamenti possono essere un buon ausilio per farsi un'idea di come possa a sua volta essere una trasposizione cinematografica. 

Immagino Lo squalificato come un film in cui prevale un utilizzo espressionistico del colore e una colonna sonora che esprima tutte le declinazioni di un'anima tormentata come quella di Dazai e del suo alter ego. 

 

Alla luce di queste caratteristiche peculiari mi vengono in mente tre autori per la regia de Lo squalificato: il regista d'animazione Masaaki Yuasa, che con Devilman Crybaby ha dimostrato di saper adattare anche un materiale più cupo, Sion Sono - magari dirigendo Shota Sometani di nuovo dopo Himizu (2011) - e Lars von Trier

 

Mi concentrerei soprattutto su quest'ultimo: così come Paul Schrader, un regista occidentale, ha adattato egregiamente l'opera di Yukio Mishima in Mishima - Una vita in quattro capitoli (1985), immagino Lars von Trier riuscire a entrare davvero in sintonia con questo romanzo e con il suo scrittore, non solo alla luce delle sue vicende personali, ma anche per l'utilizzo dell'arte come mezzo di autoanalisi. 

 

[A cura di Lorenza Guerra]

 

Posizione 5

Se una notte d'inverno un viaggiatore

di Italo Calvino, 1979

 

Confrontarsi a livello cinematografico con una produzione stratificata come quella di Italo Calvino è ovviamente arduo, ma lo è più di altri scrittori in quanto, lungi dal poter noi recidere contenuto e forma, la sua opera ha sempre giocato con dei meccanismi narrativi intimamente connessi alla pagina scritta.

 

Mentre quel suo piglio consacrato all'esattezza sembra richiamare, come il suo gusto per il romanzesco, alcuni corrispondenti filmici, il fil rouge che attraversa le fasi pre-strutturalista, strutturalista e postmoderna pare, di contro, quasi intraducibile.

 

Non inganni l'etichetta di metaromanzo attribuita a Se una notte d'inverno un viaggiatore, qui preso in esame, non se ne estragga la consueta litania autoriflessiva, poiché è iper-romanzo la nozione con cui è necessario giungere a patti, il punto limite che evoca, obbligando al confronto, storie dentro storie, "infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili", vortici (o circoli, magari ermeneutici) che avviluppano il tutto e le parti, le parti e il tutto.

 

Se una notte d'inverno un viaggiatore è difatti la somma di una cornice e di dieci incipit letterari interrotti, e ha come protagonisti il Lettore e il lettore, con il primo che procede tradizionalmente (?) nel livello esterno e il secondo che - nonostante rimanga un personaggio - è un doppio del lettore reale ed è sollecitato attraverso la narrazione in seconda persona.

 

Calvino gioca a carte scoperte, scopre gli ingranaggi del narrare, scopre e sembra allora trascendere quando in realtà coinvolge, trascina come un feuilleton senza cadere nel cerebralismo, scrive insomma un "romanzo sul piacere di leggere romanzi" che non è confinabile in una generica dimensione immaginativo-fruitiva.

 

Pensare cinematograficamente l'iper-romanzo non significa dunque reinterpretarlo o rivisitarlo, ma restituirne il significato metafisico, per parafrasare Pierre Klossowski: significa armonizzare younarrative e incredulità; significa conservare una fascinazione per il romanzesco troncandone puntualmente gli sviluppi, senza essere punitivi e riflettendo pertanto sulla diversa tenuta della diegesi.

Significa, soprattutto, ricrearne radicalmente il protagonista ed erigere a perno estetico il vedere, quello sguardo al centro di ogni discorso sul/nel Cinema.

 

Chi all'altezza di una simile sfida? 

 

Nel presente, il figlio di Wes Anderson e Michael Haneke; nel passato, e più di tutti, il labirintico Jacques Rivette.

 

[A cura di Mattia Gritti]

 

Posizione 4

Il tristo mietitore

di Terry Pratchett, 1991

 

Terry Pratchett è stato un importante autore inglese: grazie alla sua grandissima vena ironica è riuscito a dare un particolare punto di vista al fantasy attraverso la creazione dello sconvolgente e irriverente Mondo Disco.

 


Sebbene in molti abbiano provato ad adattare le sue opere, è difficile trovare un adattamento degno di nota, a parte la serie Good Omens, tratta dal libro scritto a quattro mani con Neil Gaiman.

 

Tra le sue numerose opere sicuramente molto curiose da adattare sarebbero quelle legate al Ciclo di Morte: non a caso Disney nel 2014 aveva intenzione di rendere Morty l’apprendista - primo libro del ciclo - un Classico Disney, fallendo però nell'acquisizione dei diritti.

 

Un libro del Ciclo che avrebbe del potenziale se adattato su schermo è Il tristo mietitore, che si apre con Morte licenziato in tronco dai suoi superiori con la conseguenza di non avere più morti nel Mondo Disco.

 

Assistiamo a due storie parallele: una è quella di Morte che trova lavoro nella mietitura del grano dalla signora Flitworth grazie alla sua abilità con la falce; la seconda è quella di Windle Poons, un povero mago certo della data di morte, che si ritrova non-morto e decide di unirsi a una bizzarra gang per scoprire cosa sta succedendo al Mondo Disco.

 

Questa storia dall’incipit singolare offre molte possibilità per creare un ottimo film in tecnica mista, unendo CGI e tradizionale come sta accadendo spesso negli ultimi anni, spaziando tra più stili animati per valorizzare ogni singolo elemento, in particolare per creare un dualismo tra i personaggi e i luoghi cosmici, dell'Universo e del Mondo Disco.

 

I nomi di spicco per un cast di doppiaggio interessante sarebbero Terry Gilliam per Windle Poons, Benedict Cumberbatch per Azrael (la Morte dell’Universo), Kate Winslet per la signora Flitworth e una moltitudine di voci per Morte tra cui Brian CoxTilda Swinton e John Marwood Cleese.

 

Considerando i temi e le atmosfere portate avanti dalla narrazione, ideale nella direzione sarebbe senza ombra di dubbio Guillermo del Toro, grazie alla sua grande dedizione per il dark-fantasy con momenti sarcastici e buffi per spezzare la tensione, tenendo fede all’idea del mondo creato da Pratchett.

 

[A cura di Eris Celentano]

 

Posizione 3

Cavie

di Chuck Palahniuk, 2005

 

“Le parti peggiori della tua vita […] puoi usarle per far ridere la gente, per farla piangere o darle la nausea.

Oppure per spaventarla.

[…] È così che riusciamo a smaltire tutta la merda che ci capita.”

 

Prendete i protagonisti de Gli indifferenti di Alberto Moravia, spogliateli da riserbo, pratiche imposte e opprimenti inibizioni.

L’etichetta non esiste e lascia spazio alla verità che, per quanto brutale e disgustosa, riflette senza falsità l’animo e le intenzioni degli individui.

Apatia q.b..

Mischiare per bene e chiudere tutto in un edifico, per tre mesi, in occasione di un segreto pseudo-ritiro per scrittori: questa la ricetta dei protagonisti di Cavie.

 

Nel romanzo di Chuck Palahniuk si è ben lontani dai gentiluomini e dalle aggraziate donzelle del primo Novecento, da quella società che doveva mostrarsi impeccabile nei modi, nascondendo ogni crepa inerente agli aspetti economici e sentimentali.

I protagonisti delle storie di Palahniuk - in generale e di Cavie in particolare - sono la feccia della società, un misto di psicopatici, ossessivi, pervertiti e persone che ormai, per vicende più o meno assurde, non sono più considerate nella parte sana della società.

 

Non sono però i classici reietti che vengono additati e guardati dai "buoni" con sdegno, dall’alto verso il basso. 

Non sono tra quelli che provano a fuggire dagli sguardi giudicatori, bensì individui che sono stati talmente segnati da traumi ed esperienze negative che non tentano nemmeno più di nascondere lo sporco che trasuda dai loro pori.

Anzi, sono ormai disposti a mettere sul piatto qualunque cosa, quasi facendo sfoggio della loro miseria, in una triste corsa verso i famosi 15 minuti di celebrità.

 

Un groviglio di storie e situazioni allucinanti di cui sarebbe intrigante vedere la trasposizione cinematografica sotto la direzione di Gaspar Noé che, con il suo Climax, ha dimostrato di saper gestire egregiamente scene dal ritmo incalzante come quelle narrate in Cavie.

 

Al Cinema la forte caratterizzazione dei personaggi di Palahniuk potrebbe giovare di attori che presentano tratti fisionomici distintivi: uno fra tutti Steve Buscemi nei panni di San Vuotabudella il cui racconto - letto in pubblico da Chuck Palahniuk stesso - ha provocato diversi svenimenti.

 

[A cura di Morena Falcone]

 

Posizione 2

Il sindacato dei poliziotti yiddish

di Michael Chabon, 2007

 

Siamo in un presente immaginario a Sitka, in Alaska.

 

Il governo degli Stati Uniti ha deciso di collocare gli ebrei sopravissuti all’Olocausto in un distretto federale dove si parla sia lo yiddish sia l’inglese.

Come in tutti i luoghi soggetti a una "ghettizzazione" la criminalità dilaga, la speranza verso un futuro è andata a farsi fottere e i soldi che girano sono pochi.

 

L'omicidio di un ex campione di scacchi eroinomane sconvolge però le vite di molti abitanti di Sitka, tra cui quella di Meyer Landsman, agente investigativo che alla propria esistenza non sa più cosa chiedere.

 

Il sindacato dei poliziotti yiddish di Michael Chabon è un libro noir caratterizzato da tutti i tópoi del genere riletti attraverso una scrittura che sa dosare sapientemente il sarcasmo e il dramma. In particolare, vedere Sitka con gli occhi e le parole del detective Landsman rende Il sindacato dei poliziotti yiddish un’esperienza cinematografica degna di essere trasposta.

 

Da chi? Semplice: i Fratelli Coen

La risposta a questo quesito vien da sé anche perché il libro scritto da Chabon avrebbe dovuto essere un film diretto proprio dai due fratelli del Minnesota, ma purtroppo non se ne fece più nulla.

 

Certamente un adattamento cinematografico di questo romanzo si presterebbe perfettamente alla poetica dei Coen, abili fin dal loro esordio ad amalgamare l’ironia con la sfiducia nell’uomo e nella vita, declinando questi concetti con diversi generi cinematografici tra i quali, ovviamente, il noir.

 

Il protagonista Landsman avrebbe l’attitudine del Drugo de Il grande Lebowski fusa con quella di Ed Crane de L’uomo che non c’era, mentre il tono del film sarebbe a metà tra il già citato L’uomo che non c’era e A Serious Man

Per il ruolo di Landsman vedrei bene Clive Owen, per la sua capacità di adattarsi a ogni tipo di genere cinematografico e personaggio. 

Il resto del cast sarebbe popolato da tutti gli attori feticcio dei Coen mentre, per quanto riguarda la fotografia, vorrei Janusz Kaminski, con una direzione simile a quella de Il ponte delle spie.

 

Troppo ambizioso? Leggete il libro e poi ditemi se non sarebbe un film grandioso.

 

[A cura di Emanuele Antolini]

 

Posizione 1

Una vita come tante 

di Hanya Yanagihara, 2015

 

Chissà perché nessuno ha ancora deciso di cimentarsi in un adattamento cinematografico di Una vita come tante, caso letterario del 2015. 

 

Domanda retorica, perché con del materiale così spinoso e delicato il disastro rischia davvero di essere dietro l'angolo. 

 

Il romanzo ci accompagna attraverso le vite di quattro amici, dal college fino alla mezza età, andandosi a configurare come un tranche de vie segnato dal misterioso e indicibile passato di uno di loro, Jude, che continua a far sentire la sua presenza, prima suggerita e poi rivelata attraverso dolorosissime analessi, nucleo attorno a cui gli altri personaggi prendono vita.

 

Una valida trasposizione per il Cinema dovrebbe riuscire a rendere l'organicità di un racconto denso, con una distribuzione peculiare del peso narrativo dei personaggi, corale ma al contempo estremamente centrato su una singola figura catalizzatrice. 

La sensibilità registica di Luca Guadagnino potrebbe rivelarsi l'incastro perfetto con una storia che ha i connotati di una saga familiare (senza una famiglia in senso convenzionale) e del romanzo di formazione, una narrazione che si sviluppa su tempi (e pagine) molto estesi, in cui il cuore pulsante sono i personaggi, le loro psicologie e il peso plasmante che eventi del passato continuano ad avere sulla costruzione del loro presente.

 

La capacità di Guadagnino di raccontare attraverso il dominio del visivo, più che della parola, offrirebbe soluzioni in grado di tratteggiare senza esplicitare necessariamente le dinamiche inter e intrapersonali dei protagonisti, racchiudendo in scene madri il peso narrativo ed emotivo degli accadimenti.

 

Protagonisti per cui è impresa ardua fare un casting adatto. Ci provo.

 

La vulnerabilità che nasconde un'estrema forza di Jude potrebbe trovare nei particolari tratti dell'intenso Caleb Landry Jones (Scappa - Get Out; Nitram) un volto in grado di bucare lo schermo; l'angelicità a tratti inverosimile di Willem potrebbe funzionare incarnata da Callum Turner (Green Room; Animali fantastici); sulla star di Lovecraft Country Jonathan Majors bene si innestano l'irrequietezza e lo spaesamento esistenziale di Malcolm; infine, l'esuberanza e la sana presunzione di JB le affiderei a occhi chiusi a Lakeith Stanfield (Sorry to Bother You; Judas and the Black Messiah).

 

Voglio questo film, lo voglio fatto bene, e voglio piangere.

 

[A cura di Alessandra Vignocchi]

 



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1 commento

Terry Miller

1 anno fa

Mi sono segnato un paio di libri da leggere grazie a questa Top 8.

Non mi ritengo una persona particolarmente colta o capace di analizzare e andare a fondo nelle cose, quindi non conosco nessun libro come quelli citati, ma mi piacerebbe una trasposizione cinematografica de L'Ultima Legione di Valerio Massimo Manfredi. Il libro viaggia a cavallo tra storia vera e miti e leggende seguendo il viaggio di Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell'Impero Romano d'Occidente, e i suoi protettori da Ravenna fino alla Britannia. C'è una trasposizione cinematografica del 2007, ma col libro condivide solo il titolo per quanto mi riguarda.

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